La gaglioffa ossessione dei disclaimer

disclaimer-1 Cresce la tendenza ‘avvocatesca’ di imporsi nelle discussioni scientifiche adombrando gli avversari con maliziosi sospetti di interessi economici personali: tattiche funzionali a chi di argomenti concreti ne abbia pochi e che cerchi quindi di averla vinta sul mero piano della retorica, arte più consona a un tribunale che a un dibattito scientifico. Una di queste è la richiesta ossessiva del cosiddetto ‘disclaimer’, cioè la frase che dichiara eventuali conflitti d’interesse. Dato che gli esperti migliori sulla piazza hanno spesso collaborazioni col mondo privato, ciò ne dovrebbe interdire ogni intervento. Arrogandosi il ruolo di arbitro – oltre che di contendente – si prova cioè a zittire chi possa dimostrare che abbiamo torto. Peccato che i conflitti d’interesse possano assumere connotazioni molto diverse da quelle di una banale e trasparente consulenza privata

Un avvocato difensore può essere chiamato a patrocinare un imputato pur sapendo che è colpevole. Ciò non lo condizionerà affatto, perché il suo mestiere è difendere il proprio cliente senza porsi troppe questioni di coscienza. Non si spiegherebbe altrimenti lo scaltro ed efficace operato dei difensori di Al Capone o di altri indifendibili farabutti che hanno ammorbato la società moderna.

Di fronte a una prova imbarazzante, egli cercherà quindi di trovare un cavillo o un vizio di forma che ne infici la validità. Analogamente, se un testimone ha dei punti deboli nella vita privata egli li sfrutterà per minarne la credibilità. E se non ne trova egli lascerà comunque sospettare che vi siano.

Perché se quell’avvocato accettasse il confronto onesto, aperto, il suo patrocinato ne uscirebbe con le ossa rotte. Se egli subisse all’improvviso un rigurgito di coscienza, non gli resterebbe che unirsi all’accusa e concordare una pena adeguata al reato contestato. Ma ciò non accade mai, ovviamente.

Qualcosa di simile si ravvisa anche negli scontri mediatici che sempre più spesso s’incendiano su argomenti scientifici, cioè quelli che dovrebbero essere i più facili da dirimere. Le prove sono infatti prove, i fatti fatti. Il resto non dovrebbe contare. Come si vedrà, invece e purtroppo, anche quando si discuta di Scienza la contesa verrà presto inquinata da tattiche che somigliano più a quelle degli avvocati difensori di cui sopra. Perché non è mica detto che sia solo il “bieco scientista” ad avere interessi personali nella disputa…

Dai laboratori ai tribunali

Fra le tante derive sociali moderne si sta assistendo alla “tribunalizzazione” della Scienza. Gli argomenti scientifici vengono infatti trattati sempre meno sul piano del merito e del metodo e sempre più su quello mediatico e giudiziario. Per esempio, si pensi alla fine che fece la commissione scientifica che bocciò la terapia Stamina di Davide Vannoni e soci: gli esperti vennero respinti dal Tar , il quale diede ragione allo psicologo della comunicazione che non accettava di essere giudicato da scienziati che si erano già espressi negativamente sulla sua terapia. Analogamente, si sospetta che verrebbe respinta anche una commissione di astronomi che bocciasse eventuali tesi per una Terra piatta solo perché avevano insegnato in precedenza che la Terra piatta non è. A Teramo, invece, furono ritenuti colpevoli gli esperti della commissione Grandi Rischi, per “aver indotto le vittime a restare a casa“, come se fosse scientificamente possibile prevedere quel terremoto che un cittadino aveva annunziato in base ad argomentazioni tutte sue. Argomentazioni che non pare siano più servite a prevedere i molti terremoti che da allora in poi si sono susseguiti a livello mondiale. Più di recente è giunta infine la sentenza che ha riconosciuto l’esistenza di un legame fra vaccini e autismo, condannando il Ministero della Salute a versare un vitalizio alla famiglia del bambino malato. Colpa anche del Ministero, il quale non avrebbe presentato appello nei tempi prestabiliti, ma la sentenza rimane comunque agli atti ed è stata emessa nonostante le schiaccianti prove globali che dimostrano che quel legame non esiste e non è mai esistito.

