Cavalli e asini

Tre asini: quale miglior emblema dell'Italia anti-biotech?

Tre asini: quale miglior emblema dell’Italia anti-biotech?

L’Italia notifica alla Ue la proibizione alla coltivazione degli ogm su tutto il territorio nazionale. Esultano gli anti-biotech, mentre scuotono la testa, sconsolati, i sostenitori

Sabato 03 ottobre, sto seguendo “Italia de Il Settimanale” su Rai 3. C’è il Ministro all’Agricoltura Maurizio Martina che afferma come l’Italia agricola, se vuole crescere, debba credere e investire nella tecnologia, nella ricerca e nell’innovazione. Insomma, deve credere e investire nella scienza. La base del commento è Terra Madre Giovani, un melting pot di agricoltori giunti a Milano da tutte le parti del Mondo per confrontarsi e presentarsi.

Nella medesima trasmissione, poco prima, un giovane coltivatore di fagioli tipici di Paganica, cittadina vicino all’Aquila, mostra tutto fiero i propri raccolti. Li coltiva praticamente solo lui con la famiglia, producendone circa dieci quintali all’anno. Un’inezia insignificante, perché quella produzione basta si e no a rifornire ristoranti e agriturismi della zona. Nonostante ciò, egli lamenta la mancanza di investimenti sul prodotto, come pure denuncia l’abbandono in cui languirebbe l’agricoltura nazionale, secondo lui dimenticata.

Onestamente, a due giorni dalla comunicazione italiana alla Ue contro gli ogm, si può dire che almeno su quest’ultimo punto mi sento d’accordo col giovane agricoltore di Paganica. Non si capisce invece l’operato del Ministro Martina, il quale nell’arco di 48 ore è passato dalla firma di uno dei documenti più oscurantisti mai redatti contro le biotecnologie agrarie, all’apologia pubblica di tecnologie, ricerca e innovazione.

Il link che ho appena inserito alla notizia, peraltro, è stato selezionato accuratamente: avrei potuto mettere anche quello a La Repubblica, ma il giornale di via Colombo a Roma ha commesso a mio avviso una vigliaccata. In chiaro, cioè leggibile da tutti, ha posto l’articolo ove gli anti-ogm gongolano e ripetono gli usuali mantra su biodiversità, tipicità, salute e ambiente, mentre la risposta della Senatrice Elena Cattaneo, punta di diamante della bioricerca italiana, è stata messa nella sezione a pagamento. Tutto quello che è leggibile liberamente sul sito è questo.

Tradotto: le voci dei contro le possono leggere tutti, quelle a favore solo quattro gatti. Al contrario, il Corriere della Sera ha riportato nel medesimo articolo entrambe le campane, sebbene quelle dei contro e quelle dei pro siano state in rapporto dieci e una. E giusto per amor di verità: la Romania coltivava soia resistente al glifosate e dovette abbandonarla non perché non le piacesse, ma perché era entrata nella Ue ove questa coltura non era autorizzata.

Sulla vuotezza scientifica e logica dei mantra succitati ci si è già spesi in più parti. Quindi preferisco abbandonare il piano della logica e adattarmi a quello della fiction, ovvero quello prediletto dai molti gaglioffi che intortano da anni l’opinione pubblica con emerite falsità in merito agli ogm. Non resta infatti che concludere con una favola, visto che agli Italiani pare pure che piacciano molto da quante se ne fanno raccontare.

Una favola ambientata a Taddeolandia, un Paese lontano, ricco di storia, di tradizioni, legato alle proprie origini. Tanto legato ad esse che ogni volta che qualcuno provava a introdurre un cambiamento, un’innovazione, veniva crocifisso da apposite falangi anti-progresso, organizzatissime e immanicatissime, le quali beneficiavano peraltro di alta credibilità a livello popolare.

Il tasso di analfabetismo in Taddeolandia era infatti altissimo. Praticamente la metà delle persone non era in grado di capire un “acca” se il discorso scivolava sullo scientifico e aveva serie difficoltà a sviluppare uno straccio di ragionamento che andasse oltre la soddisfazione dei bisogni primari: mangiare, bere, coprirsi e riprodursi. Facile quindi manipolarlo e fargli credere ciò che si vuole. Non serviva neanche tanta fantasia: i Taddeolandesi erano così ignoranti e stolti che anche una balla raffazzonata, raccontata pure male, funzionava benissimo lo stesso.

Per giunta, l’agricoltura di Taddeolandia voleva proprio restare così com’era: era l’uomo che zappava e vangava, vangava e zappava. Seminava a mano, falciava a mano, sgranava a mano. Perché così aveva da essere. E così aveva da restare per sempre. L’Associazione “Vanghe & Forconi” non aveva dubbi: il futuro dell’agricoltura di Taddeolandia era e sarebbe sempre stato l’abbinamento di zappe, vanghe e falci. Erano queste le uniche barriere capaci di tener fuori dal Paese ogni tipo di corruttrice modernità, come per esempio le ultime diavolerie messe a punto da alcune potenti lobby internazionali: quelle degli allevatori di cavalli. Già, perché al di fuori dei confini di Taddeolandia, pensate un po’, invece di zappare e vangare a mano, in altri 28 Paesi si usavano i cavalli per tirare dei mostri di ferro chiamati aratri. Questi, disse il portavoce dell’Associazione “Vanghe & Forconi”, sventravano la terra, rivoltando con essa anche le tradizioni più sacre. E poi devastavano l’ambiente! Essi erano il male! Il pelo dei cavalli sviluppava allergie, la loro cacca rendeva sterili i campi, le loro scoregge innalzavano l’effetto serra e i cibi che ne derivavano erano tossici e cancerogeni. Perfino le più alte foreste di Taddeolandia sarebbero disseccate se giù, in pianura, si fossero usati i cavalli per coltivare la terra.

