La natura non dà pasti gratis, l’Inps nemmeno

Icona MercatoEvasione fiscale e lavoro nero, sperequazioni nelle tassazioni, privilegi per banche e altri soggetti a basso livello di simpatia popolare. Ma anche una spesa pubblica dissennata, fatta di malaffare politico-mafioso e di appalti gonfiati. Non mancano nemmeno all’appello un apparato elefantiaco di Enti e dipendenti statali, una fastidiosa zavorra che si chiama assenteismo e un numero di pensionati che fa impallidire il resto d’Europa, per una spesa che sfiora i 260 miliardi di euro. Ecco i molti perché di un Paese sull’orlo del baratro

Le fotografie, per quanto siano fatte da professionisti, danno solo immagini statiche. Non spiegano cioè come si sia giunti a quello scatto, né cosa succederà dopo averlo effettuato.
Per capire la realtà è quindi preferibile girare un film, mettendo in sequenza i diversi personaggi, analizzandoli poi in chiave temporale.
Oggi l’Italia è con un piede nella fossa, diciamocelo. Non è come qualche anno fa, quando i panni ultra-lerci dei nostri conti pubblici potevamo fingere di lavarceli in casa.
Oggi siamo parte di un’Europa dove comandano Paesi ben più seri e rigorosi del nostro. Dove il lavoro è visto come un dovere di cui sentirsi onorati, l’ordine pubblico un bene prezioso, il rispetto delle regole come la base del benessere generale.
Oggi questi Paesi ci guardano un po’ schifati, come gli Inglesi guardavano i soldati italiani nelle scene finali del film “Mediterraneo” con Diego Abbatantuono. Ci guardano e ci chiedono con severità di piantarla di fare gli Italiani terroni e di diventare in fretta degli Europei come loro, presentabili a una cena tra potenti del Mondo come protagonisti, anziché come i soliti Fantozzi e Filini.
Ma la reazione del popolino resta quella del lamento contro l’ennesimo Governo vampiro. Quella delle lobbies e dei sindacati è l’usuale levata di scudi a difesa dei propri privilegi e quella dei politici resta l’usuale faccia che da oltre 50 anni ricorda le vertebre coccigee dei Macachi.

Veti incrociati e interessi contrapposti bloccano di fatto ogni concreto e profondo cambiamento strutturale e operativo di cui il Paese avrebbe invece disperatamente bisogno.
E’ stato perfino coniato il termine “benaltrismo” per descrivere il vizio dilagante in Italia secondo il quale, ogni volta che ci si accinge a limare un privilegio di qualcuno, il destinatario della riforma se ne esce dicendo che “sono ben altri i problemi” sui quali manovrare. Tradotto: la barca va raddrizzata, ma sempre a spese degli altri.
Intanto la pressione fiscale è ormai giunta al 45% del Pil e ad un imprenditore i propri dipendenti costano il doppio di quello che dà loro in busta paga.

Perché prendere ai poveri e non ai ricchi?

Il tormentone che grava su Monti è che continua a colpire la povera gente. Operai e pensionati. In effetti, vi sono realtà economiche che quasi tutti vedremmo bene cadere nel mirino del governo: banche, squali e parassiti della finanza speculativa, assicurazioni e grandi ricconi col macchinone e la villazza nei posti esclusivi. Come pure tutti vorremmo tagli pesanti alla famosa casta politica, da troppo tempo testimone più dell’efficienza delle proprie mascelle da Piraña che di quella di amministratore delle cosa pubblica.
Però, l’analisi dei conti resta impietosa. Le voci di spesa più significative, in Italia, sono la spesa pubblica, gli interessi sul debito e le pensioni. Ecco perché, piaccia o meno, Monti è partito da lì.
Sulla prima voce incidono gli esborsi forsennati per opere pubbliche, spesso di dubbia utilità, pagate 5-6 volte quello che si pagherebbe in Germania o in Francia.
Ovvio: una tangente su 5 milioni di euro è cinque volte superiore alla tangente su un solo milione di euro. Finché il controllore sarà interessato a gonfiare i costi tanto quanto il controllato, quindi, come potremo pretendere che il controllato non li gonfi?
Sulla condanna dei rapporti Stato-Mafia siam tutti d’accordo. Poi però ci sono da fare discorsi che piacciono meno: quanto costa ai nostri bilanci il numero spropositato di pensionati e di dipendenti pubblici e relativi stipendi/pensioni? Lasciando al discorso pensioni un paragrafo a sé, perché merita, in Italia abbiamo un numero di dipendenti pubblici che sfiora i 3,5 milioni. In pratica, quasi il 6% degli italiani percepisce uno stipendio pubblico. Dovremmo quindi avere servizi di altissimo livello, invece abbiamo per lo più inefficienza, indolenza e tanti, ma tanti stipendi inutili da pagare. Troppa gente che cioè assorbe punti di Pil, senza produrne alcuno.

