La saggezza dei perplessi

perplessi Finita su Facebook la sarabanda dei profili con l’arcobaleno, prosegue il dibattito sulle adozioni alle coppie omosessuali. Peccato che il clima sia ormai troppo esacerbato per affrontare il tema con la dovuta serenità, senza cioè incappare nello spartiacque demenziale del “o con noi o contro di noi”. E la scienza cosa dice? Non abbastanza…

Quando si leggono titoli del tipo “Le cose stanno così e cosò: lo dice la scienza”, è bene mettersi in difensiva. Dalla mia estrazione scientifica ho infatti imparato che la scienza si basa su lunghi e intensi dibattiti basati su metodi ed evidenze, ottenute queste ultime grazie a ricerche misurabili e ripetibili. Solo al termine di questo robusto confronto si possono trarre regole certe da seguire da lì in poi. La Terra è sferica e gira lei intorno al Sole: la questione è chiusa, con buona pace di alcuni esaltati creazionisti. La Materia Oscura dell’Universo non è invece chiaro cosa sia: la questione è perciò ancora aperta. E qui si parla di fisica e di numeri. Figuriamoci cosa succede quando si parli di analisi psicologiche o sociologiche: le cose si complicano ulteriormente, perché in tal caso non esistono strumenti di laboratorio che registrino valori esatti dei parametri analizzati. Valutare il profilo psicologico di una persona non è cioè come misurare il pH di una soluzione o la temperatura di un ambiente. La componente individuale dell’indagatore, dell’indagato e del lettore, dal punto di vista psicologico e ideologico, rischiano cioè d’incidere sulle valutazioni e sulle interpretazioni finali.

Non tutte le indagini scientifiche possono contare su strumenti percisi che rendano valori certi e confermabili

Non tutte le indagini scientifiche possono contare su strumenti precisi che rendano valori certi e confermabili

Si provi quindi a immaginare quali pensieri mi siano passati per la mente quando in una discussione su Facebook sono stato invitato – con l’usuale sicumera – a informarmi meglio sulla faccenda “adozioni gay”. Non che avessi fatto commenti omofobi, intendiamoci. Anche perché sono personalmente favorevole alle unioni omosessuali e detesto ogni forma di discriminazione e di persecuzione nei confronti di chi abbia orientamenti diversi. Mi ero solo interrogato su cosa s’intendesse per sviluppo quando si parlava di bambini in un articolo dell’Huffington Post. Oltre agli sbruffoni dalle non meglio specificate competenze – quelli che esortano gli altri a leggere libri o a visitare pagine web, come se ciò rendesse di colpo esperti di fama internazionale – mi venne postato anche un link che reputo interessante. Un articolo a firma Giuseppina La Delfa, dell’associazione Genitori Arcobaleno, dedicato proprio a quelli come me, cioè ai cosiddetti “perplessi”. Non contrari, non omofobi: semplicemente perplessi. Anche perché, sarà bene sottolinearlo, al fianco dei perplessi eterosessuali, categoria cui appartengo, in materia di figli e adozioni gay si schiera anche una certa porzione dello stesso mondo omosessuale. Perfino Aldo Busi, icona della lotta per i diritti gay, si dichiara infatti contrario all’omogenitorialità. Personaggio intelligente e di cultura, sebbene controverso per alcune sue affermazioni in materia di pedofilia, Busi sostiene infatti la tesi per la quale la vita omosex sarebbe meglio confinarla fra gli adulti che per loro inclinazione l’hanno seguita, senza pretendere di avere ciò che di norma richiede eterosessualità, cioè i figli.

Ciò non vuol dire che Busi debba avere necessariamente ragione solo per il fatto di appartenere al mondo omosessuale. Però, seguendo il suo ragionamento, significa per lo meno che tale corrente di pensiero non può essere più bollata come omofoba, deprecabile scorciatoia, questa, usata spesso per chiudere le discussioni anziché aprirle. Quindi, per quanto scomoda, sarà bene che gli oltranzisti dell’arcobaleno se ne facciano una ragione: chi non si spella le mani di applausi a loro favore, non necessariamente è un omofobo e un nemico dei diritti civili.

