Fratelli, coltelli

regioni-fisco-sprechiVenerdì 25 gennaio, programma “Otto e mezzo” condotto da Lilli Gruber. Oscar Giannino, leader del Movimento “Fare – Fermare il Declino”, snocciola un dato che fa sobbalzare: la Sicilia da sola spende in apparato pubblico 1,7 miliardi di euro. Qualche decina di milioni di euro in più di tutto il resto delle Regioni d’Italia messe insieme. Ovvio che una notizia del genere meritasse un “post” su Facebook. Le reazioni sono tendenzialmente state agli estremi: chi ha inneggiato alla costruzione del “Vallo Adriano” e chi, tutto i maiuscolo con tre punti esclamativi, ha ricordato come la Sicilia sia Regione a statuto speciale.
Personalmente sono contrario alle attuali (poche) Regioni a statuto speciale, ingiuste concessioni fatte dal Governo italiano a poche e riottose aree geografiche, tenute all’interno del territorio nazionale concedendo loro privilegi che altre Regioni non si sono viste riconoscere. A oggi questo privilegio lo hanno solo cinque Regioni: Val d’Aosta, Friuli Venezia-Giulia, Sardegna, Sicilia, più quella isola felice che è la Val d’Adige.
A mio avviso tutte le Regioni dovrebbero essere a statuto speciale. Ovvero, si dovrebbe avere un sostanziale federalismo e mica solo in termini fiscali. Auspicherei infatti un nuovo assetto politico dove fosse uguale per tutti il sacrosanto diritto di ogni Regione di amministrarsi come vuole e di concordare con le altre solo ciò che va obbligatoriamente condiviso, come per esempio la Difesa o la necessità di affrontare catastrofi naturali a cui nessuna Regione può da sola fare ovviamente fronte.
In un tale assetto, però, ogni Regione pagherebbe la propria libertà a caro prezzo: ciascuno dovrebbe far quadrare il bilancio per la quasi totalità delle sue attività pubbliche, non solo sanità, ma anche istruzione, università, giustizia, ordine pubblico, costruzione e gestione delle infrastrutture, cassa integrazione, cassa malattia, pensioni (di anzianità e di invalidità), stipendi pubblici di qualsiasi tipologia e finanziamenti alle imprese.
Chi ci sta dentro, bene. Chi non ci sta, risparmia e impara a gestire meglio le risorse. Oggi invece non è così: la Sardegna è si Regione autonoma, ma gli operai della Alcoa sono andati a battere per terra gli elmetti a Roma, sotto il Parlamento, mica a Cagliari sotto il palazzo della Regione. Come pure i costi sostenuti per “convincere” Agnelli ad aprire una fabbrica a Termini Imerese li ha sostenuti lo Stato nella sua interezza, come pure le molte ore di cassa integrazione inanellate da allora non le ha mica tirate fuori la Regione Sicilia, bensì lo Stato italiano. Un’autonomia quindi a senso unico: autonomi quando si tratta di decidere in proprio come legiferare e comportarsi, “Fratelli d’Italia” quando si è in difficoltà. Questo ovviamente varrebbe in futuro anche per il Veneto, ove son molti quelli che inneggiano a “Veneto nasiooone!“, “Via da Roma!“, “Leòn magna el teròn!“, ma quando è venuta l’alluvione era Roma che doveva metterci tre miliardi di euro per coprire i danni. Un Veneto al quale è perciò bene ricordare come “Gli Dei ci puniscono esaudendo in nostri desideri“.
Agli occhi di una persona come me, il fatto che la Sicilia sia autonoma non può quindi apparire una giustificazione a una spesa di 1,7 miliardi di euro, superiore quindi alla somma di tutte le altre Regioni d’Italia.
Un po’ di storia: l’autonomia della Sicilia iniziò nel 1944, perfezionandosi poi nel 1946 con Regio Decreto pre-referendario. L’ultimo dispetto fatto dalla famiglia Savoia all’Italia prima di andare in esilio.
Roma cedette alla pressioni del forte movimento indipendentista siciliano, il quale diede vita al MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia). Non era solo politica: il MIS formò persino dei gruppi armati che brandivano lupare sotto il nome di “Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana”, ovvero l’EVIS, il quale si batté pure in diversi scontri armati. Il MIS riuscì quindi a far eleggere alcuni deputati all’Assemblea regionale e solo la concessione dell’autonomia poté spegnere il movimento separatista, il quale si sciolse nel 1951.
Vale a dire che Bossi, quando vagheggiava i 200 mila Bergamaschi in armi, non faceva altro che ripercorrere le medesime strade grazie alle quali la Sicilia si prese una larga autonomia alla faccia di tutte le altre Regioni italiane. Un’autonomia che se oggi la chiede la Lombardia fa tirare in ballo mille ragioni perché ciò non debba avvenire. Ovvio: la Lombardia produce  circa 318 mld € di Pil, contro i soli 76 scarsi della Sicilia. Tradotto in Pil pro/capite, ogni Lombardo produce la bellezza di 32 mila e 400 euro, contro i  16 mila e 800 di un Siciliano [ISTAT 2009].

