Un’insalata salverà il Mondo? Spiacente: no

Anatemi contro la carne? Anche basta ora...

Da sempre più parti giungono attacchi alla zootecnia, accusata fra le tante cose di essere fra le primarie cause dell’effetto serra. Le spinte a una conversione della popolazione mondiale al veganesimo si sono quindi moltiplicate, adducendo motivazioni non solo etiche, bensì anche ambientali ed ecologiche. Ma le cose sono davvero così agghiaccianti come vengono presentante? Niente affatto…

L’ultimo della serie è l’Onorevole Alessandro Di Battista. O forse, come preferiscono essere chiamati i Parlamentari del M5S di Beppe Grillo, il “Cittadino” Di Battista. In una sua intervista al Corriere della Sera ha duramente stigmatizzato gli allevamenti di animali, additandoli quale causa primaria di quell’effetto serra che aggraverebbe i livelli di miseria dei Paesi poveri, incrementando di conseguenza anche le relative migrazioni di massa. Di Battista cita ovviamente numeri triti e ritriti sui vegetali necessari alla produzione di un chilo di proteine animali, vedendo cioè nella zootecnia uno dei più disastrosi mali del Mondo.

Solo di pochi giorni fa, peraltro, è un altro mio articolo, incentrato sulle bugie che una parte dei Vegan pubblicano su web per indurre altre persone a seguirli. I commenti sotto l’articolo sono stati di ogni tipo, ma uno soprattutto ha ricalcato le posizioni di Di Battista, possibilmente aggravandole pure. Uno dei commentatori ha infatti bellamente parlato di galera per chi mangia carne, vagheggiando perfino alla sedia elettrica. Rosicava amaro, il poveretto, ammettendo di appartenere a una minoranza per ora. Ma poi, in futuro, quando sarebbero stati la maggioranza e fossero stati rappresentati in Parlamento, allora per noi “mangiacadaveri” sarebbe stata la fine. In maggioranza non lo sono ancora, ma qualcuno in Parlamento che soddisfi i desideri di tali soggetti pare in effetti esserci già nel presente.

Sulle dinamiche tecnico-agronomiche per le quali la zootecnia non è il male che si dipinge verrà pubblicato appositamente un altro articolo. Per ora mi limiterò a fare qualche considerazione numerica solo sull’effetto serra e le sue cause, inclusa la zootecnia. Perché le parole sono e restano parole. I numeri no.

 

Milioni di anni in fumo

Erano organismi viventi, vegetali o animali. Poi, dopo la morte, si sono sedimentati negli strati profondi del sottosuolo divenendo carbone, petrolio e, indirettamente, metano. Ci hanno messo centinaia di milioni di anni a fare ciò. Poi arrivò l’Uomo, inventò le caldaie e i motori a combustione interna e nel giro di un amen molto di quel carbonio conservato nel sottosuolo venne estratto per produrre energia. Molta di quella CO2, estratta dall’atmosfera e sequestrata in forma organica nel corso di ere geologiche, venne così reimmessa in atmosfera dalle industrie, dai veicoli a motore e dalle necessità degli insediamenti urbani di scaldarsi d’inverno e raffreddarsi d’estate.

La Rivoluzione industriale, del resto, iniziò verso la metà del 700, quando di zootecnia intensiva non si sapeva ancora nulla. Da lì iniziò la crescita delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera e con essa l’effetto serra da questa causato.

oism-org-uso-combustibili-fossili

Grafico 1: Relazione fra consumi di combustibili fossili e gas serra (Fonte: Oism.org)

Come si può vedere dalla figura riportata nella fonte bibliografica, ove sono citate a loro volta le fonti dalle quali è stato ricavato il grafico, fino agli inizi del 900 fu il carbone l’unico combustibile fossile ad essere in pratica utilizzato. Da lì in poi non solo crebbero velocemente i suoi consumi, ma questi vennero affiancati da quelli del petrolio. Il gas metano giunse invece in modo significativo solo negli Anni 50. In aggiunta a ciò, il grafico 1 rammenta anche che fra i livelli di CO2 presenti in atmosfera nella seconda metà dell’800 e quelli attuali vi sia stato un incremento pari a circa il 30%, di cui il 22% si sarebbe verificato dagli Anni 50 in poi. Del resto, dalla Seconda Guerra mondiale a oggi è anche praticamente più che raddoppiata la popolazione mondiale.