Aldo Busi appartiene a una corrente di pensiero diversa da quella che sostiene l'omogenitorialità

Aldo Busi appartiene a una corrente di pensiero diversa da quella che sostiene l’omogenitorialità

Indipendentemente però da come la pensi Aldo Busi, la lettura degli articoli dell’Huffington Post mi ha comunque indotto a leggere diverse pubblicazioni, in modo da verificare in prima persona quanto si sintetizzava negli articoli stessi. Alla fine di molte ore di studio (imparare costa tempo e fatica: per questo molti parlano e scrivono, ma pochi leggono), devo confessare che sull’omogenitorialità sono addirittura più perplesso di prima. Leggendo gli articoli e le pubblicazioni citate ho infatti sviluppato quattro differenti pensieri critici: sul numero degli studi, sul numero degli individui per ricerca, sulle vie di reclutamento dei soggetti e sulle modalità di raccolta delle informazioni. Andiamo per ordine.

Numero di pubblicazioni. Nel pezzo di Giuseppina La Delfa si riporta che esisterebbe un “imponente mole di studi” che dimostrerebbe la sostanziale equivalenza nello sviluppo dei bambini figli di coppie omosessuali o eterosessuali. Solo negli ultimi 15 anni, si afferma, sarebbero stati svolti 50 lavori differenti. In totale, dai loro albori, le ricerche su questi temi sarebbero state circa 200. Sono tante o sono poche? Dipende. Per esempio, il mio lavoro di giornalista tecnico-scientifico mi porta spesso a confrontarmi sul tema degli ogm, dovendo perciò fronteggiare a mia volta eserciti d’inquisitori oscurantisti e bigotti, forsanche peggiori degli omofobi. Ebbene, sugli ogm esistono oltre 15 mila pubblicazioni che dimostrano la sostanziale equivalenza fra ogm e colture convenzionali dal punto di vista sanitario e ambientale. Centinaia di centri di ricerca diversi, ove hanno lavorato per vent’anni migliaia di ricercatori. Ecco, per me questa è un’imponente mole di studi. 50 pubblicazioni, per quel che mi riguarda, non sono neanche l’antipasto. Al massimo l’aperitivo, anche se alla fine i risultati delle ricerche tendono a convergere sulle medesime conclusioni. E dopo vedremo anche i possibili perché di tale convergenza.

Il numero di pubblicazioni su un tema specifico deve essere alquanto robusto per poter affermare che la Scienza ha risposto...

Il numero di pubblicazioni su un tema specifico deve essere alquanto robusto per poter affermare che la Scienza ha risposto…

Numero degli individui. Nei diversi studi che ho letto, come pure nelle meta analisi svolte sulle pubblicazioni esistenti, gli individui analizzati erano poche decine per volta. Una ricerca che abbia pretesa di essere conclusiva dovrebbe operare su centinaia se non su migliaia di individui, seguendo per giunta un’impostazione metodologica a prova di bomba. Di fronte a poche decine di soggetti, non mi se ne voglia, io storco sempre il naso. Forse perché – proseguendo nel parallelo con la diatriba sugli ogm – devo esser stato abituato proprio male, dato che nelle 15 mila ricerche svolte si è operato su oltre cento miliardi di individui (non è un errore di battitura: sono proprio 100 miliardi), ovvero gli animali da allevamento, senza mai riscontrare effetti negativi. Sugli ogm siamo cioè nella medesima situazione della querelle sulla forma della Terra: è tonda, maledetti zucconi. Fine della discussione. Invece la discussione sugli ogm prosegue, intrisa d’ideologie e posizioni preconcette che sopravvivono nonostante siano state più volte smentite da evidenze schiaccianti. Figuriamoci quanto ancora c’è perciò da studiare sulla faccenda omogenitorialità prima di poter vantare una simile robustezza probatoria.

