Il grande inganno della formazione

saldatoreLa disoccupazione giovanile supera ormai il 30%. A parte le considerazioni sulla profonda crisi economica degli ultimi anni, il dato solleva dubbi anche sull’utilità di rincorrere lauree, dottorati, master e altri corsi di formazione di prestigio. L’induzione allo studio ha davvero pagato, oppure è stato solo un gigantesco inganno collettivo?

Premessa: “Ogni assolutizzazione è sbagliata. Compresa questa“.
Una frase alla quale vedo difficile trovare un difetto.

Giovedì, 12 aprile 2012. Una delle tante trasmissioni televisive ove si dibatte sul tema della disoccupazione. Tra gli intervenuti c’è Giuseppe Bortolussi, direttore dell’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre. Com’è sua abitudine, snocciola dati e percentuali, cita casi reali. Per esempio, mentre la media nazionale di disoccupazione giovanile è ormai salita oltre il 30%, in Alto Adige appare solo del 10%. Analogamente, anche le aree lungo la riviera adriatica mostrano percentuali quasi dimezzate rispetto al resto della Nazione.
A queste prime statistiche ne aggiunge poi altre: quelle sulle scelte dei percorsi di studio. In entrambe le aree citate, ma soprattutto in Alto Adige, vi è il più alto tasso di preferenze verso le scuole di tipo professionale. Cioè, i ragazzini altoatesini già a 14-15 anni scelgono di formarsi in fretta, imparando qualcosa di pratico che sia poi utile per trovare lavoro. E guarda caso poi lavorano. Stesso trend, ma meno marcato, per le aree rivierasche adriatiche. L’imprenditoria, piccola o addirittura “micro”, che domina in queste aree assorbe  infatti le nuove generazioni in modo più generoso rispetto al resto del Paese.
Ciò non deve stupire, visto che in alcune Province le aziende con meno di 15 dipendenti superano l’80% del totale e occupano quasi i tre quarti dei lavoratori.
E nella mini e micro-impresa, com’è noto, di spazio per laureati con dottorato di ricerca e master all’estero ve n’è davvero poco.
Infine Bortolussi pone la questione sul perché vi siano costantemente dai 40 ai 50 mila posti di lavoro che gli imprenditori vorrebbero coprire, ma per i quali non si trovano persone disponibili a coprirli. Una stortura paradossale che non può essere lasciata vagare senza spiegazioni nel calderone delle statistiche “disoccupazionali”.

Da contro altare alla visione di Bortolussi si pone un tizio, giovane, già visto, ma di cui non ricordo onestamente il nome. Difende posizioni opposte, cercando di demolire la teoria, sempre più diffusa, secondo la quale laurearsi in certe facoltà sia inutile, perché poi non si trova lavoro. Vista in sintesi, il soggetto critica l’idea di scegliere un percorso di studi solo (?) per trovare lavoro, ribadendo con forza il diritto dei giovani di scegliersi la propria strada di crescita culturale. Usa termini come “reinvetarsi”, “diventare padroni del proprio futuro”. Insomma, se oggi ci sono frotte di laureati disoccupati non è colpa di scelte sbagliate di tipo scolastico, bensì (e come al solito) è colpa della società che non è strutturata adeguatamente per accogliere questi giovani, liberi e autodeterminanti sognatori.

In pratica, per usare un taglio netto, ai numeri di Bortolussi è stata contrapposta l’ennesima aria fritta dal vago sapore filosofico-intellettualoide. Vale a dire parlare bene, esprimere concetti che volano alti, ma che poi lasciano il tempo che trovano.
Se invece che in Italia, patria di poeti, navigatori e disoccupati, fossimo in qualche Paese mitteleuropeo, intriso di pragmatismo calvinista anziché di assoluzionismo cattolico, ognuno sarebbe consapevole che le conseguenze delle proprie scelte ricadono sempre su di lui. Ogni giovane sarebbe cioè spinto dalla società e dalla cultura dominante a intraprendere strade che implichino piedi ben saldi a terra, anziché teste fra le nuvole.
In questo Paese ideale, in sostanza, ci si ricorderebbe che per avere qualifiche professionali si devono seguire percorsi di formazione razionali e pragmatici, mentre per soddisfare ambizioni culturali ci sono le biblioteche pubbliche, aperte a tutti.
“Del popolo”, tanto per usare un termine caro a molti. Perché un errore molto diffuso nel Belpaese è quello di confondere la cultura con la laurea. E a chi non è d’accordo con questa visione, ricordo che Roberto Calderoli, uno dei leader più aggressivi e volgari della Lega Nord, è laureato col massimo dei voti, come pure era un brillante psichiatra Radovan Karadžić, il presidente serbo propugnatore della pulizia etnica nella ex-Jugoslavia. Due personaggi che personalmente posiziono ovunque nel mondo, tranne che al fianco della parola “cultura”.

