Zootecnia, ambiente e fame nel mondo: basta “bufale”

vacca-pascoloDa parte del mondo ecologista si auspica con sempre più insistenza la via del vegetarianesimo quale tutela dell’ambiente e mezzo per combattere la fame del Pianeta. Essendo ogni scelta di vita legittima e rispettabile, almeno per quanto riguarda l’alimentazione, è bene  però ricordare che anche la scelta opposta è parimenti legittima, senza per questo essere bollati distruttori di ambiente o affamatori di popoli come spesso invece succede. Vediamo di analizzare il problema da un punto di vista non ideologico, bensì numerico e razionale. Perché almeno le “bufale”, queste si, è bene evitarcele.

Ogni buongustaio che si rispetti deve riconoscenza a Carlo Petrini, giornalista e scrittore italiano divenuto nel tempo gastronomo e poi fondatore del movimento culturale “Slow Food“.
Strenuo difensore del cibo di qualità, del prodotto tipico e delle eccellenze enograstronomiche italiane, Petrini approdò al Mondo del buon cibo subito dopo aver studiato sociologia all’Università degli studi di Trento.

Scordiamocelo se vegetariani

Fine del prosciutto di Parma?

Dapprima attivista politico nelle liste di Unità Proletaria, dal 1977 scrive di enogastronomia su periodici e quotidiani. Nel 1986 contribuì inoltre alla genesi del “Gambero Rosso“, il quale vide la luce in veste di inserto mensile del quotidiano “il Manifesto”.
Per gli amanti delle curiosità, il nome “Gambero Rosso” venne attinto da quello dell’osteria nella quale il Gatto e la Volpe portarono a cena Pinocchio nell’omonima favola collodiana. Si deve (anche) alla capillare azione di proselitismo di “Slow Food” il grande successo dei prodotti d’eccellenza italiani, quali il lardo di Colonnata, i prosciutti di Parma e di San Daniele, il salame di Felino, le coppe e le pancette piacentine, senza dimenticare formaggi quali il Parmigiano reggiano, il Grana Padano, oppure Gorgonzola, Taleggio, tome piemontesi e infiniti altri formaggi, salumi, vini e conserve di alta qualità e apprezzabile gusto. Per non parlare delle squisite carni di origine controllata e garantita, come la Piemontese o la Chianina.

Poi però, mettendo all’improvviso “Slow food” da parte, arriva un fulmine a ciel sereno: da un’area politica e ideologica molto vicina a quella di Petrini, fioccano vibranti istanze filo-ambientaliste che intimano di rinunciare in modo radicale a

Sugli spaghetti? Solo pomodoro e olio d'oliva

Sugli spaghetti? Solo pomodoro e olio d’oliva

tali prelibatezze.
Le motivazioni alla base di queste tristi privazioni sono in fondo nobili: salvare il Pianeta dalla fame, dall’inquinamento, dall’effetto serra e dagli sprechi idrici.

E mica si tratta solo di qualche invasato ecologista: perfino l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la FAO e la Banca Mondiale, esprimono preoccupazione per il crescente impatto della zootecnia e sull’uso delle terre coltivabili necessarie al suo mantenimento.
In sostanza, il dubbio è che nutrendo gli animali vi possa essere sempre meno cibo con cui nutrire gli Uomini(1).

Dieta vegetariana: siamo sicuri che serva? E se si, dove?

La termodinamica non è un’opinione: ogni organismo ha un’efficienza metabolica imperfetta che porta alla dispersione di calorie, acqua ed elementi nutrizionali. Il tutto solo per il proprio mantenimento in vita. Ogni organismo, dal battere all’elefante, assorbe infatti sostanze, acqua ed energia dall’esterno e restituisce scorie, sottoprodotti metabolici e CO2. E l’effetto serra non è una barzelletta da circolo del dopolavoro ferroviario.
Non deve quindi stupire che anche gli animali da allevamento consumino più sostanze/acqua/calorie di quante ne restituiscano in forma di carni, latte e uova.