Quando i temi scientifici finiscono in tribunale, spesso le sentenze lasciano sbalorditi proprio gli scienziati

Quando i temi scientifici finiscono in tribunale, spesso le sentenze lasciano sbalorditi proprio gli scienziati

La rete, i pesci e i giocatori scorretti

Viste le premesse di cui sopra, la Scienza appare quindi messa sempre più in un angolo, chiamata a testimoniare solo quando e come vogliono i media, i social, la politica, la Giustizia o il popolino in generale. Pochi i meriti riconosciuti, molte le colpe gettate a prescindere, seguendo quella demenziale orgia d’ignoranza che partorì il mito degli untori di manzoniana memoria. E se si tenta di ristabilire l’ordine naturale delle cose, si può trovare un ostacolo ancor prima di iniziare: il fatidico “disclaimer”. Pubblichi un articolo che smonta una bufala sui vaccini? Devi prima dichiarare di non avere interessi in comune con le case farmaceutiche. Demolisci un libro dai contenuti surreali su carboidrati o proteine? Altro disclaimer che rassicuri sul fatto di non aver mai prestato consulenze per case produttrici di pasta o di carne in scatola. Perché se ciò non è, puoi anche calare sul tavolo le evidenze scientifiche più schiaccianti e solide, ma la tua parola varrà meno di quella del primo babbeo che su internet prenda le difese del guru che stai sbugiardando. Un guru decisamente scaltro, visto che lui di disclaimer si è messo in una posizione di non doverne pubblicare. Forse perché è già troppo impegnato a presenziare a strapagate conferenze o a firmare copie del suo ultimo libro-denuncia uscito nelle librerie di mezzo Mondo. Tutte entrate economiche le quali, stranamente, non pare rappresentino alcun conflitto d’interesse gli occhi dei suoi pugnaci proseliti, le cui motivazioni restano spesso un mistero.

Con un paio di conferenze, Vandana Shiva guadagna più di me in un anno di serio lavoro. Il tutto per raccontare che gli ibridi degli ogm sono sterili, cosa non vera, oppure che si sono suicidati migliaia di agricoltori indiani per colpa del cotone geneticamente modificato, altra cosa non vera.

Gille Séralini ha lanciato il suo libro “Siamo tutti cavie” sfruttando il clamore mediatico ottenuto garantendo a “Le Nouvelle Observateur” l’esclusiva per quella ricerca sugli ogm cancerogeni che in quattro e quattr’otto venne poi ritirata dall’editore perché non stava in piedi neanche con i puntelli da barche. Infine, il libro “The China Study” di Colin Campbell è uno dei best seller mondiali e viene sventolato da ogni vegano e vegetariano nonostante sia stato a più riprese ridimensionato e smentito. Lui e il suo autore, il quale pare abbia perfino inserito nel libro dati differenti da quelli che lui stesso aveva pubblicato su alcune riviste scientifiche. Forse, ragionando con i medesimi schemi mentali di certi intransigenti personaggi, si dovrebbe concludere che le pubblicazioni scientifiche non si vendono, i libri si. E a quanto pare l’idea di far soldi coi libri è divenuta comune nella famiglia Campbell: anche la moglie si è infatti cimentata con l’editoria producendo un libro di ricette vegetariane dal titolo, guarda caso, di “Le ricette di The China Study“. Alla faccia della mancanza di conflitti di interesse.

Secondo Colin Campbell le caseine sarebbero le sostanze più cancerogene del Mondo. Cioè, siamo tutti morti e non lo sapevamo...

Secondo Colin Campbell le caseine sarebbero le sostanze più cancerogene del Mondo. Cioè, siamo tutti morti e non lo sapevamo…

Si provi ora a immaginare cosa è successo quando Andrea Ghiselli, medico nutrizionista e dirigente ricercatore dell’Inran, ha spiegato su Wired che il “The China Study” sarebbe in realtà una bufala. Come per magia, puntuali come la muerte, si sono subito materializzate le “toghe del disclaimer”. Ghiselli è infatti membro del comitato scientifico della Fondazione Danone. Ovvio: è uno dei massimi esperti per quanto riguarda latte e derivati. Peccato che ciò abbia fatto subito spostare l’attenzione della discussione sulle collaborazioni private di Ghiselli anziché restare sui temi del contendere. Nel campo delle argomentazioni scientifiche Campbell ne usciva infatti malissimo, soprattutto considerando l’incoerenza fra ciò che ha pubblicato nel libro e sulle riviste scientifiche. Queste non pubblicano infatti una ricerca senza che dei qualificati referee valutino i risultati. Dire stupidaggini è quindi molto meno facile quando si viene giudicati da dei pari. In un libro che segue ben precise strategie di marketing editoriale, invece, si può scrivere in fondo quello che ci pare: che la carne è il peggior veleno del Mondo, oppure che la pastasciutta è il peggior veleno del Mondo. No! Lo zucchero! Ma scherziamo? È la farina! No! Il pesce! I formaggi! I pesticidi! Gli ogm! Le scie chimiche! Aaarrghhh!!! Moriremo tutti!!!!111!1!!1!!!!

