KmZero: semplicemente, non esiste

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un'illusione

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un’illusione

Al pari della propaganda sui prodotti biologici e biodinamici, prosegue anche il battage mediatico sui prodotti a chilometro zero. Se però si misurano tali beni con il criterio dei “chilometri-equivalenti” gli scenari appaiono molto diversi

Sedetevi su una poltrona. Fatto? Ora restate immobili e contate fino a tre. Ecco, intanto che v’illudevate di essere più fermi di uno scoglio in fondo al mare, vi siete in realtà spostati di qualche migliaio di chilometri e manco ve ne siete accorti. Questo perché mentre voi bloccavate il moto del corpo, spiattellandovi sulla vostra poltrona, la Terra girava intorno al proprio asse a circa 1.700 km/h. La rotazione intorno al Sole è stata poi ancor maggiore, sfiorando i 30 km/s (al secondo!). Infine, si deve pensare che l’intero sistema solare viaggia nella Via Lattea e ciò avviene a una velocità circa sette volte superiore. Se poi a queste tre velocità su piccola e media scala aggiungiamo anche quella a cui si muove la nostra galassia nell’Universo significa che voi e la vostra poltrona siete in realtà dei proiettili che si muovono a migliaia di chilometri al secondo. Questo perché voi siete sì fermissimi, quasi lapidei, ma lo siete in un sistema tridimensionale che procede di moto complesso. Velocissimo.

Più o meno qualcosa di simile accade col fantomatico KmZero, ovvero quella moda agro-alimentare che spaccia per taumaturgico tutto quanto venga consumato nel luogo di produzione, tirando in ballo biodiversità, eco-compatibilità e sostenibilità agricola, ambientale e socio-culturale. E finché ciò resta a livello di curiosità di nicchia, passi. Peccato che tale modello di agricoltura venga invece spinto come alternativo a quello attuale, intensivo e industriale, nonostante ogni evidenza socio-economica suggerisca il contrario.

Non temete, non ho alcuna intenzione di sviscerare qui le ben note argomentazioni di tipo agronomico, ovvero che le arance maturano in Sicilia e il riso a Vercelli. Quindi, se l’agroalimentare italiano divenisse tutto a chilometro zero, come da molte parti viene irresponsabilmente auspicato, addio ai risotti per i Siciliani e addio alla arance per i Vercellesi. La mia spericolatezza mi spinge oggi a fare considerazioni ancor meno intuitive, dimostrando che di fatto un qualsiasi prodotto che vanti di essere a KmZero lo può fare semplicemente perché vi è tutto il resto del Mondo che fa migliaia di chilometri al posto suo. Non ci credete? Provate a seguirmi e a fare vostro il concetto di “chilometri-equivalenti”* sul quale si basano i paragrafi successivi.

Immaginate di essere in vacanza, che so, a Peschici, sul Gargano. Un paesino meraviglioso, in un’area geografica ove dominano gli uliveti in terra e il pesce fresco in mare. Siete in un trabucco, gustandovi una grigliata di mare insaporita da un olio d’oliva strettamente locale. E cosa c’è di più immobile, territoriale e tipico di un albero di olivo, magari secolare? Più chilometro zero di così… Anzi: è così buono quell’olio a KmZero che ve ne andate a comprare subito un paio di taniche.

Peccato che voi abitiate a 800 chilometri da Peschici e una volta arrivati a casa quel prodotto sarà tutto tranne che ecosostenibile e a impatto zero. Anzi. Ma anche se lo aveste consumato tutto il loco le sorprese non mancherebbero. Il tappo delle tanichette è infatti di plastica, quindi un derivato del petrolio. Petrolio che è stato estratto in Arabia Saudita, spedito con le petroliere in Europa, trasformato anche in materie plastiche e poi spedito come tale alle fabbriche che lo avrebbero trasformato in tappi. Queste ultime lo avrebbero poi venduto alle aziende che producono le taniche, le quali oltre ai tappi aspettavano anche le taniche stesse, fatte di metalli estratti magari in Russia, fusi e lavorati in acciaierie polacche e verniciati con i pigmenti di una multinazionale tedesca con gli stabilimenti in Baviera. Una volta confezionato, quell’olio a KmZero ha perciò intorno a sé un contenitore che di chilometri ne ha percorsi svariate migliaia (o decine di migliaia) solo per essere prodotto. Ma ancora non basta.

