L’isola che non c’è

CarpentieriLa Sardegna scopre un giacimento da tre miliardi di metri cubi di metano, ma le Leggi di tutela ambientale e paesaggistica bocciano il progetto fin dalle primissime fasi, quelle di prospezione geologica esplorativa. Inutile la valutazione d’impatto ambientale redatta dalla Saras, società della famiglia Moratti che vorrebbe trasformare quel metano in euro sonanti

Ai prezzi di mercato, rilevabili nelle bollette, si parla di un valore di oltre un miliardo di euro. Metano di buona qualità, contenuto nel sottosuolo in ragione di tre miliardi di metri cubi. Un vero e proprio tesoro gassoso. La società Saras, della famiglia Moratti, redige un progetto vocato unicamente alla valutazione del “giacimento”, da effettuarsi tramite trivellazione. E qui cominciano i guai, perché la documentazione raccolta dalla Saras serve praticamente a zero. Valutazione di impatto ambientale inclusa. Quella zona è a 400 metri dalla palude di S’Ena Arrubia, area protetta da vincoli severi di tipo urbanistico e paesaggistico. Ergo, il progetto Eleonora, questo il nome datogli dai Moratti, viene mandato nel limbo dei No senza passare quasi dal via. E, a quanto pare, nemmeno la valutazione d’impatto ambientale redatto dalla società è valso più di un rotolo di carta igienica in sede di decisione. Soldi e tempo perso per i Moratti: il servizio Sostenibilità ambientale e valutazione degli impatti, in acronimo Savi, ha infatti respinto la richiesta della Saras chiosando che “Si comunica l’improcedibilità della procedura in esame, disponendone, al contempo l’archiviazione”. La procedura non può procedere. Punto, archiviato. Avanti un altro.

Il no è arrivato quindi ancor prima di cominciare: in quelle aree vi sono vincoli inviolabili davanti ai quali ci si ferma e basta. Punto, punto e virgola, due punti! Ma si, fa’ vedere che abbondiamo, avrebbe sottolineato Totò al compare Peppino.

Il rigore mostrato dai decisori, alquanto ligi nel rispetto delle norme e delle procedure, pare preservarne in modo ferreo le coscienze. Tanto, si potrebbe maliziosamente pensare, siamo in un Paese ove fra Politica, comparto Pubblico e comparto Privato c’è da sempre un fastidioso e suicida scollamento, il cui vuoto è riempito da codici, codicilli e procedure di cui al comma barra bis. Lo stipendio di Parlamentare o di Direttore di Ente pubblico arriva lo stesso, verrebbe cioè da concludere, anche se quel tesoro gassoso resta lì dov’è. Un pensiero che corre veloce nelle menti, soprattutto di quelle che sono a casa senza lavoro e con una famiglia da mantenere. E ci si risparmi lo straccio delle vesti da parte di politici e grandi decisori pubblici: su 60 milioni di Italiani ce ne sono forse 50 che la pensano così. Magari un motivo ci sarà…

Per tutta risposta, però, la società Saras ha commentato laconicamente «Prendiamo atto della decisione del Savi, che non intacca l’impegno profuso finora». Vi è però da credere che dietro al politically correct di facciata i coltelli si stiano affilando in casa Moratti.

Non resta quindi che aspettare e vedere se negli anni successivi qualcuno verrà preso per un orecchio e obbligato a rivederle certe valutazioni. E magari convenire che, si, il costo vale la candela. Magari ci vorrà anche una rivoluzione di Sardi che ritornano per fame al brigantaggio, ma la speranza è l’ultima a morire.

Non tutti hanno però la fortuna in Sardegna di lavorare come censori severi delle proposte industriali ed energetiche. Infatti l’isola è attanagliata da una crisi economica e occupazionale senza precedenti, tanto da far prendere la strada dell’emigrazione a diverse persone. E qui iniziano quindi gli interrogativi.

Fatto salvo che l’ambiente è unico ed è bene preservarlo, va comunque tenuto a mente che fra prudenza e fobia vi è una profonda differenza. Come pure vi è una profonda differenza fra preservazione dell’ambiente in un’ottica di sviluppo economico, alla tedesca, tanto per intendersi, e l’auspicio del ritorno a stili di vita più consoni al Neolitico che al terzo millennio dell’Era moderna.

Nel giro di pochi anni vari comitati del no hanno infatti ottenuto diverse “vittorie”.

