Sogno vegetariano

Sognare aiuta a vivere, recita un antico motto. Ma quando l’inseguire utopie genera falsi obiettivi è il momento di svegliarsi e tornare al mondo reale.

Mangiamo troppa carne. Troppe proteine animali. Si sa. Questo non solo non fa bene alla salute, ma consuma risorse, inquina, dissipa nutrimento lungo la catena di trasformazione del cibo. Secondo alcune stime, passando dal granturco o dall’erba medica al formaggio e alle bistecche, si perdono i sei settimi delle produzioni agricole coltivate per il sostegno degli animali da allevamento. Animali che quindi ci daranno sì cibi di altissimo valore nutrizionale, ma avranno anche assorbito nel frattempo risorse importanti. E tutto ciò mentre un miliardo di persone soffre la fame. L’immagine del bambino denutrito, messa la fianco di una vacca pasciuta, in effetti genera un contrasto forte, che stringe il cuore. Quindi, che fare? Per una certa parte del mondo eco-animalista, a nutrizione strettamente vegetariana, la soluzione è semplice. Se tutto il mondo occidentale divenisse vegetariano, non solo diminuirebbero l’effetto serra e l’inquinamento di acqua, suolo e aria, ma avanzerebbe pure così tanto cibo da poter risolvere in una botta sola i problemi di denutrizione che affliggono il mondo intero. Il conto in effetti apparirebbe corretto. Se ogni agricoltore occidentale producesse solo cibi vegetali di pronto uso, come cereali, legumi e ortofrutta, non solo ce ne sarebbe per i consumatori del Vecchio e del Nuovo Continente, ma ne avanzerebbe così tanto da poter nutrire qualche miliardo di altre persone che stanno in continenti dove di “vecchio” c’è solo la povertà, mentre di veramente “nuovo” c’è solo la moderna demagogia di chi li vorrebbe aiutare letteralmente imboccandoli. Accettando per un momento l’idea di convertire tutte le superfici agricole in produzioni di cibo vegetariano, cosa accadrebbe in pratica? Il semplice conto quantitativo si rivela essere in tal caso solo il classico conto della serva. C’è infatti di mezzo uno squilibrio geografico prima ancora che quantitativo. Il cibo in più prodotto sarebbe comunque ancora allocato nei soliti Paesi ricchi e prosperosi. Il contadino John del Wyoming, o Franz della Baviera, invece di allevare vacche il primo e maiali il secondo, si troverebbero con gli ettari zeppi di produzioni agricole che potrebbero essere vendute sul libero mercato solo in parte. Perché al libero mercato, convertitosi al vegetarianesimo, basterebbe molto meno di quanto John e Franz producono. I loro magazzini, quindi, diverrebbero pieni in fretta di derrate alimentari prive di valore economico, derrate per produrre le quali per giunta avrebbero entrambi speso ingenti somme di denaro in sementi, fertilizzanti, agrofarmaci, gasolio e macchinari. Peccato che il 98% delle persone sottonutrite non viva né in Baviera, né nel Wyoming. Circa un terzo degli affamati vive in Bangladesh, Cina, Etiopia, India, Indonesia, Pakistan e Congo. L’Africa resta il continente più affamato, con centinaia di milioni di persone sottonutrite e una mortalità infantile angosciante. Quindi, tutto quel ben di Dio prodotto da John e Franz, come fare per renderlo disponibile a chi ne ha bisogno? Se lo vengono a prendere loro? Glielo portiamo noi? Come si fa? Con che mezzi? Non si tratta di spedire una lettera, ma di muovere tonnellate di prodotti deperibili mettendo a punto una logistica “da paura” che qualcuno dovrebbe anche pagare. Sicuramente non gli affamati che, se avessero i soldi, li spenderebbero in alimenti. Inoltre, vadano come vadano le cose, si metterebbe solo una pezza al problema, perché agli affamati si sarebbe regalato il classico pesce invece di insegnar loro a pescare. Ed è in effetti questa la vera soluzione al problema, mettere in grado le Popolazioni sottosviluppate di autoalimentarsi abbinando a tale possibilità anche una corretta educazione demografica. Sfamando chi oggi è denutrito senza aiutarlo a vivere di attività proprie porterebbe infatti nel giro di poche generazioni a un incremento demografico sempre più spinto che, alla fine, nemmeno i più drammatici sacrifici culinari dell’Occidente potrebbero compensare. Questo perché crescerebbero le Popolazioni, ma non le loro capacità di produrre da soli, in casa propria, tutto il cibo di cui necessitano, l’unico vero obiettivo cui dovrebbero guardare i progetti mondiali di lotta alla povertà. Nessuno in definitiva vuole contestare a chi è vegetariano il diritto di esser tale, ma i vegetariani non pretendano di ergersi a paladini di chi soffre. Non si salvano vita umane semplicemente rinunciando a una bistecca e d’altra parte chi ama cibarsi di bistecche non è giusto che sia demonizzato quale indiretto affamatore di intere Nazioni

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