Alcune stime affermano che per produrre un chilo di carne servano da 4 a 30 chili di vegetali. Cibi che se venissero invece utilizzati per l’alimentazione umana potrebbero mantenere quindi molte più persone rispetto ai prodotti di origine animale.
Inoltre, per la coltivazione di questi vegetali serve acqua: da 500 a 2 mila litri per chilo di raccolto.
Per un solo chilo di carne di manzo servirebbero ben 100 metri cubi d’acqua, per un chilo di pollo ne servirebbero 3,5. Solo 2 metri cubi invece per coltivare soia. Poi 1,9 per il riso, 1,4 per il mais, 0,9 per il grano e addirittura 0,5 per coltivare patate(2).
E qui cominciano i dubbi.

Lascia infatti un po’ perplessi il dato sul riso, il quale consumerebbe meno acqua della soia, come pure il consumo attribuito alle carni appare spropositato se poi si osserva il volume di acqua necessaria per il mais. Appurato infatti che la stessa fonte afferma che il bestiame consuma in modo diretto solo l’1,3% del volume totale dell’acqua utilizzata, c’è qualcosa che non torna, sapendo che il mais è alla base dell’alimentazione di suini e bovini.
O il mais consuma molta più acqua del valore citato, ed è cosi, oppure allevare manzi e suini di acqua ne costa davvero poca.

Indipendentemente però dal volume di acqua consumata dal mais, resta un fatto incontrovertibile: se un ettaro di mais

Granella del mais: è solo il 25% in peso di ciò che si raccoglie da un campo

Granella del mais: è solo il 25% in peso di ciò che si raccoglie da un campo

viene coltivato, quei volumi di acqua si consumano comunque, sia che il raccolto venga poi avviato alla zootecnia, sia che venga trasformato in polenta e usato per fare venire la pellagra agli Umani che tornassero a nutrirsi esclusivamente di questo alimento.

In più, vi è da considerare che i bovini sono ruminanti. Possono cioè utilizzare come cibo anche foglie e stocchi, cosa che noi monograstrici non possiamo fare. Mentre per i bovini si possono quindi estrarre 60 tonnellate circa di alimento per ettaro, sotto forma di trinciato, per gli Umani si scende alle sole 15 tonnellate di granella, cioè l’unica parte della pianta che possiamo assimilare.
Quindi, si deve concludere che la competizione Uomo-vacca è solo sul 25% del totale delle produzioni maidicole. Tre quarti di queste non sono infatti cibo per noi, ma lo sono per loro.
Inoltre, gli Umani defecano nei loro water-closet e le loro deiezioni non finiscono né in una letamaia, né in un digestore per biogas. Come farebbe quindi a ritornare nei campi la sostanza organica restituita con urina e feci dagli Uomini? A meno che gli ambientalisti non vogliano proporre le campagne come gigantesche toilettes “en-plein-air“, il bilancio fra input e output diventerebbe presto catastrofico.

Per chi poi non lo sapesse, un ettaro di mais assorbe dall’atmosfera più CO2 di un ettaro di foresta, dato che si parte da zero materia vegetale alla semina e si arriva a superare le 20 tonnellate di sostanza secca alla raccolta (radici più parte epigea), il tutto in meno di sei mesi. Oltre una dozzina di queste tonnellate è peraltro costituita da carbonio organico, il quale è stato ovviamente estratto dal

Il mais trinciato è il quadruplo della sola granella e i bovini lo assimilano tutto

Il mais trinciato è il quadruplo della sola granella e i bovini lo assimilano tutto

biossido di carbonio atmosferico.
Per non parlare poi dell’ossigeno liberato dal mais nel processo di scissione della CO2 stessa durante il fenomeno conosciuto come “fotosintesi clorofilliana”.

Conti alla mano, l’anidride carbonica assorbita da un ettaro di mais si aggira sulle 45 tonnellate all’anno. Come elemento chimico il carbonio ha infatti un peso atomico pari a12, mentre l’ossigeno pesa 16, quindi una molecola di CO2 pesa complessivamente 44. Il carbonio rappresenta quindi solo il 27% circa del peso di una molecola di CO2.
Tradotto in parole povere, per ogni tonnellata di residuo secco raccolto dai campi, sono state sequestrate circa 2,2 tonnellate di anidride carbonica.

Con buona pace dei detrattori della zootecnia, quindi, coltivare mais contrasta l’effetto serra anziché amplificarlo. A patto ovviamente di far si che dopo il passaggio attraverso gli apparati digerenti degli animali esso venga restituito alla terra come fertilizzante. E magari dopo aver prodotto pure tanta energia pulita grazie al biogas.

