La pulizia etnica, dalla Bibbia ad Ahmadinejad

Genocidi e pulizia etnica: da Giosuè a Shamir, da Hitler ad Ahmadinejad, passando per la guerra dei Balcani. L’annullamento dell’altro come imposizione di sé ha origini molto lontane

Pulizia etnica e genocidio fanno parte del dna umano dai suoi albori paleontologici. In fondo, l’uomo di Neanderthal venne progressivamente spiazzato e confinato dal più evoluto e numeroso Homo sapiens, fino a estinguersi completamente. In tempi molto più recenti, il termine ‘genocidio‘ venne usato all’epoca dell’OLP e di Arafat. In quegli anni si temeva che le azioni militari e politiche di Israele portassero all’annientamento del popolo palestinese. In realtà, per quanto pesanti siano state le pressioni sui palestinesi, non si può parlare di vero e proprio genocidio, che di per sé significa annientamento completo di un’intera popolazione, intesa come stirpe omogenea anche dal punto di vista genetico. L’espressione ‘pulizia etnica‘ balzò invece ai disonori della Storia durante la guerra dei Balcani. Dal 1991 in poi, l’obiettivo di Serbi ortodossi (gli spietati ‘Cetnici’), cattolici croati (i filonazisti ‘Ustasha’) e Bosniaci musulmani, fu comune per lungo tempo: eliminare l’altro da intere aree geografiche. Aree da annettere poi, ovviamente, al proprio territorio, che se ne avesse o meno il diritto. Non a caso la guerra dei Balcani fu la più dolorosa di sempre per i civili: i para-militari di ogni fazione operavano infatti blitz in paesini altrui, massacrando, stuprando, scavando fosse comuni. I sopravvissuti scappavano, perdendo tutto, scivolando nel mesto ruolo di sfollati. Non vi erano buoni o cattivi: vi erano solo forti e deboli, e i deboli erano sempre quelli disarmati. Nei Balcani, però, l’odio serpeggiava da anni e di esempi di ‘prove di pulizia etnica’ ce n’erano già state diverse: per esempio a Medjugorie, situata in Erzegovina ma a forte maggioranza croato-cattolica, nella seconda metà degli Anni 80 si operò una progressiva persecuzione ai danni di Serbi ortodossi e Bosniaci musulmani. La molla era più che altro economica, mascherata sapientemente con ideologie e fedi religiose diverse. Il turismo mistico dovuto alle millantate ‘apparizioni della Madonna‘ stava infatto gonfiando i portafogli di un villaggio storicamente molto umile. Iniziarono così delle faide familiari, miranti allo sloggiamento dalle proprie case delle famiglie serbe e bosniache. Le case venivano poi trasformate in locande o alberghi, traendone quel lucro che, da cattolici, i cittadini di Medjugorie non potevano certo accettare andasse nelle tasche di religiosi differenti. Poi arrivarono il croato Tudjiman, il serbo Karadžić e tutta la loro poltiglia fangosa, amalgamata con tonnellate d’ignoranza, d’intolleranza religiosa e di prepotenza, a trasformare le faide locali in pulizie etniche a pieno titolo. Il ricordo delle Foibe, in fondo, era ancora troppo vivido nelle loro memorie per non farne un remake in chiave moderna.

L’intolleranza religiosa, d’altronde, ha vieppiù esaltato ogni pulizia etnica che ha ammorbato la storia. Il vertice di questa follia intrisa di fanatismo si toccò forse il 22 luglio 1209, a Beziérs, durante la crociata contro gli Albigesi. Il cronachista cistercense Cesario di Heisterbach riportò l’agghiacciante frase con la quale Arnaud Amaury, abate di Citeaux, ordinò ai soldati di uccidere tutti i prigionieri: “Uccideteli tutti, Dio poi riconoscerà i suoi“, sarebbe stata l’espressione usata dal ‘pio’ uomo di chiesa. I morti furono, secondo lo stesso Amaury, oltre venti mila. Con quella singola azione, forse, sono stati fatti più morti di quelli causati dalle reiterate persecuzioni ai Cristiani operate dall’imperatore Diocleziano sul finire del III sec d.C.