Scelte miopi e vicoli ciechi

Tornando quindi al nostro Paese immaginario, la libertà di scelta circa il proprio cammino formativo sarebbe modulata da un maturo senso di responsabilità individuale. Responsabilità verso se stessi e verso gli altri. A partire dalla propria famiglia.
Se il mercato del lavoro assorbisse solo cento  laureati in lettere all’anno, agli occhi dei giovani di questa “Terra che non c’è” apparirebbe suicida la scelta iscriversi in massa a questa facoltà. A parte l’alta percentuale di individui che andrebbero alla deriva durante i primi anni di corso, la maggior parte dei sopravvissuti finirebbe giocoforza ad arricchire le schiere dei disoccupati. Oppure diventerebbe precaria nei call center a 800 €/mese, nonostante i molti 110 e lode. Con tutta la stizza e la depressione che ciò ovviamente comporta.

E questo ragionamento non vale solo per le facoltà umanistiche, bensì vale anche per tutte quelle facoltà in cui si iscrivono molti più studenti di quanti possano poi diventare lavoratori. Non sono infatti rari i casi di concorsi in cui centinaia di candidati si prendono letteralmente a pugni per contendersi pochi posti.
Come al solito, quindi, se vi fosse un filo di semplice e banale buon senso, si eviterebbe di sprecare molti anni della propria vita inseguendo una chimera per poi trovarsi col cerino in mano.
So bene che nell’italietta degli stucchevoli buonismi, delle belle parole e dei voli pindarici, ovviamente questo approccio suona come un’eresia. Invece, e con buona pace di chi la pensi diversamente, quello delle scelte errate nei percorsi formativi è proprio uno dei tasselli più importanti del complesso mosaico che chiamiamo “disoccupazione”.

Casi puntuali e casi umani

La dimostrazione di ciò, per fare un esempio concreto, arriva da un’altra trasmissione televisiva (“Piazza pulita”), nella quale è stata inconsapevolmente offerta una conferma proprio di questo deprimente scenario.
Era il solito “caso umano”, presentato col fine palese di sensibilizzare lo spettatore verso le problematiche della disoccupazione giovanile. Lei, donna ormai trentenne, cercava disperatamente lavoro come insegnante dopo essersi laureata in lettere. Figlia unica di padre pensionato e madre casalinga, era in ambascia perché gravava ancora sulle misere finanze familiari.
Da alcuni anni stava facendo concorsi, andava a colloqui, ma di posti di lavoro come insegnante non ne trovava. Lì per lì mi sono sentito mosso a un qualche sentimento di solidarietà verso la giovanotta, poi però è stata lei stessa a fare un autogol: un lavoro, in effetti, l’aveva anche trovato, ma era lontano da casa. Lei, che non aveva la macchina perché di famiglia poco abbiente, aveva dovuto quindi dire no e tornare a casa con le pive nel sacco.

Peccato che le automobili si possano acquistare anche con formule di noleggio oppure che non prevedono anticipi all’acquisto. Con 200-250 €/mese puoi cioè noleggiarti/comprarti un’automobilina e renderti indipendente. Poi ci devi mettere assicurazione, bollo e carburante, è vero. Ma almeno la metà del tuo stipendio a casa ci arriverebbe e non graveresti più sulla pensione del babbo.
Risvegliato alla cinica realtà da questa semplice considerazione, mi sono anche accorto che negli anni di attesa di un posticino all’istruzione, la ragazza a quanto pare non ha fatto proprio nulla. Non cita pizzerie, bar o negozi dove avrebbe cercato di lavorare come cameriera o come commessa nell’attesa del tanto sospirato posto da insegnante.
Nulla di nulla. Figlia unica di genitori anziani, evidentemente, era cresciuta nella bambagia e non si era nemmeno posta il problema di arrotondare le finanze familiari con un lavoro, magari umile e provvisorio, ma pur sempre un lavoro.
Senza saperlo, cioè, quella ragazza ha dato purtroppo ragione all’ingessata e algida Fornero, la quale sostiene qualunquisticamente che i giovani non vogliono trovare lavoro se ciò li allontana dalla mamma. Non tutti forse sono così (anzi, credo che la maggior parte non lo sia), ma almeno qualcuno direi proprio che rispecchia pienamente questo stereotipo, smentendo coloro che disegnano tutti i giovani come povere vittime di un sistema crudele che li respinge, quasi che il “sistema” si divertisse a farlo.

