Glifosate: troppe omissioni e sterili polemiche

La soia: ovvero la coltura gm resistente a glifosate più osteggiata dal fronte ambientalista

 

A seguito del rinnovo dell’erbicida scoppiano le polemiche contro chiunque stia fuori dal coro abolizionista. È toccato anche alla Senatrice Elena Cattaneo, la quale ha osato esprimere opinioni divergenti dall’allarmismo dominante

Liberate il Kraken!“. Una frase ormai divenuta cult e pronunciata per la prima volta nel film Scontro fra Titani, con Liam Neeson nel ruolo di Zeus. Il Kraken è un mostro marino mitologico di enormi dimensioni, il quale viene evocato nel film affinché riceva in pasto la principessa Andromeda per scongiurare la distruzione della città di Argo. Mitologie cartoonistiche a parte, qualcosa di simile accade a Elena Cattaneo ogni volta che apre bocca in materia di scienza: le viene scatenato contro il Kraken dei molteplici suoi detrattori, tutt’altro che mitologici.

La sua uscita su La Repubblica in tema di glifosate ha infatti generato un’ondata di critiche da più parti. La Senatrice sarebbe infatti rea di aver ricordato che la Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, non è l’Oms, bensì solo una sua branca. Come pure di aver riassunto le sue modalità di classificazione per gruppi delle sostanze indipendentemente dai differenti livelli di rischio. Di certo, le lance da lei spezzate a favore degli ogm e le critiche mosse al biologico sono state ottimi inneschi all’onda di proteste e contumelie nei suoi confronti.

Ultima della serie, almeno per ora, la polemica mossale su Scienzainrete da quattro ricercatori, ovvero Annibale Biggeri, Franco Merletti, Benedetto Terracini e Paolo Vineis, “epidemiologi ed esperti di cancerogenesi ambientale”, come descritti nella pagina web che ha riportato la loro polemica. In tale occasione Elena Cattaneo è stata accusata di aver adombrato “non meglio precisati conflitti di interesse che avrebbero spinto alcuni componenti dell’agenzia OMS a nascondere dati“. Pure hanno affermato gli esperti che Iarc sarebbe “la struttura della Organizzazione Mondiale della Sanità deputata al riconoscimento dei rischi ambientali“, godendo per tale ragione di “grande prestigio su scala mondiale”. Segue una citazione dei famigerati Monsanto Papers, denunciati da un quotidiano francese “del calibro di Le Monde“. Il calibro di un giornale, a quanto pare, viene misurato in funzione di quanto soddisfi i bias di conferma di chi legge, visto che lo stesso Le Monde ha anche pubblicato un successivo articolo dal titolo “Glyphosate: Monsanto tente une dernière manœuvre pour sauver le Roundup” (Glifosate: Monsanto tenta un’ultima manovra per salvare Roundup), nel cui sommario si afferma che “La firme de Saint Louis est impliquée dans une campagne de dénigrement visant le toxicologue américain Christopher Portier” (la Casa di St.Louis è implicata in una campagna denigratoria contro il tossicologo americano Christopher Portier).

Christopher Portier è colui che venne chiamato dall’Agenzia di Lione a coprire il ruolo di Presidente della Commissione Iarc che nel 2014 decise di procedere su glifosate, sebbene fosse attivista dichiarato dell’Environmental Defense Fund, associazione ecologista anti–pesticidi. Un palese conflitto d’interessi, perché risulta del tutto fuori luogo chiamare in causa su un “pesticida” un soggetto che appartiene a un’organizzazione che dagli Anni 60 ha in odio proprio i “pesticidi”. Per giunta, si è poi scoperto che Portier ha pure firmato un contratto di consulenza da 160 mila dollari con Weitz & Luxenberg, lo studio legale che stava elaborando la Class Action contro Monsanto, la medesima settimana in cui venne pubblicata la monografia Iarc. Per ulteriore giunta, per stessa ammissione di Portier, egli avrebbe avuto contatti con quello studio legale addirittura prima che iniziasse il processo di valutazione di glifosate.