Lo Zio Peppino che produce olio mica si limita a raccattare le olive da terra e a portarle al frantoio a groppa di mulo. No, no. Lo Zio Peppino ha un bel trattore specializzato con il quale si muove in azienda. Lo ha comprato da un costruttore che sta in qualche Provincia del Nord Italia (Milano, Modena, Padova…) che glielo ha spedito facendogli fare dai 900 ai mille chilometri. Ma ancora non siamo alla fine del cammino, perché un trattore è fatto da decine di differenti componenti, ognuno dei quali a sua volta è la somma di altri sub-componenti e così via, in una sorta di matrioska che pare senza fine. Gli pneumatici? Vengono da una ditta indiana e ognuno di loro (ne servono quattro, mica puoi fare con tre) ha sul gobbo ottomila chilometri di viaggio solo per arrivare in Italia. Poi si deve calcolare che la mescola è composta da decine di ingredienti, i quali arrivano non solo dalle diverse province dell’India, ma alcuni anche dall’estero. E gli stampi? E i macchinari? Anch’essi sono dei concentrati di materiali e tecnologie che originano talvolta da tutti e cinque i continenti. E senza di essi le gomme non si fanno. Ogni pneumatico del trattore dello Zio Peppino ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che fa impallidire la circonferenza terrestre, la quale ne annovera poco più di 40 mila. Non che siano da meno la batteria, i circuiti idraulici, quelli elettrici, la vernice della carrozzeria o le guarnizioni della cabina: materie prime della più svariata natura sono circolate su e giù per il Globo terracqueo coprendo decine di migliaia di chilometri ciascuna, solo per finire in uno di quei componenti alla base di quel trattore. E poi, una volta divenuti componenti, hanno fatto altri chilometri per diventarlo, quel trattore. Infine, quella macchina ha coperto gli ultimi “miseri” mille chilometri per diventare il trattore dello Zio Peppino.

Ciò vale ovviamente per qualsiasi altro mezzo tecnico di produzione utilizzato nell’uliveto o nel frantoio di Peschici. A meno di rinunciare allo scuotitore meccanico e alle cesoie pneumatiche di fabbricazione francese con cui lo Zio Peppino raccoglie le olive e pota gli alberi, o al fungicida rameico con cui combatte le patologie dell’ulivo, visto che la Manica, primaria azienda che vende rameici, ha lo stabilimento a Rovereto, in Provincia di Trento. E valgono per lei i medesimi ragionamenti fatti per il trattore: materie prime, coformulanti, imballaggi, macchinari, manodopera… Una miriade di chilometri percorsi per far sì che lo Zio Peppino potesse avere un prodotto atto a difendere le sue colture. L’insetticida per eliminare la Mosca delle olive? Se va bene arriva dalla Danimarca, se va male è un generico che contiene sostanze attive e coformulanti di fabbricazione cinese.

Tutto, ma proprio tutto, quello che lo Zio Peppino ha adoperato ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che messi in fila sono probabilmente più di quelli che separano la Terra dalla Luna, che per curiosità son circa 370 mila.

In fondo, l’olio dello Zio Peppino è un po’ come voi quando state seduti sulla poltrona illudendovi di essere immobili sul Mondo e nell’Universo. Lo potete pensare solo perché non vi accorgete che intorno a voi, al posto vostro, si stanno muovendo un pianeta, un sistema solare e una galassia.

Lasciate quindi che gli ideologi del KmZero decantino questo modello agroalimentare come soluzione per la domanda di cibo del futuro. Che sparino pure le loro fantasiose affermazioni sulla millantata ecosostenibilità, biodiversità, naturalità, tradizione e cultura dei loro prodotti super tipici e super locali. Godeteveli quando siete in loco, perché onestamente ne vale la pena, ma ricordatevi che quando tornerete dalla vacanza a Peschici sarete solo dei comuni cittadini che per 50 settimane su 52 devono fare la spesa nei supermercati, acquistando prodotti che hanno forse qualche chilometro in più sulle spalle (mica è colpa loro però se abitate a Milano e i pomodori li coltivano a Pachino…), ma che a chilometri-equivalenti sono praticamente identici.

Purtroppo è il Mondo come tale ad essere a “chilometri infiniti”. È la società come tale a costringere le merci a girare come trottole per accontentare una domanda crescente di beni e servizi. Ecco perché nell’olio d’oliva dello Zio Peppino ci sono da calcolare perfino i bulloni del macchinario cinese utilizzato per fare i cerchioni del suo trattore. Se la cosa non vi va, posso capirlo. Ma a questo, altrettanto purtroppo, non c’è soluzione. A meno ovviamente di tornare a mangiare solo polenta come facevano in Provincia di Rovigo all’epoca della pellagra, oppure pasta e pummarola come usavano in Campania quando la statura media della popolazione era 15 centimetri inferiore di quella attuale e il rachitismo e la tubercolosi erano all’ordine del giorno.

In fondo, l’importante è capirsi…

 

* È inutile cercare su web l’espressione “chilometri-equivalenti”: è inedita e l’ho coniata appositamente per esprimere il contenuto intrinseco di chilometri di qualsiasi bene circolante sul Pianeta. Un po’ come accade con le “tonnellate equivalenti” di anidride carbonica, parametro con il quale si esprimono le emissioni, per esempio, di un’autovettura elettrica o un impianto di generazione di elettricità.

 

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