La lunga marcia dei coleotteri

La Diabrotica si espande nel mais. Lentamente, inesorabilmente, stanno aumentando gli ettari interessati. A chi minimizza il fenomeno, per ignoranza o per piaggeria verso chi ha bandito i concianti neonicotinoidi, urge l’invito ad apporre il proprio nome e cognome su di un documento scritto, in modo da poter chiedere loro conto una volta ammessi gli errori.

I numeri, come alcune strade, possono essere letti a doppio senso alternato. Li si può guardare in chiave di minimizzazione di un fenomeno, oppure li si può utilizzare per fare allarmismo. Entrambi gli approcci analitici sono però statici. Mancano cioè di una visione del fenomeno sviluppata nel tempo. E’ quanto avviene oggi per la Diabrotica del mais. Appena giunta in Italia si diceva che non si sarebbe espansa. Poi, una volta assurta ai disonori della cronaca, si deliberò per la lotta obbligatoria. Infine giunse il turno dei concianti messi sotto accusa per le api, il loro successivo bando e la necessità da parte di taluni di dimostrare che in fondo i neonicotinoidi non servivano comunque a un gran ché.  Oggi, dati 2009 alla mano, arrivano numeri che danno da pensare. Quasi 3.900 trappole sono state posizionate sul territorio al fine di monitorare le dinamiche di popolazione dell’insetto sugli areali maidicoli più importanti. Più di 900.000 ettari di granoturco sono stati interessati al monitoraggio. Di essi l’88 per cento è risultato positivo alla Diabrotica. I sintomi delle attività trofiche del fitofago si sono mostrati su quasi 47.000 ettari, pari al 5,6 per cento. Le superfici che hanno mostrato danni economici significativi sarebbero stati però “solo” 13.700 ettari. Da qualcuno questo numero sarà visto come un misero 1,6 per cento sul totale. Per chi conosce un minimo di entomologia questo dato dice molto di più. Le potenzialità riproduttive dell’insetto sono impressionanti, come pure inarrestabili appaiono i suoi danni quando le popolazioni superino una certa soglia. Già in passato esplosioni drammatiche di fitofagi sono state inutilmente preannunciate da anni di visibile latenza, anni in cui i focolai aumentavano in silenzio di numero fino a trovare la stagione giusta per esplodere e divenire “il caso dell’anno”. La Carpocapsa fece la stessa cosa nel 1998, quando arrecò danni quasi totalizzanti in numerose aziende agricole emiliano-romagnole. Danni del tutto prevedibili, visto che era ormai da tre anni che il fitofago aumentava di numero e di areale. La politica dello struzzo, invece, fece si che il negazionismo di troppi organismi pubblici prevalesse sul buon senso tecnico, portando presto la frutticoltura ferrarese, modenese e bolognese all’allarme rosso. Minimizzare l’entità dei problemi è infatti la strada migliore per far assumer loro le proporzioni da “terapia d’urgenza”, tipica italiana. Oggi è la Diabrotica ad espandersi in silenzio. Ettaro dopo ettaro, radice dopo radice. Le stiamo permettendo di insediarsi nei nostri campi con la stessa leggerezza e imprudenza con cui i Troiani permisero agli Achei di introdurre all’interno delle loro mura il cavallo di omeriana memoria. Le rotazioni servono a poco: il fitofago si mostra a proprio agio perfino nel prato stabile, dove pascola sereno in attesa che altro mais venga riseminato a sua completa disposizione. Quell’uno virgola sei per cento di oggi, cioè, può diventare in fretta il sei, il nove il quindici. Forse l’unico sistema rimasto ai maiscoltori per attirare la giusta attenzione sul loro problema resta forse quello di riempire le sedi regionali o i ministeri di stocchi marcescenti di granturco. Oppure, meglio ancora, potrebbero chiedere in solido i danni a tutti quei portatori sani di stipendi pubblici che continuano a sbuffare che la Diabrotica non è un problema tale da dover correre ai ripari in fretta e bene.

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No perditempo please

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