Eppure per un quotidiano “del calibro di Le Mondesarebbe Monsanto la cattiva, colei che trama per calunniare l’eroe del popolo e dell’ambiente. Non il contrario. Un comportamento per lo meno bizzarro, il quale vi è da sospettare che non si sarebbe verificato se la consulenza fosse stata firmata con Monsanto anziché con lo studio legale americano. Perché essere “cattivi” o “buoni”, a volte, può dipendere dalla persona che t’inonda di quattrini per farti dire ciò che serve a lui, anche se magari non corrisponda al vero.

Qualche puntualizzazione va poi posta sull’affermazione che vorrebbe la Iarc “la struttura della Organizzazione Mondiale della Sanità deputata al riconoscimento dei rischi ambientali“. Ciò non corrisponde a verità e sconcerta che gli epidemiologi ambientali sottolineino con orgoglio la familiarità con le attività della Iarc, con la quale alcuni di loro avrebbero per giunta avuto “l’opportunità di parteciparvi direttamente“. Con buona pace dei quattro, infatti, la Iarc non produce affatto valutazione dei rischi. Tale lavoro implica il confronto fra evidenze bibliografiche di tossicità o cancerogenicità, con i livelli reali di esposizione umana o ambientale. Senza l’analisi dei livelli di esposizione non è possibile quindi stimare alcun rischio. La Iarc, al contrario, effettua valutazioni di mero pericolo potenziale. Ovvero, se una molecola si è mostrata in grado di produrre cancri, seppur a dosi vertiginose, viene comunque classificata cancerogena anche se stoccata su Saturno.

Ben altro approccio quello di altre Agenzie internazionali, come le europee Efsa, Echa, Bfr, ma anche L’Environmental protection agency americana, i Jmpr, gruppi congiunti di lavoro Oms/Fao, l’Australian pesticides and veterinary medicines authority, la Pest Management Regulatory Agency canadese, l’Environmental Protection Authority neozelandese e perfino l’Ufficio federale dell’agricoltura elvetico. Tutte hanno effettuato la valutazione dei rischi, includendo quindi i livelli di esposizione umana, e per tale ragione hanno concluso che glifosate è sicuro per la salute. Boccone amaro da ingoiare per taluni, ben si comprende, ma che sarà bene ingoiarlo facendo buon viso a cattivo gioco.

L’affermazione dei quattro epidemiologi richiama quindi alla memoria la famosa frase di Gino Bartali, il campione di ciclismo fiorentino che soleva dire “E gli è tutto sbagliato, e gli è tutto da rifare!“. Altrimenti non si spiegherebbe la convivenza nel medesimo gruppo 1, quello dei sicuramente cancerogeni, di raggi Gamma e raggi Uv, visto che per i primi non basta certo evitare di esporsi nelle ore centrali del giorno, né esistono creme protettive che ne mitighino gli effetti. Ancor più emblematico l’accostamento di amianto e carni lavorate, visto che per il primo le dosi nefaste erano così basse da impedire una qualsivoglia stima del rischio. Infatti l’amianto è stato bandito, mentre würstel, costine e salamelle continuano a rosolare sulle griglie di ogni sagra paesana dello Stivale.

Quindi i casi sono due: o si bandisce ogni sagra in quanto spacciatrice di tonnellate di sostanze cancerogene, o si conviene che la Iarc dei rischi proprio non si occupa manco di striscio. Un’evidenza sottolineata perfino da Aaron Blair, Chairman del gruppo di lavoro Iarc che ha posto gifosate nel gruppo 2A, quello dei “probabili cancerogeni”. In occasione della prima polemica sviluppatasi fra Iarc ed Efsa, lo stesso Blair ha infatti ricordato come la valutazione di pericolo (non di rischio) risponda solo a una semplice domanda: “Può una sostanza causare danno in qualche circostanza, a un certo livello di esposizione?“. In altre parole, concluse Blair, la Iarc afferma che glifosate “potrebbe” causare il cancro negli esseri umani, ma non afferma che probabilmente lo fa. Un buon senso espositivo che appare ora comprensibile in tutta la sua prudenza, alla luce di quegli studi rimasti in suo possesso, ma mai pubblicati. Cioè quelli cui alludeva forse la Senatrice Cattaneo.