Il numero stesso di individui considerati da uno studio deve essere consistente, pena la scarsa solidità dell'analisi statistica finale

Il numero stesso di individui considerati da uno studio dev’essere consistente, pena la scarsa solidità dell’analisi statistica finale

Reclutamento. Le famiglie omosessuali sottoposte a indagine sono state quasi sempre reclutate passando attraverso le associazioni Gay e Lesbiche. Nulla di male in tutto ciò. Anche perché non è facile reclutare persone andando in metrò urlando che si cercano gay di cui analizzare i figli. Però, la mia esperienza settoriale mi ha insegnato un’altra cosa: se volessi svolgere una ricerca di campo sui già menzionati ogm e mi rivolgessi a Monsanto o ad Assobiotech per sapere quali ibridi transgenici usare nei confronti sperimentali, so già che i detrattori degli ogm mi prenderebbero a pernacchie e bollerebbero come inaffidabile il mio lavoro scientifico. Questo perché coinvolgere Monsanto o un’associazione di settore in una ricerca sugli ogm non sarebbe certo vista come garanzia d’indipendenza e quindi di affidabilità dei risultati raccolti. In altre parole, se si vuole essere credibili non si deve andare a braccetto con qualche specifica lobby per svolgere uno studio i cui risultati potrebbero essere visti da questa come un’opportunità per portare l’acqua al proprio mulino. Personalmente non so se i candidati da sottoporre agli studi siano stati selezionati a caso oppure sia stato effettuato il solito “cherry picking”, estraendo le famiglie più stabili ed escludendo quelle più problematiche. Del resto, non so neanche se a contattare le singole famiglie siano stati i ricercatori o le associazioni. Infine, chi mi assicura che le persone che si sono rifiutate di partecipare agli studi non fossero proprio quelli con dei problemi e che abbiano accettato per lo più quelli che si sentivano del tutto a posto, creando di fatto una sorta di filtro positivo? Insomma, forse la cosa è stata gestita col massimo della serietà, ma un osservatore esterno non deve essere obbligato a fidarsi degli autori per valutare una ricerca: deve convincersi della sua bontà proprio perché non può sviluppare dubbi sull’approccio metodologico adottato. Cosa che non è di questo caso.

Metodo di raccolta delle informazioni. Negli studi svolti, tutti di tipo qualitativo, le informazioni sono state raccolte o tramite questionari autogestiti dalle “cavie”, oppure interviste. Ciò richiede un’impeccabile onestà intellettuale sia dell’intervistatore sia dell’intervistato. Perché chiunque conosca un po’ i questionari sa che si può dimostrare tutto e il contrario di tutto, basta sapere come si vuole apparire agli occhi dell’intervistatore, oppure basta sapere come articolare le domande per orientare le risposte. Questo nella teoria, ovviamente. Io non sono stato sottoposto ad alcun questionario, quindi si può anche pensare che siano stati tutti gestiti nel migliore dei modi. Ma forse anche no. E anche questo trovo sia un punto debole, dato che, come detto, un lavoro scientifico non dovrebbe considerare la fiducia altrui quale componente base per l’accettazione della ricerca stessa.

L'uso dei questionari ha indubbi vantaggi, ma presenta anche dei punti deboli tutt'altro che trascurabili

L’uso dei questionari ha indubbi vantaggi, ma presenta anche dei punti deboli tutt’altro che trascurabili

Se uniamo i quattro punti di cui sopra, forse si può quindi spiegare anche la convergenza dei vari risultati. Se uso un termometro mal tarato per effettuare 50 diverse misurazioni, esse saranno tutte coerenti e proporzionali fra loro, ma saranno anche tutte sbagliate…

Il fronte del No

Ci sono poi ricerche di diverso stampo, dalle quali emergerebbe invece il contrario, cioè che i bambini figli di omosessuali qualche problema pur ce l’hanno. Alcune di queste ricadono in effetti nelle pseudoscienze e gli autori sono palesemente schierati contro il Mondo arcobaleno in base a un puro giudizio bigotto e omofobo. Analizzare i figli delle mamme single, dimostrando che hanno più problemi dei figli di coppie eterosessuali, non implica che i figli di una coppia lesbica debbano per forza avere problemi causati dalla mancanza di un uomo in casa. L’assenza di un padre non ha infatti nulla a che vedere con l’omosessualità. Semmai, queste ricerche andrebbero mostrate alle single che propugnano anch’esse il diritto all’adottabilità, convinte che se ci riesce una vedova non si capisce perché non ci debba riuscire una single. Un approccio mentale decisamente sballato che ha fatto giustamente infuriare più volte lo psichiatra Vittorino Andreoli.