Scusate, mi sono fatto un po’ trascinare…

Tornando alla querelle Campbell-Ghiselli, pure il curriculum ci si è messo di mezzo, dato che il primo ha un curriculum più lungo di quello del secondo e ciò dovrebbe bastare a far pendere la bilancia per il medico americano. Peccato che in materia di latte, caseine e nutrizione fra Campbell e Ghiselli non si possa esitare un solo secondo a scegliere, visto che quest’ultimo ha dalla sua parte i fatti più recenti. Macché: Campbell ha un curriculum “più lungo” e una miriade di copie vendute del “The China Study”. Volete mettere?

La discussione su Wired è quindi proseguita in un dialogo ove i difensori di Campbell si sono mostrati del tutto sordi alle argomentazioni che venivano loro sottoposte, come per esempio i reiterati inviti a leggersi proprio le pubblicazioni scientifiche in cui Campbell diceva cose molto diverse da quelle pubblicate poi nel libro. Ghiselli aveva interessi, quindi non valeva una cicca. Campbell no (!). E poi il pallone è mio e allora lo porto a casa così non giocate più! L’atteggiamento dei difensori dell’indifendibile, infatti, sconfinano spesso nel più disarmante infantilismo.

Quindi, per riequilibrare le tenzoni mediatiche con una sorta di par condicio, sarebbe bene che il famigerato disclaimer venisse reso obbligatorio anche per tutti coloro che i propri guadagni li ottengano magari cavalcando mode e pubblicando tomi che accendano paure alimentari o ambientali. Se infatti non attizzi un po’ di allarmismo, come diavolo fai a vendere centinaia di migliaia di copie tradotte in una dozzina di lingue diverse? Oppure, un analogo disclaimer andrebbe richiesto a coloro che rimedino cachè faraonici per sgonnellare a destra e a manca per il Globo, raccogliendo – oltre a un mare di quattrini – anche i consensi di platee tanto impreparate quanto compiacenti, sempre pronte ad applaudire come foche ammaestrate in attesa di un’acciuga anche quando vengano loro dette inenarrabili stupidaggini dal punto di vista scientifico e probatorio.

Perché, come dicevano i Latini, “Pecunia non olet”, cioè il denaro non puzza. Per quale arcana ragione i proventi rimediati con una consulenza privata dovrebbero quindi essere “puzzolenti”, mentre quelli rimediati creando il mito di se stessi attraverso bufale antiscientifiche dovrebbero essere considerati leciti? Forse, il peggior conflitto d’interesse è proprio quello di chi cerchi di difendere coi denti i guadagni fatti raccontando stupidaggini. Stupidaggini che se si affrontano secondo logiche puramente scientifiche crollano miseramente.

In molti casi, sono i guru che tuonano contro i guadagni degli altri ad avere i conti in banca più ricchi, grazie alla ricca pletora di seguaci che ne gonfiano il mito

In molti casi, sono proprio i seducenti guru che tuonano contro i guadagni degli altri ad avere i conti in banca più ricchi, grazie alla ricca pletora di seguaci che ne gonfiano il mito

Quanto al mio, di “disclaimer”, potrebbe essere strutturato più o meno come segue:

Dichiaro di essere originario della Provincia di Livorno, città patria del movimento anarchico e di genti che sono disposte a mangiare pane e cipolle pure di dire quello che pensano. Nella casa del mio bisnonno Alberto trovò riparo Pietro Gori, l’anarchico in fuga dai gendarmi in attesa di riparare in America e forse anche per tale ragione nemmeno le aziende per le quali presto consulenze si azzardano a esercitare pressioni e le poche che ci hanno provato con me non lavoreranno mai. Valuto sempre e solo i contenuti, i metodi e i meriti. Mai le persone in quanto tali, né i curriculum, né le fonti dei redditi di chi condivide le proprie conoscenze. Chi vuole confrontarsi con me, quindi, non ci si provi nemmeno a fare il gaglioffo denigratore, attaccandosi ai banner pubblicitari ospitati dai siti su cui scrivo, oppure alle mie origini professionali. Con me non attacca: se avete torto rassegnatevi e preparatevi: io sarò in grado di dimostrare sia il vostro torto, sia la vostra disonestà intellettuale”.

Piaciuto come disclaimer? E se non vi è piaciuto, saprò serenamente farmene una ragione.

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