Favole fra i tulipani

vecchio-agricoltoreEsempi bislacchi e luoghi comuni la fanno ormai da padroni sui media, manipolando un’opinione pubblica ben poco preparata a ragionare di macrodinamiche globali e, soprattutto, di agricoltura e zootecnia. Forse una favola potrà essere di più semplice comprensione e anche più divertente di tanti numeri di scarso livello di intellegibilità

Cosa succederebbe se tutti si decidesse di diventare vegetariani o vegani, perché si è convinti che ciò serva per combattere la fame nel Mondo, come da più parti si sostiene? Cosa si otterrebbe? Per scoprirlo può essere di ausilio una favola, ambientata nel Paese che ha fatto della zootecnia intensiva una delle proprie bandiere più robuste: l’Olanda. Tanto, di favole sull’agricoltura ne sono state raccontate tante. Una più, una meno, che male potrà mai fare?

 

<< C’era una volta un allevatore. O meglio, una famiglia di allevatori. Il fratello più grande, Sep Van Hoijdoonck, conduceva un’azienda di oltre mille ettari, vicino alla cittadina di Geltroop. Lui e i suoi due fratelli allevavano quasi duemila vacche da latte. Razza olandese, ovviamente. Le colture prevalenti erano perciò quelle foraggere, come mais, orzo, loietto ed erba medica. Un bel giorno, o un brutto giorno, a seconda del modo di vedere le cose, nella cittadina di Geltroop venne organizzato un incontro con il Presidente dell’associazione ambientalista S.I.P.M.S.N.P.V.D.M.D., ovvero “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari”. Alto, un po’ allampanato, con il pizzetto e gli occhialini tondi, il Presidente prese a tuonare contro allevatori come Sep e i suoi fratelli. Immagini di deserti africani costellati di teschi di bufali si alternavano ad altre di bambini con la pancia gonfia dalla fame messe a confronto con quelle di opulenti Occidentali dalle guance di vaga parvenza suide. Da principio Sep si irritò per questa serie di accuse: che c’entrava lui con la fame in Africa? Che colpa aveva lui, Olandese, della desertificazione degli altipiani somali? A mano a mano che la presentazione del Presidente avanzava, però, a Sep iniziarono a sorgere dei dubbi. Un illustre Professorone italiano, invitato al convegno, spiegò poi che una sola azienda zootecnica olandese di grandi dimensioni consuma la stessa acqua dell’intera città di Macerata. Un consumo scellerato della risorsa idrica che invocava le ire divine. Il dito accusatore del Presidente roteò nell’aria fino a fermarsi proprio verso gli occhi di Sep, nascosto in decima fila. “Ma lo sapete che mentre voi sprecate milioni di metri cubi di acqua per alimentare le vostre vacche, in Africa non c’è acqua nemmeno per irrigare gli orti familiari? Ma lo sapete che con la terra con cui si sfama un bovino si possono sfamare venti persone? Ma lo sapete che l’energia che consumate per produrre un chilo di carne aumenta l’effetto serra quanto un Jumbo Jet in volo fra Londra e Parigi?”. No, Sep non lo sapeva. La sua mente corse quindi ai poveri cittadini di Macerata, poi ai suoi rotoloni da irrigazione che gettavano milioni di metri cubi d’acqua nei campi. Si ricordò anche dei consumi di gasolio delle cinque macchine da mille cavalli che adoperava per trinciare il mais da insilare e di quelli dei dodici potenti trattori con cui lavorava la terra. Per non parlare delle migliaia di tonnellate di fertilizzanti gettati al suolo, dei quintali di diserbanti, fungicidi e insetticidi usati per difendere le sue colture. “O mio buon Dio – pensò fra sé Sep – che mai ho fatto…” e moralmente si sentì all’improvviso la classica “cacca sul badile”. Sgusciò alla chetichella dalla sala e attese che il Presidente uscisse al termine della conferenza. “Mi scusi, Presidente – balbettò Sep con il cappello in mano – io sono uno di quegli allevatori di cui Lei parlava. Sono rimasto sconvolto dalle Sue parole e ora vorrei rimediare. Cosa posso fare per cambiare la mia vita e, di conseguenza, il Mondo?”. Il Presidente lo guardò al contempo severo, ma benevolo. Lui, sostenitore del veganesimo quale via per la salvezza del Mondo, aveva finalmente trovato un nuovo proselito.