Quando poi si scopre che la Regione Sicilia dà lavoro a 18 mila e passa persone, cioè più di tutto il Nord Italia messo insieme, i conti son presto fatti. Se bastano 3.500 persone alla Lombardia, perché in Sicilia devono esservene 15 mila di più? Anche ipotizzando un costo medio procapite, al lordo, di 40 mila euro/anno (ci sono anche tanti dirigenti ben pagati), si arriva a una cifra di 600 milioni di euro. Se anche dimezzassimo il numero dei parlamentari e ai sopravvissuti dimezzassimo gli stipendi, otterremmo un risparmio pari a meno di un quarto di questa cifra.

L’annoso tema delle pensioni

Infine le pensioni: argomento scottante insieme a quello del lavoro, pubblico e non, a cui sono strettamente correlate.
Sulle stime fatte nel 2010, sull’Italia grava una spesa pensionistica di quasi 260 miliardi di euro. Una cifra che sfiora il 17% del nostro Pil. Più del doppio del totale dell’evasione fiscale stimata in Italia. In pratica, per pagare le pensioni se ne va ogni anno l’equivalente di 5-6 manovre “alla Monti”, tanto per intenderci.
Le pensioni di vecchiaia rappresentano il 71% del totale. Ai cosiddetti “superstiti” viene devoluto circa il 15%. Gli invalidi, veri o solo presunti che siano, ne assorbono il 4,5%. Infine le pensioni assistenziali, le quali gravano per poco meno dell’8%. Le varie indennità, tanto vituperate perché spesso molto ricche, rappresentano solo l’1,7% del mare magnum del denaro che va a finire nelle tasche dei circa 17 milioni di pensionati a vario titolo. Tradotto in percentuale sul totale della popolazione, significa che il 28% degli Italiani riceve denaro dallo Stato senza produrre (né aver prodotto in passato, come si vedrà in seguito) il relativo Pil necessario al proprio mantenimento. Insieme ai dipendenti pubblici, che come detto sono quasi 3,5 milioni, si superano quindi i 20 milioni complessivi di assegni statali. In sintesi, un terzo della popolazione italiana riceve soldi dallo Stato.
Se a questi aggiungiamo anche i bambini, i disoccupati e le donne casalinghe, da cui ovviamente non ci si può aspettare che producano ricchezza, pare proprio che a tirare il carretto del Pil ci sia meno della metà degli Italiani. Non deve stupire quindi la voragine economica che si è nel tempo aperta sotto le casse del Paese.

La colpa morì fanciulla, perché nessuno la volle…

Il boom di assunzioni nel comparto pubblico, cioè il boom del vizio di scambiare voti col denaro dello Stato, avvenne durante gli Anni 80. Gli allora governi Craxian-Democristiani crearono perfino leggi che permettevano ai dipendenti pubblici di andare in pensione con soli 15 anni di anzianità. Le famose pensioni Baby. In tal modo, si liberavano nuovi posti di lavoro (utili spesso per altrettanti votatori di scambio). Si faceva contenti tutti: il baby pensionato perché la sua vita diventava presto una vacanza, come pure gioiva il giovane che trovava subito un posto di lavoro. E il disastro venne così varato tra gli applausi di tutti.

E così, oggi i “baby pensionati” sono stimati in circa mezzo milione e costano allo Stato circa 9 miliardi e mezzo di euro all’anno.
Nel 1991 conobbi in palestra una donna di 36 anni, carina e atletica, che mi disse di essere già in pensione. Aveva lavorato per 15 anni al Comune di Milano e aveva approfittato della finestra d’uscita offertale. D’altronde, aveva un marito che guadagnava bene e un figlio di 12 anni da curare. Quindi, anche se i soldi erano un po’ meno di quelli di un part-time, lei scelse di starsene a casa.
Ora quella donna dovrebbe avere 57 anni. In base alle statistiche sulle aspettative di vita, dovremo mantenerla ancora  per altri 25. Quanto ci è costata una persona così? A spanne, avrà versato contributi sufficienti a coprirle meno di cinque anni di pensione. Cioè, a 40 anni (circa-circa) i suoi contributi dati allo Stato erano già belli e finiti. Dai 40 agli 80, per ben 40 anni, la signora ce la dobbiamo mantenere noi. Cioè quelli che si son sentiti dire che i calcoli sulla loro di pensione saranno fatti secondo la logica contributiva e non più su quella retributiva, come pure che per noi la pensione arriverà a ridosso dei 70 anni.
Già: una volta il calcolo della pensione era fatto sugli ultimi anni di stipendio. Ora invece su quanto si è davvero versato allo Stato. Prima, un operaio che aveva iniziato a lavorare a 15 anni poteva andare in pensione a 50, con una busta che conteneva (sempre a spanne) il 70-75% (o più) del proprio stipendio finale. Bastavano cioè 35 anni di contributi e si andava in pensione con poco meno di quanto ci dava il datore di lavoro nell’ultimo scorcio della nostra vita professionale.

