Roba da chiodi

Consumi di carne in lento declino e l’Avis di Cremona rileva cali di sideremia fra i donatori, sollecitandoli a diete più ricche ferro, cioè più ricche di carne. Ovvie bufere dal mondo Veg

Foto: Avis

Ancora sotto attacco la zootecnia e il consumo di alimenti di origine animale, insieme all’industria ad essi collegata. L’ultimo episodio della telenovela – messa in scena dalle usuali compagini “No-Cicc” – è ambientata addirittura nella capitale italiana degli allevatori, cioè Cremona. Ma cos’è successo di così grave da sollevare polemiche e contumelie?

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C’era una volta il rimedio della nonna, la cosiddetta “mela chiodata”. Si prendeva una mela, meglio se verde, le si conficcava dentro una sfilza di chiodi di ferro (al top quelli arrugginiti, suggeriscono alcuni) e glieli si lasciava dentro per un giorno. Dopo di che, si gettavano i chiodi e si mangiava la mela. Et voilà: la sideremia della nonna, inconsapevole vegana ante-litteram, tornava a posto. Suggerimenti di questo tipo si possono leggere in giro per il web, soprattutto nei siti di chiaro orientamento “alternativo”. Purtroppo, si leggono anche a mo’ di invettiva ai piedi di un articolo de “La Provincia” di Cremona.

Nel pezzo si riporta il contenuto di una mail che la locale Avis, acronimo di Associazione volontari italiani sangue, avrebbe inviato ai propri soci. Dopo aver riscontrato una tendenziale diminuzione nei tenori di ferro nel sangue dei donatori, l’associazione li esorta a seguire diete che preservino maggiormente la sideremia ematica, al fine di garantire una maggior qualità ai fini trasfusionali. Fra i suggerimenti, anche quello di assumere carne, fegato e altri alimenti ad alto tasso di ferro in forma “eme”, cioè quella di più facile assimilabilità da parte del nostro intestino. Apriti cielo: dal mondo Veg-animalista parte una sequela di contumelie da far impallidire non solo gli anemici, ma anche i rubicondi.

Non importa che l’Avis di Cremona sia quella col maggior numero di donatori per mille abitanti d’Italia, quindi, magari, sappia cosa dice quando parla. Non importa che i dati analitici dei laboratori indichino un reale impoverimento nei contenuti di ferro nei campioni di sangue donati. Non importano le tabelle nutrizionali e i consigli dei nutrizionisti in materia di carne e quindi di ferro. Macché: ciò che importa agli incursori del web è che nessuno possa comunicare qualcosa di contrario alle moderne tendenze alimentari che loro stessi hanno sposato. O forse, più che di scelte alimentari, vista l’acrimonia e la violenza verbale di certi commenti, si dovrebbe parlare di estremismi ideologici, con qualche sfumatura pure di disagi psicologici, di cui uno nella sfera adibita al controllo dell’aggressività. Cioè quell’attitudine deprecabile di solito attribuita ai tanto disprezzati “mangiacadaveri”.

Per esempio, ci sono quelli che sputano disprezzo sull’associazione in quanto rea di propugnare la solidarietà fra uomini basandosi sulla morte di altri viventi, cioè gli animali. Personaggi cui si augura ovviamente di non avere mai bisogno di medicinali sperimentati sugli animali (cioè tutti), né di trasfusioni con flaconi raccolti dalla tanto odiata Avis. Perché con tali soggetti diviene moralmente doveroso adottare quella benevolenza che di norma si usa nei confronti di chi non riesce proprio a capacitarsi delle sciocchezze che dice. Non mancano neppure le accuse all’Avis di vendere il sangue alle solite multinazionali e di favorire in tal modo la vivisezione.