Sarà però bene osservare anche il grafico 2 (Fonte: Skepticalscience.com), ovvero quello che descrive gli andamenti delle concentrazioni di CO2 in atmosfera nell’arco di molte centinaia di migliaia di anni. Come si vede, a concentrazioni intorno ai 300 ppm si è già giunti più volte in passato, con oscillazioni che sembrano avere una certa ritmicità verificandosi ogni 90 mila anni circa. Oggi siamo al vertice di tale ascesa “naturale” e si spera che ad essa segua anche la tradizionale discesa. Di sicuro, almeno 100 di quei 400 ppm attuali sono dovuti alle attività dell’Uomo, mostrando infatti la curva di crescita dei combustibili fossili un andamento analogo a quello della CO2 nell’aria.

 

skepticalscience-oscillazioni-co2

Grafico 2: oscillazioni nel tempo della CO2 in atmosfera. Fonte: skepticalscience.com

Quindi due fatti sono certi: 1) una parte significativa dei gas serra è dovuta alle attività antropiche; 2) i combustibili fossili sono la parte preponderante di questa crescita aggiuntiva.

 

Uno sguardo al Mondo Auto

 

Carbone, petrolio e gas metano generano energia e l’agricoltura, come ogni altra attività dell’Uomo, assorbe energia. Ma di quante emissioni va caricata la componente agricolo-zootecnica?

Il carbone ben poco centra con l’agricoltura, visto che è impiegato soprattutto per usi industriali. Il metano ha scopi più che altro industriali e civili. E il petrolio? Se per esempio si osserva il trend in crescita delle automobili a livello statunitense (gli USA sono il Paese con le emissioni pro-capite più alte al Mondo), si potrà vedere che le automobili sono passate da “soli” 26 milioni nel 1945 a 130 milioni del 1975. Nel 1990 erano già arrivate a 193 milioni per poi toccare i 253 milioni nel 2012.

Quanto alle produzioni annue globali di veicoli, siamo passati dai 40 milioni scarsi prodotti nel 1999 ai 60 milioni del 2011, con un tondo 24% della Cina, primo produttore al Mondo con una quantità di macchine per superare la quale si devono sommare tutte le automobili prodotte da Giappone, Germania e Stati Uniti. Nel 2010 si stimava che vi fosse un miliardo di automobili circolanti al Mondo.

Messa in questo modo, parrebbe che gli USA siano il Paese che possiede un quarto delle auto circolanti, mentre la Cina quello che un quarto lo produce. Presto, vi è da pensare, la Cina supererà gli USA anche quanto a possesso interno di autoveicoli. Sarà forse per questo che (Grafico 3: vedi direttamente fonte) la Cina appare già oggi il primo Paese al Mondo per emissioni di anidride carbonica?

 

E la zootecnia?

 

Per meglio comprendere i pesi relativi delle singole variabili è bene innanzitutto provvedersi di numeri che si riferiscano sia alle emissioni, sia agli allevamenti. Il tutto, ovviamente pro-capite, altrimenti i pesi e le misure differenti di ogni Paese possono alterare e fuorviare l’analisi.

Utilizzeremo quindi come standard di riferimento proprio la Cina, la quale emetterebbe 7,2 tons di CO2 pro-capite. Tanto per iniziare le comparazioni si partirà con gli allevamenti suini. La Danimarca, per esempio, mostra più emissioni pro-capite di CO2 della Cina, ovvero 8,4 tons. In Cina vi sono però solo 0,35 maiali a persona, mentre la Danimarca ne ha 2,24. Ovvero, a fronte di una zootecnia suinicola pro-capite pari al 640% di quella cinese, i Danesi producono solo il 17% in più di anidride carbonica a testa. Se vi fosse davvero una relazione diretta fra allevamenti suini ed emissioni, tale discrepanza difficilmente sarebbe stata così vistosa. Ergo, a quanto pare i maiali c’entrano ben poco con le emissioni dei Danesi e dei Cinesi, visto che profonde differenze nel numero di capi di bestiame pro-capite producono differenze minime quanto a emissioni di gas serra.

Diamo ora uno sguardo agli allevamenti ovini. In Nuova Zelanda vi sono 7,45 pecore a testa, contro le 3,33 dell’Australia. In Cina ve n’è solo 0,1, cioè vi è una pecora ogni 10 Cinesi. Ancora, la Nuova Zelanda produce 7,8 tonnellate di CO2 a testa, mentre l’Australia 18,3 (rivaleggia in tal senso con gli USA). Quindi, i due Paesi australi ospitano rispettivamente 74,5 e 33,3 volte tante pecore pro-capite rispetto ai Cinesi, ma producono CO2 in ragione di 2,5 volte, l’Australia, mentre la Nuova Zelanda è sostanzialmente uguale. Di certo, pare alquanto difficile attribuire a delle pecore che pascolano libere per le vaste pianure australiane le notevoli emissioni pro-capite dei cittadini di Sidney o Canberra. Anche in questo caso, la tradizione di allevare diffusamente pecore non pare appesantire se non in minima parte le emissioni dei due Paesi anglofoni. Al contrario, le elevate emissioni cinesi devono avere ben altre motivazioni rispetto agli allevamenti ovini.