Facendo un conto casalingo, mia madre iniziò a lavorare nel 1956 prendendo 26 mila lire al mese. I suoi contributi erano cioè di poche migliaia di lire all’anno.  Anche rivalutando quel capitale accantonato a un tasso del 10% annuo, quando mia madre se ne andò in pensione nei primi Anni 90 si riprese con il primo assegno mensile l’intero importo di tutti i versamenti effettuati nel lontano 1956.

Poteva durare? No, non poteva. Basta guardare una busta paga per rendersi conto che per ogni mese di pensione un lavoratore deve lavorare dai quattro ai cinque mesi per dare allo Stato quella stessa cifra attraverso le trattenute previdenziali.

Quindi, tornando al lavoratore che ha iniziato a lavorare a 15 anni ed è andato in pensione a 50, dopo 35 anni di versamenti, interessi inclusi, il capitale accumulato dovrebbe bastare più o meno per 7-8 anni. Ritirandosi a 50 anni, cioè, dai 57-58 in poi la sua pensione gli è stata pagata dai lavoratori ancora attivi. Quelli come me, tanto per intenderci. Quelli che ora stanno letteralmente mantenendo soggetti i quali, ancora perfettamente in grado di autosostentarsi economicamente per almeno altri 10-12 anni, si sono invece messi anzitempo a riposo andando a gravare sulle generazioni successive.
I lavori usuranti, quelli veri, fanno ovviamente storia a sé e vanno considerati con un particolare occhio di riguardo.
Queste considerazioni sono rivolte ovviamente a quei posti di lavoro impiegatizi tipo “ragionier Fantozzi”, oppure a operai che non facevano altro che assemblare pezzi di televisori o similari, su un bancone di lavoro che tutto sommato richiedeva una fatica dal medio al blando.

Anagrafe infausta

Quasi la metà dei pensionati ha tra 65 e i 79 anni. Uno su cinque ne ha più di 80. Infine, il 30% circa delle pensioni va a chi ha meno di 65 anni. Questo vuol dire che almeno i 2/3 dei pensionati stanno percependo pensioni da molti più anni di quanti potesse permettersi di pagare il traballante bilancio “entrate/uscite” dell’Inps.
Ecco perché chi non vuol proprio capire i motivi del presunto “accanimento” sulle pensioni dimostra solo di esser fuori dal mondo.
Gli ultra 70enni di oggi, che si lamentano perché le loro pensioni sono basse, fanno quindi finta di non sapere che è già tanta manna che le ricevano ancora, quelle pensioni. Per colpa di chi ha permesso quei ritiri anticipati, i loro stessi figli e nipoti saranno condannati ad andare in pensione a 68-70 anni, per giunta con pensioni ben più misere di quelle dei propri genitori e nonni. Loro si che avranno di che lamentarsi, non i pensionati attuali. Per fare andare loro in pensione a 50, con circa tre quarti del loro stipendio, noi ci dovremo andare a 70, con meno della metà del nostro di stipendio.
Il figlio dodicenne della Baby-pensionata body-builder oggi di anni ne avrà circa 32-33. Magari è un precario in cerca di lavoro e grazie anche a sua madre andrà in pensione fra 40 anni, ricevendo per giunta quattro castagne secche con le quali non riuscirà nemmeno a comprarsi il caffelatte. Quella donna, rimasta precocemente a casa per curare proprio lui, alla fine non si può certo dire che gli abbia fatto un bel regalo.