A questo punto mi chiedo: quanti casi umani come quello sono veri “casi umani”? O peggio: in quanti, fra gli arrabbiati che tirano sampietrini alla polizia nelle manifestazioni, dovrebbero essere arrabbiati più con se stessi che con il Paese? Dal mio punto di vista, se per forza vuoi iscriverti a facoltà che sono delle fucine di disoccupati, poi sei tenuto anche ad assumerti la responsabilità delle tue stesse scelte, anziché pretendere che dopo la laurea lo Stato, o la Società in senso lato, tengano in serbo per te un lavoro per come tu lo hai per anni vagheggiato.
Queste aspettative, per quanto umanamente comprensibili, hanno poco di razionale, lasciando al contrario evaporare un vago sentore di mammella materna a cui restare perennemente attaccati. La mammella cambia solo forma: prima è quella della famiglia, poi diventa quella della Società. Una società la quale, proprio come una madre amorevole, sarebbe tenuta sempre ad accoglierci per come noi siamo venuti al mondo. Solo che un figlio non chiede di esser concepito e quindi non ha alcuna responsabilità per le modalità della sua nascita. Una persona adulta che entra in società, invece, è parte integrante di questo “parto” professionale e non può quindi pensare di aver sempre diritto a tutto e dovere a niente.
Sono quindi persuaso che l’adagio che sostiene “chi prima non pensa, dopo sospira” sia quanto mai adeguato all’attuale situazione.
La distorsione del concetto di diritto, come pure la pretesa del tutto a tutti, e anche subito, continuano invece a infettare troppi cervelli, allargando sempre più la scollatura fra la pretesa di libertà nelle scelte individuali e la responsabilità di dover ammettere a posteriori di aver preso una cantonata.

La statistica del balcone

Ho quasi 50 anni. Vivo nella tranquilla Provincia di Cremona. Dopo quasi cinque anni di precariato nella ricerca universitaria ho lavorato  come dipendente per alcune aziende private, completamente diverse fra loro per dimensioni e assetto. Mi sono occupato di ricerca & sviluppo e di marketing per una multinazionale. Ho gestito il marketing e la comunicazione per una società di medie dimensioni. Ho infine curato gli aspetti commerciali e comunicativi di una minuscola ma pirotecnica azienda di web marketing. Sono nel frattempo divenuto giornalista, fatto che ha aperto la successiva (e spero ultima) fase della mia evoluzione professionale. Ho intrapreso infatti la strada del giornalismo, della libera professione consulenziale e dell’imprenditoria, dato che sono anche socio di una piccola e pugnace casa editrice la quale, in piena controcorrente alla crisi del settore, continua a crescere per lettori e investitori pubblicitari.

A differenza di molti altri, nel mio percorso umano e professionale ho avuto cioè modo di vedere il mondo da numerosi punti di osservazione, come pure di parlare con persone e interfacciarmi con una miriade di situazioni completamente diverse tra loro. Ho potuto cioè osservare dall’interno e dall’esterno molteplici realtà, annotando anche particolari apparentemente poco importanti, ma che messi tutti insieme possono dare alla fine un quadro d’insieme tendenzialmente centrato.
Partiamo quindi da cosa vedo quotidianamente dal punto d’osservazione del mio lavoro:

In ufficio: i corrieri che portano o prelevano pacchi sono sudamericani o africani. L’impresa di pulizie è gestita da due Egiziani. Pure Magrebini sono l’elettricista, l’imbianchino e il parquettista che ci hanno mandato preventivi per mettere a posto l’ufficio nuovo in cui ci trasferiremo a breve. Preventivo battuto ampiamente da quello di un altro artigiano: albanese.
Nella vita di tutti i giorni? Foro una gomma e vado dal gommista. L’officina è di un paio di Italiani, ma alle gomme lavora un Pakistano e in ufficio siede una ragazza slava. Mentre aspetto la riparazione arriva un furgoncino per consegnare delle merci. Ne scende un ragazzo, nero come il carbone. Scarica il suo pacco, fa firmare la bolla e riparte.
Quando poi vado a cena fuori, in diversi locali trovo cameriere slave o africane. Il miele che compro lo produce un Cinese. Ancora Rumene all’ospedale: su 20 infermiere del reparto di terapia intensiva neonatale di Cremona ve ne sono due che vengono dalla Romania. Cioè il 10% del totale. Per non parlare del trattorista con cui ho bisticciato per strada: albanese. Nelle stalle del Cremonese ci lavorano ormai solo Indiani, perché di “bergamini” locali non se ne trovano più.
Infine, l’azienda per cui lavora mio cognato: una fabbrichetta di carpenteria metallica leggera che per metà dà lavoro a operai Rumeni.

