Grano, pasta e speculazioni

Le quotazioni del frumento chiudono a dicembre 2009 su valori molto lontani a quelli di solo un anno prima. Nel frattempo la Guardia di Finanza indaga le grandi case pastaie sospettate di fare cartello sui prezzi. Meglio tardi che mai.

Neanche 1.000 €/ha. Questa è la grigia realtà circa la Produzione Lorda Vendibile che si può estrarre da un ettaro di frumento. E 1.000 € è già una cifra che profuma di sogno, di record. Molto spesso infatti non si superano i 600-700 €/ha. Sempre che si riesca a raccogliere e che le partite non vengono poi rispedite indietro perché superano le soglie di micotossine, come può avvenire al termine di stagioni particolarmente difficili. Secondo i dati ISMEA di dicembre 2009, i prezzi dei cereali sono posizionati ben lontani dai 280 €/t dei primi mesi 2008. Mediamente, nella cinquantesima settimana del 2009 ci si posizionava infatti a neanche 150 €/t per il tenero e poco più di 170 €/t per il duro. Il tenero mostrava valori che spaziavano dai 138-140 €/t di Cuneo per il mercantile, ai 169-173 €/t di Bologna per i grani di forza. Sempre a Bologna, il fino era quotato 144-147 €/t e le varietà speciali si posizionavano a 158-161 €/t. Il duro mostrava un minimo di 150-155 €/t a Palermo, per il mercantile, mentre per il fino i dati oscillavano dai 160-165 €/t di Palermo ai 180-185 €/t di Foggia e i 180-182 €/t di Bologna. I prezzi, IVA esclusa, sono da intendersi per la merce alla rinfusa franco partenza, venditore su autocarro. Se guardiamo indietro di dodici mesi, il calo è vistoso: si parla di un  -6% per i grani di forza, di -8% per il fino e addirittura -18% per le varietà speciali. Va anche peggio per il duro, che rispetto alla cinquantesima settimana del 2008 mostra cali percentuali a due cifre. A chi è andata “bene”, e ha venduto il proprio mercantile a Foggia, il prezzo è calato “solo” del 13%. A produrre buono mercantile, nella stessa provincia, si è perso un robusto 15% rispetto all’anno prima. Si scende poi a temperature da freezer domestico, con un inquietante -18% a Bologna per il fino. Temperature siberiane a Palermo, dove il termometro dei prezzi rispetto a un anno prima fa toccate il -35%. Nel medesimo periodo, i prezzi delle farine e delle semole si sono abbassati anch’essi da un quinto a un terzo, rispetto alle quotazioni del dicembre 2008. I cali sono stati del 25% per le farine vendute a Bologna, mentre per le semole, sempre nel capoluogo emiliano, il calo è stato del 21%. Quanto ai prezzi, le farine mostrano forbici di 266-275 €/t a Bologna, mercato dove le semole sono state quotate 313-319 €/t. Peggio a Foggia, dove la medesima merce non valeva più di 270-275 €/t. Nel medesimo periodo, il calo del prezzo della pasta è stato pari a un miserabile -1% (Fonte: Unioncamere). In altre parole, quando i prezzi dei cereali aumentavano dai 150 ai 280 €/t, cioè dai 15 ai 28 centesimi al chilo, le paste aumentavano a botte di due cifre percentuali. Oggi che a due cifre percentuali sono i cali dei cereali, le case produttrici di pasta calano i prezzi dell’1%. Ma quanto incide oggi il prezzo del grano sul prezzo alla vendita della pasta? Basta fare un giro in un supermercato e si vedrà come i prezzi varino da 1,5 a 2,5 €/Kg per le paste di grano duro delle marche più conosciute. Ai prezzi di oggi, la semola incide quindi per non più del 12-20% del prezzo finale, mentre il grano duro rappresenta tra il 7 e il 12% dell’esborso necessario per portarsi a casa un chilo di spaghetti. Sarà forse anche per questo che gli agenti della Guardia di Finanza si sono decisi a buttare un occhio sul modo di fare business delle grandi case produttrici, come Barilla, De Cecco, Divella, Nestlé (Buitoni), Dalverde, Granoro e tante altre. Il reato ipotizzato è quello di avere orchestrato manovre speculative sulle merci. Il famoso “cartello” insomma. L’inchiesta non nasce oggi: la lievitazione dei prezzi, tanto per usare un termine consono al tipo di merce in questione, è sotto la lente degli inquirenti dal settembre 2007. Mentre però le case produttrici erano segretamente osservate, gli agricoltori sono stati pubblicamente accusati, e a più riprese, di essere i veri responsabili degli incrementi dei prezzi al consumo di pane e pasta. Per giunta, già mettono le mani avanti su ipotetici aumenti di prezzo del grano dovuto alle ridotte produzioni dell’anno scorso. Il bronzo, evidentemente, serve molto più per placcare le facce di certi manager che per trafilare la pasta che essi stessi vendono.

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