Ma questo cosa c’entra con l’indignazione per il fatto che la Sicilia spenda e spanda? C’entra, perché i soldi che sperpera sono per la maggior parte non suoi.
Ci si deve infatti chiedere, visto che alla Cosa Pubblica si deve contribuire ciascuno per le proprie capacità (Art. 4 della Costituzione: “… Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società“.), perché si dovrebbe continuare a permettere ad alcune Regioni di sprecare, mentre altre si dimostrano virtuose e ci mettono i soldi anche per loro?

LiberoMercato” (1) (edizione del 26 luglio 2008), ha pubblicato i dati 2005 per le uscite e le entrate di ogni Regione. Ovverò ciò che da ogni Regione ha preso la via di Roma come tasse e ciò che da Roma ha preso la via delle Regioni come trasferimenti di ricchezza.

Da questi dati emerge che la Lombardia versa in tributi oltre 74 mld €/anno, contro una Sicilia che ne versa solo dieci, meno di un settimo. La spesa pubblica nelle due Regioni è rispettivamente di 24,9 e 27,6 mld €. Nel caso lombardo vi è cioè una differenza positiva pari a quasi 50 mld € (soldi che vanno a Roma e che vengono spesi in altre cose/Regioni), nel caso siciliano invece il saldo è negativo, con un secco -17,6 mld €. Un dato record a cui segue quello della Campania con 11,4 mld € e Calabria con 6,2 mld €. Ragionando pro-capite, un Lombardo versa a Roma quasi 7 mila e 900 € di tributi, contro un Siciliano che ne versa solo duemila. Quindi ogni Lombardo contribuisce al mantenimento dell’Italia per oltre 5 mila e 200 €, oltre a essersi mantenuto lui, mentre il Siciliano per mantenersi necessità di altri 3 mila e 500 €, i quali gli vengono mandati dallo Stato centrale.
Secondo i dati 2005, solo otto Regioni italiane stanno in piedi da sole (in ordine di differenza positiva fra la spesa regionale e il gettito fiscale in miliardi di euro): Lombardia (49), Lazio (15,9), Piemonte (10,3), Veneto (9,5), Emilia-Romagna (7,4), Toscana (4,3), Liguria (1,2), Friuli (0,52), Marche (0,44).
Le altre, invece, spendono più soldi di quanto i loro gettiti fiscali potrebbero loro permettere.
Delle otto Regioni virtuose, solo una è fra le “autonome”: il Friuli Venezia-Giulia. La Val d’Aosta mostra un differenziale negativo di -0,6 mld €, il Trentino -Alto Adige di -1,7 (ebbene si: anche la virtuosa Val d’Adige spende più soldi di quelli che genera con le tasse), la Sardegna segna un -3,2 mld €, ma il record spetta alla Sicilia con -17,6 mld €.

I gettiti fiscali sono inferiori al Sud sostanzialmente per due differenti ragioni: il Pil pro/capite è più basso, come pure vi è un’evasione fiscale stimata al 30-40% contro il 20-25% delle altre Regioni, esclusa la Lombardia dove il valore è “solo” del 13%.  Al Sud si contribuisce meno alla Cosa Pubblica per via dei minori redditi pro-capite, ma anche per l’elevata evasione fiscale.

Conclusioni: Visto che la Sicilia già assorbe la bellezza di oltre 17 miliardi di euro, attingendo alle casse riempite da altre Regioni italiane, Lombardia, in testa, non può essere solo un’opinione quella di trovare vergognoso che la medesima Regione spenda nella sola Amministrazione Pubblica circa un decimo di questa cifra.
Visti i soldi pubblici che piovono annualmente nell’isola, estratti da tasche che risiedono invece nel Continente, almeno sulla spesa amministrativa locale la Sicilia dovrebbe avere il pudore di assumere un comportamento più sobrio.

