Gemelli diversi

Girolamo Savonarola e Giordano Bruno. Ciò che li accomuna è il dettaglio più noto in assoluto della loro vita: sono finiti entrambi sul rogo come eretici. Pochi però conoscono le differenze tra i due personaggi.

Girolamo Savonarola nasce il 21 settembre 1452, da una famiglia di mercanti. A diciotto anni iniziò a dedicarsi allo studio della teologia e alla scrittura di componimenti poetici come il “De ruina Ecclesiae”, nella quale paragona la Roma papale alla corrotta Babilonia. Un inizio di tutto rispetto per chi ambisca a bruciare vivo sulla pira dell’inquisizione. Nel 1475 lascia la famiglia ed  entra nel convento bolognese di San Domenico. Nel maggio del 1482 si trasferisce quindi nella Firenze di Lorenzo de’ Medici, all’epoca capitale culturale d’Italia. Una capitale culturale di grande modernità, vi è da aggiungere. Il Rinascimento fiorentino dava rigogliose prove d’innovazione e di libertà intellettuali, artistiche e morali che al predicatore ferrarese andavano spesso per traverso.

Le sue prediche crebbero costantemente per acidità ed in esse se la prendeva un po’ con tutto e con tutti. Grande flagellatore di costumi non ortodossi (la sua di ortodossia, ovviamente) crebbe di potere e arrivò ad influire perfino sulla rimozione o distruzione di opere d’arte ritenute sacrileghe o troppo libertine. La fine del Rinascimento fiorentino, in parte, è responsabilità sua. Poi commise l’errore madornale che spesso commettono i fustigatori di costumi altrui: predicò che la Chiesa “aveva a esser flagellata, rinnovata e presto“. Ancora, l’anno successivo tuonò che tutti “aspettiamo presto un flagello, o Anticristo o peste o fame. Se tu mi domandi, con Amos, se io sono profeta, con lui ti rispondo Non sum propheta“. Nel 1492 Lorenzo de’ Medici morì, seguito subito dopo anche da papa Innocenzo VIII, il quale venne sostituito da da Alessandro VI, al secolo cardinale Rodrigo Borgia . Un nome, una condanna. Il Savonarola però s’illuse per un tratto che ciò fosse pure un bene. Il suo progetto era quello di rendere indipendenti quanti più conventi possibili, per poterli poi meglio controllare. La caduta di Piero de’ Medici nel 1494 e l’instaurazione della repubblica non giovò affatto a Savonarola, così come non gli giovò l’anno successivo l’alleanza stipulata contro la Francia di Carlo VIII da parte di Spagna, Stato Pontificio, Repubblica di Venezia e gli Sforza di Ludovico il Moro. Firenze e il Savonarola, purtroppo per loro, erano filofrancesi. Savonarola incontrò quindi Carlo VIII per avere assicurazioni che Firenze non avrebbe subito danni e che i Medici non sarebbero stati restaurati. Rassicurazioni mendaci che Carlo VIII gli fornì frettolosamente e senza battere ciglio. Savonarola era sempre più solo.

Dopo un rifiuto del Savonarola a incontrare il Papa i suoi rapporti con Roma precipitarono. Fra’ Girolamo venne accusato di eresia e di false profezie, venne sospeso da ogni incarico. Nel 1496 Alessandro VI gli offrì una nomina a cardinale a condizione che ritratti le critiche alla Chiesa, ma Savonarola rispose «Non voglio cappelli, non voglio mitre grandi o piccole, voglio quello che hai dato ai tuoi santi: la morte. Un cappello rosso, ma di sangue, voglio!». E morte ottenne: scomunicato da Papa Alessandro VI nel 1497, Savonarola continuò la sua campagna contro i vizi della Chiesa, finché il risorto partito dei Medici nel 1498 lo fece arrestare. Finì al rogo quindi, ma da cadavere, essendo stato pugnalato ancor prima del processo.

Nel 1600, poco più di un secolo dopo Savonarola quindi, Giordano Bruno finirà anch’egli sulla pira. Ma da vivo però. Per quasi trent’anni era rimbalzato tra Roma, Francia, Inghilterra, Svizzera e Repubblica di Venezia, al fine di schivare gli anatemi che di volta in volta gli venivano lanciati dalla Chiesa Romana che lo teneva sempre sul filo del rasoio inquisitorio. Il frate domenicano, nel frattempo, aveva affinato sempre più le conoscenze delle teorie di Copernico. Sposò quindi la sua teoria eliocentrica e andò anche oltre, confutando l’origine degli uomini dal solo Adamo, mettendo in dubbio la natura divina di Cristo e ponendo lingua perfino sul dogma della Trinità. Venne quindi arrestato e avviato a processo, il quale durò per ben otto anni. Alla fine, a causa della sua ostinazione a difendere le proprie idee e teorie scientifiche, venne condannato a morte a mezzo rogo. Si narra che alla lettura della condanna egli avrebbe sentenziato quieto: “Tremate più voi a pronunciare questa sentenza di me ad ascoltarla”.

Cosa accomuna e cosa divide i due frati accusati di eresia? Li accomuna poco, li divide molto. Savonarola era un castigatore di costumi in senso lato. In sostanza, non differiva di molto dai profeti del deserto che minacciavano piogge di fuoco o punizioni eterne per chi avesse ceduto a pulsioni banalmente edonistiche. Il suo fanatismo integralista e la sua ambizione politica lo portarono oltre il limite del conflitto con Roma. E lo perse. Su Giordano Bruno ancora oggi si disserta invece se fosse un vero credente, oppure avesse scelto la strada ecclesiastica per avere più tempo per studiare e imparare. Era in estrema sintesi un filosofo che cercava la verità, invece di tentare di imporne una preconfezionata come provò a fare Savonarola. Questi la verità se la sentiva in tasca, Bruno la cercò invece per tutta la vita. Entrambi perirono comunque per la stessa mano. Una mano che uccise Savonarola per difendere i propri privilegi e interessi politici, mentre arse Bruno per difendere le proprie stesse fondamenta teologiche e impedire alla verità di diffondere tra il popolo e tra i fedeli. A entrambi sono stati comunque eretti monumenti: Savonarola a Firenze e Bruno a Roma. Chi passa oggi loro davanti, purtroppo, li accomuna come martiri dell’Inquisizione, ignorando le profonde differenze all’origine del loro martirio.

Spesso accade che l’epilogo di una storia la faccia catalogare in categorie molto differenti rispetto a quelle meritate. Spesso, cioè, la narrazione a posteriori distorce o appiattisce i dettagli, fino a farli scomparire. Fino a creare cioè una falsa verità. E una falsa storia. Solo lo studio attento dei fatti e la loro comparazione permette di capire dove stia il vero e dove il falso.

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