La geografia non è un’opinione

Ignorando quanto scritto sopra, e decidendo comunque di diventare tutti vegetariani, cosa otterremmo?
Divertiamoci a descrivere un ipotetico scenario: un allevatore del cremonese vende le sue vacche da latte e i suoi ettari li coltiva solo per uso umano. Facendo gli usuali conti della serva, se tutti gli agricoltori cremonesi facessero altrettanto le produzioni locali di cereali e altri vegetali sarebbero largamente eccedenti i consumi alimentari umani. Alla fine dell’anno, cioè, dopo essersi sfamati tutti a polente, verze e fagioli, i Cremonesi avanzerebbero ancora tonnellate di mais, cereali e altre derrate alimentari.

E qui però ci si ferma, perché a meno di inventare un sistema di teletrasporto alla Star Trek, risulta difficile pensare che quel cibo possa essere spedito in qualche Paese affamato.
Al di là dell’approccio scellerato di regalare ogni giorno un pesce a un uomo, anziché insegnargli a pescare, il semplice trasferimento di quel “pesce” costerebbe una fortuna. Non è peraltro pensabile che siano ancora gli stessi Cremonesi a farsi carico pure della spedizione in Africa delle derrate in surplus.
Tradotto nella cinica realtà dei fatti, ciò a cui si rinuncerebbe a Cremona in termini di cotechini e formaggi, non si trasformerebbe automaticamente in cibo per chi non ha nemmeno polentine e focaccette.
Triste ammetterlo, ma è così.

Si potrebbe allora pensare di ridurre le superfici investite a cibo, così da risparmiare acqua e risorse. Peccato che in questo modo si arriverebbe alla vergogna di lasciare incolte delle terre “qui”, mentre di fame si muore “là”. Si realizzerebbe cioè proprio uno di quei tetri cavalli di battaglia del mondo ecologista, il quale bolla oggi le colture bioenergetiche come una vergogna verso la popolazione affamata del Pianeta, dal momento che utilizzano per produrre energia delle superfici che potrebbero essere invece usate per produrre cibo. E per valutare l’assurdità di questa affermazione si rilegga il paragrafo precedente.
Ma poi, è proprio così vero che l’acqua sia un problema? La Pianura Padana ha la fortuna di essere ricca di acqua. Non solo vi piove molto, ma è anche un “catino” che riceve e accumula le acque che derivano dalle imponenti catene montuose che la circondano.

L’acqua usata dalla zootecnia lombarda, per esempio, non è stata quindi emunta dal Nilo, o sottratta con dolo alle

Dove l'acqua abbonda la zootecnia è possibile

Dove l’acqua abbonda la zootecnia è possibile

popolazioni sub-sahariane, bensì è già presente in loco “naturalmente”.

Realizzare un risparmio di acqua a Cremona, rinunciando a bistecche e latticini, non ne farebbe quindi comparire una sola goccia in Buskina Faso.
Basta quindi un poco di buon senso e si dimostra come non vi sia alcuna reale competizione fra la zootecnia italiana e il nutrimento dei Paesi emergenti, posti quasi tutti nell’Emisfero Australe.

È infatti soprattutto su questi ultimi che si concentra l’attenzione di Oms e Fao: se anche loro dovessero forzare la produzione zootecnica, pur non avendo la medesima vocazione climatica e agricola che in genere avvantaggia l’Emisfero Boreale, il bilancio nutrizionale sarebbe alla fine negativo.
Al contrario, in un Paese europeo – uno di quelli tanto per intenderci dove venivano erogati contributi per non coltivare terre di fatto produttive – appare per lo meno curioso sollevare questioni di tipo globale. Per le stesse ragioni, più che curioso appare perfino vergognoso attribuire al su citato allevatore cremonese le colpe della fame e della siccità del Corno d’Africa.

Agricoltura, zootecnia e inquinamento: poche vacche, tante “bufale”

Fatto salvo il dovere di investire tempo e risorse per adottare ogni possibile strumento al fine di minimizzare l’impatto ambientale, un’altra domanda sorge spontanea: l’agricoltura è davvero così disastrosa per l’ambiente?
Soprattutto, è proprio così vero il sillogismo che sostiene la nefasta sequenza nitrati-letame-stalle? Secondo uno studio di Confagricoltura di Piacenza non sarebbe così.

