Lettera aperta a Oscar Giannino

oscar-gianninoCrisi, debito, inciuci, corruzione politica e morale, sperequazioni sociali, malaffare e clientelarismi. Poi arriva “Fare – Fermare il declino”, un Movimento ancora acerbo che in questa fase ha forse bisogno più di altri di plasmarsi su paradigmi differenti rispetto a quelli attualmente circolanti in Italia. Di seguito, un modesto contributo da chi ancora spera che razionalità, obiettività, etica e onestà intellettuale siano gli unici veri strumenti per cambiare il mondo. Perché solo una visione olistica dei problemi può assicurare risultati concreti nel processo di recupero del Belpaese

Caro Oscar,
mi sono appena iscritto, contribuendo anche economicamente, a “Fare – Fermare il declino“.
Ho preso questa decisione dopo aver trovato nel libro di Luigi Zingales, “Manifesto capitalista”, solide conferme alle Tue posizioni da tempo espresse in materia di economia e non solo. Ho letto il libro di Luigi come fosse stato scritto da un amico, forse perché ho 49 anni, uno solo più di lui, e la comunanza di pensiero e di alcune esperienze si è rivelata pressoché totale.
Così, la molla è scattata e per la prima volta in vita mia mi sono avvicinato a un movimento politico.
Oltre al quasi mezzo secolo di vita, ho anche una laurea in agraria e un dottorato in ecotossicologia. Ho vissuto diversi stadi della carriera professionale, passando da precario sottopagato all’università a manager di multinazionale, senza trascurare esperienze in piccole e vispe aziende italiane. Oggi sono un libero professionista, giornalista, socio di una pugnace casa editrice e consulente privato in tema di comunicazione per diverse aziende del settore agrochimico. L’identificazione nei pilastri fondanti del Movimento è pertanto profonda.
Come primo passo di avvicinamento, lunedì 7 gennaio ho partecipato alla cena di presentazione del Movimento tenutasi a Basiglio.
Ho osservato, ascoltato e, soprattutto, ho pensato.
Premetto che concordo con il 95 per cento di quanto esposto quella sera e che apprezzo l’ardore e la competenza con cui i fondatori si stanno muovendo nel tentativo di apportare un modo finalmente diverso di gestire la Nazione. Ho ravvisato però alcune criticità che a mio parere sarebbero da risolvere, come pure dei margini di miglioramento nel modo di porsi agli Italiani per rendere più incisiva l’azione e ampio il consenso.
Mi scuso fin d’ora per la lunghezza della lettera, divisa almeno per punti tematici. Ma penso che sia meglio dire una volta sola, e in modo chiaro, ciò che si pensa piuttosto che adottare lo stile comunicativo sincopato alla Twitter che purtroppo oggi impera.

Paragrafi tematici:

  1. Più parole adatte ai giovani
  2. Fare: un Movimento non per pochi, ma per tutti
  3. Attenzione e selezione
  4. Stato ladro e politici cialtroni
  5. Obiettività fiscale: desiderio dei più
  6. Obiettività sugli imprenditori: l’evasione fiscale è male
  7. Obiettività sulla percezione di “Stato”
  8. Non solo economia
  9. Conclusioni

