Sante carestie

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Si moltiplicano le mozioni contro varie forme di tecnologia, dal referendum contro le piattaforme metanifere dell’Adriatico a quello anti-pesticidi di Malles in Alto Adige. Il tutto mentre i ministri italiani, con le loro posizioni populistiche, assecondano ogni tipo di demagogia schierandosi oggi contro gli Ogm, domani contro i pesticidi, dopodomani chissà. L’esercito degli ipocondriaci intanto s’ingrossa, chiedendo al contempo il bando degli idrocarburi ma impedendo coi propri comitati del No anche la realizzazione di parchi eolici. Oppure tuonando contro le importazioni dall’estero di derrate alimentari, ma reclamando al contempo la proibizione nel Belpaese di concimi e agrofarmaci, cioè i mezzi tecnici alla base della produttività nostrana. Forse, più che tante parole e spiegazioni potrebbe un carestia…

È inutile parlare al muro. Infatti io ci rinuncio presto. Per quanto dare dell’imbecille a un imbecille possa offrire grandi soddisfazioni sul piano umano, queste sono però limitate nel tempo. Inoltre, sfogarsi col mentecatto di turno non cambia certo gli scenari plumbei in cui l’Italia agroalimentare ed energetica si muove.

Per esempio, il 17 aprile si dovrebbe votare (io non andrò per motivi strategici), contro il rinnovo delle concessioni alle piattaforme che in Adriatico estraggono metano entro il limite delle 12 miglia dalla costa. Trattasi di circa 22 chilometri, mica bruscolini. In più non si parla di nuove trivelle, già proibite da tempo, bensì di vecchie piattaforme attive ormai da molti anni senza che alcun disastro o armageddon sia mai avvenuto.

Disonestamente, questo è stato fatto passare come un referendum contro le trivelle e contro il petrolio, come pure a favore dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Spregiudicati e bugiardi i lestofanti che hanno diffuso tali falsità (basta leggere il quesito referendario per capire l’inganno), ma babbei quelli che ci sono cascati, moltiplicando magari su web la disinformazione messa in giro dai soliti ambientalisti improvvisati. Peccato che solo pochi anni fa siano stati bocciati ben cinque progetti di parchi eolici off-shore, da costruirsi fra le 3 e le 5 miglia marine dalle coste delle nostre regioni meridionali. I motivi? Più o meno gli stessi dei No-Triv: l’ambiente, il paesaggio, la tradizione locale, la cultura… Una schizofrenia che da tempo caratterizza i movimenti pseudo-ecologisti italiani. Sempre quelli, per intendersi, che non vogliono l’olio tunisino, ma se gli parli di olivicoltura intensiva per compensare le carenze italiane ti accusano di essere un servo delle multinazionali.

Difficile che tali mentecatti riescano a capire che è anche per colpa loro se in meno di 25 anni siamo passati dal 93% di autosufficienza alimentare a circa il 77-78%. E a livello di energia siamo messi ancora peggio, dipendendo sempre più dall’estero anche per questa. I perché di tali ribassi, purtroppo, non sono alla loro portata, troppo presi come sono a frequentare blog delinquenziali e siti para-biologici. Tanto vale allora sognare un Mondo diverso, un Mondo ove a mettere le cose a posto sia un evento inaspettato: perché, come dicevano gli antichi, gli Dei ci puniscono esaudendo i nostri desideri…

Pensate quindi cosa succederebbe se costruissimo un muro alto alto. Non per tenere fuori gli immigrati, come vorrebbero altri tipi di mentecatti dai languori barricaderi, bensì per tenere dentro gli Italiani.

Dopo averli isolati per bene, come si fa coi tonni prima della mattanza, abolire ogni pesticida, ogni fertilizzante, ogni genetica agraria brevettata dalle odiate multinazionali (dell’energia, se volete, se ne parlerà un’altra volta). E godersi poi lo sgomento nei loro volti di fronte ai banconi semi-vuoti dei supermercati, realizzando che quei limoni sudafricani non erano lì per caso, ma perché a luglio di limoni italiani non ce ne sono proprio. E la stessa cosa dicasi per le pere a maggio e per ogni altro tipo di ortofrutta stagionale che da noi è disponibile solo per una ristretta finestra temporale.

In più, vedrebbero diradarsi anche quei prodotti che in Italia raccogliamo in contemporanea a Spagna e Grecia. Questo perché se esporti e consumi il doppio dell’olio che produci, tanto per dirne una, poi da qualche altro Paese lo devi pur importare, con buona pace dei ciarlatani che blaterano di protezionismo di un Made in Italy che di fatto non c’è o che, anche quando c’è, è ben lungi dal soddisfare pienamente la domanda interna ed estera.

Importiamo un terzo del grano per fare la pasta, un terzo dei maiali con cui facciamo bistecche e salumi, e poi latte, mais, soia, riso, zucchero, frutta e verdura. Perché? Perché a suon di erodere terreni agricoli per fare spazio alle vostre case, maledetti cittadini, ci è rimasta la metà delle superfici in nostro possesso solo un secolo fa. Siete poi quasi raddoppiati di numero, passando dai 38 milioni di inizio 900 ai 60 milioni odierni. Per giunta, vi siete concentrati nelle città, lasciando a meno del 3% degli Italiani l’ingrato compito di coltivare la poca terra rimasta, nel disperato tentativo di dare da mangiare a tutti voi per 365 giorni all’anno. Ed è anche per colpa delle vostre ipocondrie su genetica e chimica se gli agricoltori vedono calare le proprie produzioni all’ettaro, le lacune delle quali altro non fanno che aprire spazi per ulteriori importazioni dall’estero. Una giostra perversa dalla quale pare non esservi via d’uscita.

