Aspettando Pulitzer

maurizio-gilyL’agricoltura è sempre più sotto attacco, anche tramite media generalisti molto più interessati al sensazionalismo di stampo terroristico che al rispetto del dovere di cronaca (e dei propri lettori)

(Dedicato a Maurizio Gily. Tecnico preparato e giornalista serio, di cui mi pregio coltivare l’amicizia, seppur nel Mondo virtuale).

Giornalisti, strana gente. Come in ogni settore lavorativo anche nei giornali si può trovare di tutto: dal redattore più onesto, preparato e professionale al più cialtrone e azzeccagarbugli, quando non addirittura lo spregiudicato mistificatore di fatti. Basta ascoltare certi telegiornali o leggere certi articoli per capire a cosa ci si riferisce. Qualche volta si fa tanto di cappello al collega, altre si mandano maledizioni al gaglioffo di turno che a riconoscere come collega proprio si fatica. In tal caso gli improperi nascono dal fatto che la verità oggettiva è stata declassata a mera questione di opinioni, di fede politica, ideologica o religiosa, fino a destare il sospetto che l’autore abbia interessi personali tali da indurlo a sposare indifferentemente una causa oppure quella contraria. Le “marchette”, infatti, non sono solo quelle in cui una multinazionale paga in pubblicità ciò che pretende poi come fedeltà redazionale: vi possono essere anche precisi interessi editoriali che istigano a descrivere le cose in modo diverso da come stanno. Le copie, infatti, mica si vendono pubblicando verità se queste appaiono banali e poco fruttifere quanto a incassi. E senza tiratura, ciao pubblicità. E così, per non perdere una marchetta da un lato, qualcuno non ci pensa due volte a farne una dall’altro. Con la fantasia si possono infatti cucire storie di gran lunga più accattivanti per i lettori, i quali vengono così ingannati e defraudati due volte, della fiducia e del denaro. Per giunta, il tutto avviene per pochi spiccioli, perché la mistificazione ai loro danni, in fondo, fa guadagnare ben pochi centesimi per ciascuno di loro. Ma i ladri di galline, si sa, a volte si possono anche trasformare in ladri di fiducia. E rubare fiducia, a giudicare dal proliferare di molteplici cazzari, pare renda ben di più che rubare galline.

Lasciando l’orizzonte generale e scendendo un po’ più nel particolare, una delle tante diatribe che affliggono il Mondo dei media è quella che vede contrapposti i giornalisti che scrivono per la stampa specializzata e quelli che lavorano per quella generalista. Nel primo caso trattasi di giornalisti che sono cresciuti all’interno di un ben preciso settore e scrivono quindi per testate che trattano specificatamente di argomenti di cui essi stessi sono competenti. Chi più, chi meno, ovviamente. Magari, può anche capitare che questi giornalisti siano nati come tecnici e solo in seguito siano diventati giornalisti. Per stampa generalista s’intende invece quel insieme di media che raccolgono quotidiani, periodici e siti web che non trattano specificatamente di materie tecnico-scientifiche o comunque non hanno carattere settoriale. Talvolta nelle loro redazioni si annoverano professionisti preparati che si occupano di aspetti scientifici, ma anche in questo caso finiscono spesso con l’occuparsi di “tutti gli argomenti scientifici”, anche di quelli dove sono meno ferrati. Quando si leggono i pezzi di questi colleghi si può però apprezzare sia la loro formazione scientifica, sia l’approccio razionale. Raramente sono questi a pubblicare allarmismi o a comporre titoli sensazionalistici, anche quando trattino di argomenti non esattamente nelle loro corde.

Mentre però la stampa specializzata è abituata a offrire notizie a carattere tecnico, ove la verifica delle fonti è prassi consolidata, quella generalista rischia talvolta di amplificare bufale fra le più improbabili. Basti ricordare la stupidaggine del limone di Terzigno, ove un agrume afflitto da un banale acaro venne passato alla cronaca come un mutante causato dalla locale discarica. Oppure al “ratto gigante” di Capri, il quale in realtà altro non era che una povera nutria, finita per giunta con l’esser ammazzata a badilate dagli atterriti cittadini dell’isola campana, risultati purtroppo poco ferrati in materia di zoologia sistematica. Non mancano neppure coloro i quali descrivono perennemente frutta e vini come concentrati di veleni, tossici e/o cancerogeni, dimenticandosi che se anche loro mangiano tre volte al giorno è proprio grazie a quell’agricoltura che stanno stuprando con le loro falsità terroristiche.