Va – disse a Sep il Presidente – torna a casa e redigi un piano per la conversione della tua azienda in chiave vegana. Non pensare solo a te: pensa anche ai destini del Mondo. E tutto ti sarà più chiaro...”. Sep abbracciò il Presidente e, commosso, risalì sul suo Pick-Up e lo mise in moto. Si accorse in quel momento che il Presidente lo guardava con gli occhi sbarrati: Sep stava accendendo un motore che emetteva più di 200 grammi di CO2 per chilometro percorso. Inammissibile, perfino per chi debba muoversi sulle capezzagne di un’azienda agricola da mille ettari. Sep spense quindi il motore e chiamò uno dei suoi fratelli, chiedendogli di andarlo a prendere in bicicletta. Il fratello, interrotto proprio mentre guardava in Tv la partita Ajax-Psv Heindhoven, brontolò un po’, ma poi si alzò, prese due biciclette e si diresse verso il centro di Geltroop. Consegnò a Sep la sua bici e mugugnando tornò alla fattoria. Non saprà mai se il fuorigioco c’era oppure no. Quella notte Sep non dormì affatto. Si mise davanti al computer ed elaborò un piano dettagliato per la salvezza del Mondo. Lui e tutti gli altri allevatori dovevano vendere i propri capi di bestiame e i loro ettari li dovevano coltivare solo per uso umano. In tal modo avrebbero potuto ridurre le superfici coltivate, tagliando drasticamente gli sprechi di acqua, le emissioni di CO2 e l’immissione di “pestidici” e concimi nell’ambiente. Dei suoi mille ettari ne sarebbero bastati solo poco più di cento. E gli altri? Colpo di genio: “Li tappezzo di pannelli fotovoltaici e di pale eoliche – pensò Sep – così produrrò un sacco di energia pulita, abbatterò l’effetto serra e finalmente potrà piovere anche sugli altipiani somali!”. Salvò il file e andò a dormire che era quasi l’alba. Il giorno dopo, di buon mattino, si recò ad Amsterdam (ovviamente in treno prima e con il bike sharing poi). Giunto alla sede dell’associazione “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari”, chiese udienza al Presidente. Egli lo accolse nel suo ufficio: una stanza luminosa, con un bellissimo giardino giapponese e rilassanti giochi d’acqua alle pareti. La scrivania era di cartone riciclato ed era attorniata da dodici piante di Ficus originarie dell’Amazzonia, mentre la poltrona era di pelle umana, dato che il Presidente, da uomo pio qual si presentava, era contrario alla sperimentazione animale e all’utilizzo di sottoprodotti dell’industria della carne, cuoio incluso.

Sep avanzò di qualche metro e si accomodò su uno sgabello ricavato da centinaia di cartocci di succhi Bio riciclati. Mise il suo progetto nelle mani del Presidente e attese trepidante. Il Presidente sfogliò lentamente ogni pagina. A ogni fruscio di fogli il suo volto diventava però sempre più scuro e rapidi sguardi di sottecchi facevano sentire Sep vieppiù a disagio. Infine, egli chiuse con un moto di stizza il dossier, si alzò, indossò l’usuale tunica del rito dello “straccio delle vesti”, salì sul pulpito di legno riciclato, ricavato dalla composizione di cassette da ortofrutta, e proferì finalmente parola: “Tu, villico impudente! Milioni di persone muoiono ogni giorno per la denutrizione e tu cosa fai? Rinunci a coltivare la terra? Rinunci a produrre cibo e copri il territorio con pannelli fotovoltaici e rotori per l’eolico!?”. Sep balbettò che così avrebbe inquinato di meno e avrebbe prodotto un sacco di energia pulita. “Taci, zotico! Non sai quello che dici! Odum si rivolterebbe nella tomba! La tua azienda giace sulla rotta di passo del preziosissimo Rondone calvo di Van Peeteghem e le tue pale eoliche ne metterebbero a repentaglio la sopravvivenza. E i pannelli fotovoltaici? Nei campi? La terra va lavorata, perché nessuno s’azzardi a produrre energia dai campi. No food for fuel, ricordi?

Sep era imbarazzato e avvilito. Tutti i suoi sforzi erano stati inutili. Risprofondato nello stato psicologico di “cacca sul badile”, chiese sottovoce al Presidente cosa dovesse fare. “Va, torna alla tua fattoria – tuonò il Presidente – e ridisegnane gli indirizzi colturali, ricordando che l’acqua è il bene più prezioso e che in Africa i bambini muoiono di fame! Null’altro che questo. E la via ti apparirà da sola!”.

