de “Le trasformazioni e l’intuizione”

Su ogni macchina sono montate le ruote. Come pure su ogni treno, su ogni bicicletta e su ogni moto. Chi nei millenni abbia per primo scoperto che l’attrito volvente è più “amichevole” dell’attrito radente, però, non lo sa nessuno. Ciò accade spesso, a tutti i livelli. Tutti tocchiamo ogni giorno con mano i risultati dell’ingegno altrui, ma non gli sappiamo dare né un nome né tanto meno una faccia. Le buone idee, per esempio, trovano immediatamente padri molteplici, nelle aziende come in politica. La loro paternità primigenia si viene così a diluire, fino al punto che spesso è impossibile risalire alla vera fonte intellettuale. Le idee che invece si rivelano poi sbagliate vengono abbandonate in fretta da tutti e muoiono neglette sul gobbo dell’ultimo malcapitato a cui non sia riuscito il gioco dello scaricabarile.

Hendrik Antoon Lorentz (1853-1928) passò gli ultimi anni della sua vita ad arrovellarsi del fatto che lui, e non Einstein, era arrivato al concetto di relatività. Peccato lo fece senza cogliere l’essenza del proprio stesso concetto: con le sue note “trasformazioni” stava parlando di relatività, ma non lo capì finché non arrivò un buffo ometto coi baffetti e la pettinatura scarmigliata il quale disse “.. ma allora… tutto è relativo!”. Quell’omino passò alla storia col nome di Albert Einstein, geniale al pari di Lorentz, ma più bravo nell’intuizione e nella sintesi comunicativa.

Per inciso, le “trasformazioni di Lorentz” furono elaborate per rimuovere le contraddizioni esistenti tra elettromagnetismo e meccanica classica, come pure per spiegare i risultati nulli dell’esperimento di Michelson-Morley tramite l’introduzione del fenomeno della contrazione delle lunghezze. Le trasformazioni di Lorentz sono cioè alla base della formulazione matematica della teoria della relatività ristretta di Einstein.

Per chi non fosse appassionato di fisica però, il nome di Lorentz è del tutto sconosciuto. Peccato, direi: senza di lui non esisterebbero oggi la maggior parte delle teorie su cui si basa l’astrofisica.

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