Esistono però anche due particolari ricerche, una di Mark Regnerus e l’altra di Donald Paul Sullins, che sono state svolte seguendo un approccio di tipo quantitativo. Hanno cioè analizzato migliaia d’individui, ormai adulti, per ciò che dimostravano aver combinato nella vita. Indiscutibilmente, leggendo questi lavori, si capisce che proprio proprio omofili i due ricercatori non sono. Per esempio, Regnerus ha catalogato figli di “Madre lesbica” quei ragazzi figli di qualsiasi donna che avesse avuto relazioni con altre donne, seppur fugaci. Il 57% dei soggetti avevano vissuto solo quattro mesi con la madre e la nuova compagna. Solo il 23% ci aveva vissuto per almeno tre anni. Numeri ancora più bassi sul fronte maschile, con il 23% dei figli di padre omosessuale che aveva vissuto almeno quattro mesi con padre e compagno, e appena il 2% ci avevano vissuto per almeno tre anni. Insomma, Regnerus avrebbe fatto un po’ un mischione di situazioni, accomunando sullo stesso piano famiglie omogenitoriali stabili e nuclei familiari inizialmente etero e poi esplosi a causa di relazioni omosessuali. Ciò non di meno, dai suoi studi pare che qualcosa di negativo sia pur emerso. Ovviamente, le sue conclusioni non sono convincenti se si sta discutendo di famiglie omogenitoriali stabili, ma lasciano comunque pensare che se un bambino ha una madre o un padre, per così dire, “confusi”, di certo alla sua psiche bene bene pare proprio non faccia. Del resto, bene non farebbe nemmeno avere una madre o un padre che saltabeccano da una relazione eterosessuale all’altra, obbligando i figli a condizioni d’instabilità psicologica e d’insicurezza familiare.

Da parte sua Sullins, ex-sacerdote, avrebbe anch’egli dimostrato diversi disagi nei figli di famiglie omogenitoriali, ma anche in questo caso non si può discernere fra le diverse cause possibili. I disagi sono dovuti all’omosessualità di uno o di entrambi i genitori, oppure è lo sbalestramento dovuto a separazioni, distacchi, instabilità, ad averli causati? Impossibile saperlo. Una sola regola pare emergere dalle ricerche di Regnerus e Sullins: quando una famiglia non è solida e stabile, quando un figlio perde o teme di perdere i propri punti di riferimento, prima o poi i problemi arrivano. E ciò vale sia per le famiglie omo sia per quelle etero, ovviamente.

Anche contro gli ogm vi sono schieramenti bigotti e oscurantisti nonostante le molte prove a favore. E spesso tali soggetti diventano progressisti e illuminati quando si parli di diritti dei diversi...

Anche contro gli ogm vi sono schieramenti bigotti e oscurantisti nonostante le molte prove a favore. E spesso tali soggetti diventano stranamente progressisti e illuminati quando si parli di diritti dei diversi…

Nonostante ciò, le critiche dei movimenti arcobaleno ai lavori di Regnerus e Sullins qualche falla sembrano però mostrarla. Un trauma non può essere infatti valutato solo dalla durata del medesimo. Uno stupro dura pochi minuti, ma lascia tracce profonde nella vita delle vittime anche a distanza di molto tempo. A volte per sempre. Quindi vivere anche solo per quattro mesi in una casa con la madre e la sua compagna lesbica può essere un boccone comunque troppo duro per un ragazzino nato e cresciuto in una famiglia “normale”. Non deve perciò stupire che i due ricercatori americani abbiamo registrato fra quei bambini, divenuti ormai adulti, percentuali superiori di comportamenti particolari, come per esempio un maggior ricorso ai sussidi dello Stato, indice di incapacità di operare proficuamente nella società, oppure una maggior frequenza di dipendenze da alcolici, droghe e farmaci. Forse, se quegli individui fossero nati in una famiglia omogenitoriale stabile avrebbero da subito accettato la proprio diversità sociale rispetto alla media etero e non avrebbero quindi sviluppato alcun trauma. Ci sta. Ma nessuno lo può oggi affermare con certezza proprio a causa dell’assenza di studi quantitativi solidi e neutrali.

