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Anna Mei, al termine di un record oltre il limite della sopportazione

Anna Mei, al termine di un record oltre il limite della sopportazione

Anna Mei, ciclista 48enne milanese, stabilisce un primato in pista percorrendo mille chilometri in poco più di 35 ore. Per fortuna, c’è ancora uno sport pulito e umile che impartisce lezioni a quello strillato e superpagato che attrae la peggior parte della società

Si chiama Anna Mei e ama pedalare all’infinito. Credo la conoscessero in pochi prima del record, come pure temo che la ricorderanno in pochi anche dopo. Non perché ciò che ha fatto Anna valga poco, anzi. Lei è stata immensa. La dimenticheranno e la ricacceranno nell’oblio perché a valer poco sono i sedicenti appassionati di sport, quelli che al massimo hanno imparato l’uso del telecomando e che sui social si abbandonano, rissosi, a beceri commenti da Bar Sport.

Ma veniamo ai fatti, prima di tirare le ovvie osservazioni finali: il velodromo Fassa Bortolo di Montichiari, in Provincia di Brescia, ha ospitato Anna per quasi due giorni. Già, perché il suo record non era di velocità, ma di resistenza: mille chilometri di fila, rotti unicamente dagli ovvi pit stop per bisogni fisiologici. Ci ha messo 35 ore, 11 minuti e 6 secondi, Anna, stabilizzandosi su una media finale di 28,4 chilometri orari dopo aver toccato i 33 allo scoccare delle 12 ore. Altro record che si è portata a casa, già che c’era.
È pure caduta, Anna. Il pedale interno ha toccato il legno del velodromo e la ruota ha perso aderenza. Capita, specialmente al termine di un’impresa che prevedeva 4.000 giri di pista. Uno sforzo quindi mentale prima ancora che fisico.

Ora è lì, Anna, con il suo messaggio di speranza e il suo supporto all’associazione Debra, la quale si occupa dei bambini cosiddetti “farfalla”, affetti da una rara malattia genetica che rende la loro pelle fragilissima. Infiniti occhi che Anna si sarà probabilmente sentita addosso per tutta la prova. Perché la loro, di gara, non prevede la resa. I bambini farfalla non possono mollare, come potrebbe fare un qualsiasi atleta sfinito dallo sforzo. E forse è proprio con questo pensiero fisso in testa che Anna non ha mai mollato. Ha continuato, pedalata dopo pedalata, rallentando progressivamente per lo sfinimento ma ricacciando sul nascere ogni idea di resa.

Brava Anna, spero tu possa ora dormire per due giorni di fila e che ti possa svegliare con una colazione servita a letto. A fare mesti pensieri lascia pure che sia io, uomo di sport e mai di tifo, guardandomi attorno e provando ribrezzo per i surreali presidenti di federazioni, ricche come Creso, i cui dirigenti intascavano milioni di tangenti per assegnare mondiali. Oppure pluripregiudicati, omofobi e sessisti, per i quali le atlete sarebbero solo quattro lesbiche. Cosa che se anche fosse, nulla toglierebbe alla loro dedizione e al loro sacrificio.
Lascia che sia io a scuotere la testa sconsolato, per le scene da pesciaioli analfabeti cui si lasciano andare i tifosi di un milionario con residenza fiscale all’estero che non esita a regolare conti in pista allungando piedi e avversari. O a quelli che continuano a osannare e proclamare pulito un dopato con l’ematocrito perennemente a 60 e con l’Epo postuma trovata nelle urine.
Non affrangerti tu per gli arbitri e i giocatori che aggiustano partite e alterano campionati, o per i ragazzotti con zero cervello sotto la calotta cranica, ma con una fuoriserie milionaria sotto al culo.

A questo, oggi, penso io, cara Anna. Tu ora riposati. Riposati e sogna ancora quella pista, il suo suono sordo, il baluginare delle luci sul legno, il rimbombo delle voci e degli applausi.

Dormi e sogna, almeno tu, un Mondo migliore. Perché io, oggi, proprio non ce la faccio.

 

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