Dieci volte NO a Carlo Petrini

Il presidente di Slow-food tuona contro gli Ogm e lo fa con un decalogo dal costrutto logico vaporoso e alquanto discutibile Come Mosè disceso dal monte Oreb, Carlo Petrini diffonde i propri dieci comandamenti e lancia moniti contro il “vitello d’oro”, incarnato oggi dalle biotecnologie. Per certi versi Petrini ricorda un po’ Giuseppe Bigazzi, da poco allontanato dalla trasmissione “La prova del cuoco” dopo le azzardate dissertazioni sulla bontà dei gatti in cucina e sulle modalità della loro preparazione e cottura. Dimenticandosi che non tutti sono benestanti in pensione come lui, Bigazzi ha sempre fustigato l’abitudine di ricorrere a surgelati e quarta gamma. Beato lui, che vive nel suo mondo. E beato anche Petrini, che prospera tra enoteche di pregio e costose prelibatezze Igp. Dalle loro ricche regge mediatiche, sia Bigazzi che Petrini danno l’idea che gli altri 60 milioni di Italiani siano una manica di stolti villani, consumatori di indegne sbobbe di cui gli Ogm sarebbero ovviamente parte. Mentre però Bigazzi è svanito nelle foschie della Rai, Petrini resta in sella e lancia il proprio decalogo, inasprendo ancor di più la guerra mediatica alle biotecnologie. Vediamo, punto per punto, perché è l’agricoltura biotecnologica che deve dire NO a lui, e non viceversa.

Il decalogo di Carlo Petrini

1. La contaminazione ambientale Coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile. Le aziende sono di piccole dimensioni e non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. L’agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell’acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata.

R. Citare gli studi in modo selettivo è divenuta ormai abitudine. La coesistenza tra Bio e Ogm è di fatto possibile da tempo a patto di rispettare minime distanze di rispetto. Fasce di rispetto che nemmeno servono quando le piante siano ad impollinazione autofecondante o quando si parli di portainnesti. Anche per gli agrofarmaci, del resto, la querelle appare antica: gli agricoltori Bio da sempre si lagnano anche per l’uso altrui di agrochimici, accusati di contaminare per deriva le coltivazioni biologiche adiacenti. Una lagnanza che ha sempre destato sospetti circa la vera origine dei residui trovati sulla loro frutta.

2. Sovranità alimentare Come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.

R. I sostenitori del Bio non sono i soli ad aver diritto di scegliere cosa mangiare e quando una minoranza pretende d’imporre la propria volontà c’è sempre qualcosa che non funziona. Da tempo gli ibridi di mais seminati dagli agricoltori biologici possono presentare tracce di Ogm, e il loro prodotto finale può contenerne sino allo 0,9 per cento, senza per questo perdere la certificazione Bio. Nessun danno quindi all’agricoltura Bio, che come attività di nicchia non può per giunta avere l’arroganza di vietare agli altri l’utilizzo di chimica e biotecnologie.

3. Ci possono essere problemi di salute per animali alimentati a Ogm.

R. C’è in effetti chi sostiene che il mais Ogm possa causare alterazioni negli animali dopo aver analizzato i dati di vecchi esperimenti. I metodi statistici utilizzati, però, sono stati poi bocciati da altri ricercatori, non essendo stati ritenuti validi per quel tipo di disamina. Che esistano rischi sanitari definiti “minimi” ce lo dice invece l’Efsa, l’organismo europeo che valuta gli Ogm. Dei problemi per la salute di uomini e animali rappresentati dalle micotossine, invece, non si vuole parlare. Forse perché è ormai dimostrato che i mais Bt resistenti agli insetti ne contengono di meno del mais convenzionale e biologico?

4. Libertà di scelta Le coltivazioni Ogm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi Gm, invece, la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l’agricoltore deve rivolgersi ad ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti se non si pagano costose royalties.

R. In primis, non tutti gli Ogm vengono dalle multinazionali. L’acquisto annuale delle semenze, fatto appurato ormai fino alla nausea, deriva da motivi di convenienza per l’agricoltore stesso, il quale ha smesso da un pezzo di accantonare sacchi di granaglie per riseminarsele l’anno dopo. Sarebbe quindi bene che ci si dimenticasse una volta per tutte quest’icona bucolica del contadino col cappello in paglia e col fazzolettone rosso al collo e si desse una descrizione dell’agricoltura per ciò che è oggi, con buona pace dei nostalgici sostenitori dell’agricoltura dei tempi di Giovanni Pascoli.

5. Economia e cultura I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico.

R. I Latini, se è solo per questo, non conoscevano né pomodori né patate. Non sono italiani nemmeno peschi, kiwi, mais, soia, melanzane. Il triticale, già menzionato in passato, è stato creato in laboratorio e non ha perciò alcuna origine territoriale. Però lo si trova anche nei negozi Bio, luoghi dove si trova di tutto, quindi, tranne la coerenza.