Già, perché insieme ai Monsanto Papers e ai Portier Papers vanno posti anche i Blair Papers. Nonostante fosse chairman della Iarc, Blair avrebbe infatti omesso di pubblicare uno studio(1) epidemiologico sviluppato su oltre 54 mila operatori professionali americani alla caccia di tumori correlabili con gli agrofarmaci.

A carico di glifosate non sarebbe emersa alcuna correlazione col cancro, nemmeno con i linfomi non-Hodgkin che per la Iarc, invece e inspiegabilmente, ci sarebbero. Forse, se invece di lavorare su ricerche svolte su poche decine di individui, a volte solo sette, la Iarc avesse potuto (o fosse stata obbligata a, chissà?) prendere in considerazione anche tale studio, le sue conclusioni avrebbero dovuto essere necessariamente diverse, dando così l’addio a tutto il clamore politico, mediatico e pure legale che la vicenda glifosate ha assunto a causa di quella opinabile monografia.

Sui perché Blair abbia omesso di pubblicare quello studio prima che glifosate fosse valutato dalla Iarc resta il mistero. Sta di fatto che il lavoro del suo stesso istituto è stato pubblicato solo a dicembre 2017, quando ormai la bomba era scoppiata da due anni e mezzo.

Una bomba che continua nella sua deflagrazione, visto che perfino il CSST (Committee on Science, Space, and Technology del Senato degli Stati uniti), avrebbe spedito due lettere a Chirstopher P. Wild, direttore della Iarc, esigendo nella prima spiegazioni sulle strane manipolazioni dei report finali della Agenzia. In esso, cita il Commitee americano, “Anche gli studi che chiaramente conclusero ‘glifosate non è cancerogeno’ sono stati citati come ‘sufficiente’ prova di glifosate come cancerogeno negli animali. Nel capitolo di dieci pagine sugli studi sugli animali, ci sono dieci cambiamenti significativi quando si confronta la monografia finale Iarc e la versione di progetto. Questo capitolo di studi sugli animali è l’unica parte della valutazione di glifosate che è stata studiata. Il resto delle 92 pagine del report è coperta da un ordine di riservatezza. Il Comitato si chiede quanti cambiamenti significativi ed eliminazioni appaiono nelle altre pagine”. Nella seconda lettera si sollecita invece Wild a rendere disponibili i membri della Iarc per un’audizione sul tema, perché l’Agenzia, a quanto pare, su questo punto ha fatto orecchie da mercante. Per la cronaca, la Iarc ha appena aperto il concorso per il successore di Wild, il quale non porterà a termine il secondo quinquennato da direttore.

Alla luce di ciò, sorge quindi un dubbio: ma se le evidenze più solide sono per l’innocenza di glifosate, qualcuno si accorgerà mai che esse coincidono con le conclusioni degli studi emersi in occasione dei Monsanto Papers? Perché a quanto pare lo scandalo è scoppiato sulle relazioni con Monsanto, onestamente imbarazzanti, fra un vice direttore dell’Epa americana e alcuni scienziati. Ma nessuno si è preso la briga di valutarli quegli stramaledetti studi. Perché, sorpresa delle sorprese, forse bisognerebbe convenire oggi che quelle ricerche erano ben fatte, giungendo infatti alle medesime conclusioni dello studio prodotto proprio dall’istituto in cui lo stesso Blair lavora.

