Chi sa fa, chi non sa insegna

Un detto il quale, come tutte le generalizzazioni, va preso con le ovvie pinze. Però, molte volte ci azzecca. Quante volte ci siamo trovati di fronte a persone che hanno la pretesa d’insegnare senza aver prima dimostrato di saper fare? L’Italia, per esempio, è un Paese dove abitano 58 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio o di ministri all’economia. Questo perché il muovere critiche, l’esprimere pareri e dare consigli, in fondo, è comodo e costa poca fatica. Il fatto poi che, tranne rari casi, anche i grandi allenatori di calcio  erano stati in fondo degli scadenti giocatori, rincuora i mediocri e li spinge a volere insegnare anche ciò che mai hanno dimostrato di saper fare. Ed ecco palesarsi a raffica ogni tipo di bellimbusto: con l’aria di chi la sa lunga, snocciolerà lezioni a piene mani a chiunque. Vestirà i panni dell’opinion leader del bar Mario, oppure del polemista della macchinetta aziendale del caffè. Si travestirà da oratore del vagone di metropolitana, oppure chioserà commenti caustici dal fresco dell’ombrellone spiaggiato. Raramente questi soggetti troveranno chi metta loro una pinza in mano e gli chieda di far vedere come la sa usare. Per loro fortuna.

Di diversa opinione la famiglia Agnelli. Il compianto Giovannino (buonanima) era destinato a divenire il leader del gruppo industriale torinese. Per farlo arrivare a quello scranno, però, alla famiglia Agnelli non bastava la sua laurea e qualche master. Al buon Giovannino venne fatta indossare una tuta blu da metalmeccanico e fu spedito a fare l’operaio in catena di montaggio a Pontedera. Per mesi costruì Vespe e altri ciclomotori a marchio Piaggio. Sotto falso nome, ovviamente. Mescolato in mezzo agli operai, quelli veri, poté capire che una lamiera smussata male ti taglia le dita. E che i tagli fanno male. Misurò anche la fatica e il disagio di lavorare in un ambiente molto lontano dalla sala conference del consiglio di amministrazione: rumore, odori sgradevoli, orari fissi da rispettare e una mensa aziendale non propriamente da gourmet. Si pulì le mani anche lui in quelle tute che, a sera, brillavano d’unto. Imparò anche cosa pensano gli operai, cosa si dicono mentre lavorano o mentre fumano una sigaretta. Poté ascoltarli nelle loro lamentele, nelle loro osservazioni su come migliorare ciò che non funzionava. Apprese anche ciò che pensavano della famiglia Agnelli, ma questo non penso gli diede molto piacere. Divenne quindi un manager che “sapeva”. Un manager che “aveva fatto”.  Era in grado cioè di comandare, perché aveva toccato con mano la realtà della fabbrica, seppur per poco.

La natura decise purtroppo che i suoi giorni erano finiti e se lo portò via ancora giovane, con un tumore incurabile. Segno che il destino non guarda in faccia a genealogie e conti in banca.

Peccato: sarebbe stato un grande capitano d’industria, con indosso la giacca e la cravatta dei meeting, ma con la tuta blu ancora appesa nell’armadio.

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