Pomodori cinesi, bradipi italiani

Accuse italiane alla Cina di concorrenza sleale. Oppure è solo l’incapacità italiana di valorizzare la propria qualità?

Impossibile sapere, impossibile difendersi. Sulle etichette delle confezioni al dettaglio è obbligatorio indicare il luogo di confezionamento, ma non quello di origine del pomodoro. In altre parole, possiamo sapere in quale stabilimento italiano quella bottiglia di salsa è stata confezionata, ma sul contenuto nessuna informazione viene fornita. Iniziata intorno al 1990, l’importazione in Italia di prodotto cinese ha assunto recentemente proporzioni al limite dell’invasione. Un secco più duecento settantadue per cento nelle importazioni riassume in sé la gravità del fenomeno. Gli sbarchi di concentrato cinese sono cioè praticamente triplicati. Continuamente, i “camalli” dei porti italiani scaricano dalle navi cinesi migliaia di fusti del peso di circa duecento chili. Duecento chili che valgono doppio o triplo, visto che il prodotto è un triplo concentrato, utile a rabboccare in modo consistente milioni di confezioni di pummarola. Quelle confezioni che arrivano poi nelle dispense dei consumatori senza che sia stata data loro la possibilità concreta di scegliere. E’ infatti obbligatorio indicare in etichetta il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro. Sebbene portare il consumatore a ritenere italiano un prodotto estero sia reato, basta glissare sull’origine e si è legalmente a posto. Ma le furbate all’italiana non si intimoriscono certo per i limiti di legge. E’ di fine agosto un sequestro operato dai Nas di duecento mila bottiglie di pomodoro mal conservate e per giunta rietichettate senza autorizzazione. Nel salernitano è stato infatti scoperto un deposito all’ingrosso nel quale si rietichettavano come prodotti italiani salse che in realtà erano destinate a mercati esteri. Basta infatti rimuovere le etichette in lingua straniera e apporvi quelle italiane e il gioco è fatto. Finché non arrivano i Nas, ovviamente. Maxi sequestro anche al Nord, che in quanto a furberie a quanto pare non hanno nulla da invidiare ai colleghi del Sud. I Nas emiliani hanno sequestrato a Parma duecento venti mila buste ufficialmente “Made in Italy” riempite con un cocktail di pomodori cinesi e italiani. Il pomodoro con gli occhi a mandorla proveniva da fusti di doppio concentrato proveniente dalla Repubblica popolare cinese e sbarcato nel porto di La Spezia. Il dramma è che i panni sporchi, di pomodoro, non si potevano nemmeno lavare, per così dire, in famiglia. Parte della produzione veniva infatti venduta a una società tedesca, sotto forma di “kit” per spaghetti, completo perfino di una busta di formaggio grattugiato e di una confezione di spaghetti. Per non parlare della clonazione e contraffazione vera e propria di marchi italiani, commercializzati poi sui mercati internazionali arrecando gravi danni all’immagine del prodotto originale. Contro questi vizietti commerciali, e secondo la Coldiretti, la normativa eurocomunitaria dovrebbe prevedere uno specifico protocollo sanitario per il controllo del pomodoro concentrato cinese all’ingresso nei porti comunitari. Come pure dovrebbe prevedere l’obbligo di indicare l’origine del pomodoro utilizzato negli stabilimenti e l’immediata attivazione di un dazio doganale aggiuntivo come misura antidumping, già peraltro prevista dalla normativa comunitaria. Ma a quanto può servire ridurre gli scali portuali in cui far sbarcare il pomodoro concentrato cinese, come chiede la Coldiretti in un proprio dossier? Può davvero il solo controllo delle importazioni risolvere il problema? In realtà sarebbe solo come elevare il muro della diga, senza fermare di fatto la crescita del livello della marea. Per quanto sia vero che le importazioni cinesi possono innescare fenomeni di concorrenza sleale, il vero problema è che la concorrenza sleale la operano proprio i produttori cinesi. Come per altri settori produttivi, in Cina si opera stando ben lontani dai criteri di sicurezza e salvaguardia di ambiente e lavoratori. La manodopera a costi stracciati, lo spregiudicatezza nei processi produttivi, il più totale disprezzo di concetti come “emissioni di CO2”, protezione della manodopera minorile, preservazione dei suoli e delle acque, rende i produttori cinesi estremamente aggressivi dal punto di vista del prezzo. Questo perché gli scrupoli si pagano, come pure le regole hanno un costo. Un costo che i produttori occidentali in buona parte sostengono e i Cinesi no. La soluzione del problema è quindi da ricercare più nel campo dell’equità globale che nelle regole di mercato. Ma nessuno può imporre politicamente a un Paese straniero il rispetto di regole che palesemente nemmeno riconosce come tali. Possibile invece riequilibrare i flussi agendo banalmente sulla convenienza economica delle esportazioni piratesche di prodotti a basso costo commerciale e ad alto costo ambientale e sociale. Opportuni dazi doganali sarebbero già un sistema efficace per levare molte velleità ai concorrenti orientali. Ma non basterebbero comunque, a meno di operare contemporaneamente sulla qualità certificata delle produzioni nostrane. Per giustificare un prezzo maggiore al consumo di una conserva italica si deve garantire anche la qualità in essa contenuta. Si deve poter rassicurare il consumatore fornendo ogni dettaglio circa l’origine di ciò che viene posto nei piatti. La qualità del prodotto, in sostanza, deve essere seguita dalla qualità delle etichette ad esso apposte. I sistemi di tracciabilità e rintracciabilità ci sono e funzionano. Basta la volontà di utilizzarli. Magari prima che i fusti cinesi siano ammassati nei piazzali delle aziende di trasformazione e imbottigliamento.

Il pomodoro in cifre

Il consumo di pomodoro in Italia è di circa 550 mila tonnellate. La parte del leone la giocano i pelati (dodici chili a famiglia), seguiti dalle passate (undici chili), dalle polpe o il pomodoro a pezzi (cinque chili) e infine dai concentrati e altri derivati (tre chili). Sono poco più di otto mila gli agricoltori impegnati in campo, i quali coltivano circa ottantacinque mila ettari. Quansi cento ottanta invece le industrie di trasformazione, le quali danno lavoro a quasi ventimila persone. Il valore economico prodotto è normalmente superiore ai due miliardi di euro. Le importazioni dalla Repubblica Popolare Cinese sono state nel 2009 ottantadue mila tonnellate di concentrato di pomodoro, pari più o meno al dieci per cento della produzione nazionale, mostrando nel primo trimestre del  2010 una crescita del centosettantaquattro per cento.

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