Ecco quindi che siamo pari e patta con le perplessità. Da un lato vi sono pochi studi quantitativi molto costosi e complessi, ma svolti da persone chiaramente schierate contro l’arcobaleno. Dall’altro montano altri studi, più numerosi, ma di tipo qualitativo, svolti da persone sulle cui inclinazioni ideologiche sembra però che nessuno si sia interrogato. Buffo, perché quando vedo un solo ricercatore, Bos H.M.W., produrre ben otto ricerche su 50, un minimo di sospetto sulla sua neutralità ideologica, io, comincerei pure a nutrirlo. Magari è stato del tutto imparziale – e voglio credere sia così – ma forse anche no. Sarebbe infatti buona norma tenere a mente che i condizionamenti personali possono incidere sugli esiti di una ricerca in direzioni diametralmente opposte. Non è perciò giusto sollevare sospetti di parzialità solo sui ricercatori che ci dicono cose che non ci piacciono, fidandoci invece ciecamente di quelli che affermano cose che incontrano i nostri stessi ideali. A volte alcuni di questi studi sono pure sconfinati nel ridicolo, come quello in cui si sarebbe scoperto che due lesbiche hanno un’attitudine parentale verso i bambini praticamente uguale, mentre in una coppia eterosessuale c’è una bella differenza nei livelli di attitudine fra madri e padri (ma va?). Per giungere a tale folgorante conclusione credo bastasse chiedere alle mogli che punteggio danno ai mariti in merito alle capacità di cambiare un pannolino.

E ora sarà per giunta dura spiegare a una coppia di gay, cioè entrambi maschi, che una coppia di lesbiche gli bagna facilmente il naso quanto ad attitudini genitoriali. Perché se agli occhi dei ricercatori una coppia di donne appare più efficace nei confronti di un bimbo rispetto a una coppia eterogenitoriale, figuriamoci cosa accade quando la coppia sia composta di soli maschi. Sarà forse meglio che il bimbo impari a cambiarsi in fretta il pannolino da solo…

Confessiamolo: noi uomini siamo talvolta vere frane nella cura dei piccoli...

Confessiamolo: noi uomini siamo talvolta vere frane nella cura dei piccoli…

Sarà quindi solo un caso che gli studi citati vertano essenzialmente sulle coppie lesbiche e trascurino molto quelle gay? O forse è semplicemente una questione statistica dovuta a numeri diversi a disposizione? Ai posteri l’ardua sentenza. Ma se fossi gay la cosa non mi piacerebbe moltissimo.

Personalmente, per giungere a una comprensione esaustiva dei fatti credo che l’unica soluzione sia svolgere diversi studi di tipo quantitativo, su molte migliaia d’individui, magari condotti da qualcuno che non abbia interessi a dimostrare alcuna delle due tesi contrapposte. Purtroppo, ci vorrebbero milioni di dollari e dei ricercatori assolutamente “laici” sul fronte dell’omosessualità. Quindi temo resteremo tutti col dubbio per ancora molto, molto tempo. O, per lo meno, resteranno col beneficio del dubbio le persone equilibrate e intelligenti, cioè quelle che pensano in modo autonomo e che il cervello lo usano con approccio neutrale.

Quelli che invece hanno la verità conficcata in tasca e la testa piena di sicurezze e di alterigia ideologica non sono ovviamente destinatari di questo articolo. Già, perché molti di quelli che usano oggi la scienza come una clava, solo perché ha prodotto qualche decina di studi a loro graditi, sono spesso gli stessi che quando si parla di tecnologie e di genetica pare che invece la scienza non la vogliano ascoltare più, preferendo ascoltare persone come Vandana Shiva o Carlin Petrini che dall’alto dei loro palchi arringano le folle con badilate di ideologia demagogica anti-biotech.

E che quelli come me – e i loro 15 mila studi sugli ogm – pur si fottano…

 

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