Non ho le cifre esatte, perché non sono Bortolussi, ma ricordo vagamente un totale di circa due milioni di extra comunitari che un lavoro in Italia l’hanno in qualche modo trovato.
Del resto, mentre negli ultimi anni si è creata una voragine di un milione di posti di lavoro persi dagli Italiani, circa 750 mila stranieri un lavoro l’hanno trovato.
Ovvio, sono lavori poco pagati e che a nessuno fa piacere accettare. Vi è cioè stata non solo una perdita di 250 mila posti, ma anche uno scivolamento verso il basso del livello medio occupazionale.
Però, nonostante le doverose tarature qualitative, la domanda sorge spontanea: ci hanno rubato il lavoro loro, oppure hanno semplicemente preso quei lavori che molti, troppi, Italiani non si vogliono più abbassare a fare?

Ovviamente, la situazione è diversa se si passa da una Provincia mediamente benestante come Cremona a un’area depressa come il Sulcis, dove l’intero tessuto locale è ormai completamente smagliato. Il Sulcis si è accartocciato su se stesso non appena miniere e fabbriche si sono incamminate a chiudere i battenti, dopo esser state inopinatamente tenute aperte in perdita per anni, anziché investire quei denari in infrastrutture e nuove opportunità di lavoro, magari in settori diversi da quelli dell’alluminio. In tal caso è stata soprattutto la lacuna di lungimiranza politica, a più livelli, ad avere condotto quell’area al disastro.

Ma torniamo alla realtà di tutti i giorni, quella dove la statistica conta meno del colpo d’occhio personale. Visto che nelle trasmissioni televisive si presentano casi singoli come paradigmatici, cioè con la finalità di far passare tutti per vittime, per par condicio vanno quindi citati altrettanti casi singoli che depongono a favore della tesi opposta, cioè che tutti i giovani sono dei “bamboccioni”.
Entrambe le tesi, ovviamente, sono false. Non sono né tutti vittime, né tutti bamboccioni. Dimenticarsi delle vittime sarebbe ingiusto. Dimenticarsi dei bamboccioni sarebbe però stupido. A partire dal famoso scandalo che generò il viceministro del Lavoro Michel Martone, quando disse che chi si laurea a più di 28 anni è uno sfigato. Altezzoso, presuntuoso e facilone, il Martone. Imprudente, soprattutto. Perché non ha realizzato che stava parlando a 60 milioni di Italiani incazzati e non a una platea di succubi studentelli. Ovvia quindi la reazione indignata.
Peccato però che l’unico errore commesso dal Martone sia stato quello di generalizzare. Io all’università ci sono stato e devo testimoniare che i compagni di studio lavoratori erano davvero una stretta minoranza. La maggioranza studiava a tempo pieno o, al massimo, faceva lavoretti saltuari. Molti, per giunta, permanevano a lungo in corridoi e salette, cazzeggiando e pensando a tutto tranne che a studiare. Avevano cioè eletto l’università a luogo misto di studio e di socializzazione. Il risultato è che ad Agraria a Milano una larga fetta di studenti si laureava non prima del terzo anno fuori corso. Io sono stato una sana via di mezzo: non mi sono ammazzato di studio, ma ho anche lavorato per 18 mesi in un’azienda agricola, dalle 8 alle 18, e gli unici giorni di riposo erano quelli in cui pioveva. Al primo anno, poi, praticavo ancora uno sport a livello semiprofessionistico e alla fine dell’università ho pure sovrapposto il servizio civile. Nonostante ciò, ho dato i miei 35-esami-35 e ho fatto una tesi sperimentale di oltre tre anni, tanto interessante quanto impegnativa, laureandomi a 27. Giusto in tempo quindi per non farmi dare dello sfigato da Martone. Avevo anche amici che però si sono laureati verso i 30: una di loro lavorava nell’azienda familiare, l’altro pensava solo a organizzarsi le vacanze in Belize, India e Messico. Quindi, “lavoratori-bamboccioni: uno a uno”. In conclusione, hanno parimenti torto sia il saccente e qualunquista Martone, sia i suoi detrattori, perennemente vocati all’assoluzionismo totalizzante dei giovani.