1) Più parole adatte ai giovani

La prima osservazione è che fra i partecipanti alla serata di Basiglio vi era una presenza di giovani tendente asintoticamente a zero. Il più giovane, candidato alla Camera, aveva 34 anni e oltre a lui ne ho potuto contare solo un altro. A meno di sviste, ovviamente. Su questo primo punto ci si deve già interrogare. Forse è il caso di usare un linguaggio e un approccio che possa essere capito anche dai giovani. Perché non basta dire che il Movimento pensa a loro: questo lo fanno tutti. Bisogna invece spiegare ai giovani, con parole diverse e una comunicazione diversa, perché il Movimento potrà fare del bene anche per loro. In altre parole, parlare dei giovani è cosa ben diversa che parlare ai giovani.
Durante la serata ho infatti realizzato che un uomo come me, 50enne, laureato, giornalista, uomo di marketing e per nulla digiuno in materia economica e politica, doveva stare concentrato su cosa diceva Giannino. Perché se mi fossi distratto un attimo nel momento sbagliato, con tutti quei numeri e termini tecnici, sarebbe stato facile perdere il filo e con esso parte del senso del discorso. Mi chiedo quindi in quanti centesimi di secondo ci si perderebbe una platea di giovani: inesperti, emotivi, animati e animabili più con ideali che con tendenze economiche, cunei fiscali e spread.
E i giovani non solo votano, bensì rappresentano il futuro stesso del movimento.

2) Fare: un Movimento non per pochi, ma per tutti

Seconda impressione. All’inizio della serata un paio di candidate hanno preso la parola per presentarsi, ma a parte i condivisibili intenti espressi ho anche percepito nelle loro parole quasi una richiesta di scuse e di comprensione per il fatto di non essere imprenditrici, bensì lavoratrici dipendenti. Note lievi nella voce, piccole esitazioni nel fare la puntualizzazione. Una manifestazione sottile di condizionamento psicologico, dovuto forse alla consapevolezza di rivolgersi a una platea fondamentalmente composta da imprenditori. E fra questi ultimi e i dipendenti vi è da sempre un rapporto conflittuale che sarebbe bene venisse dipanato. Questo a patto di volere che il Movimento sia una realtà in cui tutti, anche i lavoratori non autonomi, si possano riconoscere.
Mi sono quindi posto la seguente domanda: non sarà forse che l’imprinting comunicativo che il Movimento si è dato sia troppo sbilanciato verso la piccola e media imprenditoria, facendo sentire a disagio, o addirittura estraneo, chi a questa categoria non appartiene?
Non sono certo della risposta, eppure questo è ciò che ho percepito. E una percezione a volte può valere più di una certezza quando si sia fatta strada in milioni di persone.

3) Attenzione e selezione

Durante la cena ho avuto l’opportunità di conversare soprattutto con un paio di commensali.
Ex imprenditori, attualmente cercatori d’oro in Ghana, hanno criticato per tutta la sera il sistema Italia, Paese nel quale – pensa un po’ te–  non si possono aprire cave lungo il parco del Ticino. Cosa che invece è possibile fare in Ghana, come dimostrato dal filmato orgogliosamente mostrato sul cellulare. Un filmato dove si poteva “ammirare” una miniera a cielo aperto di estrazione e setacciatura dei materiali auriferi. Uno spettacolo agghiacciante, sia dal punto di vista umano, sia in ottica ambientale, ma del quale i due soggetti andavano particolarmente orgogliosi. Perché lì si che si può lavorare, mica qui in Italia dove ci sono perfino – ripensa un po’ te – delle regole a tutela delle persone e dell’ambiente.
La coppia di Flic e Floc che malauguratamente mi sono trovato davanti mi ha fatto interrogare quindi sulla tipologia di personaggi che si sta avvicinando al Movimento. E anche in questo caso non è che le prime conclusioni siano state entusiastiche.
A parte Flic e Floc e la miniera in Ghana, anche l’atmosfera che si respirava in sala, con le sottolineature un po’ da stadio che hanno fatto da interpunzione al Tuo intervento, ha sollecitato tre ulteriori considerazioni, tenute rigorosamente nella mia testa, come mi ero ripromesso di fare prima di entrare nel “Clubino”.

1) Stato ladro, guidato da politici cialtroni.
2) Basta tasse che strangolano il comparto produttivo.
3) Imprenditori eroi che resistono nonostante tutto.

Una terna di punteruoli, questa, che ha scavato nella mia attenzione  alcune gallerie nelle quali altri pensieri si sono poi intrufolati.
Pur conoscendo bene e condividendo i pilastri che hanno contribuito alla formazione dei tre punteruoli, credo che la vittima della serata sia stata fondamentalmente l’ampiezza dell’approccio.

