Folpet, R40 e strappi muscolari.

Passato recentemente in sede europea, il folpet potrà arricchire ancora per qualche tempo i programmi di difesa antiperonosporica. Del folpet sappiamo tutto. Ne conosciamo bene l’efficacia per contatto, come pure l’assenza di fenomeni di resistenza. Quindi il suo contributo è importante anche nell’ottica di preservare le molecole di nuova introduzione, le quali è bene cercare di farsele durare il più possibile. Dopo le grandinate disinfetta le ferite, come pure mostra un’attività collaterale sulla botrite, sull’oidio, sulla carie e l’escoriosi. In passato, fino a metà degli anni ’90, folpet faceva dormire sonni tranquilli ai viticoltori di tutt’Italia, soprattutto a quelli dell’area nord-est, Friuli in testa, che ne facevano uso massiccio. Poi arrivarono i disciplinari di produzione e folpet venne messo fuori dalle liste senza troppi complimenti. La causa? Una frase di rischio di per sé effettivamente infamante, la R40 (possibilità di effetti cancerogeni). Come al solito però, c’è da chiedersi come mai un prodotto ammesso sia dalle commissioni europee di valutazione, sia dal Ministero della Salute italiano, venga poi bocciato a livello regionale nei disciplinari di produzione. A titolo di comparazione, valga un esempio in campo farmacologico: chi avesse avuto in passato dolori muscolari, strappi, stiramenti, avrà forse avuto modo di utilizzare la “tiocolchicoside”, antinfiammatorio assumibile per pomata o iniezione. Il “bugiardino” di un noto medicinale come il “Muscoril” recita: <<Benché negli studi animali non sia stato osservato un effetto teratogeno se non quando tiocolchicoside è stato somministrato a dosi molto superiori a quelle raccomandate nella terapia umana (più di 10 volte la dose terapeutica) a scopo precauzionale l’impiego del prodotto è controindicato in corso di gravidanza>>.>. Se ne sconsiglia quindi l’impiego in donne in gravidanza, ma questo non deve di per sé preoccupare il consumatore perché la teratogenesi si è verificata a livelli molto superiori alla dose d’applicazione. La teratogenesi, per inciso, comporta la frase di rischio R63, che per i disciplinari regionali è altrettanto infamante della R40. Il “Muscoril” come medicinale può quindi essere venduto liberamente nelle farmacie, ma se fosse un agrofarmaco sarebbe considerato un untore da espellere dai programmi di difesa. Continuiamo cioè a marciare in un’Italia dove ci si può iniettare in corpo (o spalmare sulla pelle) un prodotto R63, però non si può utilizzare in vigneto un antiperonosporico R40. La solita abitudine – per lo più italica – di fermare le pagliuzze e lasciar passare le travi. Ora, con la nuova direttiva sugli usi sostenibili, a Siviglia si incontrano gli esperti della viticoltura di 28 nazioni. Parlano di strategie antiresistenza e dell’impatto negativo sul comparto che hanno avuto i disciplinari di produzione privati (GDO), redatti da soggetti – parere di molti – non qualificati dal punto di vsta scientifico. Per il primo argomento, la lotta alle resistenze, si ventila oggi la riesumazione di prodotti “attempati” ad azione multisito, quindi si vedranno forse accettare con circa dieci-quindici anni di ritardo le motivazioni all’impiego che da molte parti venivano sostenute. Per il secondo punto, invece, bisognerebbe ricordare ai soloni della lotta integrata che le argomentazioni che ora usano contro i tecnici della GDO venivano usate a metà degli Anni 90 proprio nei loro confronti dai tecnici delle multinazionali. Chi di disciplinare ferisce, di disciplinare persisce?

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