Condanne reali e condanne virtuali

martello-tribunaleSu Today.it compare un articolo che riporta la condanna di due multinazionali farmaceutiche, Takeda ed Ely Lilly, a pagare una somma di 9 miliardi di dollari – perché un farmaco da loro distribuito causerebbe il cancro – e subito scoppia la ridda di commenti della serie “Bastardi!“, “Tutto per il profitto!“, “Non gliene frega niente della salute delle persone!” e altri insulti similari. Più che lanciarmi in tali strilli di pancia, però, a me piace invece andare a cercare i numeri dopo aver letto gli articoli. E come al solito, facendo ciò gli strilli tumultuosi dei lettori di Facebook appaiono per lo meno imprudenti e intempestivi.

Il medicinale incriminato si chiama Actos ed è a base di pioglitazone, una sostanza classificata dallo Iarc come “probabile cancerogeno” e pertanto inserita nel gruppo 2A. In questo gruppo, potrebbe apparire assurdo ma non lo è, viene riportato perfino il cisplatino, usato come chemioterapico, ovvero un antitumorale. Nel “Gruppo 2B – possibili cancerogeni”, poco più sotto, compaiono anche l’Aloe vera e l’estratto di Ginko biloba, due preparati vegetali venduti in erboristeria senza ricetta, tanto per dire. Infine, il Gruppo 1, quello a più alto rischio, contiene altri estratti vegetali, come quelli delle foglie di Betel, molto usate in Oriente. Essere nel Gruppo 2A va quindi inteso come doveroso segnale di attenzione e non che se allo zio è venuto un cancro è sicuramente colpa di questa o di quella molecola, scelta a seconda dei convincimenti ideologici dei parenti e degli interessi economici degli avvocati che li aizzano nelle cause risarcitorie contro le “potenti multinazionali”.
Fatta questa doverosa premessa, passiamo al punto in questione.

Da uno studio(1) effettuato sui registri sul diabete del “Kaiser Permanente Northern California” emergono evidenze abbastanza solide circa le influenze del pioglitazone sul cancro alla vescica. Ben 193.099 soggetti diabetici (>40 anni) sono stati considerati per un periodo di cinque anni, dal 1997 al 2002. Di questi, 30.173 (ovvero il 15,6% del campione complessivo), sono stati trattati con pioglitazone, sostanza attiva di Actos. Fra di essi sono stati registrati 90 casi di tumore alla vescica (pari allo 0,3% del campione statistico).
Gli altri 162,926 pazienti, invece, NON sono stati trattati con pioglitazone, rappresentando l’84,4% del totale. Fra di essi sono stati segnalati 791 casi di tumore alla vescica, pari allo 0,48%, un valore superiore al precedente di circa una volta e mezza e che farebbe pensare che non vi sia quindi correlazione fra uso di pioglitazone e cancro alla vescica. Per lo meno, che non vi siano differenze fra questa molecola e altre utilizzate comunemente.

Solo per usi superiori ai 24 mesi continuativi i ricercatori hanno annotato come l’uso del pioglitazione fosse, testuale, “weakly associated with increased risk“, ovvero debolmente associato a un aumento del rischio di contrarre il tumore alla vescica rispetto ad altre terapie. Tradotto, se hai il diabete e devi assumere farmaci per contrastarlo, che tu usi pioglitazone o altri farmaci il rischio aumenterebbe di pochi punti per mille. Sulla base di ciò, e sulla base di un test di laboratorio effettuato su ratti, è stata emessa la sentenza milionaria. Peccato che non si saprà mai davvero se Terrence Allen, il querelante originale, abbia sviluppato il cancro alla vescica a causa del pioglitazone, oppure se gli sarebbe venuto comunque anche senza quel farmaco. Nessuna delle due ipotesi potrà mai essere verificata con certezza, visto che oltre il 99,5% dei diabetici curati con un qualsiasi farmaco NON sviluppa alcun cancro alla vescica. In compenso sopravvive al diabete. Scusate se è poco…