Conclusioni che parrebbero confermate anche dalla comparazione di due semplici dati, uno racchiuso in un rapporto del Jmpr Oms/Fao(2), l’altro derivante da un monitoraggio di 23 anni alla ricerca di glifosate nelle urine di mille cittadini statunitensi(3). In tale lasso di tempo, e su un tale numero di campioni prelevati, si sarebbe ottenuto un picco massimo di 0,547 µg/L di glifosate nelle urine. Glifosate viene infatti escreto per circa un terzo proprio con l’urina, mentre i restanti due terzi con le feci. Meno dell’1% viene metabolizzato, salvo poi essere escreto pure lui con le urine.

Ciò significa che un uomo di 70 chilogrammi che urinasse 0,547 µg/L di glifosate, ingerisce circa 40 nanogrammi di glifosate al giorno per chilo di peso corporeo. Negli studi riportati dal Jmpr la prima soglia a cui si sono ravvisati effetti cancerogeni sarebbe stata alla dose di un grammo al giorno per chilo di peso. Già a 500 milligrammi/chilo/giorno tali effetti non si rilevavano.

Le cavie, roditori, avrebbero cioè ricevuto ogni giorno, per due anni, una dose di 25 milioni di volte superiore a quella assunta dal cittadino americano a maggior escrezione, riportato nello studio su menzionato. E peraltro, l’incidenza tumorale ottenuta in laboratorio sarebbe stata a carico di emangiosarcomi in ragione dell’8% nei maschi e del 2% nelle femmine. Non un’ecatombe. Ecco: questa è una valutazione del rischio. E il rischio, a quanto pare, non c’è.

Per quanto si comprenda bene che lettere come quella della Senatrice Cattaneo creino la voglia di scatenarle contro i molteplici Kraken anti-pesticidi e anti-ogm, una sola conclusione può esser tratta sulla vicenda glifosate. Questo erbicida ha una sola colpa: è simbolo di Monsanto, degli ogm e dell’agricoltura intensiva. Ovvero fumo negli occhi di qualsiasi eco-bio-radical-chic che propugni crociate contro chimica e genetica, magari trovando nel passato soluzioni che non possono certo trovare spazio nel futuro, come per esempio le lavorazioni meccaniche dei terreni per contrastare le malerbe.

Sarà bene per tutti arrendersi infatti all’evidenza che tali lavorazioni sono quanto di più dannoso vi sia per il suolo in termini di sostanza organica, come pure di stabilità della struttura e di biodiversità. Il futuro guarda cioè in tutt’altra direzione, come per esempio la semina su sodo, grazie alla quale la sostanza organica del terreno può salire in pochi anni fino al 63% rispetto ai campi lavorati(4): una manna contro l’erosione dei suoli e contro il dissesto idrogeologico. Come pure una manna contro i gas serra, visto che tale pratica abbatte drasticamente i consumi di gasolio che le lavorazioni meccaniche implicano invece a fiumi. E in aria ci sono già concentrazioni di anidride carbonica superiori alle 400 parti per milione. Un record che dovrebbe indurre a più miti consigli perfino coloro che siano ossessionati da qualche microgrammo di “pesticidi” nelle acque e nei cibi. Perché la semina su sodo necessita di diserbanti, uno su tutti glifosate da applicare in pre-semina.

Ci se ne faccia quindi una ragione, perché non c’è niente di più sciocco che scatenare a comando il Kraken solo per farlo poi prendere a sberle da numeri ed evidenze scientifiche.

 

1)  Gabriella Andreotti et Al. (2017): “Glyphosate Use and Cancer Incidence in the Agricultural Health Study“. JNCI J Natl Cancer Inst. First published online November 9, 2017

2) Joint Fao/Who Meeting on Pesticide Residues (2004): “Evaluation 2004 – Part II – Toxicological”.

3) Paul J. Mills, Izabela Kania–Korwel, John Fagan et al (2017): “Excretion of the Herbicide Glyphosate in Older Adults Between 1993 and 2016”. JAMA. 2017; 318(16):1610–1611

4) Lodovico Alfieri (2013): “Agricoltura conservativa”. Università degli Studi di Milano – DiSAA

 

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