Circa 700 anni dopo, un buffo ometto di nome Adolf Hitler, vagamente psicopatico, con morbose tendenze esoteriche e afflitto da delirio di onnipotenza, si mise in testa di eliminare quello che per lui era il vero male del mondo: gli Ebrei. La ‘Soluzione finale‘ ideata dai nazisti prevedeva ‘ipso facto‘ e Got-mit-uns (Dio è con noi) la cattura e l’eliminazione fisica di tutti gli Ebrei del Mondo. Fallì, ovviamente, ma non prima di avere fatto sparire la bellezza di sei milioni di esseri umani. Questo secondo la storia ufficiale. Poi arrivarono alcuni vescovi ‘negazionisti‘, come Mons. Lefebvre, cui ha fatto eco un altro buffo ometto, di nome Ahmadinejad. Quest’ultimo non si limita però a negare l’Olocausto, bensì auspica anche il totale annientamento di Israele e la sua conseguente cancellazione dalle mappe geografiche. E il Paese di quel buffo ometto persiano, come tentò di fare anche l’altro buffo ometto austriaco, si sta attrezzando per costruirsi bombe atomiche. Hitler non fece a tempo. L’Iran ancora non si sa.

La Bibbia come prima testimonianza storica

Le Sacre Scritture sono forse il documento più antico in cui si attesti in modo orgoglioso e compiaciuto l’apologia di genocidio e di pulizia etnica. La cosiddetta Terra Promessa, va ricordato, era occupata da secoli da altre popolazioni, organizzate in piccoli regni che si sostentavano con un’agricoltura primordiale e una pastorizia seminomade. Gli Ebrei (la matrice ‘Eber’ in lingua shemitica significa letteralmente ‘nomade’) partirono dal deserto dell’Engaddi e, dopo aver attraversato mezzo Medio Oriente, si installarono nel deserto del Negev, nel sud di quello che oggi è lo Stato di Israele. Stazionarono lì per secoli, tranne che per un paio di puntate in Egitto: la prima sotto Abramo, la seconda sotto Mosè. Da questa seconda permanenza il popolo ebreo uscì rafforzato nel numero e nell’esperienza. Fu così in grado di attaccare proprio quelle popolazioni che per secoli lo avevano tenuto ai margini della terra dove ‘scorreva latte e miele’, una terra promessa loro da Dio in persona. Un Dio inventato proprio dagli stessi Ebrei, ma che aveva fatto i conti senza l’oste. In questo caso gli osti erano Gebusei, Evvei, Amorrei, Filistei, Mo’abiti etc. Tutti popoli che andavano cioè eliminati fisicamente per potersi appropriare delle loro case e dei loro territori. Giosuè fu forse il più grande condottiero di questi massacri etnici. Di battaglia in battaglia conquistò una gran parte di quello che sarebbe divenuto il regno di Israele. Il brano sulla presa di Gerico (Giousè 6:20-21), da solo, basta per riassumere la crudeltà, la ferocia, la spietatezza con cui gli Ebrei operarono la loro pulizia etnica ai danni ‘degli altri’: “Il popolo lanciò il grido di guerra e suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba e lanciò un grande grido di guerra, le mura della città crollarono su se stesse; il popolo salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e si impadronirono della città. Votarono allo sterminio tutto quanto c’era in città: uomini e donne, giovani e vecchi, buoi, pecore e asini, tutto passarono a fil di spada“. Uno scenario agghiacciante, che non mi risulta venga mai letto tal quale, e fino in fondo, durante le funzioni religiose.

Dopo Gerico, anche i Gebusei, fondatori dei primi abbozzi di ciò che sarebbe divenuta Gerusalemme, vennero sloggiati senza troppe esitazioni, per trasformare la città nella capitale del regno del Sud. Il tutto in barba a quel decimo comandamento che recita “Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo“, nonché in barba anche al sesto comandamento che prescrive di “non uccidere”. Valevole quindi non si sa bene per chi.

