La perfida trappola dell’integralismo biologico

ignoranza-bioCome risposta al progresso tecnologico e scientifico sono nati gruppi di pressione che hanno fatto della Natura e del “biologico” la propria bandiera. Per queste persone, specialmente per le più integraliste fra loro, la Natura è sempre buona, mentre tutto ciò che fa l’Uomo è sempre cattivo. L’inurbazione delle popolazioni ha peraltro privato gli Esseri Umani del contatto con la Natura stessa, facendogliene dimenticare le regole base e, soprattutto, mettendo loro un gran desiderio proprio di naturalità. Una naturalità cercata sovente nella contrapposizione ai ritrovati messi a punto da scienza e tecnologia.  Ma davvero ciò che è naturale è sempre buono a prescindere e ciò che fa l’Uomo è sempre lugubre e velenoso? Proviamo a vedere quanto c’è di vero e quanto vi è di falso  nelle attuali ideologie pseudo naturalistiche

Ma almeno sono naturali...”. Così si concluse una conversazione che sostenni tempo fa con una collega particolarmente accalorata in tema di prodotti biologici e “naturali”.
Da agronomo ed ecotossicologo non era la prima volta che mi cimentavo in discussioni di questo tipo, ma quella volta la conversazione si rivelò a doppio senso di circolazione in uscita, ma particolarmente a senso unico in ricezione.
Lei, cittadina abituata allo shopping in Corso Buenos Aires a Milano, aveva sposato il bio dopo il colpo di fulmine scoccato da una delle varie trasmissioni “pseudo agricole” domenicali.
Attraverso il tubo catodico (gli schermi a Led giacevano ancora nel mondo dei sogni tecnologici) qualche non meglio specificato produttore agricolo aveva decantato i pregi dell’alimentazione biologica rispetto a quella convenzionale.
Nulla di male a sostenere in televisione i propri business commerciali, ci mancherebbe. Anche perché di solito chi vuole ricevere le visite di certe troupe televisive mica s’illuda che sia proprio tutto tutto gratis. Dal punto di vista etico, però, una mente accorta dovrebbe comprendere al volo quanto la pubblicità ingannevole non sia solo materia di detersivi, bevande o altri generi di grande consumo.
La reclame più subdola è infatti quella che entra nelle case della gente dopo aver fatto bussare a un referente giudicato autorevole. Un volto noto e magari simpatico che induce ad abbassare i filtri critici della sfera razionale, aprendo la strada anche a messaggi furbescamente fuorvianti che possono così dilagare nella mente dello sprovveduto telespettatore.
Il produttore bio intervistato in tv aveva ovviamente decantato l’assenza di residui, come pure i maggiori contenuti nutrizionali, di profumi e di sapori. Lunga la filippica anche in termini salutistici ed ecologici. In pratica, tutto quello che invece era andato perduto per colpa dei pesticidi e dei fertilizzanti chimici, venduti solo per soddisfare le ambizioni di profitto di multinazionali senza scrupoli. Questo almeno nella malcelata opinione della collega.
A prescindere dal fatto che da una di queste multinazionali prendeva uno stipendio pure lei, cercai di condividere qualche informazione utile a farle correggere autonomamente questa percezione fuorviante, sia del biologico, sia della chimica.
Iniziai spiegandole che biologico non vuol dire “non trattato”, contrariamente a quanto lei pensava. Questa distorsione comunicativa è infatti uno dei pilastri della disinformazione con cui si auto-abbindola una parte dei consumatori. Un naturalmente-sognatorimalintendimento che produttori come quello apparso in tv non è che si indaffarino poi molto per correggere.
I prodotti bio sono trattati eccome. Il rame, per esempio, è ammesso nel biologico, pur essendo un metallo pesante, con una sua tossicità per l’uomo, per gli animali e per i vegetali.
Per giunta è virtualmente eterno: a differenza degli agrofarmaci di sintesi, che hanno tempi di decadimento ambientale mediamente compresi fra i giorni e i mesi, il rame troverà forse la propria nemesi solo quando l’Universo collasserà su se stesso producendo un unico, gigantesco buco nero.