4) Stato ladro e politici cialtroni

Non vedo molte puntualizzazioni da fare. È sostanzialmente vero. Unica sollecitazione: non cadere nel populismo e nella demagogia. In questi campi ci sono ben altri movimenti che hanno affinato nel tempo suddette tecniche e, come si sostiene avrebbe detto Oscar, ma questa volta Wilde, “Non discutere mai con un idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza“.

5) Obiettività fiscale: desiderio dei più

Ricordiamoci innanzitutto che dei quasi 50 milioni di elettori italiani la maggioranza o non lavora, oppure ha uno stipendio fisso con il quale non c’è molto da ballare. La gran parte di questi ultimi, poi, lavora proprio per imprenditori piccoli e medio-piccoli.
Fra loro lo stereotipo dell’imprenditore che si lamenta si lamenta, ma poi si compra il Suv è ampiamente diffuso. Come pure quello dell’equazione “lavoratore autonomo = evasore“.
La retata di Cortina ha poi lanciato ai disonori della cronaca soggetti con macchine di lusso, ma con dichiarazioni al fisco da operai tessili. E quelli non evadono certo per far sopravvivere la propria “fabrichèta”. E chi lavora per loro lo sa. Perfettamente. E non vuole sentirsi prendere in giro.

Ho imparato che quando si esprime un’idea, anche la più oggettivamene corretta, ci si deve ricordare che chi ascolta potrebbe avere un’inclinazione tuttaltro che benevola verso chi parla.
In tal caso vi è una certa dose di pregiudizio e di prevenzione che fa alzare barriere che impediscono alla comunicazione di arrivare a bersaglio. Per questo a volte è bene lavorare prima per abbassare quelle barriere e solo poi per spedire il messaggio.
Quando si parla di diminuire le tasse agli imprenditori, molti lavoratori dipendenti, pensionati, casalinghe e disoccupati decodificano banalmente il messaggio in “… ecco, vogliono evadere e guadagnare ancora di più!“. Ciò va accuratamente evitato.
Come? Parlando obiettivamente.
Il cuneo fiscale in Italia è vero che è elevato, ma in Germania e in Belgio lo è anche di più e molta gente ormai lo sa. Semmai, è la pressione di tasse sugli utili delle loro imprese che è molto minore. E questo è sicuramente meno noto. Però resta il fatto che se un imprenditore italiano paga un operaio 2.200 € lordi, il suo omologo tedesco lo paga quasi il doppio. E anche questo ormai la gente lo sa.
Eppure all’imprenditore tedesco viene difficilmente la voglia di investire in Italia e aprirvi un’azienda. Forse perché in Germania funziona tutto a regola d’arte: le infrastrutture e i servizi ci sono, il 10 del mese arriva l’eventuale rimborso Iva, i sindacati si siedono al fianco della proprietà in caso di crisi e studiano insieme ad essa le strategie migliori per salvaguardare l’impresa. Cioè si realizzano tutte quelle condizioni per le quali fare impresa diventa possibile, pur nel pieno rispetto delle regole.
E poi, come disse se non sbaglio Polillo, “Gli operai tedeschi lavorano…“. Ecco, questo magari la gente non lo sa o fa finta di non saperlo e quando se lo sente dire s’arrabbia.

