Mal d’Africa

Niente sogni quando si ha fame. In Africa si lavora su concreti progetti di sviluppo, anche con il contributo d’imprenditori privati intenzionati a dare il buon esempio

Eppur si muove. Il Sudan, un Paese dai confini tirati col righello, dai mille risvolti e dalle stridenti contraddizioni. Uno Stato gravato da embargo congiunto, americano ed europeo, essendo considerato uno tra gli “Stati canaglia” per le sospette connessioni con alcune frange del terrorismo islamico. E ciò nonostante cresce. Il Sudan, una terra che dopo vent’anni di guerra civile, solo dal 2005 ha trovato una relativa pace. Una pace dittatoriale, in effetti, visto che il timone del governo è nelle robuste mani del cosiddetto “Presidente” Al Bashir.  Un “Presidente” il quale si è tenuto per giunta alla larga dalla tragedia del Darfur, che dal 2003 al 2010 ha visto tribù nomadi e agricoltori contendersi a raffiche di kalashnikov un territorio grande come la Francia. Molto povero infatti il Darfur, ma solo in superficie. Nel proprio sottosuolo ha invece risorse petrolifere e minerarie sufficienti a suscitare gli appetiti internazionali. Appetiti che giustificano a loro volta le cospicue forniture d’armi, inviate ai diversi contendenti in cambio di concessioni estrattive, da esigere poi a guerra finita e morti sepolti. In questo avvilente scenario si sono ovviamente inserite le tanto usuali quanto ammirevoli azioni umanitarie. Nel mucchio si è però purtroppo mischiata anche l’idiozia di qualcuno che ha pensato bene di aiutare quelle popolazioni inviando loro latte in polvere, ignorando che le risorse idriche locali erano per lo più compromesse dal punto di vista sanitario e che quindi quel latte, una volta rigenerato, poteva solo divenire un’arma batteriologica per infanti. Ma anche ponendo da parte il Darfur, definire il Sudan un solo e unico Paese resta comunque utopia, viste le differenze etniche che separano il settentrione sub-sahariano dal meridione, sub-tropicale e con un piede nell’Africa Nera. Differenze che il 9 gennaio porteranno i Sudanesi alle urne per decidere con un referendum la secessione in due Stati distinti, con tutti i potenziali risvolti bellici che ad essa potrebbero seguire. Eppure, anche in tale scenario apocalittico il Sudan preme per crescere. A dispetto di tutto e di tutti. In barba alle guerre, alle tensioni etniche, all’effetto serra e ai consumi di proteine animali del Primo Mondo. Su di una superficie di due milioni e mezzo di  chilometri quadrati operano 40 milioni di abitanti, 11 milioni dei quali nella sola capitale Khartoum. Insieme, producono un Pil di circa 60 miliardi di dollari, pari cioè a meno del tre per cento di quello italiano, ma cresciuto di oltre il 15 per cento nell’ultimo triennio. Di questi 60 miliardi l’agricoltura e la filiera agroalimentare ne rappresentano da sole oltre il 40 per cento. In materia di agricoltura, sono presenti o in via di realizzazione oltre duecento centri per gli studi agricoli. Più di venti sono i centri universitari di agronomia. Infine, sparpagliati sul territorio vi sono circa duecento punti di consulenza agricola. Centri multidisciplinari dove lavorano ricercatori, agronomi, economisti, ingegneri idraulici, entomologi. A dispetto quindi dei molti luoghi comuni che appesantiscono l’immagine dell’agricoltura africana, esiste in Sudan la capacità di fornire supporto tecnico alle aziende agricole, come pure l’esperienza per delineare piani di fattibilità e per l’esecuzione e messa in opera di progetti d’investimento. Fotografando il settore primario alla data di oggi, fra le colture più diffuse spicca il sorgo da granella, con sei milioni di ettari. Seguono poi due milioni di ettari di cotone e due milioni e 700 mila ettari di girasole. Infine le colture orticole, la canna da zucchero e il sesamo, ciascuna con oltre cento mila ettari coltivati. Del sesamo, curiosità fra le tante, il Sudan è il primo produttore mondiale. L’obiettivo dichiarato dal governo è quello di quintuplicare le superfici agricole mettendo a coltura fino a 70 milioni di ettari. Per fare ciò sarà però necessario creare infrastrutture capillari, reti viarie, energetiche e di comunicazione. Come pure sarà fondamentale gestire meglio le risorse idriche offerte dal Nilo Bianco e dal Nilo Azzurro. Due fiumi che messi insieme apportano alle pianure fino a punte superiori a otto mila metri cubi al secondo, di cui una parte al momento si disperde ed evapora nelle vaste aree paludose nel sud del Paese. In questo scenario dalle potenzialità evolutive inimmaginabili, appare ovviamente gradita anche la cooperazione di consulenti esteri. Specialmente privati. Questo perché il Sudan, più che nella solidarietà consegnata in sacchi di juta, crede nello sviluppo economico su base imprenditoriale. E proprio nel cogliere questa opportunità si pone come  esempio da seguire un pool di aziende italiane, la Seprin srl, la quale si è a sua volta inserita sotto l’ombrello azionario della Azimuth Sud. Quest’ultima è una società di consulenza internazionale con sede a Roma, e si sta impegnando nella realizzazione in Sudan di vari progetti tra i quali spicca la creazione di una “Concept farm”. L’obiettivo è quello di creare una piattaforma d’eccellenza ove formare i giovani sudanesi sotto la guida e l’assistenza di agronomi italiani. Nell’azienda pilota i nuovi tecnici potranno acquisire cioè il necessario know-how nella selezione delle sementi, nella coltivazione e nella conservazione di alcune specie d’interesse agrario per il Sudan. Il gioco è quindi semplice: inoculare conoscenza creando un modello di azienda agricola efficiente e produttiva, da replicare poi nelle diverse aree agricole del territorio sudanese. Il progetto contempla anche una parte didattica da svolgersi al di fuori del continente africano, con giovani tecnici sudanesi “a scuola di gestione” per un intero anno in aziende agricole italiane di rilievo. Per affinare ulteriormente le conoscenze pratico-teoriche, durante lo stage gli ospiti incontreranno anche specialisti del settore. Gli enti formatori coinvolti nel progetto vanno dalle Facoltà di agraria di Bologna e Perugia al “Centro sperimentazione fitofarmaci” di Salerano sul Lambro. Dall'”Associazione sementieri italiani” al “Centro di Ricerca sulle Acque” dell’Università di Pavia. Al loro ritorno in Sudan, invece di subire i sogni altrui, i giovani tecnici avranno i mezzi e le conoscenze per sviluppare concrete realtà produttive e imprenditoriali. Potranno generare ricchezza e benessere proprio là dove serve, divenendo capifila di quel boom economico che molti profetizzano da tempo, ma di cui ancora si vede solo pulsare l’embrione. Un boom economico al quale potranno quindi partecipare, traendone i relativi benefici commerciali, anche tutte quelle aziende italiane sensibili alle sfide e capaci di guardare lontano. Quelle aziende culturalmente capaci di costruire i mercati anziché semplicemente sfruttarli. E come volevasi dimostrare, lezione valida per tutto il Mondo occidentale, insegnare a pescare vale molto di più che regalare pesci.

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