Teorie astrofisiche e quantistiche a parte, resta il fatto che il rame è un mezzo tecnico di produzione al quale devono la vita intere generazioni. Basti pensare che l’arrivo della peronospora sulle patate europee causò carestie così gravi da indurre migrazioni di massa Oltreoceano, dopo avere abbrutito le fasce più basse della popolazione con fame e malattie. Se il rame fosse stato già conosciuto come antiperonosporico, quindi, si sarebbero potute salvare milioni di vite.
Per di più, molte fra le più importanti produzioni bio non potrebbero essere coltivate in assenza del rame. E forse anche per questa ragione non fa piacere a nessuno ricordare come usare il rame non equivalga affatto a non trattare.
L’impenetrabilità espressiva della collega mi fece capire che non era convinta. Proseguii.
Un’altra percezione fuorviante della chimica agraria è che la tossicità di una molecola sia legata alla sua artificialità: ciò che è di sintesi è sempre cattivo, ciò che è naturale è sempre buono.
Le spiegai quindi che il rotenone era si un insetticida naturale estratto da radici di piante, eppure aveva una tossicità tutt’altro che trascurabile. Negli States, a titolo d’esempio, si è ricorsi spesso al rotenone quando si trattava di “bonificare” dai pesci laghi e invasi artificiali. Essendo altamente tossico per gli organismi acquatici, il rotenone veniva versato nell’acqua sterminando la fauna ittica in men che non si dica. Per giunta, il suo profilo tossicologico verso l’Uomo e altri organismi animali è ben lontano dall’essere leggero. Vi sono molte sostanze attive prodotte dall’uomo che quanto a tossicità, come si suol dire, prendono serenamente la paga dal rotenone: fra un drink al diflubenzuron o uno al rotenone io non esiterei un istante a scegliere quello al diflubenzuron. Personalmente però, preferisco comunque un mojito.

Nessun muscolo facciale della collega accennò la benché minima contrazione.
Rafforzai il concetto ricordando che, in fondo, Lucrezia Borgia mica utilizzava esteri fosforici per avvelenare le sue vittime. Sebbene la figura di Lucrezia, a quanto pare, non fosse quella agghiacciante tramandata dalla tradizione, resta il fatto che una tisana di Belladonna preferirei non gustarmela. Socrate si avvelenò con la cicuta, mica con il methomyl. Neppure un liquore all’oleandro lo vedrei di buon occhio nel mio mobile bar.
Limitandoci poi alle colture agrarie, la solanina contenuta nelle parti verdi di patate e pomodori è un alcaloide che proprio bene non fa e ha un profilo tossicologico peggiore di buona parte degli eventuali residui di agrofarmaci che risultassero all’analisi.
Qualche goccia di sudore iniziava a colarmi sulle tempie, perché l’aspetto della collega era ormai simile a quello delle statue di cera del museo di Londra.
Sapendo che amava il buon vino, la indussi quindi a ragionare sul fatto che in una bottiglia da 75 centilitri vi sono circa 90-100 grammi di alcol, ipotizzando un grado alcolico pari a dodici-tredici. Vale a dire che bevendo quel vino introduceva nel proprio corpo, e vino-rossoin modo cospicuo, una sostanza reputata dall’Organizzazione mondiale di sanità la terza droga pesante dopo eroina e cocaina. Una sostanza i cui abusi spediscono all’altro mondo decine di migliaia di persone all’anno solo in Italia.
La presenza in quel medesimo vino di tre o quattro diversi residui di agrofarmaci, in ragione quindi di milligrammi e non di grammi, non può essere considerata certo peggiore dell’alcol stesso. Anzi. Nella maggior parte dei casi i residui sono poi al di sotto della scala dei ppm (milligrammi/litro), posizionandosi su quella dei microgrammi, ovvero milionesimi di grammo. Chi beve troppo vino, tradotto in soldoni, rischia per lo più di andare in coma etilico o di sviluppare cirrosi epatica e tumori e quello dei residui dovrebbe quindi essere l’ultimo dei suoi problemi.