Proseguiamo ancora un po’ con gli esempi puntuali, giusto per fare il paio con la laureata in lettere presentata in Tv come emblema dello sbando occupazionale giovanile.
Un conoscente mi racconta di un ristorante di alto profilo a Milano. Lusso, mica pippe. Cerca da tempo camerieri italiani da assumere a tempo indeterminato. La paga è di 2.000 € netti più mance. Vuol dire che alla fine del mese ti puoi trovare in tasca anche 2.500 €, di cui 500 pure in nero. Peccato che appena vien detto ai candidati che c’è da lavorare il venerdì, il sabato e la domenica sera, questi si alzano, ringraziano e se ne vanno.
Stesso discorso me lo fa un piccolo imprenditore: cerca operai, perché lui invece di calare sta crescendo. Cerca persone che siano disponibili anche a restare al lavoro due ore di più, o ad andare il sabato mattina, quando c’è un lavoro urgente da consegnare. Pagati, ovviamente. Giovanotti italiani ne son passati diversi, ma alla fine a lavorare da lui ci stanno per lo più Rumeni. Forse la differenza è che il giovanotto italiano ha a casa una mamma che gli prepara la cena e gli fa trovare i vestiti stirati e il letto fatto? E magari una laurea appesa al muro a prendere polvere? Forse no. Ma forse anche si.
Il Rumeno – altrettanto forse e altrettanto magari – invece ha a Bucarest una moglie e due figli in età scolare che dipendono da lui. Ecco perché il Rumeno guarda all’idea di fare straordinari non come a una modalità di sfruttamento nei suoi confronti da parte del bieco “padrone”, bensì come a un’opportunità per lui di guadagno ulteriore, di crescita nella scala del benessere e delle opportunità. Il Rumeno, in sostanza, ha fame di lavoro e di benessere. L’Italiano, forse, è stato troppo a lungo saziato da cure parentali e da garanzie eccessive, come pure da illusioni tanto ambiziose quanto fallaci di successo professionale. Il tutto, condito anche da percorsi di studio che evidentemente piacevano solo a lui o ai suoi genitori.

Tutti eccellenti, nessuno eccellente

Sulla formazione professionale, intesa come unica via per trovare lavoro, a mio avviso si è commesso lo stesso errore progettuale che grava su una buona parte dell’agricoltura nazionale.
Anni fa ebbi modo di parlare con l’allora assessore all’agricoltura della Regione Emilia-Romagna Errani. Mi sentii dire che il futuro dell’agricoltura italiana era nel prodotto tipico, nel bio e nell’agriturismo. Peccato che 60 milioni di Italiani non possano nutrirsi a culatello di Zibello, formaggio di Pienza o lardo di Colonnata. Né possono bere solo Brunello di Montalcino. Del resto, neppure il milione abbondante di agricoltori, attualmente registrati come tali, possono pensare di produrre solo prodotti Igp (Indicazione geografica protetta) e Docg (Denominazione di origine controllata e garantita). Anche perché se ogni prodotto diventa Igp, è come se nessun prodotto fosse più Igp. L’Igp permette infatti di spiccare nel mercato solo perché rappresenta una minoranza qualificata rispetto al resto dell’offerta. Se l’Igp lo si fa diventare regola, il giochino s’inceppa. Diventa quindi solo una rincorsa al tutti contro tutti. Una rincorsa che manca di una logica d’ampio respiro, perché una miriade di minuscole Igp non hanno singolarmente la massa critica per farsi notare da alcuno, come pure mancano del potere contrattuale per spuntare buoni prezzi ai supermercati e men che meno ai mercati globalizzati.
E ancora, si può pensare di rendere Igp il comunissimo mais prodotto a Cremona per sfamare le vacche da latte o i maiali con cui vengono fatti i prosciutti di Parma e il Parmigiano Reggiano? Direi di no. Come pure non è pensabile che tutta l’agricoltura italiana possa diventare Bio, né che ogni azienda agricola possa convertirsi ad agriturismo.
Al fianco dell’agricoltura d’eccellenza e della valorizzazione del territorio, quindi, ci vuole anche una grande capacità produttiva per riempire banalmente le panze a tutti, con prodotti sani e sicuri, ma comuni e di buon prezzo. Questo perché il 90% della gente non si può permettere il Gourmet, ma deve comunque mangiare tutti i giorni.

