I garanti del nulla

Da un lato Legambiente pubblica l’edizione 2010 de “I pesticidi nel piatto”, dall’altro la Gdo continua con le proprie campagne propagandistiche su dei limiti residui privi d’ogni logica. In mezzo produttori e consumatori, presi in giro in egual misura

Dal ministero della Salute giungono dati che apparirebbero rassicuranti anche agli occhi del “Malato immaginario” di Molière. Dalle campagne di monitoraggio residui effettuate sull’ortofrutta italiana, ben il novantototto e otto per cento dei campioni è risultato infatti regolare. Cioè, assolutamente sano e sicuro per il consumatore. In pratica, la quasi totalità dei campioni analizzati conferma il pieno rispetto delle regole da parte degli agricoltori. Ma così non la pensano, ovviamente, i soliti tromboni ecologisti: secondo il rapporto “Pesticidi nel piatto 2010” di Legambiente “solo” il cinquanta per cento della frutta sarebbe “incontaminata”. Quasi stessero parlando di una sperduta isoletta di un arcipelago tropicale, infatti, in Legambiente usano ancora il termine “contaminazione” per rappresentare il cibo che presenti residui, anche quando essi ricadano perfettamente entro i limiti di legge. Parlando di “contaminazione”, in sostanza, inducono a pensare che quell’ortofrutta assolutamente sana rappresenta ipso facto una fonte di possibili rischi per la salute. Cosa che in realtà non è.

I residui in cifre

I dati ufficiali di Arpa, Asl e laboratori zooprofilattici, evidenziano come i prodotti con uno o più residui di agrofarmaci siano passati dal ventisette e cinque al trentadue e sette per cento. I due terzi dei campioni analizzati, cioè, non ha comunque mostrato residui di sorta. Dall’analisi degli oltre 8.500 campioni, si evince peraltro che rispetto all’anno precedente risultano di poco superiori i campioni irregolari, che dall’uno e due per cento passano all’uno e mezzo. Un’irregolarità che però, leggendo bene i numeri, non deriva dai residui in eccesso, visto che sono diminuiti dell’uno e uno per cento i campioni “bocciati” per valori superiori agli Lmr, oppure per il reperimento di molecole non autorizzate. La prima malinterpretazione in cui s’inciampa ascoltando le dichiarazioni “verdi”, forse non del tutto in buona fede, è proprio quella circa il calo dei campioni senza traccia alcuna di molecole chimiche. In tal caso si gioca coi termini, confondendo i campioni “senza residui” con i campioni “regolari”, i quali in realtà per essere tali non necessitano affatto di avere residuo zero. Ma vale davvero la pena allarmarsi per il fatto che la percentuale di campioni a traccia zero sia passato dal settantuno e tre per cento al sessantacinque e otto per la frutta, e dall’ottantadue e nove per cento al settantasei e quattro per le colture orticole? Di per sé non dovrebbe valerla questa pena, visto che i dati sono influenzati dagli andamenti climatici delle diverse annate, come pure dall’affinamento delle tecniche di laboratorio. Ma il fatto che esistano strumenti sempre più sensibili anche alle tracce più esigue di sostanze chimiche è una consapevolezza che non pare albergare nei crani dei Grandi Censori ambientalisti, i quali non riescono proprio ad accettare che un campione “regolare” è in ogni caso sicuro per il consumatore, anche qualora il cento per cento dei campioni risultasse con qualche traccia di agrofarmaci. Quando non ci si mettono i giallo-verdi di Legambiente, ci si mettono poi i movimenti dei consumatori, i quali – attraverso le parole di Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino – si dicono per giunta preoccupati per l’aumento di campioni con presenza di multiresiduo. Un tema, quello del multiresiduo, che molti si ostinano a voler enfatizzare come un problema di assoluta gravità. In realtà, il multiresiduo non rappresenta di per sé un rischio reale, dal momento che le commissioni scientifiche preposte alla valutazione degli agrofarmaci già tengono in considerazione la multiresidualità fin dal principio. Da ciò si evince come in alcune sedi “Ecò” manchi sostanzialmente la competenza tossicologica per stimare cosa sia pericoloso e cosa no. Valutando un frutto con quattro diversi residui più pericoloso di uno con due, indipendentemente dal tipo di molecole riscontrate, è infatti approccio semplicistico e sempliciotto. Val poi la pena ricordare come gli Lmr di ogni molecola, incluse le più tossiche, siano calcolati partendo dalla divisione per cento della No Effect Level, una dose che di per sé non ha dato alcun effetto sulle cavie di laboratorio. I margini di sicurezza sono cioè così ampi da poter classificare come solenni paturnie i continui strilli dei soliti noti. L’Italia, peraltro, appare uno dei Paesi europei più accorti quando si parli d’uso di agrofarmaci, visto che la media europea di campioni irregolari appare intorno al quattro e mezzo per cento. Cioè dal triplo al quadruplo dei dati italiani.

Il ricatto della Gdo

In barba a ogni valutazione di tipo tossicologico, come pure in barba alle leggi europee e nazionali, molte Gdo perseverano nelle proprie campagne di propaganda marchettara sulle riduzioni a tavolino dei residui ammessi. E’ da molto tempo ormai che diverse catene di grande distribuzione, come per esempio la Coop, si vantano di commercializzare solo ortofrutta che presenti residui inferiori al trenta per cento dei limiti di legge. Tanto per fare un paragone, sarebbe come se qualche Comune italiano si piccasse di aver maggiore cura dell’incolumità dei propri cittadini ponendo il limite di velocità a meno di quindici chilometri all’ora. Di per sé, tale iniziativa verrebbe percepita esattamente per ciò che è: propaganda politica della più bell’acqua. Per giunta, tale delibera avrebbe vita breve, perché gli automobilisti non ci metterebbero molto a picchiar pugni sulle scrivanie in Municipio, reclamando vivamente per le multe rimediate guidando magari a diciotto o venti chilometri orari. Praticamente, meno di quanto vada un ciclista di scarse capacità. Sui residui invece il discorso cambia. Mentre l’automobilista medio sa valutare con un certo qual criterio l’adeguatezza dei limiti di velocità urbani, nulla sa invece il consumatore medio di cosa voglia dire un residuo al venti, trenta o novanta per cento del suo Lmr di legge. Nella sua logica inconsapevole, il trenta per cento è meglio del novanta e quindi non si chiede se quella differenza sia significativa oppure no. Percepisce invece la differenza numerica fra trenta e novanta, e ovviamente preferisce i numero più basso. Non capisce però che in questo modo fa solo il gioco della Gdo, la quale continua a tenere in pugno i produttori agricoli, obbligandoli a fare salti mortali per conferire ortofrutta che in sostanza non ha nulla di più salubre di quella “normale”. Vi è per giunta un risvolto ancor più irritante: non è che certe Gdo le partite con più del trenta per cento di Lmr le rimandino indietro. Anzi. Semplicemente, per quelle partite abbassano il prezzo offerto all’agricoltore, il quale non ha altra scelta che abbassare il capo e accettare una vera e propria vessazione, pur avendo prodotto dell’ortofrutta assolutamente regolare e salubre. Questo è lo scenario attuale. Ed è uno scenario che non pare essere incline a mutare. Vani infatti sono stati gli sforzi compiuti perfino della Commissione Europea, per “spiegare” alle Gdo l’assurdità delle loro posizioni. Perché proprio non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire. O in chi non vi sia alcuna convenienza a farlo.

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