I responsabili dello sfacelo

I governi Craxian-Democristiani prima citati sono sicuramente i primi ad avere la colpa di questo suicidio economico collettivo. Hanno pasciuto i loro bacini elettorali scaricando il costo su un paio di generazioni dopo. Quelle che tanto  avrebbero votato persone che all’epoca dello scialo portavano ancora i pantaloncini corti.
Ma colpevoli sono anche partiti come l’allora Pci, in teoria all’opposizione. Avrebbe dovuto, almeno lui, tuonare contro la follia di mandare in pensione i dipendenti pubblici con soli 15 anni di anzianità e quelli privati con 35. I conti li potevano fare anche loro. E per me li han fatti. Ma come per i partiti al Governo, avranno ben pensato anche loro che opporsi a una così ghiotta regalia non poteva far altro che demolire il consenso elettorale verso il partito. Me li vedo già gli Italiani: da un lato un Governo che li mette a riposo da ragazzini, dall’altro un’opposizione che cerca di impedirlo. Alle elezioni il Pci avrebbe preso forse il 10% dei voti della tornata precedente. Quindi tutti zitti e buci, come si dice in Toscana.
E i sindacati? Zitti e buci anche loro. Ci mancherebbe altro che i sindacati ponessero veti o sollevassero questioni quando si tratta di mangiare pane a ufo… Del resto, Susanna Camusso, Cgil,  ha anche recentemente sostenuto una tesi che include il dovere dello Stato di rilevare le aziende italiane in perdita per non far perdere posti di lavoro. Un po’ come se un generale a cui è rimasto in panne il carro armato pensasse di riportarlo in officina caricandolo sul dorso del mulo. Difficile quindi pensare che da teste del genere possa venire qualche proposta costruttiva e fattibile.
L’andazzo è prseguito fino a che, ovviamente, qualcuno non ha alzato il dito e non si è ripromesso di correggere questa stortura tutta italiana. Circa 18 anni fa, infatti, per primo ci provò Lamberto Dini a modificare l’età pensionabile, proponendo un incremento progressivo che ci allineasse nel medio-lungo periodo agli altri Paesi europei. Quelli cioè dove si lavora, come in Germania, fino a 67-68 anni.
Apriti cielo. Tutta la voce che i sindacati e le sinistre avevano risparmiato per oltre 20 anni di Pentapartito, la tirarono fuori in quell’occasione. Perché ogni volta che c’è un privilegio, o una stortura palesemente suicida da correggere, per Cgil (in primis) e per gli altri sindacati in genere è come suonare la tromba della carica nelle orecchie di un cavallo da guerra.
Barricate, scioperi, manifestazioni, veti, opposizioni in Parlamento. Tutto quello che potevano fare per impedire che Dini raddrizzasse la baracca pensionistica italiana fu fatto. Già allora vigeva infatti il “benaltrismo“, semplicemente non era ancora stata coniata la parola. L’importante era quindi difendere ciecamente i privilegi acquisiti. Ai costi di quella follia ci avrebbe dovuto pensare qualcun altro, come al solito.
Stessa solfa con tutti i governi che ci provarono negli anni successivi. Fino a oggi. Ora però la barca a galla non ci sta più. Che piaccia o non piaccia, ci si deve allineare a quelle “barche” europee che sono state evidentemente gestite da “capitani” ben più seri, preparati e lungimiranti dei nostri. Perché i “nostri”, di “capitani”, si sono dimostrati paragonabili per serietà e capacità più al Capitan Schettino che ai politici d’Oltralpe.
Se alle pensioni avessimo messo mano con Dini, oggi le cose sarebbero molto meno drammatiche. Non ci sarebbero per esempio gli Esodati, come pure potremmo tutti andare in pensione 4-5 anni prima di quello che adesso è divenuto il traguardo da raggiungere. E magari anche con una cifra un po’ più decente.
Come al solito, rimandare la cura può solo aggravarla e renderla più massiccia e devastante quando ci si decida finalmente a curarsi.

Come andrà a finire…?

A patto di darci tutti una regolata, Governo, opposizioni, sindacati e popolo, per andare in pari ci vorranno anni. Molti anni. Bisognerà infatti aspettare che passino al Mondo dei Più quella dozzina di milioni di pensionati che ancora oggi godono del precedente sistema previdenziale retributivo. E solo per questo ci vorranno almeno altri 15-20 anni.
Nel frattempo, i loro figli e i loro nipoti si sono visti appioppare un’età pensionabile molto vicina a quella cimiteriale. Sarà poi bene, per giunta, che inizino a risparmiare ogni centesimo dei loro stipendi, perché a loro la busta dell’Inps non basterà per arrivare al 15 del mese e non al 27, come lamentano molti anziani di oggi.
Certo, il vecchiolino che rufola nei cassonetti in cerca di un avanzo di verdura, fa pena. Umanamente fa pena. Economicamente, fatte le debite distinzioni fra i poveracci senza colpa e quelli che invece una colpa ce l’hanno, la pena me la fanno molto di più quelli che oggi sono dei 30enni o dei 40enni, perché fra 30-40 anni saranno ridotti molto peggio dei vecchi attuali.
Ecco perché più che scusarci noi con gli anziani di oggi, per le ristrettezze in cui versano, dovrebbero scusarsi loro per quelle molto peggiori in cui faranno versare noi.
Se poi magari i ricchi evasori pagassero le tasse, se i politici la smettessero di sbranare soldi pubblici con sfarzi da corte faraoinica, se la mafia fosse impedita nell’abboffarsi di appalti dai costi gonfiati, se i fannulloni e gli imboscati iniziassero a guadagnarsi lo stipendio, se i truffatori di pensioni d’invalidità fasulle venissero stroncati, dicevo.. magari si riuscirebbe a diventare un Paese civile anche noi.
E coi conti in pari.

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