Ora lo studio succitato è proseguito per altri cinque anni e Takeda conta molto sui risultati emersi da questa ricerca aggiuntiva per ribaltare in appello la sentenza. Il dossier è stato inviato a ogni Ente Ufficiale globale, inclusa la Food and Drug Administration americana e da esso non emergerebbero correlazioni fra pioglitazone e cancro alla vescica. Non resta quindi che attendere la sentenza di appello, per verificare se questi ultimi dati sono sufficienti per dirimere la faccenda, oppure se le due multinazionali saranno comunque condannate. Già altre due molecole della famiglia del pioglitazone sono state infatti ritirate dal mercato per effetti collaterali pesanti, ovvero il rosiglitazone e il troglitazone. Chissà se accadrà lo stesso anche alla molecola in questione. Del resto, anche il rofecoxib, antinfiammatorio, venne ritirato dal mercato per gli effetti sul sistema circolatorio, mentre un suo analogo, l’etoricoxib, è ancora in commercio e su di esso non pare gravino i medesimi nuvoloni che provocarono la cassazione del rofecoxib. Ogni molecola è in effetti diversa dalle altre, anche rispetto a quelle della stessa famiglia. Per chi non ci crede, consiglio di provare a diserbare un campo di grano con l’erbicida solfonil-ureico applicato usualmente su mais anziché con il proprio. E viceversa. Pur essendo entrambe solfonil-uree, ognuna delle due è selettiva solo per la coltura sua, divenendo letale per l’altra.

Curarsi o non curarsi, questo è il dilemma…

Ma alla fin fine, sentenze miliardarie a parte, cosa dovrebbe fare un malato di diabete, a parte mettersi a dieta e un po’ in riga quanto a stili di vita?
Un’altra analisi statistica(2) ha valutato i risultati di 16 differenti studi sul rapporto diabete-cancro alla vescica, evidenziando un incremento del rischio nei pazienti diabetici rispetto a quelli sani. Ovvero, se hai il diabete, ti si innalza anche il rischio di sviluppare un tumore alla vescica. Indipendentemente dal tipo di medicinale utilizzato. Quindi, l’unica scelta che conta è fra curarsi e non curarsi. Ognuno è infatti libero di fare di se stesso ciò che gli pare:

a) curarsi il diabete, malattia mortale se trascurata, pur consci del rischio di sviluppare un tumore aumentato di qualche punto per mille.

b) Temere troppo i rischi di tumore e lasciare progredire la malattia fino a che non ci porta alla tomba.

Rischio minimo contro rischio enorme: cosa scegliereste se volete vivere?

Considerando gli studi di cui sopra, sarebbe ora interessante effettuare infatti un altro studio ove 193.099 diabetici venissero curati solo con le tanto millantate diete alternative e con certe erbe miracolose e poi vedere dopo cinque anni quanti ne sono sopravvissuti. Per ovvi motivi umanitari una tale ricerca non potrà mai essere fatta, a meno di accettare come normale la morte della quasi totalità del campione statistico entro i fatidici 24 mesi succitati. Il tutto a vantaggio dei diabetici e a svantaggio di chi deve leggere tutti i giorni la miriade di cazzate sparate su web da chi nulla capisce di farmacologia, di patologia e di rapporti rischi/benefici e tuona a casaccio contro questo e contro quello senza manco essersi informato su cosa si stia parlando. Fra una sentenza di tribunale e una sentenza di laboratorio vi è infatti una profonda differenza, perché in tribunale operano avvocati e giudici, mentre in laboratorio operano scienziati. Già, che sciocco: ovviamente questi ultimi saranno tutti al soldo di Takeda e di Ely Lilly…

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Reference:

1) James D. Lewis, MD, MSCE, Assiamira Ferrara, MD, PHD, […], and Brian L. Strom, MD, MPH: “Risk of Bladder Cancer Among Diabetic Patients Treated With Pioglitazone”. Interim report of a longitudinal cohort study.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3064051/

2) Larsson SC1, Orsini N, Brismar K, Wolk A.: “Diabetes mellitus and risk of bladder cancer: a meta-analysis”. Diabetologia. 2006 Dec;49(12):2819-23. Epub 2006 Oct 5.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17021919

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