Sia come sia, ciò che più rattrista un giornalista del settore agricolo è che su di esso non esista una vera e propria cultura della comunicazione. La gente non viene cioè informata su ciò che avviene in questo comparto se non quando cambia il Ministro oppure vi è da sparare a zero su qualche fattaccio tipo quello del metanolo, della mucca pazza, delle quote latte o delle truffe Bio. Normale quindi che fra i diversi tipi di “stampa” si generino attriti e incomprensioni. Una delle accuse che più di sovente viene mossa dalla stampa specializzata a quella generalista è di concedere ampi spazi a chi fa allarmismo sensazionalistico, come pure di non sapere affatto di cosa si stia parlando. La contro accusa è invece quella di essere poco obiettivi, se non addirittura venduti come giornalisti, in quanto troppo prossimi alle campagne di comunicazione delle aziende del settore. A tal proposito, però, è bene ricordare che i giornalisti generalisti le stesse accuse se le scambiano anche fra loro quando scrivano per esempio di politica o di economia. Quindi sarebbe bene che ciascuno, prima di lanciare accuse sterili, si ricordasse che “ogni scarrafone è bello a mamma sua”. Ancor meglio sarebbe se poi il giornalista che scrive sapesse di cosa scrive, cosa che a volte non succede nemmeno nella stampa specializzata.

Scendendo ancor più nel dettaglio, capitò anni fa un episodio da ritenersi emblematico di quanto detto sopra. Studente da poco in tesi, mi trovavo nel parco della Villa Reale di Monza. La mia tesi concerneva lo studio degli equilibri di piccoli laghetti a rischio eutrofizzazione. Uno dei laghetti prescelti era appunto quello del parco della Villa Reale. Si prestava molto bene alle esigenze di studio, non perché asfittico o “malato”, ma perché facilmente divisibile in quattro settori distinti ove mettere a confronto tesi differenti. Mentre lavoravamo a stendere reti e teli, si avvicinò un distinto signore. Egli si presentò quale redattore di un’importante testata giornalistica, prettamente milanese. Si disse interessato a scrivere un articolo e chiese cosa stessimo facendo. Il mio buon Professore, allergico ai giornalisti perché scottato troppe volte da “virgolettati” a tradimento, delegò me a parlargli, mostrando quell’aria tipica di un padre che sta per dare una lezione di vita al figlio. Capii la possibile trappola, quindi mi prodigai a spiegare i dettagli tecnici della tesi, chiarendo al di là di ogni ragionevole dubbio che il laghetto non aveva nulla di anomalo e la qualità delle acque era ottima. Solo ci serviva quale banco di prova per trovare soluzioni da esportare poi nei laghi veramente afflitti dall’eutrofizzazione. Convinto che nei gesti di assenso del mio interlocutore si celasse la consapevolezza della buona salute del lago, mi congedai e tornai al mio lavoro. Dopo qualche giorno, il Professore mostrò copia del giornale di quel distinto pataccaro. Il sottotitolo era “I tecnici dell’Università di Milano al capezzale del lago del Parco di Monza, malato di anossia”. Cioè era stato scritto esattamente il contrario di quello che avevo detto io. Evidentemente, dire che il lago stava benone non faceva notizia. La menzogna sul lago malato invece si.

Divenuto a mia volta giornalista, ho sempre cercato di tenere a mente quella lezione alla rovescia, ricordando per giunta l’insegnamento di un collega più anziano: “Il giornalista deve raccontare i fatti, non crearli”. Un insegnamento che non pare abbiano ricevuto molti, troppi colleghi, i quali perseverano a inventarseli, i fatti. E quando i fatti pur ci sono, e di per sé basterebbero a intessere un articolo avvincente, li devono comunque deformare e travisare per renderli più appetibili. Forse perché sono solo dei mediocri scribacchini, inopinatamente chiamati giornalisti, privi di quella vena scrittoria che fa la differenza fra un giornalista vero e un mero imbrattacarte a pagamento.

La storia recente di casi come quello sopra descritto ne riporta tanti. Anche e soprattutto sul Mondo dell’agricoltura e del cibo. Storie di veleni e di rischi mortali rimbalzano infatti per ogni dove, diffondendo sempre più terrore nella gente comune. Un giorno forse la Giustizia potrà contare su apposite Leggi che le permettano di inchiodare il bufalaro di turno. Guardando però chi tiene ora in mano il timone dell’agricoltura italiana vien da dubitarne, ma la speranza è l’ultima a morire. In attesa di quel giorno, si continuerà perciò a leggere stupidaggini e falsità. E magari anche a vedere trascinare in tribunale giornalisti seri che hanno avuto il coraggio di criticare chi, seppur altrettanto giornalista, ha parassitizzato la verità per vendere ai propri lettori una notizia che con la verità aveva ormai ben poco a che fare.

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