La sera stessa Sep si rimise a lavorare al progetto “Salviamo il Pianeta”. Spedì anche mail per ogni dove, chiedendo aiuto a persone del suo settore affinché gli dessero qualche consiglio utile. Dalle sue terre, ormai era chiaro, doveva estrarre il massimo delle produzioni possibili. Tutte a uso umano però. Quindi, l’unica cosa valida del piano precedente era la vendita della vacche al macello (senza dirlo al Presidente, ovviamente…) e la riconversione dei propri terreni. Ma con quali colture? “Se devo produrre solo per gli Esseri Umani – meditò Sep – devo smettere di seminare foraggere. Potrei provare con la segale, le rape, le patate e i cavoli, che qui al Nord vengono comunque bene”. Sep realizzò che però in tal modo doveva anche buttar via le cinque ‘trincia’ per raccogliere il granturco, perché segale, rape, patate e cavoli necessitano di altri macchinari. E pure molto costosi. “Accidenti – sbuffò Sep – ma così butto via un milione e mezzo di euro e ne devo poi tirar fuori un altro milione…”. A Geltroop però lo conoscevano bene: le banche gli avrebbero sicuramente fatto credito e lui avrebbe potuto riconvertire la sua azienda da zootecnica a umanitaria. Già, le banche. Con loro Sep e i suoi fratelli avevano già aperti dei mutui per pagare le nuove stalle che avevano appena costruito, come pure quelli dei due trattori appena acquistati. Praticamente, un milione di debiti ce lo avevano già da pagare. “Tanto – si consolò – vendendo tutta la mia produzione di segale, rape, patate e cavoli ripianerò comunque il debito e potrò portare a termine il mio progetto, io e tutti gli altri agricoltori nordeuropei”. Tutti gli agricoltori nordeuropei… Ma se tutti questi avessero fatto come Sep, le produzioni di segale, rape, patate e cavoli sarebbero divenute largamente eccedenti i consumi alimentari del Continente. I prezzi di quei prodotti agricoli, quindi, sarebbero crollati per eccesso d’offerta. Per giunta, alla fine dell’anno, dopo essersi sfamati solo a segale, patate, rape e cavoli, i cittadini nordeuropei ne avrebbero avanzati ancora molti milioni di tonnellate, come pure avrebbero risparmiato milioni e milioni di metri cubi d’acqua, rimasta nelle falde e nei canali anziché essere trasformata in bistecche.

E qui Sep si fermò perplesso, perché capì che a meno di inventare un sistema di teletrasporto alla Star Trek, sarebbe risultato difficile prendere tutto quel cibo e spedirlo in qualche Paese affamato. In altre parole, di tutto quel ben di Dio non si sarebbe capito che fare. Probabilmente, i Paesi poveri quei beni se li sarebbero dovuti venire a prendere loro, come minimo. “Si, figuriamoci – sbottò Sep – non hanno neanche gli occhi per piangere e dovrebbero organizzare convogli infiniti di navi merci? Impossibile…”. Mentre pensava a come trasportare tutto quel cibo, Sep sentì la pioggia battere forte sulle finestre: veniva giù a catinelle, come del resto capitava almeno altri cento giorni all’anno dalle sue parti. “Diamine… e l’acqua? Come diavolo faccio a trasportare l’acqua da Geltroop al Burkina Faso? Qui in Olanda non siamo come quelli di, come diavolo si chiama quella città… Macerata! Qui abbiamo rubato perfino la terra al mare con le dighe e se infiliamo un dito per terra l’acqua zampilla fuori da sola. Siamo zeppi di canali, di laghetti, ci spostiamo con le barche e chi sorvola il nostro Paese vede più acqua che terra. Ma come diavolo faccio a portare là tutta l’acqua che ho risparmiato qua?”.

I dubbi iniziarono ad attanagliare nuovamente Sep, mentre i fratelli, ormai sconsolati, mandavano avanti da soli i campi e le stalle.

Colto da un momento d’ira, Sep rovesciò le carte che aveva sulla scrivania. La frustrazione di non trovare una soluzione ai problemi del cibo e dell’acqua gli aveva proprio fatto perdere le staffe. Per giunta, senza più letame avrebbe dovuto comprare molti più concimi chimici! A tal pensiero le carte volarono per ogni dove, compreso il resoconto delle spese aziendali.

Per arare, seminare, fertilizzare, irrigare e raccogliere, i suoi campi gli costavano oltre un milione e mezzo di euro. A questo Sep non aveva pensato. Se anche avesse venduto il 15% delle sue produzioni, perché di più non ve ne sarebbe stata domanda, avrebbe ricavato meno di un terzo di quella cifra. E il milione abbondante di euro che gli sarebbe costato il resto dell’azienda, dove lo sarebbe mai andato a prendere? Per giunta, quello sforzo sarebbe servito solo a produrre ammassi di cibo che avrebbero poi rimpinzato magazzini e celle frigorifere, mica pance affamate. Sep era furioso. Si sentiva uno stupido. Gira che ti rigira, anche rovinandosi lui economicamente, non sarebbe mai riuscito a far arrivare né un chilo di cibo né un litro d’acqua alle popolazioni bisognose.

