Il Bunker del Führer

Sul finire dell’aprile 1945 Hitler era ormai asserragliato nel proprio bunker berlinese. Da Est le armate sovietiche occhieggiavano a pochi chilometri dal Reichstag e quelle americane, da ovest, non erano molto più lontane. L’avventura nazista era finita con la disfatta di Stalingrado, la Ratkrieg (guerra dei ratti) come la definirono gli uomini del 6° corpo d’armata tedesco. Al suo comando il generale Friederich Paulus, impegnato nel piano d’invasione denominato “Barbarossa”. Ci erano andati vicini i nazisti: erano arrivati a 20 km da Mosca. Poi la disfatta. Lo Stato Maggiore tedesco aveva ben avvertito Hitler dei rischi che l’invasione della Russia comportava. Ma il Führer, ubriaco di potere e in preda a delirio di onnipotenza, aveva sovrastimato le forze dell’esercito tedesco. Così, non seguì il consiglio dei suoi generali e mandò 3,5 milioni di uomini sul confine sovietico. Ma nulla può il numero dei soldati, se il ghiaccio blocca carrarmati e cannoni a -30°C. Nel febbraio 1943 la Sesta armata tedesca era in ginocchio e dovette ripiegare verso casa, nonostante lo zio Adolph continuasse a sbraitare che dovevano resistere.

Grazie poi alla brillante idea giapponese di bombardare Pearl Harbour, gli Americani erano entrati in guerra pure loro e nel 1944 avevano messo piede in Europa, sbarcando ad Anzio e in Normandia. Insomma, nella primavera 1945 la Germania era presa su tre fronti: quello francese e quello italiano (dagli Americani) e quello orientale (dai Sovietici). Hitler da tempo si era chiuso in se stesso. Incapace di accettare i fatti, continuava a impartire ordini con l’impeto che teneva nei suoi comizi dell’Olympia Stadion. I generali lo guardavano attoniti, mentre lui, privo ormai d’ogni controllo – sempre che mai ne avesse avuto uno – martoriava una carta militare appesa al muro. Una carta sulla quale spostava divisioni corazzate, fanteria, artiglieria e flotte aeree che esistevano ormai solo nella sua fantasia. Ordinava manovre a tenaglia, controffensive di “inaudita potenza”. E i generali tacevano. Sapevano bene infatti che era inutile contraddirlo. Chi ci si fosse provato a dirgli che era un folle e che  doveva decretare la resa, avrebbe fatto una pessima fine. Ma erano anche tra incudine e martello: non osavano contrastarlo, ma nemmeno avevano più i mezzi militari per obbedire ai suoi folli ordini e soddisfare le sue farneticanti aspettative di successo. Venivano così trattati da vigliacchi, traditori, incapaci e insubordinati. Perché di tutto quel disastro che gli stava intorno, Hitler sapeva solo vedere nei suoi generali quella che ai suoi occhi era bieca disobbedienza. Dopo qualche giorno, finalmente, si decise a liberare il mondo dalla sua improvvida presenza e si avvelenò col cianuro. Era il 30 aprile 1945. Morì portando con sé la certezza che la Germania aveva perso perché non gli aveva obbedito. Morì con l’idea di essere circondato da incapaci e vigliacchi, da traditori. Incapace di capire che al disastro la Germania ce l’aveva portata proprio lui, coi suoi febbricitanti sogni di gloria, si rifiutò fino all’ultimo istante di vedere la realtà per quello che era. Decine di milioni di esseri umani perirono così per i suoi piani paranoici. D’altronde, che fosse un pazzo lo si poteva capire anche soltanto dalla morbosa attenzione per l’esoterismo e le forze soprannaturali. Forze grazie alla padronanza delle quali il III Reich avrebbe dovuto dominare il mondo. Almeno, questo secondo lui e chi gli dava retta. Ma più che il soprannaturale poterono i cannoni, russi e americani. Come volevasi dimostrare.

Tacere di fronte alla follia, illude solo di vivere tranquilli. Ma non evita la disfatta.

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