A parte l’assoluta mancanza di nesso logico fra sacche di sangue e sperimentazione animale*, forse sfugge che sono proprio le industrie a elaborare il sangue per ricavare i necessari emoderivati da utilizzare sui pazienti. Salvando loro la vita, magari. Incluso quelle dei veg-integralisti in caso ne avessero bisogno. C’è poi chi non si accontenta di sbavare livore contro l’Avis e contro il suo lodevole impegno, bensì sceglie la strada dell’improvvisazione scientifica affermando che la dieta vegana avrebbe risolto i problemi di ferro degli onnivori. Quali? Non si sa. Sarebbe un po’ come affermare, senza portare alcuna evidenza a supporto, che se si getta una ciabatta fuori dalla finestra la si deve poi andare a raccogliere sul tetto anziché sul marciapiede. Perché nella dimensione parallela in cui certi personaggi vivono, forse, perfino la forza di gravità potrebbe esprimersi alla rovescia. C’è infine chi sostiene che basta, appunto, qualche mela chiodata e tutto va a posto senza mangiare bistecche, dimenticandosi che la summenzionata nonna mangiava le mele chiodate solo perché la carne non se la poteva permettere economicamente, mica perché fosse una “Veggie”.

Quando poi i tanto millantati rimedi della nonna saranno finalmente suffragati da ricerche scientifiche ufficiali, sarà sempre tardi.

Nel frattempo, diversi indicatori di mercato parrebbero mostrare una lenta contrazione dei consumi di alimenti animali. Un’indagine commissionata a GfK Eurisko da TreValli, una cooperativa del settore lattiero-caseario, rivelerebbe infatti che le scelte alimentari degli Italiani starebbero cambiando profondamente. Negli ultimi vent’anni sono passati dal 41 al 62% gli italiani che si rifanno alla dieta mediterranea. Anche i pasti veloci sono cambiati, diminuendo dal 40 al 21%. Scesa anche dal 24 al 13% la quota di chi afferma di trascurare l’alimentazione. Crolla pure il pasto completo: a pranzo dal 68 al 48% e a cena dal 41 al 25%.

Cresce per fortuna la quota di Italiani che presta la debita attenzione alla colazione: dal 70 all’85%. Inoltre, dal 2006 a oggi sarebbero due i milioni di Italiani che hanno rinunciato alla carne, in tutto o in parte. Il 18,1% la consumerebbe meno di una volta alla settimana. Una “dose” assolutamente accettata come salutare dalla maggior parte dei nutrizionisti. Cioè quelli che dimostrano nei fatti di essersi meritati la laurea che è stata loro conferita, perché una laurea non fa competenza tanto quanto una rondine non fa primavera. Specialmente quando le nozioni scientifiche siano passate attraverso la memoria solo per il tempo necessario a superare un esame, salvo poi uscire dall’altra parte della testa, sfrattate da stolte ideologie che mai hanno abbandonato la psiche del soggetto.

Complessivamente, sempre secondo l’indagine di GfK Eurisko, la frutta verrebbe consumata di media 5,7 volte alla settimana, verdura e pasta rispettivamente 4,8 e 4,7 (e qui sobbalzeranno i detrattori dei carboidrati…). Poi la carne, con 3,1 porzioni alla settimana, infine formaggi e salumi. Proprio questi ultimi sarebbero i prodotti di cui si starebbero maggiormente privando gli Italiani. In altre parole, la società sta cambiando negli usi a tavola. Scenari quindi funzionali alle pressioni ambiental-ecologiste finalizzate alla riduzione dei consumi di alimenti di origine animale. Sarà un bene? Sarà un male? Probabilmente, è solo l’ennesima medaglia a due facce. Chi è scientificamente preparato e intellettualmente onesto, le vede entrambe, quindi capisce – e sa anche interpretare in modo equilibrato – le argomentazioni di cardiologi, oncologi ed ecologi. Però capisce anche quelle dell’Avis, la quale dal suo punto di vista nota un calo qualitativo del sangue donato e stimola i propri soci a un saggio consumo di cibi ricchi di ferro, come le carni, appunto.

Poi ci sono i talebani delle opposte fazioni, ovvero quella dei veg-integralisti più feroci e invasati e quella dei carnivori più impenitenti. Ma discutere con questi soggetti, purtroppo, è come cercare di convincere il Sole a non tramontare…

* : la vivisezione in quanto tale non esiste più da anni: fatevene una ragione, rientrate nella macchina del tempo e tornate nel Terzo Millennio…

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