Anche il presidente dell’Associazione dei “Mangiatori-lenti-per-digerire-meglio” e quello dei “Protettori dell’aria, dell’acqua e delle proprie cadreghe” espressero i medesimi concetti, giurando (incrociando di nascosto tutte le dita del corpo) che all’estero interi ecosistemi erano andati a catafascio per esser passati alla trazione animale. Disastri senza precedenti, intere civiltà spazzate via, suicidi, morte, distruzione, povertà e tavole dei cittadini riempite di schifezze che solo a nominarle ci si ricopriva di bolle e pustole, veniva la forfora ed esplodeva l’alitosi.

Oohhoo…” commentò costernato il popolino, riunitosi in piazza ad ascoltare i tre eminenti opinion leader e pensando anche a quei poveracci che fuori dai loro confini stavano patendo tali pene a causa dei cavalli. E quindi alla domanda: “Volete voi i cavalli, o volete la zappa e la vanga?”, il popolino rispose all’unisono “Zappa & vanga!”, ignorando i maliziosi sguardi d’intesa e gli ammicchi furbeschi dei tre scaltri imbonitori.

Intanto, sul balcone del Senato di Taddeolandia alcuni ministri del locale Governo osservavano la scena. Ormai era chiaro: il popolo era stato abbindolato, non capendo che senza il cavallo a rivoltar la terra ci avrebbero dovuto ancora pensare loro, a braccia, come avevano sempre fatto quegli zoticoni dei loro padri, dei loro nonni e dei loro bisnonni. Quei Ministri non avevano idea se le cose fossero davvero come quei ciarlatani dicevano. Per giunta, caddero nel vuoto anche gli appelli dei locali filosofi e scienziati a credere alle prove scientifiche anziché alle superstizioni: il popolo si era convinto che i cavalli e gli aratri fossero il male. Quindi, per ingraziarsene i voti, bisognava tappare la bocca agli scienziati e assecondare le paturnie della plebe. E poi, le tre associazioni erano guidate da demagoghi molto potenti, tanto da influire sulla scelta di governi e ministri. Saremo mica matti a metterceli contro? Che filosofi e scienziati s’impiccassero pure…

E così, venne promulgato un editto che proibiva a Taddeolandia l’allevamento dei cavalli e il loro uso  in agricoltura, al fine di preservare la tipicità e la qualità dei prodotti del Paese, come pure per difendere il suolo e la Natura, restando in armonia con gli insegnamenti degli antichi Padri della Patria, coloro che erano cresciuti senza cavalli e quindi non si capiva perché diavolo i loro nipoti dovessero averne uno. Del resto si sa: s’inizia magari da un cavallo attaccato a un aratro e poi chissà dove si finisce con queste diavolerie moderne…

Il Ministro della “Gioia e della Felicità“, tutto garrulo e sorridente, assicurò che in tal modo il popolo poteva stare sicuro per il proprio benessere. Anche quello per la “Flora e la Fauna” gioì, asserendo che senza cavalli sarebbero stati preservati i gamberi di fiume, i mufloni di montagna e le talpe di pianura. A sua volta, il Ministro “Delle Zappe e dei badili” affermò orgoglioso che finalmente Taddeolandia sarebbe stata libera da quei quadrupedi inquietanti e pericolosi. I confini del Paese sarebbero stati salvi.

Firmato l’editto, i tre ministri e i tre presidenti andarono tutti a pranzo, ove venne servito loro il piatto tipico nazionale di taddeolandia: il brasato di cavallo. Già, perché sebbene l’allevamento dei cavalli fosse proibito nel Paese, la carne di cavallo veniva da sempre mangiata comunemente in tutti i modi: cruda, alla brace, insaccata, col sugo, affumicata… Non c’era Taddeolandese che non ne avesse qualche bistecca in frigo, come pure non c’era bancarella di mercato che non ne esponesse cosce e lombate. Solo che nessuno gli aveva mai detto che quello fosse cavallo, per giunta importato dall’estero con grave danno per l’economia nazionale. E loro, ignoranti e stolti com’erano, pensavano fosse chissà che. Tutto, insomma, ma non cavallo. Mangiavano cioè cavallo da secoli e manco lo sapevano.

Finito il lauto pasto, ministri e presidenti tornarono a casa, satolli, trasportati su portantine rette da schiavi e salutando con la mano il popolino curvo sui campi, zappa e vanga in mano.

E il popolino sorrise, ebete come sempre, a chi lo teneva incatenato alla sua povertà, ringraziandolo per giunta di averlo protetto dall’incombente minaccia equina.

Calò quindi il sipario su Taddeolandia, una terra sempre più arretrata e debole, destinata all’implosione, al ritorno ai servi della gleba da un lato e ai ricchi feudatari dall’altro.

Ma per fortuna noi viviamo in Italia. Tutta un’altra musica…

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