Dei Gebusei, come pure degli altri popoli autoctoni dell’epoca, oggi non resta alcuna traccia. Si chiama genocidio. Si chiama pulizia etnica. I massacri comunque non terminarono con l’instaurazione dei due regni, quello del nord e quello del sud. Di guerra in guerra gli assalti alle altrui terre proseguì. Re Saul cadde addirittura in disgrazia per non aver portato a termine proprio uno dei tanti massacri che Dio gli aveva ordinato di compiere: quello ai danni del popolo di re Agag, della città di Amalek: “Và dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini”. (1 Samuele 15/3). Sempre Dio, poveraccio, votato a quanto pare a beccarsi tutte le colpe dei misfatti di quello stesso popolo che se lo era inventato a propria immagine e somiglianza.

Dopo aver passato a fil di spada ogni abitante del regno nemico, donne, bambini, vecchi e animali, Saul risparmiò però la vita proprio ad Agag, per portarlo in cattività alla capitale. Ciò gli costò il Regno, dal momento che in tal modo egli aveva disobbedito a un ordine preciso di Dio. Un Dio che pertanto lo rimosse, chiedendo a Samuele di completare lo sterminio di persona. Un Dio che continua in quei passaggi biblici a dar prova di soverchia crudeltà, di essere collerico, soggiogato dalla sete di vendetta e di conquista, dalla volontà di imporre il proprio popolo a tutti gli altri popoli (strano eh?), i quali avrebbero dovuto essere “sgabelli sotto i loro piedi”. Tutta l’epopea guerresca ebrea verte quindi proprio sull’esproprio, su mandato divino, di terre, greggi e case altrui. Lo stesso Elohim, o Jahwe, vedete un po’ voi, dirà: “Vi diedi una terra che voi non avevate lavorata, e abitate in città che voi non avete costruite, e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti che non avete piantati”. (Giosuè 24,13). Amaury, Hitler, Tudjiman e Karadžić, probabilmente, dovevano avere avuto parenti molto lontani, vista la volontà di eliminare tutti gli altri e di prendersi i loro possedimenti e averi.

Gli Ebrei poi subirono a loro volta una vera pulizia etnica, da parte dei Romani. Nel 135 d.C., a seguito dell’ultima rivolta guidata da Shimon Bar Kocheba, essi spianarono il tempio di Gerusalemme, alla quale cambiarono perfino il nome in Aelia Capitolina. Di fatto, diedero la via alla diaspora del popolo ebreo, come pure alla cancellazione della loro nazione per come era stata conosciuta fino a quel momento. Sparpagliati per l’Impero romano, gli Ebrei videro così alternarsi nei secoli sulle loro ex-terre i Bizantini e poi gli Arabi, i quali con il califfo Umar s’impossessarono di Gerusalemme nel 637 d.C. Per assurdo, fu proprio la dominazione musulmana a restituire una qualche dignità agli Ebrei rimasti nell’area, ai quali fu concessa la libertà di praticare il proprio culto seppur a fronte del pagamento di una tassa. Un bel salto di qualità, dopo le repressioni operate su di loro per anni da Costantinopoli.

La storia non cambia

Compiendo un grande salto nel tempo, fino al 1948 della nostra era, ci ritroviamo ancora intorno a Gerusalemme, a Deir Yassin per la precisione. Pochi sanno cosa successe in quel minuscolo paesino di pastori e contadini palestinesi. Lo si può riassumere in breve. Gli Ebrei erano di nuovo tornati ad avanzare pretese sulla Terra Promessa, dopo essersene allontanati come detto a seguito delle diaspore del 70 e del 135 d.C. L’Olocausto aveva creato a loro favore un grande credito nei confronti del Mondo intero. E quel credito si pensò male di saldarlo assicurando loro uno Stato proprio lì, in Palestina, nel bel mezzo di un mondo arabo che governava quelle zone da mille e 400 anni. E gli arabi, in fondo, per appropriarsi di quelle terre non avevano fatto né più né meno quello che avevano fatto gli stessi Ebrei venti secoli prima con i popoli autoctoni della Palestina: chi aveva più uomini e spade vinceva. E il perdente moriva.