La base militare americana dell’isola della Maddalena è stata fatta sloggiare con tanto di gommone che seguiva l’ultima nave mostrando un cartello di sfottò “we will miss you”, ci mancherete, se tradotto in italiano. Fra una decina di anni si potrà valutare per via numerica se la partenza dei sommergibili nucleari avrà migliorato le statistiche oncologiche degli isolani, cosa che in molti, compreso chi scrive, ritengono improbabile. Certa è invece la perdita secca di giro d’affari delle attività commerciali dell’isola, le quali sulle famiglie dei militari americani ci campava anche benino. I dollari dei militari, di sicuro, già da oggi “will miss” molto più di quanto certi taddei in gommone potessero infatti pensare.

Un’altra occasione la Sardegna l’ha sprecata rifiutando l’offerta di stoccare sul proprio territorio scorie nucleari. Già, proprio quelle cose brutte che Chernobyl, Fukushima bla bla. Peccato siano anche le scorie che derivano da macchinari necessari a terapie e diagnosi mediche, come per esempio la radioterapia ai malati oncologici. Le scorie radioattive sono rifiuti spinosi, ma gestibili, checché ne dicano i soliti talebani “no nuke” a prescindere, quelli cioè che non sanno la differenza fra una centrale a pile atomiche in cilindri di grafite, come Chernobyl, e quelli a immersione in fluidi di moderazione, come quelli delle centrali di terza generazione che danno energia a mezzo Mondo. Italia ovviamente esclusa.

Anche su questo fronte i gruppi di pressione anti-nucleare hanno avuto la meglio e un’altra fonte di ricchezza per l’isola è stata rimandata al mittente. Questa volta, almeno, senza cartelli idioti e gommoni al seguito.

Solo pochi mesi prima della querelle del metano, l’ennesimo comitato del no aveva poi combattuto strenuamente contro le risaie storiche dell’Oristanese. L’accusa? Le risaie, in quanto zone umide, possono far proliferare le zanzare e di conseguenza la Febbre del Nilo. Del resto, ampie porzioni della Sardegna meridionale erano coperte da paludi e solo le bonifiche fatte nel Ventennio fascista le recuperarono agli usi agricoli, industriali e urbani. Cioè alla civiltà, a meno di pensare che vi sia della civiltà in una palude asfittica e infestata d’insetti portatori di malattie che provocano nel Terzo Mondo alcuni milioni di morti all’anno.

Dopo tali elenchi, corrono quindi alla mente gli operai dell’Alcoa, industria sulla quale si basava la vita di un intero comprensorio, finita nel nulla causa l’impossibilità di mantenerne i consumi energetici a costi di mercato. L’Italia, facendo come al solito la furbina assistenzialista, ha per anni praticato ad Alcoa sconti importanti sull’energia, fino a farci tirare le orecchie dall’Europa in materia di concorrenza. Non è carino infatti che un’azienda sopravviva solo grazie agli aiuti statali. Molto meglio se quell’azienda l’energia se la procura da sé e compete quindi ad armi pari. Un concetto che in Italia provoca l’orticaria solo a nominarlo.

E si ritorna quindi al punto di partenza: nel sottosuolo della Sardegna vi sono tre miliardi di metri cubi di metano, per un valore superiore al miliardo di euro. Una risorsa che forse avrebbe potuto cambiare le sorti dell’Alcoa e di molte altre aziende che invece hanno chiuso, mettendo sulla strada i dipendenti e nei guai le loro famiglie.

Forse la palude di S’Ena Arrubia è davvero quella chicca da preservare. Forse l’intransigenza di chi boccia progetti con facilità impressionante è davvero motivata. Forse la paura mostrata verso zanzare e Febbre del Nilo vale per delle risaie, ma non per quello stagno.

Ma forse anche no.

E altrettanto forse, magari potrebbe aiutare i Sardi dotati di ben dell’intelletto, quelli che davanti ai vari comitati del no restano basiti, se il Governo centrale italiano dicesse alla Sardegna che da adesso in poi se la deve cavare da sola, senza incentivi, senza sgravi, senza contributi. Perché una Regione che aveva la possibilità di auto-mantenersi anche grazie a basi militari, scorie da stoccare e metano da estrarre, il tutto in sicurezza e senza paranoie eco-sanitarie tutte da dimostrare, poi non ha il diritto di chiedere allo Stato quei denari cui ha rinunciato in nome della Gallina prataiola, animale selvatico divenuto ormai simbolo dell’ambientalismo iper conservatore che sta condannando l’isola a divenire un porto di migranti. In uscita, ovviamente. Mica in entrata.

Con buona pace di chi, ostaggio di una sicumera ignorante e stolida, continua a difendere le scelte del no all’estrazione del metano dietro a farlocche argomentazioni di correttezza procedurale.

 

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