Oh, già.. che sciocco. Come farebbero poi i politici a farsi votare dal popolino in cerca di un posticino pubblico in cambio del voto loro e di tutta la famiglia? Non è infatti un caso che in Sicilia (2) vi siano oltre 18 mila dipendenti pubblici, più di quanti ne lavorino in tutto il Nord Italia. Come pure non è un caso che Raffaele Lombardo promettesse in campagna elettorale la creazione di 20 mila posti di lavoro alla Regione, stimabili in circa 200 mila voti di scambio.
Poi non ci si deve quindi stupire se si vedono scandali come quello degli uscieri di un certo palazzo regionale: sei persone stipendiate, ma solo due al lavoro, perché tanto non c’è un tubo da fare. Ovvero: sei stipendi ufficiali, più il nero dei vari secondi e terzi lavori che grazie all’assenteismo quei sei gaglioffi possono permettersi di fare.

Nel frattempo, nel reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Cremona le infermiere devono sopportare doppi turni, doppie notti e lottare per farsi riconoscere il mare di straordinari che si accollano. Il tutto perché l’amministrazione non assume altre infermiere per non sforare il budget di spesa che le è stato assegnato. Forse sarebbe meglio avere quattro uscieri in meno a Palermo e quattro infermiere in più a Cremona. Soprattutto pensando che le tasse per pagare quegli stipendi non vengono da Palermo, ma da Cremona.

I vagheggiamenti su nuovi “Valli Adriani” da parte di un Nord esasperato, potrà  quindi anche risultare antipatico, ma ai miei occhi appare per lo meno comprensibile. La Germania nel 1945 era rasa al suolo, ma in soli vent’anni la Repubblica Federale era tornata la prima nazione europea per produzione industriale. Nel 1989 integrò la DDR, che per molti versi stava alla Germania dell’Ovest come il Sud Italia sta al Nord: in altri vent’anni le differenze culturali, sociali, economiche si erano già ridotte drasticamente fino quasi ad annullarsi. Possibile che a distanza di 150 anni dalla guerra di annessione fatta dai Savoia, ancora si debba constatare come il Sud sia anni luce dietro al Nord? La guerra civile che seguì all’annessione, impropriamente derubricata come “brigantaggio“, racconta una storia diversa da quella del Meridionale in festa all’idea di far parte dello Stato Sabaudo. Massimo D’Azeglio ebbe a dire nel 1861: “A Napoli abbiamo cacciato un sovrano per stabilire un Governo sul consenso universale, ma ci vogliono, e pare che non bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che al di quà del Tronto non ci vogliono 60 battaglioni e di là si. Dunque, deve essere corso qualche errore“.

Non volevano far parte di questo Stato e pur di tenerli all’interno i vari Governi hanno dapprima esercitato repressioni militari, poi hanno dispensato privilegi di basso profilo anziché adoperarsi per aumentare i livelli di istruzione e di senso di appartenenza. Molto più facile infatti chiudere un occhio di fronte all’abusivismo edilizio o allo scempio di ambiente e paesaggio. Molto più facile assegnare stipendi pubblici e pensioni farlocche a profusione, rafforzando in loro il concetto che se lo Stato proprio li vuole, è giusto che paghi. Infine, è molto più facile far finta di non vedere quando a Barletta vi sono laboratori tessili invisibili al fisco, ai pompieri, alla Asl, salvo poi piangere le vite di donne semischiave che lavoravano 12 ore al giorno per mettere insieme uno stipendio al nero. E quando un sindaco, invece di tuonare contro questa vergogna, si pone a difesa di chi “crea posti di lavoro”, una persona con un minimo di civiltà non può che indignarsi, perché vuol dire che il Sud resta com’è perché c’è un popolino abituato ad sentirsi in diritto di chiedere e amministratori pubblici che danno le briciole e si tengono il resto.
Ecco perché la comprensione non può essere sempre e solo a senso unico verso i “fratelli più sfortunati del Sud“. Perché a senso unico, a quanto dicono chiaramente i numeri, ci sono già le tasse. La comprensione dovrebbe quindi cominciare ad essere equamente condivisa anche con gli abitanti del Nord. Ovvero coloro i quali hanno tutti i diritti di imbestialirsi ogni volta che incappano in qualche dipendente pubblico cialtrone, maleducato, fancazzista, assenteista (quelli tanto per dire che timbrano per sei e poi vanno a prendersi il cappuccino). Perché otto volte su dieci l’accento di quel emblematico dipendente pubblico è di qualche Regione che sta da Roma in giù. Perché il vero problema non è se i posti pubblici sono per la quasi totalità occupati da persone del Sud: il vero problema è semmai come queste persone lavorano, visto che la zavorra più pesante che inabissa l’Italia è proprio la radicata inettitudine menefreghista di cui trasuda il comparto pubblico.

Se oltre a volere lo stipendio sicuro, magari quello stipendio se lo meritassero pure, probabilmente brutture come la Lega Nord non sarebbero mai nate.

 

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