Allevamenti avicoli. Proseguendo con la comparazione “animali pro-capite / emissioni pro-capite”, si incontra ora il pollame. Vi sono alcuni Paesi che si contendono il podio quanto a polli allevati a testa, ovvero la Malaysia (7,35), il Vietnam (6,96) l’Iran (6,91), gli Usa (6,84) e il Brasile (6,45). E la Cina? Ne ha “solo” 3,6. I confronti fra Paesi sono riportati nella tabella che segue:

 

Paese CO2/pro capite (Tons) Polli Pro capite Confronto con Cina (CO2) Confronto con Cina (Polli) %
Malaysia 7,7 7,35 106,9% 204,2%
Vietnam 1,3 6,96 18,1% 193,3%
Iran 7,3 6,91 101,4% 191,9%
Usa 17,2 6,84 238,9% 190,0%
Brasile 1,9 6,45 26,4% 179,2%
Cina 7,2 3,6 100,0% 100,0%

 

Tab.1: comparazione fra popolazione avicola ed emissioni di CO2. Confronto dei due parametri fra i diversi Paesi e la Cina

 

Come si vede, in tal caso solo gli USA hanno un profilo peggiore (sempre pro-capite) rispetto alla Cina. A fronte di emissioni pro-capite di gas serra più che doppie di quelle cinesi, ha infatti una popolazione di polli men che doppia. Tutti gli altri Paesi producono CO2 pro-capite uguale o inferiore ai Cinesi a fronte di un numero molto più elevato di polli a testa. Ancora una volta, pare che il patrimonio zootecnico dei Paesi presi in considerazione non sia fra i responsabili principali delle emissioni complessive che tali Paesi producono. Il Brasile, per esempio, produce l’80% di polli in più della Cina, ma mostra emissioni di tre quarti inferiori al Colosso asiatico.

 

Ultimi ma non ultimi, i bovini. A quanto pare anche in questo ultimo caso i numeri testimoniano a favore della zootecnia.

 

Paese CO2/pro capite (Tons) Bovini Pro capite Confronto con Cina (CO2) Confronto con Cina (Bovini) %
Australia 18,3 1,28 254,2% 2133,3%
Argentina 4,8 1,26 66,7% 2100,0%
Brasile 1,9 1,07 26,4% 1783,3%
Usa 17,2 0,31 238,9% 516,7%
Francia 6,1 0,31 84,7% 516,7%
Cina 7,2 0,06 100,0% 100,0%

 

Tab.2: comparazione fra popolazione bovina ed emissioni di CO2. Confronto dei due parametri fra i diversi Paesi e la Cina

 

Come già visto in tabella 1 per i polli, le emissioni pro-capite sembrano davvero ben poco legate alla presenza di animali, sempre pro-capite. Se è vero che Australia e USA producono circa due volte e mezza la CO2 pro-capite della Cina, dal punto di vista dei bovini allevati ne mostrano 21 e 5 volte tanto rispettivamente. Ancor più smaccate le differenze con gli altri Paesi. Per esempio, l’Argentina emette pro-capite i due terzi di CO2 rispetto ai Cinesi, ma produce bovini 21 volte tanto a confronto col Celeste Impero. Infine, il Brasile emette solo un quarto circa della CO2 pro-capite dei Cinesi pur a fronte di una produzione di bovini di quasi 18 volte tanto.

 

Conclusioni

Dai dati sopra riportati si evince che le emissioni di gas serra dovute alle attività zootecniche sono decisamente sovrastimate rispetto al totale. Forse perché molti si dimenticano che tutto ciò che diviene carne, latte e uova, prima era foraggio cresciuto nei campi. Per crescere e divenire cibo per gli animali ha dovuto quindi assorbire CO2 dall’atmosfera. Mentre un pieno di gasolio di un’automobile è una botta secca di CO2 in aria, perché deriva dal petrolio del sottosuolo, un litro di latte o una bistecca contengono invece quel medesimo carbonio che è stato estratto dall’aria dalle piante foraggere. Una sorta di “effetto serra a ciclo chiuso” che attenua di molto l’incremento assoluto di CO2 in aria. Con buona pace di Alessandro Di Battista e di tutti coloro i quali che, Fao inclusa, continuano a tuonare contro gli allevamenti zootecnici. Questi sono infatti una follia in ambienti siccitosi, ma possono avere tutta le loro ragioni d’essere nei Paesi sviluppati dell’emisfero boreale, come si evince anche dalla “favola” scherzosa che si ritiene essere la chiusura ideale per il presente articolo.

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

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