Case history: Basf, colosso della chimica numero uno al mondo, voleva aprire laboratori di ricerca a Cesano Maderno, in Provincia di Milano. Peccato che sia inciampata in otto differenti enti pubblici i rapporti coi quali si sono presto rivelati caotici, dilatati quanto a tempi di risposta e contraddittori in termini di indicazioni su come comportarsi. Erwin Rahue, AD di Basf Italia, mi disse che non lo disturbava tanto che vi fossero otto diversi enti, ma che fra di loro non vi fosse comunicazione e che l’iter burocratico fosse praticamente un infinito terno al Lotto.
L’AD concluse che Basf, almeno, non aveva dovuto chiedere finanziamenti per iniziare i lavori di ristrutturazione degli stabili. Grazie alla grande liquidità poteva permettersi infatti di pagare tutto senza indebitarsi. Dopo quasi due anni, però, quei locali non potevano ancora produrre.
Rahue giunse quindi alla conclusione che un’impresa medio-piccola avrebbe dovuto ricorrere al credito e grazie all’impossibilità di lavorare sarebbe fallita. In questo caso, nessun alleggerimento del cuneo fiscale o della tassazione d’impresa l’avrebbe salvata: sarebbe stata strangolata da un debito che non poteva pagare perché impossibilitata a lavorare dall’immobilismo di uno Stato borbonico quanto a burocrazia e a culi di piombo. Uno Stato sempre più disinteressato alle vicende e ai problemi di aziende verso le quali la macchina pubblica guarda troppo spesso come a interlocutori terzi. “Estranei” del cui destino non importa ad alcuno degli impiegati a stipendio garantito che dovrebbe erogargli servizi, controlli e permessi.
È un vero peccato che questi “lavoratori” a stipendio statale dimentichino che i bonifici che arrivano sui loro conti correnti siano composti dai soldi versati come tasse proprio da quelle aziende alle quali si disinteressano.
Non vi è quindi da stupirsi che molte aziende italiane abbiano delocalizzato in Polonia, Serbia, Romania o anche più in là.

Conclusioni: il limite non è tanto il valore assoluto della tassazione, bensì la contropartita che gli imprenditori italiani ricevono in cambio delle tasse che pagano.
Se pago per una Lamborghini pretendo una Lamborghini e non accetto un’Audi 8. E se pago per un’Audi 8 non accetto di ricevere una Panda.
In Svezia la pressione fiscale non è certo inferiore alla nostra, ma là funziona tutto con livelli di efficienza molto superiori. In altre parole, chi sborsa per una Lamborghini riceve una Lamborghini e chi sborsa per un’Audi riceve in cambio un’Audi.
Invece di tuonare per lo più contro un fisco ladro ed estorsore (e lo è), credo quindi sarebbe più comunemente condivisibile dal popolo italiano tutto sentire tuonare, più obiettivamente e razionalmente, contro il pessimo rapporto che esiste in Italia fra ciò che viene chiesto dallo Stato e ciò che viene da esso realizzato in termine di servizi, strutture e welfare.
A mio modesto sentire, le aziende italiane dovrebbero essere quindi rilanciate dando loro di più, prima ancora che chiedendo loro di meno. Mentre sul primo approccio sarebbero in molti elettori a concordare, sul secondo invece sarebbero molti a fischiare. Con molte ragioni, direi.
L’impressione strisciante che invece ho ricevuto dalla platea di Basiglio è che i presenti fossero egoisticamente interessati per lo più all’ottenimento di aliquote fiscali inferiori alle attuali, punto e basta. Ciò non è cosa buona, perché manca di obiettività e di visione complessiva del problema.
Credo quindi che nell’approccio comunicativo di tale criticità si debba tenere conto in futuro.

6) Obiettività sugli imprenditori: l’evasione fiscale è male

È vero, c’è chi si è suicidato perché costretto a chiudere l’azienda e a licenziare perfino il figlio. E tutto ciò nonostante avesse un credito verso lo Stato di circa 250 mila euro. Vergognoso, in effetti. Quindi hai ragione a dire che gli imprenditori sono degli eroi. Ma, siamo sicuri lo siano tutti? La maggior parte degli Italiani insorgerebbe udendo questa affermazione, perché lavora proprio per piccoli imprenditori e ne conosce bene anche i limiti, i difetti e perfino certe malefatte. La loro “beatificazione” sarebbe quindi colta come una presa in giro bella e buona.