6. Biodiversità Le colture Gm impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.

R. Sembra quasi che, ascoltando Petrini, tra Ogm e colture convenzionali ci sia concorrenza. Falso: nulla vieta di scegliere tra un frumento transgenico e il Farro, tra il riso Arborio e il Golden Rice. Chi vuole, può coltivare grano saraceno o Kamut, oppure mais Bt, esattamente come oggi si può scegliere tra biologico e convenzionale. Alle varietà utilizzate oggi, cioè, se ne aggiungerebbero semplicemente altre.

7. Ecocompatibilità Le ricerche su Ogm indicano due “vantaggi”: la resistenza ad un parassita del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggia le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate.

R. La resistenza degli Ogm al glifosate ha di fatto diminuito i costi del diserbo, anche se va gestita con oculatezza per scongiurare fenomeni di assuefazione al diserbante. La “rotazione” citata da Petrini vale infatti anche per le molecole chimiche. Quanto alla rotazione agronomica, ci provi Petrini a spiegarla agli allevatori di Cremona, che producono l’80% dei maiali che diventano prosciutti di Parma e San Daniele, come pure mungono l’80% del latte che diventa Parmigiano: il mais rappresenta la maggior parte della dieta dei loro animali. Dura quindi trovare spazi a foraggi altrettanto produttivi. Si chiama specializzazione, Signor Petrini.

8. Precauzione A circa trent’anni dall’inizio dello studio sugli Ogm, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo tre prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm.

R. Le citazioni a casaccio servono talvolta come il lievito al pane. Solo mais, colza e soia? Tra gli organismi gm troviamo riso, pomodoro e patata, come pure sono allo studio varietà gm anche di colture frutticole e della vite. La “mal sopportazione” vegetale è poi una tesi tutta petriniana, priva di un conforto scientifico serio. Quanto alla rudezza dei metodi di laboratorio va ricordato come vi siano oggi metodologie di trasferimento dei geni molto più precise e “chirurgiche” di quelle utilizzate agli albori delle biotecnologie. Come per ogni altra cosa, infatti, se mai si parte mai si arriva. Quanto al divieto di Francia e Germania verso gli Ogm, è bene ricordare come esso abbia solo motivazioni politiche e non scientifiche.

9. Progresso Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. È sempre più chiaro per consumatori, governi e ricercatori, il ruolo dell’agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale. Invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca dovrebbe affiancare l’agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze.

R. Un orticello salverà il pianeta? L’approccio contrappositivo di Petrini lo porta una volta di più a ignorare che non vi è alcun antagonismo tra lo Sciacchetrà delle Cinque Terre e la soia transgenica di pianura. Come pure sfugge a Petrini che l’assorbimento di CO2 atmosferica da parte del mais gm non è “sintetico”, bensì è reale e tangibile quanto e più di quello del mirtillo biologico del Trentino. Vista poi la crescita esponenziale di bocche da sfamare, appare oggi delinquenziale concepire un’agricoltura di “piccola scala”. Pure incosciente appare millantare fantomatici ruoli anti effetto serra di un’agricoltura bucolica, basata su romantici alpeggi produttori di formaggi Igp. Formaggi i quali, per quanto più saporiti del Tofu, non salveranno né il clima, né i moribondi per fame del Terzo Mondo. In conclusione, per quanto non piaccia a Petrini, la ricerca sta già affiancando l’agricoltura sostenibile e lo fa anche attraverso le biotecnologie.

10. Fame I relatori Onu dicono che l’agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Le multinazionali invece promettono che gli Ogm salveranno il mondo dalla fame: eppure da quando è iniziata la commercializzazione (circa 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono. In paesi come l’Argentina o il Brasile la soia Gm ha spazzato via produzioni come patate, mais, grano e miglio su cui si basa l’alimentazione.

R. Sillogismo: le multinazionali, grazie agli Ogm, sono sempre più ricche; la fame nel mondo cresce; ergo sono gli Ogm delle multinazionali che affamano il Terzo Mondo. Detta così, potremmo concludere pure che “i pesticidi” allungano la vita e aumentano l’altezza media delle popolazioni. Contemporaneamente al loro uso, infatti, le aspettative di vita nel mondo occidentale hanno scavallato gli 80 anni e l’altezza media alla visita di leva è salita di dieci centimetri. Facezie a parte, Petrini dovrebbe proprio spiegare come possono affamare il mondo delle colture che innalzano le produzioni a ettaro di cibo e proteine nobili. Forse, e più banalmente, la fame nel mondo dilaga perché la popolazione sta lievitando a un tasso superiore alla crescita delle produzioni agricole. Un divario che non potrà mai essere colmato moltiplicando gli orticelli del nonno o recuperando al mercato le varietà di mais che nutrivano gli Aztechi. E di certo non sono favorevoli alla prosperità civile le infinite guerre e faide che molti governi fantoccio scatenano e sostengono, a causa di un’arcaica cultura tribale. E per la mancanza di cultura, qui si caro Petrini, non v’è biotecnologia che tenga.

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