Ora però, grazie a quel muro alto alto e ai bandi dell’odiata chimica, sareste felici: nulla potrebbe più arrivare in Italia dai Paesi stranieri. Nessuna molecola chimica brutta e cattiva potrebbe essere impiegata a protezione delle colture. Perfino i semi non sarebbero più di proprietà delle multinazionali, bensì sarebbero ricavati dalle antiche varietà locali di grano, quelle per intenderci che producono un quinto di quelle moderne. Un quinto se diserbate e trattate con fungicidi. Un decimo se abbandonate a se stesse nell’illusione che la Natura magnanima salvi i raccolti e, di conseguenza, le nostre vite.

Senza più importazioni e senza più chimica e genetica agraria, nell’arco di pochi mesi l’Italia affronterebbe la più spaventosa carestia della propria storia. Con una quantità di cibo a disposizione che non supererebbe un quarto del necessario. Si vedrebbero quindi battute di caccia alla nutria, oppure gente contendersi a sassate qualche radice di campo, perché dopo aver fatto sparire cani e gatti qualcosa da mettere sotto i denti dei propri figli bisogna pur trovarlo. Al termine dell’esperimento di 60 milioni di Italiani ne sarebbero sopravvissuti forse 15. E neanche tanto in salute, direi.

Anche perché sul muro alto alto monterei saggiamente delle mitragliatrici azionate da fotocellule automatiche. Così almeno l’esperimento potrebbe svolgersi nel pieno rispetto del metodo scientifico, senza defezioni capaci di alterare l’analisi statistica.

Pensate che quanto sopra sia solo una fantasia un po’ burlona e autoironica? Uno sfogo di un professionista, di un tecnico, stufo di leggere cretinate sul web? Uno scenario impossibile a verificarsi? No no, cari miei. Quello che ho appena descritto è già successo e sta continuando a succedere proprio ora. Non qui, nell’opulenta e autolesionista Italia, ma in un Paese che di tali sorti ne avrebbe fatto volentieri a meno: la Siria. Là non ci sono ecologisti a premere perché si aboliscano ogm, fertilizzanti e pesticidi. Là non sono gli attivisti di qualche movimento para-eco-sinistrorso a impedire la semina di genetiche evolute, moderne e brevettate. Là c’è stata una cosa che si chiama guerra. E quella mette a posto tutti.

Abdulsalam Hajhamed, direttore del Ministero dell’Agricoltura siriano, lo ha testimoniato a Bari, a dicembre 2015. Nel martoriato Paese mediorientale non arrivano più agrofarmaci, né fertilizzanti, né sementi certificate. Gli agricoltori, quindi, seminano ciò che gli è avanzato dall’anno prima. Sempre che gliene avanzi, ovviamente. E i risultati non sono certo eclatanti. Solo le Ruggini, malattie fungine del grano, causano perdite fino al 50% delle produzioni. A queste si sommano quelle dovute a insetti e malerbe. In totale, in Siria le rese per ettaro sono divenute un decimo di quelle di pochi anni fa. Non meglio se la cavano gli olivicoltori. Prima del conflitto la Siria esportava 25 mila tonnellate di olio. Oggi zero. Il poco olio che si riesce a produrre se lo godono i ricchi, gli Assad. Non certo il popolo. Questo perché fra malattie fungine e insetti gli olivi non producono più nulla e gli agricoltori, disperati, usano il loro legno per scaldarsi. I tanto vituperati agronomi, quelli come me, o sono morti o sono fuggiti all’estero, insieme a quella fiumana di esseri affamati senza più casa, distrutta dalle bombe, ma senza nemmeno cibo, falcidiato proprio dall’assenza dei mezzi tecnici necessari a produrne.
Le parole di Abdulsalam Hajhamed, quel giorno, fecero accapponare la pelle all’intero auditorium. Perché spiegavano molto bene le ragioni per cui oggi i Siriani sono disposti a partire all’avventura verso l’ignoto, a scavalcare reticolati di filo spinato, ad essere presi a randellate da poliziotti e militari simil-nazistoidi. Perché se sai che morirai o di bombe o di fame, ti metti in marcia e non guardi più indietro.

Ecco cosa merita questa Italia degli stolti referendum, l’Italia dei mille comitati del No, delle mozioni contro questo e contro quello. Merita di cadere in disgrazia, di sperimentare sulla propria pelle la miseria, la fame, la disperazione, la morte. Forse, dopo un annetto di tale lezione di vita, quelli come me potrebbero finalmente ricominciare a fare il proprio lavoro senza più zavorre attaccate alla borsa dei coglioni. Ricominciare a produrre, ricominciare a crescere, anziché sprofondare nei sonni fatali di una minoranza di storditi che pensano che un pannello solare e un pomodoro bio salveranno il Paese prima e il Mondo poi.

Le cascate sono là, proprio davanti a noi. Che il timone venga quindi levato in fretta dalle mani improvvide che stanno facendo puntare con decisione verso di esse. E che venga restituito a chi sa cosa fare. E lo sa fare anche bene.

Nel frattempo voi, beceri frequentatori di social, ottusi e mediocri leoni da tastiera, giganteschi buchi neri di ignoranza, prepotenza e presunzione, andatevene poco signorilmente a prendervelo là dove non batte il Sole. State segando il ramo ove tutti noi siamo seduti e quando la maggioranza del popolo finalmente lo capirà, spero che per voi inizino giorni pensierosi.

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