Né avrebbe cambiato il destino degli abitanti di Macerata, i quali avrebbero dovuto continuare ad accontentarsi di una quantità d’acqua che lui si permetteva oggi di consumare per coltivare granturco. Gli venne allora in mente una mail che aveva ricevuto da un giornalista italiano, incontrato in una manifestazione in campo di macchine agricole. L’aveva cestinata, perché il testo della mail conteneva solo una breve frase virgolettata di cui lì per lì non aveva nemmeno capito il senso. Scartabellò nella casella di inbox finché non la trovò: “Caro Sep – gli scriveva quel giornalista italiano – “È molto meglio insegnare a un uomo a pescare che regalargli un pesce ogni giorno…”. Il senso di quella frase gli risultò finalmente chiaro: stava sbagliando tutto. Tutto! Intanto aveva smesso di piovere. A Geltroop fa così: ne viene a catinelle, poi smette. I Paesi che si affacciano sull’Oceano devono rassegnarsi a questo clima “acquoso” e intermittente. Felice quindi di stare in un Paese dove l’acqua abbonda per ogni dove, Sep si precipitò in cortile, caricò il Pick-Up di letame ancora caldo e fumante, v’infilò dentro il badile sul quale lui stesso si era sentito per giorni una cacca e partì alla volta di Amsterdam. Posteggiò davanti alla sede dell’associazione “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari” e irruppe nell’atrio badile in mano.

Il Presidente lo vide nel monitor del circuito chiuso, capì la mala parata e si fiondò in garage dove salì di corsa sulla sua auto elettrica alimentata dalla locale centrale nucleare e sgommò per mettersi in salvo. Sep si dovette accontentare di riempirgli la scrivania di letame bello caldo, di tagliarli la poltrona di pelle umana e di spaccargli a badilate il seggiolino e il pulpito fatti di materiali riciclati. Sfogata la propria rabbia, risalì sul suo Pick-Up sporco di fango e letame e tornò alla fattoria. Corse dai fratelli e li abbracciò, chiedendo loro scusa per il momentaneo black-out, come pure carezzò decine delle sue vacche, le quali intanto lo osservavano allibite ruminando la loro razione di silomais. Quella sera Sep si gustò una bella bistecca con patate fritte, accompagnata da un boccale di birra gelata. Poi andò a letto. Stava sul punto di addormentarsi, quando all’improvviso un pensiero lo risvegliò facendogli fare un sobbalzo: “Per tutti gli attaccanti dell’Ajax! Ma dove diavolo sta Macerata?”>>.

 

La fiaba termina qui. Purtroppo non termina qui la fame nel Mondo, né i problemi di siccità che attanagliano alcune aree del Pianeta. Illudersi però di risolvere i problemi dei Paesi poveri nutrendosi tutti a “Kamut® & soia”, non soltanto è fallimentare in termini logistici, ma è anche demenziale dal punto di vista sociale, alimentare, culturale e perfino morale. Sarebbe quindi cosa buona smetterla con gli stolidi “conti della serva” su calorie e litri d’acqua, come pure sarebbe ora di bandire le comparazioni demenziali tipo quella fra allevamenti olandesi e cittadine italiane. Sarebbe per contro bene svegliarsi dall’utopia secondo la quale l’acqua e il cibo risparmiati “qua” si trasformerebbero tout court in acqua e cibo comparsi “là”, perché tornando alla cinica realtà dei fatti, ciò a cui gli Europei rinunciassero in termini di bistecche e latticini, non si trasformerebbe automaticamente in cibo per chi adesso non ha nemmeno polentine e focaccette. Sarà bene che di ciò s’inizi tutti a farsene una ragione, per quanto triste essa sia. Per giunta, chi si culla nell’idea di trasferire ai Paesi poveri le eccedenze alimentari occidentali compie solo un grave atto di razzismo, perché approccia quei popoli con una mentalità che è più consona al rapporto che lega l’Uomo ai propri animali domestici, ai quali “il buon padrone” dà un paio di scatolette al giorno e li mantiene anche senza far niente. I popoli poveri sono composti da Esseri Umani identici a quelli dei Paesi ricchi e a meno di crisi contingenti, dovute a guerre e catastrofi, gli aiuti devono essere in tecnologia, know-how e collaborazioni. Questa è di fatto l’unica strada da percorrere affinché quei Paesi possano affrancarsi da fame, sete e perfino da noi, onnipresenti popoli del Primo Mondo. Con buona pace dei cultori dell’anti- chimica e dell’anti-Biotech, ovviamente.

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

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