E’ un vero peccato, quindi, che di tutto ciò perfino esponenti politici di alto rango sembrino essere del tutto ignari. In buona o cattiva fede non sta a me stabilirlo.

Con la formazione si è purtroppo seguito lo stesso percorso: se non studi, se non ti qualifichi, non sei nessuno. Il diploma superiore si è cioè tramutato in una sorta di “Igp” del lavoratore. Una escalation dissennata al titolo sempre più alto, sempre più esclusivo.
Ai tempi dei miei genitori era un successo avere un diploma di scuola superiore. Già ai miei di tempi l’asticella si era alzata all’università. Negli ultimi 20 anni non bastava più neanche la laurea, obbligando i giovani a proseguire imperterriti nel percorso di studi, con i dottorati, i post-dottorati, i master, le borse di studio, gli stage all’estero.
Quasi fossero dei giocatori d’azzardo in una serata storta, hanno continuato a giocare nella speranza di rifarsi, puntando sempre più forte, con l’unico risultato di rovinarsi sempre più.
Praticamente, dallo studio potrebbero quasi quasi passare direttamente alla pensione.
Sempre più in alto, quindi, tutti accalcati nella ricerca di quella qualifica in più che permetta loro di fregare “gli altri”. Peccato che di posti da dirigente o da professore universitario ve ne siano ben pochi, mentre da impiegato o da operaio ve ne siano cento e mille volte di più. Per giunta, l’eccesso di offerta di cervelli super-istruiti ha generato una spirale al ribasso dei loro stipendi. E così, se 30 anni fa un laureato guadagnava il doppio di un diplomato, oggi la forbice salariale è divenuta così esigua da chiedersi se sia valsa la pena investire così tanto della propria vita per entrare nel mondo del lavoro 6-7 anni più tardi, ottenendo in cambio pure uno stipendio che magari è inferiore a quello del collega diplomato, il quale non avrà forse la laurea, ma è entrato in azienda molto prima di te. Quando poi l’età sarà da pensione, quel ritardo iniziale graverà come un macigno su di loro, troppo vecchi per continuare a lavorare, ma senza l’anzianità e i contributi minimi per potersi ritirare. Le maledizioni contro l’intero pantheon divino dell’Olimpo, quindi, so già che si sprecheranno.

E così oggi abbiamo una miriade di giovani che, dobbiamo ammetterlo, sono stati presi per i fondelli: fatti studiare come se dovessero imporsi in un mercato fatto da giganti industriali, finendo col dovere fare i conti con il nanismo imprenditoriale italiano, fatto di una miriade di artigiani che spesso parlano in dialetto e non sanno nemmeno come si scriva la parola “marketing”.
I giovani italiani sono stati indotti a raffinare sempre più il proprio bagaglio professionale e culturale mentre il mercato del lavoro continuava a cercare per lo più saldatori, segretarie, carpentieri o mungitori. Risultato: disoccupazione alle stelle (ma non per gli immigrati, più di bocca buona) e frustrazione a tonnellate per chi un lavoro magari lo ha anche trovato, ma che è ampiamente inferiore alle aspettative iniziali.

Quanti genitori, con la terza media o un semplice diplomino di scuola superiore, hanno infatti spinto i propri figli ad andare avanti a oltranza con lo studio, più per appagare una loro ambizione di rivalsa personale piuttosto che perché utile a quei ragazzi? Quanti insopportabili soloni, tra politici, docenti, sociologi, psicologi ed economisti, hanno contribuito a illudere i giovani che solo con lo studio, con la “super qualifica”, si poteva trovare lavoro? Formazione mica vuol dir solo master in design o dottorato al Mit di Boston. Può anche voler dire corsi avanzati da chef o da operatori turistici.
Ora molti di questi questi ragazzi in cerca di primo impiego sono abbondantemente sopra i 30 anni. A cosa sarà quindi servito illuderli che solo con lo studio di alto profilo potevano affermarsi nella vita, quando invece sarebbe stato meglio far capire loro che un sano lavoro di medio livello è pur sempre meglio di nessun lavoro?

Forse, l’unica occupazione realmente generata dalla rincorsa alla formazione è stata proprio quella dei formatori. Perché, come ricorda il noto adagio, molto spesso chi sa fa… e chi non sa insegna.

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