Personalmente pago le tasse fino all’ultimo euro e non faccio un solo centesimo di “nero”. Sono corretto come libero professionista quanto lo ero da ciclista, quando mi confrontavo (talvolta vincendo) con avversari scorretti che ricorrevano al doping falsando i risultati. La correttezza che mi caratterizzava allora come atleta mi caratterizza oggi come professionista/imprenditore: chi viola le regole deve pagare. Semmai, se le regole non sono eque, si cambiano le regole perché siano più funzionali e corrette. In questo modo il cambio va a giovamento di tutti e non solo dei soliti furbi. Perché c’è un detto che ho coniato per definire la furbizia dei singoli: “La sommatoria delle furbizie individuali si trasforma sempre in stupidità collettiva“.

Ancora una volta credo quindi che la risposta debba essere trovata nell’obiettività e nell’imparzialità, evitando di perdere credibilità con l’assunzione di posizioni emotivamente influenzate da vicinanze e simpatie.
E Te lo dice un libero professionista socio di una casa editrice, non un operaio di Pomigliano.
Il Movimento credo sia quindi meglio diventi spada e scudo della piccola e media imprenditoria e della libera professione onesta, prendendo saggiamente e correttamente le distanze da quei personaggi di basso profilo che hanno fatto della ricerca spregiudicata del lucro l’unica missione nella vita.
Durante il mio percorso professionale ho infatti anche incontrato soggetti che mi dicevano (pesante accento veneto alla Natalino Balasso) “Sandroni, quando c’era Berlusconi si poteva evadere bene, ora con Prodi e Visco la cosa è diventata difficile. E oggi cosa cazzo ci fai con meno di 10 mila euro al mese?“. Ero in rappresentanza di un’azienda, quindi non potei rispondere come avrei voluto. E cioè che con 10 mila euro al mese nel 2005 ci si mantenevano almeno cinque famiglie di operai con figli (brutto stronzo).
E di esempi come questo ne ho collezionati un’infinità, perché in certe persone evadere il fisco è motivo di orgoglio anziché di imbarazzo. Perché mentre in Usa o in Germania chi evade le tasse almeno si perita di fare di tutto per nasconderlo, nel nostro marcio Paese fare il furbo e sottrarsi ai doveri comuni è motivo di vanto. Pari almeno a quello con il quale un dipendente pubblico sfotte quello privato perché questo deve lavorare, mentre invece lui non fa una cippa da mane a sera.
Manca quindi da più parti un sufficiente senso di equità.
Sarebbe quindi molto produttivo in termini elettorali se dalla dirigenza del Movimento trasparisse chiaramente una tangibile e misurabile attenzione intellettuale che portasse a concludere che come vi è molto da lavorare su fisco, sindacati e contratti di lavoro, vi è almeno altrettanto da lavorare su un’imprenditoria che troppo spesso è infiltrata da bassezze culturali, professionali e umane.
Perché comprarsi il Suv grazie all’evasione fiscale, eludendo i controlli ambientali e facendo lavorare i dipendenti in condizioni malsane, non può e non deve essere considerato “parte sana del Paese“. Bensì uno dei mali. E a platee come quella di Basiglio ciò va detto chiaro.
Il concetto di meritocrazia nel rispetto delle regole si deve cioè fare maggiormente largo anche fra gli imprenditori. Con buona pace dei vari Flic e Floc, soggetti da lasciare serenamente emigrare in Ghana, perché qui in Italia non li rimpiangerà nessuno.
Se invece manca fin dall’inizio un’azione moralizzatrice di tutti, imprenditori inclusi, il Movimento rischia di essere percepito solo una lobby per piccoli e medi evasori. E neanche questo è bello, né dal punto di vista umano, né dal punto di vista elettorale.

