Bufale contro numeri

African buffalo PortraitFra le molte accuse che vengono mosse agli Ogm ve n’è una di alto valore simbolico, ovvero quella incernierata sulla tragedia dei suicidi fra i produttori indiani di cotone. Già il 26 ottobre 2008 venne trasmessa su Rai3 un’intervista a Vandana Shiva, qualificata allora in rete come “vice presidente di Slow Food International”, la quale era in quell’occasione ospite del “Salone del gusto” di Torino. La nota esponente indiana anti-Ogm affermò che l’adozione di “sementi sterili gm” (sterili?) avrebbe causato solo negli ultimi anni circa 100mila suicidi tra i contadini indiani. Come visto poc’anzi, la tesi è stata riproposta anche più di recente nel corso della trasmissione “Adam Kadmon – Mistero” del 15 settembre 2013, dove la traduzione in italiano delle parole di Shiva di morti ne citava addirittura 200mila. Il focus della querelle, sia nel 2008, sia nel 2013, era sul cotone gm resistente agli insetti, il quale dal 2004 ha preso rapidamente piede e al momento rappresenta oltre il 90% delle superfici totali coltivate a cotone in India. Accuse di ogni tipo si espansero ovviamente a macchia d’olio all’indirizzo delle multinazionali biotech, così come le risposte di segno contrario. Oggi sul tema si può infatti trovare in rete di tutto e di più: documenti ufficiali usati contro altri documenti altrettanto ufficiali, o cifre contrapposte ad altre cifre, tutte ovviamente suffragate da qualche fonte definita “autorevole”.

Vandana Shiva: da sempre avversa agli ogm, ha più volte addossato al cotone Bt la colpa dei suicidi in  India. Ma è davvero così? No...

Vandana Shiva: da sempre avversa agli ogm, ha più volte addossato al cotone Bt la colpa dei suicidi in India. Ma è davvero così? No…

E così, attingendo alle fonti scettiche si consolida la convinzione che il cotone gm con i suicidi non c’entri nulla. Consultando invece quelle opposte i numeri parrebbero smentire i precedenti. Strano, perché i numeri sono numeri, cioè asettici. A seconda di come li si vuole interpretare, però, si può giungere a conclusioni fra loro molto differenti. Detta in altri termini, i numeri sono spesso presentati all’interlocutore dal lato che più si riveli funzionale alla dimostrazione di una ben precisa tesi. È quindi la loro attribuzione arbitraria a questa o quella variabile che dà loro una valenza comunicativa negazionista o apologetica.
Si proverà quindi a guardare ai numeri già presentati, ma con un occhio “sterile”, magari corroborandoli con altri che ancora non sono stati presi in considerazione. Prima però di approfondire il tema specifico dei suicidi in India, sarà bene fare un’introduzione su quali siano le trappole della statistica applicata alla polemica sociale. Perché sono trappole “statisticamente” ricorrenti.
Della statistica e dell’ideologia
Tutti o quasi si rivolgono alla statistica per rafforzare le proprie argomentazioni, dal calcio alla politica, dalla Storia all’economia. Peccato che talvolta la statistica appaia un po’ come certe Leggi nei tribunali: interpretabile. E così, numeri e tendenze possono essere filtrati, ammorbiditi o resi più aguzzi a seconda della conclusione alle quali si vuole far arrivare gli interlocutori. A volte l’errore è in buona fede, altre volte no. Analizzando un fenomeno può infatti capitare di fermarsi ai soli numeri che corroborano le proprie tesi, dimenticandone altri che le smentiscono. Oppure qualcuno può perfino “confondersi” fra i concetti di coincidenza e concausalità di due fenomeni. Ciò avviene per esempio quando due trend statistici si mostrino in crescita o in calo nel medesimo lasso di tempo.Esemplificando per assurdo, negli Anni 90 si è assistito a un aumento sia delle vendite di telefonini cellulari sia di caschetti per ciclisti. Sostenere però una correlazione causa-effetto fra i due trend parrebbe molto sciocco a “quasi” tutti. Se però due fenomeni non sono così palesemente slegati fra loro, il gioco si fa più difficile: la Richard Dawkins Foundation, per scherzo, ha fatto circolare sui social network un grafico sul quale vengono riportati gli andamenti del mercato Bio americano e dei casi di autismo, cresciuti entrambi di oltre il 400% fra il 1998 e il 2007. In pratica, analizzando le due curve di crescita, si dovrebbe concludere che mangiare Bio causa l’autismo. Ovviamente ciò non è vero, ma si pensi a cosa potrebbe accadere se al posto del mercato del cibo biologico si mettesse quello del cibo geneticamente modificato: verrebbe usato il medesimo equilibrio di giudizio, oppure partirebbero le usuali crociate pseudo-scientifiche?

Richard-Dawkins-Foundation-correlazione-bio-autismo

Il grafico della Richard Dawkins Foundation sulla correlazione fra consumi del cibo Bio e autismo, in America

E qui la risposta potrebbe darla ancora “Quelo”.
I colpevoli “facili”, infatti, soddisfano le proprie ambizioni personali, come quella di far vincere le proprie idee indipendentemente dal fatto che esse siano corrette o meno. Peccato che le sentenze “gradite” allontanino anche dal raggiungimento della verità oggettiva, il tutto a danno dei consumatori e degli elettori.
Quando infine si prendono dei numeri e li si usa in modo volutamente distorto, la discussione abbandona il mare del confronto scientifico e approda addirittura sulle coste della mistificazione. E questo è proprio ciò che è successo in India sul tema degli agricoltori suicidatisi a seguito delle ripetute siccità che hanno flagellato il Paese. La colpa dei suicidi doveva per forza essere imputata a qualcuno e chi meglio degli Ogm poteva incarnare il colpevole di turno?

Cosa è successo in India

Introdotto agli inizi degli Anni 2000, il cotone resistente agli insetti è cresciuto dapprima lentamente, tanto che al 2004 le superfici a transgenico erano solo il 5% degli ettari coltivati a cotone in India. Poi l’impennata: in soli due anni, dal 2004 al 2006, la percentuale è salita al 40%, per poi coprire i due terzi della superficie nel 2007 e superare l’80% nel 2008. La crescita del cotone gm ha quindi rallentato su base tendenziale, pur superando oggi il 90%.

Il cotone è per l'India una coltura fra le più remunerative e per questa ragione è cresciuta esponenzialmente nelle superfici

Il cotone è per l’India una coltura fra le più remunerative e per questa ragione è cresciuta esponenzialmente quanto a superfici

Circa le produzioni, l’India ha visto crescere i raccolti per ettaro dai 120 chili degli Anni 60 ai circa 300 degli Anni 90. L’incremento fu dovuto soprattutto all’uso di sementi selezionate, sebbene non ancora transgeniche, ma anche di fertilizzanti e insetticidi. L’avversità più temibile per il cotone è infatti il “Pink Bollworm”, ovvero la Pectinophora gossypiella, un lepidottero le cui larve crescono a spese delle capsule fruttigene, cioè quelle in cui si sviluppano le fibre utilizzate per scopi tessili. Infestazioni pesanti di Pectinophora implicano quindi gravi perdite di produzione, sia in termini quantitativi sia qualitativi. Ciò obbliga all’uso reiterato di insetticidi, i quali spesso sono pure di vecchia concezione come per esempio endosulfan o carbaryl, alquanto tossici. Non deve quindi stupire se dall’introduzione del cotone gm, resistente alla Pectinophora, le produzioni per ettaro siano aumentate fino a superare nel 2007 il valore record di 500 chili per ettaro. ovvero un incremento di quasi il 70% rispetto agli anni precedenti. Un dato che spiega bene il successo del cotone gm presso i produttori indiani, con buona pace di chi sostiene che gli Ogm non producono di più delle varietà convenzionali. Magari non è così per tutti, ma per alcuni lo è di certo.

I parassiti del cotone producono danni devastanti, fino alla completa distruzione dei raccolti. Contro di essi sono necessari numerosi trattamenti insetticidi, costosi, pericolosi per gli utilizzatori e dannosi per l'ambiente

I parassiti del cotone producono danni devastanti, fino alla completa distruzione dei raccolti. Contro di essi sono necessari numerosi trattamenti insetticidi, costosi, pericolosi per gli utilizzatori e dannosi per l’ambiente

Quasi una rarità. Sterili (queste si) appaiono quindi le accuse mosse al cotone Ogm di aver fatto crollare i prezzi dei raccolti.
Sia come sia, nel giugno 2006 lo scivolone dei prezzi indusse la Commissione indiana regolatrice della concorrenza a intervenire su Monsanto, detentrice dei brevetti sulle sementi gm. La multinazionale americana esercitava infatti un notevole potere sul mercato dei semi di cotone chiedendo una “technological fee” (percentuale per diritti tecnologici) di 1980 rupie per chilo di semente utilizzata. L’intervento della Commissione la fece scendere a sole 88 rupie per chilo. Vale a dire da circa 36 a più o meno 1,6 dollari per chilo di semente, il tutto al cambio attuale, ovviamente. Secondo l’”Approved Package of practices for Cotton” dello Stato del Maharashtra, la dose di seme per ettaro va dai 10-20 kg/ ha per le varietà di Gossypium hirsutum ai soli 2-5 kg/ha per gli ibridi.

Basti pensare che alcuni ibridi di Monsanto, come per esempio il “ Genuity Bollgard II with Roundup Ready Flex cotton” (doppia resistenza a insetti e glifosate), viene seminato a meno di 2 kg/ha. Prima del 2006 l’esborso per la “fee” a Monsanto era quindi compreso fra i 70 e i 180 dollari per ettaro a seconda che si adottasse una dose di seme di due o di cinque chili. Tradotto in bilancio aziendale, un produttore di cotone gm che nel 2005 ha raccolto da un ettaro 480 dollari ne ha versati dal 14,5 al 37,5% a Monsanto, a seconda della dose seminata. Il saldo positivo per l’agricoltore, al lordo delle spese di coltivazione (fertilizzanti e agrofarmaci), è stato cioè fra i 300 e i 410 $/ha. Negli stessi anni un coltivatore di cotone convenzionale spendeva invece pochi dollari per seminare un ettaro: gli bastava rinunciare a raccogliere una parte della produzione tenendosi i semi da utilizzare l’anno dopo. In questo modo risparmiava qualche decina di dollari, raccogliendo però solo 300 kg/ha anziché 500. Vale a dire incassava solo 285 dollari al lordo dei fattori di produzione. Inoltre, il coltivatore gm si risparmiava svariati dollari di insetticidi. Ciò spiega perché la convenienza a coltivare cotone gm sia apparsa schiacciante agli occhi dei produttori indiani anche con una “fee” molto alta da pagare a Monsanto. Dopo il 2006, come detto, questa “Fee” scese a soli 3-8 dollari per ettaro. Un’inezia rispetto agli anni precedenti. Nel giro di soli quattro anni, ciò fece espandere l’uso degli ibridi gm fino a sfondare appunto il tetto del 90% delle superfici complessive. L’impennata nell’uso degli Ogm coincise cioè proprio con l’abbassamento degli oneri per gli agricoltori verso la multinazionale americana.

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Dopo l’abbassamento delle royalty chieste da Monsanto, il cotone ogm è letteralmente esploso, grazie ai maggiori introiti economici e alla riduzione dei trattamenti insetticidi

Anche secondo il “World development report”, redatto dalla Banca Mondiale nel 2008, il cotone Bt ha influito positivamente sui redditi dei Paesi che lo hanno adottato: le rese in chilogrammi sarebbero aumentate del 19% in Cina, del 26% in India, dell’11% in Messico e di ben il 65% in Sudafrica. I profitti economici sarebbero schizzati invece del 340% in Cina, del 47% in India, del 12% in Messico e del 198% in Sudafrica. Nel medesimo report vennero raccolti dati molto positivi anche sul fronte degli agrofarmaci utilizzati. Per lo meno, positivi per l’ambiente e per le tasche degli agricoltori, un po’ meno per le società che li vendono. Il loro uso, sempre secondo la World Bank, sarebbe infatti diminuito del 67% in Cina, del 73% in India, del 77% in Messico e del 58% in Sudafrica. Questo ovviamente in chilogrammi, non in valore economico del mercato. Perché un brutto vizio dei detrattori degli Ogm è proprio quello di giocare con le unità di misura. Per dimostrare che non è vero che gli Ogm resistenti agli insetti fanno usare meno insetticidi, adottano gli andamenti delle vendite espressi in valuta. Il recente business mondiale degli insetticidi è infatti salito in valore monetario, sebbene sia diminuito in “peso”. Insetticidi sempre più moderni ed evoluti hanno infatti sostituito quelli più obsoleti, ma ciò ha comportato anche l’innalzamento dei costi per ettaro, perché i nuovi prodotti sono molto più costosi dei precedenti. Del resto, un chilo di ferro pesa molto di più di un grammo d’oro, ma è probabile che nessuno scelga di portarsi a casa il primo lasciando per terra il secondo. In altre parole, vi è una profonda differenza fra volume di denaro speso e quantità utilizzate. Il primo è in continua ascesa, le seconde sono in continuo calo. Anche grazie agli Ogm, come volevasi dimostrare. La progressione del fenomeno, ovviamente, si è mostrata variabile a seconda dell’annata, perché l’adozione di varietà di cotone resistenti al “Pink Bollworm” non risolve altre problematiche di campo come per esempio gli afidi, come pure non sono state costanti le infestazioni di lepidotteri.

Ciò non di meno, nel 2002 l’uso di agrofarmaci sarebbe stato di oltre 10,5 kg/ha nel convenzionale, contro soli 5 kg/ha su cotone Bt. Annata sfortunata invece il 2004, quando i consumi di prodotti per la difesa si differenziarono solo di 1,5 kg/ha fra campi gm e non. Notevole invece la differenza nel 2008, quando nel convenzionale furono usati più di 6 kg/ha contro i soli 1,75 kg/ha dei campi gm. Una riduzione di oltre il 70% che lascia poco spazio a eventuali polemiche.
Il calo nell’uso degli insetticidi ha portato quindi effetti benefici su portafoglio e ambiente, ma anche sulla salute degli agricoltori: su cotone convenzionale, data la tossicità dei prodotti comunemente utilizzati in India, si registrano infatti fino a cinque ricoveri all’anno per intossicazioni acute verificatesi durante i trattamenti. I casi limite di cinque ricoveri sono ovviamente rari, ma evidenziano quanto l’approccio alla difesa delle colture sia ben lungi dall’essere “moderno”. Secondo alcuni studi su campioni ristretti di agricoltori, a quattro intossicazioni ci arrivano oltre 50 contadini convenzionali, contro lo zero fatto registrare fra i produttori di cotone Bt. A tre intossicazioni ci arriva quasi una settantina di agricoltori non Bt, contro una decina fra i Bt. Proporzioni analoghe si contano anche nelle categorie con due e una sola intossicazione. Per inverso, nel campione analizzato sono quasi 400 gli agricoltori Bt che non hanno riportato alcuna intossicazione, contro circa 140 fra i convenzionali. Oltre a risparmiare denaro i produttori di cotone gm si sono cioè evitati reiterati ricorsi alle cure mediche. Altro dato che non ammette repliche.

La piaga dei suicidi fra i coltivatori di cotone

A seguito di alcuni anni di siccità, dal 2007 si è assistito a un calo medio produttivo di alcune decine di chili per ettaro. In alcune aree, le carenze idriche hanno addirittura portato alla perdita pressoché totale dei raccolti. E da qui i suicidi, perché molti produttori sono stati letteralmente rovinati da questi rovesci climatici e sono arrivati alla tragica scelta di togliersi la vita perché incapaci di coprire i debiti contratti con le banche per acquistare i mezzi tecnici per coltivare il cotone. Le accuse, ovviamente, sono subito finite sul collo degli ibridi gm, colpevoli secondo i loro detrattori di aver fatto indebitare i contadini che li coltivavano e di averli quindi condannati alla bancarotta. Circa i comportamenti rigidi delle banche, quando non addirittura spietati, altri hanno già parlato.
Non sono mancati nemmeno filosofici confronti fra coltivazione intensiva e biologica, volti a dimostrare che chi coltivava Bio meglio aveva sopportato i rovesci economici del 2007 e successivi. Per onor di verità, chi coltiva cotone biologico lo fa in un’ottica di rotazione delle colture e quindi in azienda ha anche altre fonti di reddito. Chi pratica invece la monocoltura intensiva non diversifica le proprie produzioni. Ciò avviene anche per il cotone gm. Se una stagione particolarmente siccitosa brucia i raccolti in campo, chi ha tenuto altre colture in rotazione può trovare fra esse qualcosa da mangiare, chi ha invece seguito la pratica monocolturale no. Ma questo avviene anche se le colture messe a dimora non sono gm. Quindi, l’agricoltore se la cava meglio se coltiva più prodotti, anche non Bio, rispetto a quelli che hanno investito in una sola opportunità di reddito. Speculazioni retoriche a parte, appare quindi da riconsiderare profondamente l’approccio monocolturale, Ogm o meno, soprattutto in aree geografiche soggette a forti oscillazioni climatiche e contestualmente prive di moderni sistemi di gestione delle acque e dell’irrigazione.

La siccità ripetutasi in più anni, sommata all'eccesso di monocoltura intensiva, ha causato la bancarotta di molti agricoltori. Ma gli ogm, in quanto tali, nulla c'entrano

La siccità ripetutasi in più anni, sommata all’eccesso di monocoltura intensiva, ha causato la bancarotta di molti agricoltori. Ma gli ogm, in quanto tali, nulla c’entrano

Tornando al caso specifico, anche secondo il report 2010 dell’”International Food Policy Research Institute” (Ifpri) non vi sarebbero prove di un legame diretto di concausalità fra suicidi dei contadini in India e cotone gm. Anzi, la tecnologia Bt sulla quale si basa il cotone incriminato sarebbe giudicata complessivamente molto efficace in un’ottica produttiva, nonostante in alcune aree e stagioni particolari abbia generato risultati deludenti. Sempre secondo l’Ifpri, molti fattori si sarebbero quindi sommati nella genesi della tragedia, come appunto l’approccio scellerato della monocoltura spinta che ha reso vulnerabili interi comprensori agricoli. Non da meno avrebbe pesato la stretta creditizia operata dalle banche, le quali, come detto, meritano senz’altro di vedersi attribuire una fetta sostanziosa della responsabilità finale. Nonostante ciò, verso il cotone gm sono state avanzate accuse devastanti, sia da Vandana Shiva, sia da chi ne ha amplificato la voce su giornali, siti e social network vari. Peccato che il numero dei suicidi fra gli agricoltori indiani mostri un trend inversamente proporzionale a quello della diffusione del cotone gm. Anzi, analizzando i numeri parrebbe quasi che l’avvento dei Bt abbia avuto un ruolo positivo. Come detto all’inizio, però, è bene non individuare relazioni causa-effetto solo perché i numeri farebbero pensare in tal senso. Un concetto, questo, che deve valere sia quando si debba controbattere alle bufale, sia quando si tratti di rinunciare a numeri che appaiano giocare a proprio favore. A dispetto delle cifre fornite da Vandana Shiva, la quale cita a più riprese numeri intorno a 200 mila, gli scenari appaiono molto diversi se analizzati in chiave temporale. Nel 1995 i suicidi fra gli agricoltori (tutti) non arrivavarono a 11 mila. Sono poi cresciuti nel tempo fino a raggiungere i 18 mila nel 2002, anno in cui hanno cominciato a diffondersi le varietà di cotone gm. Dopo qualche anno in cui i valori hanno oscillato fra i 17 e i 18 mila suicidi, è iniziata una discesa tendenziale che ha portato i suicidi a diminuire fino al valore di 14 mila nel 2011, anno in cui i cotoni Bt erano ormai a ridosso del 90% delle superfici totali. Le due curve mostrano cioè andamenti completamente opposti, quasi che l’incremento dei cotoni Bt abbia fatto diminuire i suicidi.

Tutto sommato, se i cotoni Bt fanno guadagnare di più e i contadini si suicidano per motivi economici, non appare poi tanto strano che l’espansione di questi ibridi abbia avuto per lo meno qualche ruolo mitigante sul fenomeno dei suicidi stessi. Secondo il report “Accidental deaths and suicides in india – 2010”, emesso nel 2012 dal National Crime Records Bureau (Ministero degli Affari Interni), in India si sarebbero complessivamente suicidate 135mila persone. Molte, ma comunque meno delle 200 mila attribuite da Vandana Shiva ai soli agricoltori.
Di queste 135mila vittime oltre 25mila sarebbero casalinghe, pari cioè al 18,6% del totale dei suicidi. Una percentuale decisamente importante se comparata con l’11,9% degli agricoltori (circa 16mila vittime). In altre parole, in India parrebbe molto peggio fare le casalinghe che gli agricoltori. Ogm o meno che questi coltivino. Anche la classifica espressa su scala geografica dimostra come l’area del Tamil Nadu sia cresciuta dalla quarta posizione nel 2008 (11,5%) alla terza nel 2009 (11,3%), fino a raggiungere la prima posizione nel 2010 con il 12,3% dei casi. Il triste scettro è stato sottratto alla regione del West Bengal, ovvero quella con i più alti tassi di suicidi nel 2008 (11,9%) e nel 2009 (11,5%).

Nel 2010 è scivolata di una posizione, con l’11,9%, superata appunto dal Tamil Nadu. L’indirizzo colturale del West Bengal è prevalentemente vocato a riso,
tea, canna da zucchero e iuta. Anche il Tamil Nadu è storicamente uno stato rurale ed è leader nella produzione di ben precisi prodotti agricoli. Per esempio, è il quinto produttore indiano di riso. Nella campagna 2009-2010 la superficie totale coltivata nello Stato è stato infatti di 5,6 milioni di ettari. Non è quindi per caso se la regione è conosciuta anche come la “ciotola di riso” del Sud dell’India. Oltre al riso, il Tamil Nadu produce anche il 10% della frutta e il 6% delle verdure indiane. Nella fattispecie, è lo Stato indiano con la più alta produzione di banane, fiori, tapioca e il secondo maggior produttore di mango, di gomma naturale, di cocco e arachidi. Si classifica terzo quanto a caffè, sapota, tea e canna da zucchero. Su quest’ultima coltura, peraltro, nel Tamil Nadu si toccano i vertici di resa per ettaro. Infine, ultimo ma non ultimo, lo Stato conta anche ben 17 mila ettari di terreno coltivati per l’olio di palma, rappresentando la seconda area indiana per la produzione di questa coltura. Come si vede, nelle due regioni citate di cotone se ne coltiva poco o nulla. Eppure, sia nel West Bengal, sia nel Tamil Nadu i suicidi sono in cima alle statistiche nazionali.

Anche analizzando il fenomeno dei suicidi di gruppo, cioè quelli dove sono state sterminate intere famiglie, a mostrare la più alta percentuale statistica è la regione Hymalaiana del Sikkim, al confine col Nepal. Eppure le colture tipiche dell’area sono mais, miglio, grano, orzo, aranci, tea e cardamomo.
Circa quest’ultima coltura il Sikkim è la Regione indiana che investe la maggior superficie e fornisce i maggiori raccolti. Anche in questo caso, niente cotone.

Quindi, il fenomeno generale dei suicidi in India mostra una distribuzione che con gli indirizzi colturali pare aver poco a che vedere. Se però si scende nel dettaglio della singola categoria “agricoltori” qualcosa cambia, anche se di poco. Gli Stati a più alta vocazione colturale per il cotone sono Maharashtra, Andhra Pradesh e Nord Karnataka.

Le percentuali di suicidi fra gli agricoltori in queste regioni sono in effetti più alte della media nazionale, superando addirittura il 20% nell’anno 2010 nel Maharashtra. Sarà però bene vedere se ciò ha a che fare con la diffusione degli Ogm oppure no.

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In India la percentuale più alta di suicidi spetta alle casalinghe. Quella degli agricoltori è invece calata nel periodo considerato, cioè quello in cui il cotone Bt si è diffuso fino sopra il 90% del totale

Sempre secondo i report pluriennali del National Crime Records Bureau, in questa Regione i suicidi fra gli agricoltori sarebbero passati dalle 1.917 unità del 1997 alle 3.695 del 2002, anno di introduzione dei cotoni Bt. Un incremento pari a quasi il 93%. Praticamente un raddoppio dei casi di suicidio in cinque anni. Un incremento che però non può certo essere certo attribuito agli Ogm. Poi, dal 2002 al 2006, vi sarebbe stato un ulteriore incremento del 20,5%, facendo salire le vittime a 4.453. Nel 2010, con il cotone Ogm ormai giunto a circa il 90% del coltivato, i suicidi sarebbero stati infine pari a 3.141, ovvero sarebbero diminuiti del 41,7% rispetto all’anno 2006, quando ancora gli Ogm erano scarsamente diffusi. Al salire degli Ogm sono quindi scesi i suicidi.

Nell’Andhra Pradesh si sarebbe passati dalle 1.097 vittime del 1997 alle 1.896 del 2002, con un incremento del 72,8%, per poi giungere al picco del 2004 pari a 2.666 vittime. E all’epoca gli Ogm erano meno del 5% del totale. Nel 2006 i dati si erano stabilizzati sulle 2.607 unità per scendere poi a 2.525 nel 2010. Anche in questo Stato l’incremento delle superfici a Ogm pare quindi non aver influito sulla serie storica dei suicidi. Infine il Nord Karnataka, ove il picco dei suicidi si toccò nel 2003 con 2.678 vittime, contro le 1.832 del 1997. Quindi, un incremento del 46% avvenuto in un periodo in cui gli Ogm rappresentavano ancora una minutaglia sul totale del cotone coltivato. Nel 2010 erano 2.585, cifra comunque inferiore al picco toccato nel 2003. Ovvero, fra un anno ove il cotone Ogm non era quasi per nulla diffuso e un anno come il 2010, con gli Ogm che rappresentavano ormai la quasi totalità del cotone, non sembrano esservi differenze significative. Anzi, la cifra sarebbe leggermente inferiore nel 2010.

A quanto pare, il dramma dei suicidi in India ha radici storiche e sociali profonde, così articolate e complesse da non permettere alcuna attribuzione a specifiche cause. Men che meno all’uso di una varietà gm di cotone anziché una convenzionale. Del resto, si provi ora a osservare la situazione da un altro punto di vista. Se le banche rivogliono i propri soldi è perché li hanno prestati.
Quel denaro non è servito solo a comprare le sementi gm, come invece si vuole maliziosamente far credere. È servito bensì a comprare tutti i fattori di produzione: insetticidi, diserbanti, fertilizzanti e magari, perché no, per pagare le rate del nuovo trattore. A questo punto, se l’agricoltore si vede portare via il trattore dalle banche e quindi si suicida, la colpa a chi deve essere addossata, al costruttore di trattori perché gliene ha venduto uno? Va da sé che la stupidità di questa ipotesi si commenta da sola.
Quindi, se la motivazione appare inconsistente se si parla di macchine agricole, non si vedono ragioni per cui debba valere per una tipologia di semi.

Forse, indipendentemente dalla coltura e dagli Ogm, si deve semplicemente concludere che quando la siccità arriva fa male a tutti. Specialmente a chi non ha saputo differenziare intelligentemente le proprie produzioni. Con buona pace di Vandana Shiva e dei suoi millantati 200mila suicidi, versione sulla quale la Guru indiana del Biologico ha fatto recentemente retromarcia dopo che il Newyorker le aveva fatto le pulci con un bell’articolo di Michael Specter.Ora i 200mila suicidi sarebbero dovuti alla dissennata monocoltura intensiva. Una versione sicuramente più condivisibile rispetto alla precedente.
Giusto poi a titolo di curiosità, va segnalato peraltro come Shiva sia per gli induisti anche il Dio della distruzione, contrapposto a Brahma, il Costruttore. Della serie: un nome, un programma.

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

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