Per la seconda volta, quindi e dopo oltre tre mila anni dalla prima epopea militare ebrea, ‘gli autoctoni’ si trovavano in casa propria gli Ebrei a dir loro: “Sloggia, questa è la mia terra!”. E se non sloggiavano, succedeva quello che successe il 9 aprile 1948 a Deir Yassin, ora rinominato ipocritamente Givat Shaul Bet. Quella notte, due gruppi paramilitari chiamati Etzel e Lehi, in tutto simili alle bande cetniche e croate delle pulizie etniche dei Balcani, entrarono nel paesino e massacrarono tutti: uomini, donne, vecchi. Ci finirono di mezzo anche i bambini, come sempre. I sopravvissuti, proprio come i loro ‘eredi’ ex-yugoslavi, dovettero salire in fretta su poveri carri trainati da asini e portarsi in salvo, lasciando le proprie case e le proprie terre. David Ben Gurion, primo presidente del neonato Stato di Israele, dapprima cercò di addossare la colpa agli arabi, poi dovette ammettere le colpe degli assassini ebrei e chiese perdono per quei massacri, prendendone le opportune e opportunistiche distanze. L’ipocrisia di tali scuse si evince però da ciò che successe ai due capitani dei gruppi paramilitari Etzel e Lehi: Menachem Begin e Yitzhak Shamir. Entrambi furono ‘puniti’ divenendo a turno Premier del governo israeliano. Shamir non ha mai nascosto la propria soddisfazione per aver ripulito quelle aree dai ‘nochrim‘ (‘non Ebrei’). Begin visse anch’egli una vita ricca di soddisfazioni politiche, fino al raggiungimento addirittura del Nobel della Pace nel 1978 (sic). Il negazionismo non è prerogativa però solo di fanatici come Lefebvre o Ahmadinejad: la ZOE (Zionist Organization of America) ha pubblicato un libro che narra la storia di Deir Yassin in modo molto diverso. Basta il titolo: “Deir Yassin: storia di una bugia“. Lo ZOE lo ha pubblicato in barba alle testimonianze di membri della Croce Rossa, della polizia inglese, di alcuni dei combattenti dei gruppi armati. In barba anche alle scuse postume e posticce fatte proprio dallo stesso Ben Gurion. A dispetto del nome simpatico, la Zoe è infatti una delle associazioni più oltranziste della Terra. Sfruttare l’antisemitismo, fenomeno di per sé vergognoso, per sostenere il sionismo, è fuor di dubbio strategia abietta e deprecabile.

Con un altro piccolo salto nel tempo, troviamo infine uno Yasser Arafat che a una riunione dell’ONU del 1992 mostra una moneta israeliana. Sul retro di quella moneta c’è riportata ‘La Grande Israele‘, una Nazione i cui confini spaziavano dal nord-est dell’Egitto al Libano, dalla Siria ai confini della Mesopotamia, includendo l’attuale Giordania. Questi confini non sono stati inventati così su due piedi, bensì derivano da un preciso passaggio della Bibbia (Giosuè 1:1-4), un passaggio in cui si fissano i confini che la Terra Promessa è destinata ad avere: “”Mosè, mio servo, è morto. Ora, dunque, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso la terra che io do loro, agli Israeliti. Ogni luogo su cui si poserà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato, come ho promesso a Mosè. Dal deserto e da questo Libano fino al grande fiume, l’Eufrate, tutta la terra degli Ittiti, fino al Mare Grande, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini“. I confini della terra qui delineati sono finanche più ampi rispetto a quelli dei territori occupati effettivamente da Giosuè (cfr. Deuteronomio 11:24-25). A giudicare però dalla lenta e paziente politica di espansione e colonizzazione, non pare che nel cuore degli Ebrei ortodossi che fomentano oggi Israele questo sogno della ‘Grande Israele‘ si sia davvero spento.

Conclusioni

Quando oggi udiamo nanerottoli minus dotati in stile Ahmadinejad inneggiare alla cancellazione di Israele è giusto rabbrividire, perché nessun popolo dovrebbe mai ordire e tramare per l’annientamento di un altro popolo. Ma rileggendo la storia, forse, ora non lo giudicheremo più un pazzo isolato, bensì un pazzo, farabutto, pericoloso, che gode però di una grande compagnia di suoi simili, accumulatisi nei millenni fin dai tempi dei Neanderthal, passando anche – e in gran copia – proprio da quella stessa Terra sedicente Promessa che oggi lui vuole disintegrare.

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