Ancora nessuna reazione.
Pensai che forse avrei dovuto pungerla con una forchetta, per verificare se per caso fosse vittima della tossina paralizzante del Pesce Palla servito nei ristoranti giapponesi (nda: anche questa tossina naturale è terrificante e ne bastano pochi miligrammi per sterminare una tavolata di improvvidi commensali).
Calai quindi l’asso delle micotossine, ovvero quelle tossine liberate su mais, cereali, uva e cibi vari da funghi “naturalmente” presenti nei campi, come fusario, aspergilli, penicilli e compagnia briscola.
Queste sostanze naturali, utili alla competizione dei funghi verso altri microrganismi, sono molto tossiche e, soprattutto, pesantemente cancerogene. Basti pensare alle morti, alle amputazioni degli arti e ai malori psichedelici indotti in passato dalle tossine di Claviceps purpurea, ovvero il fungo che causa la nota “segale cornuta“. A quanto pare, persino la follia collettiva che colpì Salem, la famigerata cittadina stratunitense “delle streghe”, sarebbe derivata da intossicazioni da Claviceps, soprattutto a carico di quei soggetti più giovani tra i quali rientravano appunto quelle allucinate adolescenti che avevano dato vita alla caccia alle “streghe”. Oltre cento le vittime innocenti causate da quel evento. Mica pizza e fichi.
Per queste ragioni, l’attenzione tossicologica verso le micotossine si posiziona su valori che giacciono sui nanogrammi/chilo di peso corporeo. Vale a dire miliardesimi di grammo. Detta in altri termini, l’agrofarmaco con il peggior profilo tossicologico impallidisce di fronte alla migliore delle micotossine. Per giunta, se si trattano le colture con gli opportuni agrofarmaci, vengono controllati proprio i funghi che queste tossine producono. Quindi, trovo sia cosa sana e razionale utilizzare sostanze chimiche a pericolosità uno per contrastare funghi le cui tossine hanno pericolosità cento.
Per inverso, appare quindi cosa malsana e irrazionale decidere di non trattare le colture per paura dei “pesticidi” e poi sciropparsi le micotossine.
A tal proposito, giunse a mio supporto anche uno studio del dipartimento di tossicologia dell’Università di Bologna: analizzando dei succhi di frutta bio e non bio, ciò che venne scoperto non si mostrò esattamente in linea con le illusioni cittadine di salubrità nutrizionale.
Pari quanto ad assenza di residui, i succhi non-bio mostravano un livello di micotossine venti volte inferiori rispetto a quelli bio. La professoressa Patrizia Hrelia, relatrice sui risultati di questo studio in occasione delle Giornate Fitopatologiche del 2002, seminò il disappunto in platea, ove non pochi erano i sostenitori del bio. O meglio, sollevò il disappunto di coloro che hanno interessi diretti o indiretti che del bio si parli solo in termini entusiastici. Perché l’interesse non è materia esclusiva delle grandi multinazionali, come spesso si vuol  far credere. Personalmente, quello studio bolognese lo invierei invece a tutti quei sindaci e dirigenti scolastici che pensano di essere ganzi a rendere 100% bio le mense dei bambini .
A quel punto, le labbra della collega finalmente si schiusero, mentre lo sguardo parve ritornare ad essere quello di un organismo animato da spirito vitale. E quindi si pronunciò: “Ma almeno sono naturali…“.
Alzai le mani e mi arresi, rinunciando persino all’onore delle armi. L’abbandonai quindi a quello stato “nirvanico”, parafrasando l’attuale Presidente del Consiglio Mario Monti, dove conta di più la reclame televisiva di un produttore sconosciuto, che millanta pregi opinabili e sputa sentenze a capocchia, della competenza di un collega specificatamente preparato in materia.
Mi consolai pensando che, in fondo, i soldi per la spesa erano i suoi. E come ricorda un noto adagio: “Lo sciocco e i propri soldi verranno presto separati“.

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