7) Obiettività sulla percezione di “Stato”

Su Facebook ho letto un post del Movimento circa un Tuo intervento sulla vendita del patrimonio immobiliare italiano per ripianare i debito pubblico.
Pur concordando con la sostanza della proposta, ciò che però ho trovato avvilente è stato leggere in quel post che “noi” e lo “Stato” siamo definiti come cose diverse. Lo Stato deve colmare il debito pubblico e non “noi”. Come se “noi” non fossimo lo Stato.
La dismissione delle proprietà immobiliari, a patto di cederle a prezzi equi e non di svenderle come fa un tossicodipendente in crisi di astinenza, trovo anch’io che sia una strada auspicabile. Una strada grazie alla quale si ricaverebbero risorse utili a rilanciare l’economia e a dare fiato a un popolo che attualmente pare un po’ asfittico.
Però vorrei ricordare anche, visto che forse questo aspetto non traspare in modo chiaro, che la vendita degli immobili dello Stato è evento di per sé molto triste, paragonabile alla vendita a un “Compro Oro” dei gioielli di famiglia per poter pagare le bollette di casa.
Quei mattoni dello Stato sono anche miei, in quanto cittadino dello Stato italiano. Qualche mattone del Colosseo è anche mio, come pure del Quirinale. Venderli per raddrizzare il debito è una dolorosa necessità. Niente più di questo. Realizzare invece che nel post inserito dal Movimento si esaltava uno scollamento contrappositivo fra popolo italiano e Stato, confesso, non mi è piaciuto. L’ho trovato rozzo, adatto a un’adunanza leghista a Ponte di Legno più che a un movimento innovativo e di spessore culturale quale “Fare – Fermare il declino” si propone.
In altre parole, avrei preferito leggere parole più equilibrate e meno forcaiole. Forse perché ho del Movimento un’idea molto positiva anche circa lo stile, il tenore professionale e, soprattutto, lo spessore culturale e umano. E chi si dimentica che lo Stato è anche lui stesso,  non si rende forse conto di che bestialità stia dicendo e trasmettendo a chi ascolta.

8) Non solo economia

Un movimento politico non può limitarsi solo ai temi fiscali, allo spread, al debito pubblico e alle proposte di risanamento economico. Come pure non basta pubblicare su internet fitte pagine di intenti e di numeri. Se il Movimento vuole radicare a livello popolare diffuso deve anche trasferire agli elettori testimonianze dirette e capillari di attenzione anche per altri temi, oltre che per quello dell’economia.
Come disse Nanni Moretti: “Per favore! Di’ qualcosa di sinistra!“. Io non sono di sinistra, ma dico lo stesso al Movimento: “Di’ qualcosa sull’agricoltura! Di’ qualcosa sull’ambiente! Di’ qualcosa sul mondo del volontariato! Di’ qualcosa sul turismo! Di’ qualcosa sull’istruzione! Di’ qualcosa dei dimenticati! Di’ qualcosa sulla Sanità! Di’ qualcosa chiaramente contro l’evasione fiscale“.
Un oratore come Te, con l’eloquio e il carisma mediatico che Ti contraddistinguono, non credo faccia fatica a porre l’accento anche su questi temi specifici. Mi chiedo però se all’interno del Movimento siano rappresentate in modo sufficiente ed equilibrato numericamente le diverse competenze necessarie a discorrere dei temi su citati.
Questo però lo puoi sapere solo Tu. Come pure puoi sapere come fare a colmare le eventuali lacune in termini specialistici e culturali.

9) Conclusioni

Concludo quindi la mia lunga missiva con una semplice considerazione che tutto riassume: se non si adotta una visione olistica dei problemi, come pure se non si lavora a 360° sulle differenti componenti del mondo economico e della società in generale, il Movimento e le sue istanze rischiano fortemente di non arrivare da alcuna parte.
E di cespuglietti insignificanti nel panorama politico italiano ce n’è già abbastanza per desiderare di aggiungerne altri.

I miei migliori auguri per una produttiva campagna elettore.

Donatello

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