Questione d’etichetta

barcodeCrescono i casi di etichettature ingannevoli circa qualità e origine dei cibi, con un made in Italy basato su materie prime straniere, un bio sempre più taroccato e un “chilometro zero” spesso fasullo

Carta canta e villan dorme. O almeno così si pensava. Nella moderna giostra commerciale dei prodotti agroalimentari, infatti, le etichette offrono spesso garanzie insufficienti su ciò che si acquista. È già fatto grave quando il marketing non rispetta le regole deontologiche della comunicazione e diventa pubblicità ingannevole. Se poi non si rispettano nemmeno le Leggi sull’etichettatura e sui contenuti delle confezioni, allora il commercio diventa una vera e propria truffa ai danni dei consumatori.

La querelle sull’agroalimentare farlocco appare per giunta stratificata su più livelli. Falso bio a parte, sul quale continuano a susseguirsi indagini e arresti, si può iniziare dal bersaglio grosso, ovvero le materie prime importate dall’estero, poi lavorate nel Bel Paese e rivendute infine come made in Italy. Accade per esempio con la pasta, il grano per fare la quale proviene dalle Americhe. Nemmeno l’italianissima pummarola pare esente da questo gioco furbetto, dato che le passate vendute come italiane sono spesso ottenute diluendo, salando e ripastorizzando del banale “triplo concentrato” cinese. Ultimamente, anche l’olio d’oliva ha subito le sue vicissitudini, finendo addirittura sotto gli strali del New York Times il quale ha denunciato giri malavitosi di sofisticazioni e di “cammuffi” di oli africani spacciati poi come italiani. I numeri citati dal quotidiano statunitense erano in effetti inesatti, dato che non è vero che il 69 per cento degli extravergini sarebbe sofisticato. In realtà, quella percentuale è riferita agli extravergini che non avrebbero le caratteristiche per essere definiti tali. Da qui a chiamarle sofisticazioni quindi ce ne corre.

Imprecisioni a parte gli scenari descritti sono comunque impietosi, con un’industria nazionale di trasformazione che pare essersi specializzata in maneggi poco trasparenti d’importazioni a basso costo e successive vendite di prodotti “italiani” che, forse, d’italiano hanno solo il packaging. Incoerenti appaiono peraltro i protezionismi di un sindacato come Coldiretti, il quale tuona da un lato contro il falso made in Italy e contro le importazioni di materie prime straniere, magari inscenando picchetti sul Brennero, salvo poi sposare anacronistici sostegni al bio, al tipico e al chilometro zero. Indirizzi che paiono solo capaci di diminuire ulteriormente le potenzialità produttive dell’agricoltura nazionale, rendendola sempre più dipendente proprio da quei Paesi che la stanno invadendo con le loro materie prime. Se poi al Brennero i giallo-verdi non avessero fatto sfoggio di giubbotti made in China, la loro crociata a favore dei prodotti italiani sarebbe stata forse un filo più credibile.

Non meno controverso appare il pasticcio sulle etichette che avrebbe coinvolto Coop, Carrefour e perfino Eataly, finite tutte nel mirino del Codacons, il quale avrebbe ravvisato in alcune etichette gli estremi per poterle definire “ingannevoli”. Secondo l’associazione di consumatori soltanto nello store romano di Oscar Farinetti sarebbero stati esposti almeno trenta prodotti le cui etichette non rispetterebbero la normativa sulle indicazioni ai clienti, riportandone invece di “fallaci, imprecise, vaghe” quando non addirittura “false”. Ma non solo di etichette si parla. Per esempio, appendere cartelli che assicurano il “chilometro zero”, in centro a Roma, obbliga al reperimento in loco dei prodotti, mentre nei banconi di Eataly sarebbero stati esposti alimenti come pesto alla genovese oppure yogurt prodotti e confezionati in Trentino.

L’inchiesta del Codacons romano ha infine dato la via a due interrogazioni parlamentari, una a firma Forza Italia, l’altra M5S. Due schieramenti politici i quali, al contrario della Sinistra italiana, non paiono subire molto il fascino né delle Coop né del rampante e onnipresente imprenditore albese. E pensare che quello di Farinetti è un nome che è stato perfino ventilato come possibile futuro Ministro all’Agricoltura. I produttori del fagiolo zolfino toscano o del carciofo tipico di Paestum forse esulteranno. Il resto dell’agricoltura italiana un po’ meno.

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