L’ictus di Stalin

Non sono molti quelli che sanno il vero nome di Stalin: Iosif Vissarionovič Džugašvili. Era un Georgiano d’acciaio (da qui il soprannome “Stalin”), privo di scrupoli e molto violento. Assetato di potere e di comando, sgominò la concorrenza alla guida del partito comunista sovietico e successe a Lenin, colpito da un ictus nel marzo 1923. Lenin ci provò a fermarlo, con le ultime forze. Ma fallì. Per l’Unione Sovietica iniziò quindi un periodo di terrore: le famose “purghe staliniane” non risparmiavano nessuno. Chi non era perfettamente allineato col diktat di Iosif il Georgiano veniva fatto sparire. Spesso ucciso, in altri casi deportato. Perché il dissenso era vietato. Se dissentivi, non facevi a tempo a dire il perché che ti trovavi in qualche gulag siberiano. Lì, dovevi essere avviato al processo di “rieducazione”. In altre parole, ti piegavano e ti umiliavano finché non chiedevi pietà a quel farabutto coi baffoni, pur di poter tornare libero. Libero di che, però, non si è mai capito. La libertà in URSS era di fatto inesistente. Soprattutto quella di pensiero. Ma gli anni passarono anche per Stalin: l’1 marzo 1953, trent’anni giusti dopo Lenin, anche a Iosif venne un ictus. Il malore lo colse nel suo studio, dove venne trovato privo di conoscenza da una cameriera. Ella non fece nulla: sapeva bene che se avesse agito, e avesse sbagliato, Stalin gliela avrebbe fatta pagare cara. Così chiamò il capo della sicurezza. Ma anche lui si fermò davanti al corpo ferito del Baffone e restò senza prendere una decisione. Si rivolse quindi a Berija, braccio destro di Stalin. Berija però conosceva il buon Iosif meglio di tutti. Sapeva quindi che la sua era una situazione molto rischiosa. Il sistema di sicurezza, creato proprio da Stalin, non permetteva di fatto di decidere che fare. Tutto ciò perché solo Stalin stesso aveva il diritto di richiedere l’intervento dei medici. Stalin aveva però trascurato il fatto che poteva anche verificarsi la situazione per cui proprio lui non fosse in grado di agire. Berija non fece quindi nulla, cercando di trovare una scappatoia che salvasse il Leader Sovietico, ma anche le natiche dei soccorritori. Convocò quindi il Soviet Supremo, in modo da condividere con tutte le massime cariche dello Stato la responsabilità della decisione. Decisione che venne presa solo il 2 marzo, quando decretarono di chiamare alcuni medici, i quali peraltro non avevano mai visto prima il paziente. I precedenti medici di Iosif erano stati infatti tutti arrestati poco tempo addietro. Ogni minuto è prezioso in caso di ictus. La vita del paziente spesso dipende dalla tempestività d’intervento. Stalin rimase invece senza aiuti per quasi un giorno intero. Forse non sarebbe sopravvissuto lo stesso. O forse si. Di certo, se anche avesse avuto qualche speranza, gli ingranaggi bloccati della sua stessa amministrazione gliela hanno tolta. L’URSS seppe di Stalin solo la mattina del 4 marzo, mentre la sera del 5 marzo Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, moriva senza aver mai ripreso conoscenza.

Difficile stabilire quanto la paralisi dell’apparato sia stata sincera, oppure quanto ci abbiano marciato i successori di Stalin, a partire da quel Nikita Chruščëv che avrebbe pilotato l’URSS negli anni della guerra fredda. Di certo, Stalin, prima che dall’ictus, è stato ucciso proprio da quel clima di terrore che aveva seminato a badilate nel corso di quei trent’anni. E’ stato ucciso dalla propria stupidità e dalla propria sospettosità. Non mancherà a nessuno e la sua fine, forse, potrà essere di monito a tutti coloro i quali sedessero anche temporaneamente sulla poltrona più alta del potere.

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