Confrontando i dati sui nitrati forniti dall’Arpa con il carico zootecnico bovino per ciascun comune della Provincia di Piacenza, infatti, ciò che è emerso lascia per lo meno perplessi: stilando una classifica dei comuni con il più ricco patrimonio zootecnico, ai primi posti si posizionano quelli le cui acque di falda mostrano i più bassi livelli di nitrati. Ciò accade anche viceversa, ovvero fra i comuni con le più alte concentrazioni di nitrati vi sarebbero quelli con minori patrimoni zootecnici.

Latte: un alimento denigrato ingiustamente

Latte: un alimento denigrato ingiustamente

Non è che forse per i nitrati accade un po’ la stessa cosa di quando si accusava l’agricoltura e la zootecnia di causare l’eutrofizzazione dell’Adriatico, salvo poi scoprire che il fosforo che la generava proveniva soprattutto dai detersivi a uso civile e industriale?

Altrettanto forse, invece di accusare sempre la zootecnia a prescindere, sarebbe quindi meglio considerare anche altre fonti di azoto, tra le quali gli scarichi civili e industriali.
Assumersi responsabilità è infatti cosa giusta e onesta. Ma solo le proprie, non anche quelle altrui.

Zootecnia: un’opportunità per l’ambiente e non una nemica

Se invece di aggredire a spada tratta la zootecnia italiana la si guardasse con un occhio collaborativo sarebbe meglio per tutti.
Tra i vari detrattori della zootecnia, per esempio, nessuno ha mai pensato che i digestori a biogas potrebbero essere usati come collettori dei rifiuti organici urbani e agro-indutriali, i quali ora rappresentano un problema di difficile gestione?

Proviamo a immaginare il seguente scenario: le aziende agricole, non solo quelle zootecniche, si dotano di un digestore. Per lo meno, quelle di una certa dimensione oppure quelle che si consorziassero per poterne costruire uno. Poi, immaginiamo che dopo aver completato i propri cicli colturali, allevamento compreso, ogni scarto e deiezione venisse adoperato per produrre energia pulita da un lato e sostanza organica da restituire al suolo dall’altro.

Sostanza organica con una marcia in più, peraltro, perché riciclando anche gli scarti urbani e agroindustriali, si restituirebbe alla terra anche quella sostanza organica che a oggi è solo un ingombrante e costoso rifiuto che viene smaltito lontano dalla sua collocazione elettiva, ovvero i campi coltivati.

Il risultato di questo approccio integrato sarebbe solo che positivo: vi sarebbe un incremento del reddito degli agricoltori e una loro maggiore produttività in termini di cibo. Si disinnescherebbe la bomba dei rifiuti organici fermentescibili che attanaglia i grandi centri urbani e molte industrie. Si produrrebbero grandi quantità di energia pulita. Infine, si restituirebbe al suolo tutta quella sostanza organica che al momento prende la via di fogne e discariche. In tal modo si innalzerebbero i livelli di fertilità dei suoli, la loro capacità idrica e, non ultimo, si sequestrerebbero nel terreno milioni di tonnellate di

Anatemi contro la carne? Anche basta ora...

Anatemi contro la carne? Anche basta ora…

carbonio organico che prima erano solo della dannosa CO2.

Forse quanto scritto sopra è solo un’utopia. Ma quando il mondo ambientalista capirà che l’agricoltura è la sua prima alleata e non la sua prima nemica, sarà sempre tardi.

Fagioli o bistecche che dir si voglia. Con un occhio ovviamente al peso e al colesterolo…

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

P.S. ringrazio calorosamente le popolazioni del Cremonese, le quali si sono inconsciamente prestate alla mia odierna meditazione in materia di zootecnia. Anche perché se non lo facevano loro, non vedo quali altre Province italiane potessero prestarsi altrettanto bene alla bisogna.

Fonti:

(1)  [WHO/FAO2002] WHO/FAO, Diet, nutrition, and the prevention of chronic disease. Report of the Joint WHO/FAO expert consultation, 26 April 2002.

(2)  http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=472 ove i dati citati vengono attribuiti a Pimentel D., Houser J., Preiss E., White O. (1997): “Water Resources: Agriculture, the Environment, and Society”, Bioscience, February 1997 Vol. 47 No. 2.

Annunci

No perditempo please

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: