Maiali e maialate – Cronache da un precipizio

Ad AnnoUno, su La7, viene messa in scena l’ennesima distorsione mediatica della zootecnia e dell’agricoltura intensiva. A quando programmi di approfondimento condotti e presenziati da persone competenti?

Nella puntata del 21 maggio 2015 di AnnoUno si parla di maiali e di allevamenti

Nella puntata del 21 maggio 2015 di AnnoUno si parla di maiali e di allevamenti

Giulia Innocenzi, ovvero “Piccole Gabanelli crescono”. O almeno ci provano.

Nella puntata del 21 maggio 2015 la conduttrice di AnnoUno manda infatti in onda un tema molto simile a quello trasmesso da Rai3 la domenica precedente attraverso Report, programma condotto appunto dalla ben più navigata giornalista e conduttrice Milena Gabanelli. Il focus è ancora sugli allevamenti intensivi, specialmente di maiali.

Ma come spesso accade, purtroppo, anche in questo caso i partecipanti sono per lo meno inadeguati. Sul piano delle competenze specifiche siamo cioè a livello di “nani & ballerine”. Nello studio c’è infatti una pletora di ragazzi che esprimono opinioni tanto semplici e personali nella forma quanto discutibili e risibili nella sostanza. Opinioni per giunta condivise senza far capire bene dall’alto di quale competenza siano state formulate. L’unico ad avere qualche titolo a parlare sembra essere un giovanissimo allevatore, il quale patisce però di una profonda inesperienza dialettica e s’inimica la maggior parte dei presenti usando argomentazioni tanto corrette dal punto di vista tecnico quanto disastrose dal punto di vista comunicativo. Crescerà…

Si distingue invece per l’inquietante sguardo vitreo e per l’atteggiamento animoso, a tratti aggressivo, un diciottenne vegano, il cui argomentario non va però al di là dei soliti slogan tipo “Poveri animali! Hanno diritto di vivere anche loro! Bruti! Bruti! Bruti gli onnivori mangiacadaveri!”. Esilarante invece la sua incursione, insieme ad altri animalisti, in una piccola fattoria gestita da un povero vecchietto dall’aria disorientata cui i giovani mammalucchi s’arrogano il diritto d’impartire lezioni su come debba tenere le sue quattro galline. Forse, per ospitare a vita le simpatiche pennute neanche un Hotel a 5 stelle sulla riviera amalfitana sarebbe per loro sufficiente, quindi inutile spendere tempo su quelle surreali riprese.

Meglio spenderle sul filmato in cui una gang di noti animalisti irrompe in un fast-food e molesta tutti i clienti con le solite istanze “veggie”. A capo del commando la stessa moretta ricciolina che tempo fa venne intervistata in occasione di alcune proteste sulla sperimentazione animale. Già, proprio quella che sosteneva che la sperimentazione è inutile perché tanto sarebbero superflue perfino le medicine. Basta non mangiare carne e non ci si ammala più, non lo sapevate? Sapevatelo! E se proprio ti viene il raffreddore ti puoi curare con “limone & peperoncino”, frase per la quale l’animosa ricciolina viene tutt’oggi presa per i fondelli su web da qualsiasi persona attrezzata con più di cinque neuroni.

Nel filmato mandato in onda ad AnnoUno la scalmanata brunetta riprende la solita bufala del “Ma lo sapete che un premio Nobel degli Anni 30 ha scoperto che è l’ambiente acido a scatenare i tumori e che la carne acidifica il sangue e quindi fa venire il cancro?”. Cioè la sfinente serie d’idiozie anti-scientifiche smontate così tante volte(1)(2)(3) che non vale più nemmeno la pena parlarne, specialmente considerando che non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire.

Ovviamente, non potevano mancare in studio i personaggi famosi, come l’ancor bellissima Alba Parietti, la quale non pare affatto benevola verso i vegani rompiscatole che quando li inviti a cena devi sempre condizionare i menù alle loro scelte di vita. Uno sbotto comprensibile, ma che di tecnico e di scientifico, cara Alba, non è che abbia aggiunto alcunché. Folcloristico come al solito, invece, l’ex-magistrato Antonio Di Pietro, il quale apporta come unico contributo zootecnico il fatto che anche nella sua famiglia, una volta, si allevavano bestie da avviare poi ai fornelli.

C’è pure l’onnipresente Oscar Farinetti, patròn di Eataly, il quale sostiene di aver voluto partecipare alla trasmissione solo per difendere la corretta percezione dell’agricoltura e dei suoi prodotti. Meno male, perché nel dibattito su allevamenti e agricoltura intensiva si sentiva proprio la mancanza di un autorevole personaggio che fino a pochi anni fa vendeva elettrodomestici e l’unica cosa che forse sa dei prodotti agricoli è che gli hanno permesso di fare ancor più quattrini di quanti già ne avesse prima. Peraltro, l’Oscar nazionale non pare esser lì per dare una visione obiettiva dell’agricoltura e della zootecnia, bensì per difendere i propri interessi prendendo le distanze da ciò che la trasmissione sta mostrando di più turpe. In pratica, andando al sodo, comprate il mio di Culatello, perché gli altri son fatti così e cosò mentre invece il mio… Perché Farinetti si è sempre definito un “fùrp” (furbo) e se n’è sempre vantato pure. Peccato che la sommatoria delle furbizie individuali diventi sempre stupidità collettiva.

La sua presenza è peraltro puntellata da un veterinario che orbita nella galassia Slow Food, il quale per lo meno di animali qualcosa ne saprà pur bene. E infatti rimbrotta subito i vegan-animalisti, molestatori di anziani agricoltori, chiedendo loro se hanno mai visto la campagna o cosa. Peccato si lasci poi andare a considerazioni su obesità e diabete, lui che a occhio e croce deve patire di un indice di massa corporea ben superiore al fatidico 30 che rappresenta la soglia tra sovrappeso e obesità. Un po’ come Al Gore, vicepresidente americano, ora testimonial ambientalista, il quale arringa le platee (a fronte di generosi cachet d’ingaggio) esortandole a moderare i propri stili di vita per non gravare sull’ambiente. Lui, che negli ultimi vent’anni pare sia ingrassato almeno di un chilo all’anno, mostrandosi ora come il tipico americanone ricco e opulento cui dell’ambiente, in fondo, frega meno di zero. Della serie: ogni pulpito ha il predicatore che si merita. Tanto, le folle plaudenti come foche ammaestrate in attesa dell’acciuga hanno un senso critico pari più o meno a quello di un fasolaro dell’Adriatico: dire cose sensate e per di più coerenti, è quindi fatica sprecata.

Al mesto scenario mediatico manca solo Paolo Cevoli, il noto comico romagnolo che in una sua gag impersonò un produttore di fette di prosciutto: lui mica li ammazzava i maiali, tagliava fettine sottilissime dalle cosce e poi li curava col cicatrene.

In assenza di Cevoli, l’intermezzo comico lo ha invece garantito Mauro Corona, il noto alpinista-scrittore che in collegamento dalla sua amata Erto, in Friuli, perde le staffe e inveisce contro la trasmissione perché lo ha lasciato per troppo tempo in stand-by anziché farlo parlare. E lo fa in modo decisamente stizzito, ricorrendo abbondantemente al turpiloquio. Meno male che nel suo precedente intervento aveva affermato che dopo aver risolto i suoi problemi con l’alcol – ed essere passato a un’alimentazione pressoché vegetariana – si sentiva molto meglio ed era diventato più sereno e pacifico. Tradotto: non mi sento meglio perché mi son dato una calmata con l’alcol, bensì perché mangio verdure. Una logica schiacciante. Del resto, c’è anche chi ha “risolto” le proprie dipendenze da alcol e stupefacenti diventando adoratore della Madonna di Medjugorie. In altre parole, è passato da una dipendenza all’altra. E una peperonata è sicuramente più concreta e terrena di un vaneggiamento esoterico intriso di superstizioni medievali.

E qui merita l’apertura di un inciso. Corona afferma di essersi avvicinato alla dieta vegetariana dopo aver letto un libro di Ehret, cioè quel tizio che s’inventò la demenziale “dieta del muco”. Colui che sosteneva l’assunzione di sola frutta e, proprio per far festa, di qualche insalata. Uno che trovava sano e liberatorio che alle donne sottoposte alla sua dieta scomparisse il ciclo mestruale. Una cosa che accade come risposta a profondi stati di stress, cioè una cosa patologica, non fisiologica. Ehret, colui che si definiva professore, parlando di medicina e alimentazione, quando era solo un professore si, ma di disegno. Vale a dire, uno dei tanti sedicenti guru delle alimentazioni alternative, un propugnatore dei digiuni tanto che ne inanellò diversi di durata crescente, fino a sette settimane. Poi un giorno, a poco più di 50 anni, le gambe non lo ressero, rotolò da una scala e si ruppe il cranio. Riposi in pace. Nel Mondo dei più, di carne non se ne trova di certo.

Divertente quindi vedere come il libro di uno squinternato come Ehret abbia funto da puntello a Corona per risolvere i suoi problemi con l’alcol passando attraverso frutta e verdura, reputate dal burbero scrittore friulano la fonte della sua ritrovata seraficità spirituale. Infatti, la seraficità interiore è stata talmente ritrovata che fioccano subito spassose escandescenze e parolacce in diretta, foriere di ovvie considerazioni su quali dovrebbero essere i libri da far leggere a Corona…

Ultimo, ma ben lungi dall’essere ultimo, Umberto Veronesi, il noto oncologo di fede vegetariana. Il professore milanese è l’unica figura che per lo meno parla di ciò che sa, ovvero i danni che gli eccessi di carne possono generare alla salute. Eccessi, badate bene. Non consumi. Pacato, sorridente, rispetto al resto dei partecipanti emana una superiorità culturale, intellettuale e professionale che si libra dieci spanne sopra. È vegetariano, vero. Sconsiglia diete con la carne, è vero. Ma è anche uno che sostiene la necessità della sperimentazione animale nella ricerca medica, come pure l’utilità degli ogm e dell’energia nucleare. Ovvero, tutto un altro paio di maniche rispetto ai cazzoncelli presuntuosetti che blaterano a vanvera di antispecismo nella speranza che il loro ashtag abbia più successo di quello degli altri.

E la trasmissione, direte voi?

La trasmissione merita poco spazio in sé, essendo la solita paccottiglia preconfezionata, atta a dimostrare una tesi palesemente studiata a tavolino. L’accusata, ovvero la zootecnia intensiva, è infatti la grande assente della serata. In sua inappropriata rappresentanza vengono mostrati filmati agghiaccianti di alcuni allevamenti condotti in palese violazione di ogni buona regola zootecnica, sanitaria e perfino umana. A nulla è valso l’intervento della Ministra alla Salute Lorenzin, a ricordare come gli allevamenti di suini in Italia siano quasi 140 mila e che la stragrande maggioranza di essi risulti conforme alle norme sanitarie.

Macché. Il reportage prosegue impietoso e a senso unico, incentrato com’è su allevamenti gestiti da cialtroni meritevoli solo di esser perseguiti a norma di Legge. Molto probabilmente, sospetto siano solo paesanotti, per giunta attempati, che si esprimono in dialetto e il massimo di ragionamento che sanno fare è del tipo “nekri-zinghiri-Lega-Salvini-pota-pota”. Da contro altare a tale scempio umano, prima ancora che zootecnico, viene posto invece il bell’allevamento di un simpatico panzone laziale, il quale alleva circa 400 maiali allo stato brado. Maiali che però, seppur vissuti liberi e felici, sempre nella sala macellazione finiscono. Ma questa, di scena, non viene ovviamente trasmessa. Lo sarà dopo, però, quando la macellazione verrà furbescamente collegata solo agli allevamenti intensivi. Quasi che in quelli “bucolici” descritti sopra i maiali si uccidano spontaneamente con la cicuta come fece Socrate.

Grande assente quindi, si ribadisce, la zootecnia specializzata. Quella vera. Cioè quella seria e professionale, quella rappresentata inadeguatamente dal giovane allevatore di cui sopra: una goccia di professionalità in mezzo a un mare di disinformazione, ma che non poteva comunque mancare, pena l’esposizione alle accuse di partigianeria che sarebbero altrimenti piovute sulla trasmissione. Grazie invece alla presenza del giovane suinicoltore almeno uno che difendesse gli allevatori c’era. O ditegli di no? Le apparenze di par condicio sono salve.

Che poi fosse un personaggio dal valore mediatico prossimo a zero, nonostante tutte le sue buone intenzioni, poco importa. Fa parte delle regole del gioco (truccato) nel quale certe trasmissioni sedicenti d’inchiesta sono maestre.

Altre due grandi assenti sono state poi l’industria alimentare e la grande distribuzione organizzata, la cosiddetta Gdo. Loro sono infatti i prezzi da strozzino praticati agli allevatori, i quali talvolta sono costretti a fare bilancio moltiplicando il numero delle bestie per metro quadro, tagliando costi e tenendo i propri animali in condizioni non conformi né alla Legge, né al buon senso. Perché mica tutti possono realizzare ciò che testimoniava il veterinario citato poc’anzi, cioè filiere super fighe legate a Slow Food, con bestie allevate a erbette fresche e basta. Bestie le cui carni, ovviamente, sono vendute in macellerie esclusive e a prezzi altissimi, acquistabili perciò solo da quella borghesia benestante che rappresenta ormai si e no il 5% della popolazione italiana. Soldi quindi tanti, ma solo per pochi. E al cassintegrato? Nessun problema. Parafrasando (forse) la Regina Maria Antonietta di Francia prima che il popolo affamato e rivoluzionario le spiccasse la testa dal collo: <<Se il popolo non ha la bistecca “Slow”, dategli la scatoletta “Fast”>>. Per giunta, spaventandolo e disgustandolo, quel popolo, facendogli pensare che quella ciccia sia prodotta pure in modo turpe e igienicamente ributtante. Così, al miscio tapino, non solo gli si dirà che deve accontentarsi di una carne di serie B, ma ci si divertirà pure a fargliela andare di traverso grazie a riprese da film dell’orrore. Scene dalle quali, però, non ci s’illuda sfuggano le nobili cicce pagate a peso d’oro, le cui bovine subiscono il medesimo destino di macelleria di qualsiasi altro animale d’allevamento.

Ma dato che quest’ultimo punto non viene testimoniato con analoghi filmati, il confronto con tali situazioni elitarie risulta giocoforza impietoso, perché sull’altro fronte mica viene schierata un’azienda professionale, moderna ed efficiente. No, viene messo l’allevamento lager di qualche cialtrone di piccole dimensioni, almeno a giudicare dagli stabulari visitati nottetempo dalla troupe di AnnoUno.

Ed eccoci tornati alle “Piccole Gabanelli crescono”, come si diceva nell’incipit dell’articolo. Perché chi ha buona memoria ricorderà una puntata di Report, di 7-8 anni fa, in cui veniva mostrata una bottiglia di vino contenente otto diversi residui di agrofarmaci. Musica bassa, atmosfera inquietante e serissima. In pratica, grazie a quella bottiglia “chimica” il vino italiano venne quasi fatto passare come materia prima ideale per confezionare una Molotov. Per fortuna dei consumatori, il 70% delle bottiglie di vino italiano non presenta residui, il 15% ne contiene solo uno e si supera il 90% dei campioni se si sale a due. Si sfiora infine il 95% dei campioni se si arriva a tre e si va perfino al di sopra di tale soglia se vogliamo proprio trovarne quattro. Quindi, quella bottiglia con otto differenti molecole apparteneva a una classe statistica di gran lunga inferiore all’1% del totale. Eppure venne mostrata quasi fosse il paradigma di riferimento di tutto il mercato del vino. Nessuna puntualizzazione venne fatta per condividere le percentuali di cui sopra. Nessun chiarimento sugli scenari reali dei residui nei vini: solo la notizia shock degli otto residui. Punto. Se no l’audience come la tieni? Rassicurando la plebe? Ma quando mai…

Del resto, anche certi Tg, giornali e programmi Tv usano metodi analoghi per incendiare gli animi contro gli immigrati, infarcendo i propri palinsesti di cronache criminali aventi come protagonisti extracomunitari. Peccato che i delinquenti siano poche decine di migliaia, mentre in Italia vi sono cinque milioni di immigrati che per giunta fanno lavori che gli Italiani non farebbero. I delinquenti, cioè, sono si è no l’1% del totale. tant’è, quei Tg, quei giornali e quei programmi battono e ribattono sempre sul “nekro assassino” come se tutto il male del Bel Paese fosse lì. Così facendo, però, non credo raccolgano complimenti dalle summenzionate conduttrici, visti i loro palpabili orientamenti  politici e ideologici.

Nonostante ciò, la giovane Giulia Innocenzi dimostra di aver imparato bene la lezione della bottiglia di vino e di altri casi simili, presentando un’azienda zootecnica, onestamente delinquenziale, quale standard di riferimento per un intero settore. Un settore che poi, piaccia o meno, permette a tutti di riempire i carrelli della spesa con alimenti sani, controllati e nutrienti. E pure a basso costo, in modo che anche i meno abbienti possano usufruirne. Con buona pace del bischerello vegano e dei suoi simili, cui andrebbe rispiegata la storia dell’Uomo dai Neanderthal a oggi.

Come conclusione al presente articolo non resta quindi che fare una mesta considerazione sugli attuali media: nei corsi di deontologia, che a noi giornalisti tocca seguire per rimanere nell’Ordine professionale, vengono stressati spesso due punti: primo, fare in modo che sia sempre netto il confine tra i fatti sostanziali e le semplici opinioni. Secondo, i fatti vanno sempre riportati nella loro completezza ed estensione, come pure nella loro realtà provata, in modo da informare correttamente lettori e spettatori evitando si pilotarne le opinioni con furbesche ricostruzioni che lascino adito a fraintendimenti creati ad arte.

Guardando certe trasmissioni televisive, invece, pare che certi giornalisti i corsi li abbiano fatti solo perché devono mettere insieme dei crediti e basta. Tanto, il popolino si beve tutto e, alla fine, più che una tirata d’orecchie da qualche collega anziano non arriva.

Alla fin dei conti l’unico risultato ottenuto dalla puntata in questione è stato quello di far piovere nei social una miriade di commenti di gente ormai disconnessa dal Mondo rurale produttore di cibo. Gente che ha “realizzato” all’improvviso che il maiale prima di diventare un prosciutto nei supermercati era vivo e razzolava nei castri. E si affretta quindi a dire che non mangerà più salumi o carni in genere, per la gioia dei molti invasati che ora esultano al grido di “Go Vegan!”.  Bravo AnnoUno: obiettivo raggiunto…

E una tirata d’orecchie va anche a gente come Carlo Petrini di Slow Food e a Oscar Farinetti di Eataly: a suon di contrapporre le vostre linee filosofico-agricole all’agricoltura intensiva, descrivendola spesso in modo fuorviante e facendola passare come il male assoluto, ora vi trovate pure voi a fronteggiare l’esercito montante degli integralisti vegani, quelli cui non importa se il salume nel mio piatto è fatto secondo le vostre tanto amate arti rurali, oppure è frutto di zootecnia industriale. A loro quel salume non va che noi, io e voi, lo mangiamo, o lo vendiamo. Spero che capiate il pericolo che deriva dal mostro mediatico che voi stessi avete contribuito indirettamente ad alimentare.

E che agiate da adesso in poi di conseguenza.

Allegati:

1) Per capire cosa sia il lavoro di veterinario e cosa siano i suoi fronti d’impegno sanitario cliccate qui

2) L’editoriale di Aldo Grasso sul Corriere della Sera sulla trasmissione di AnnoUno.

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(1) Sulla dieta alcalina: http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/03/06/la-bufala-della-dieta-alcalina/

(2) Medbunker: http://medbunker.blogspot.it/2012/06/dieta-alcalina-alla-base-della-bufala.html

(3) Sul Premio Nobel: http://www.butac.it/otto-heinrich-warburg-e-la-causa-primaria-del-cancro/

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