Bugie dalle gambe sempre più corte

Nonostante ciò, ripetere un milione di volte che la Terra è piatta non la farà diventare tale

La recente pubblicazione sugli ogm della Scuola Sant’Anna e dell’Università di Pisa ha mandato nel panico ecologisti e biologici, cioè le due lobby che in Italia hanno pressoché l’esclusiva in termini di comunicazione al pubblico. Hanno quindi mentito per tutti questi anni? Sì. E piano piano la verità sta venendo fuori.

Ogm devastatori di ambiente contro biologico ecosostenibile e salvifico. Questo in sostanza il messaggio che da decenni martella i consumatori, inducendone una crescente parte a spendere molto di più per comprare alimenti millantati più sicuri, ecologici e sostenibili. Ma le cose stanno davvero così? Niente affatto. Tutti i limiti del biologico e della disinformazione ecologista stanno emergendo pezzo a pezzo, come pure stanno finalmente circolando informazioni e studi scientifici che sbugiardano le campagne maramalde orchestrate da sempre contro biotecnologie e agrochimica.

Ultima della serie, la ricerca sviluppata dalla Scuola Sant’Anna di Pisa e dall’Università della medesima città toscana. Una ricerca che ha già provocato stizzite reazioni da parte di Federbio, tramite il proprio presidente Paolo Carnemolla, oppure del biologo Gianni Tamino.

Bufale, fake news. Così vengono definite le notizie che hanno rilanciato lo studio pisano. Mica scienza. Del resto, afferma Tamino, lo studio non parla della presenza di pesticidi nelle colture ogm, mentre Carnemolla minimizza da parte sua i benefici dell’avere meno micotossine grazie agli ogm, affermando che il bio può usare un ceppo atossigeno di aspergilli atti a competere con i ceppi tossigeni. E via così.

Che i giornali abbiano in effetti suonato trombe un filo alte di ottava, ci sta. Un fatto che però non pare disturbare quando ciò sia a favore di ecologisti e del biologico, evento che accade con estrema frequenza purtroppo. Lì, però, i toni trionfalistici non paiono mai troppi.

Quando invece la stampa dà lustro a una ricerca a favore degli ogm scatta la gara a chi trova più critiche da buttare sul tavolo. È una tecnica comunicativa ben strutturata nel mondo bio-ecologista: da un lato bisogna alimentare paure verso ciò che non si vuole vedere nei campi, come pesticidi e ogm, per esempio. Dall’altro si deve sminuire l’utilità di suddette tecnologie. Il risultato è che la gente non ci mette molto a dire no a qualcosa che gli è stato detto che non solo è pericoloso, ma che è addirittura inutile.

Peccato, o per fortuna, che non sia affatto così. A dispetto delle campagne allarmiste e denigratorie, le supposte evidenze di pericolosità ancora non sfondano alla prova dei fatti, mentre stanno lievitando le evidenze scientifiche di segno contrario. Chiaro che così il fronte no-ogm e no-pesticidi si senta minacciato e risponda tramite gli usuali megafoni che gli vengono prestati. Ma andiamo a vedere cosa dice la ricerca pisana. Perché alla fin fine, se le ricerche non si leggono, neanche si possono capire.

 

Attacchi di piralide alle foglie del mais. O si usano gli insetticidi, o si seminano mais Bt

 

Cosa dice lo studio

La meta analisi elaborata a Pisa sul tema ogm, ovvero lo studio comparato della bibliografia esistente su alcuni specifici aspetti, ha portato a conclusioni estremamente positive su questi ibridi innovativi. Ibridi coltivati ormai da più di vent’anni su oltre 185 milioni di ettari al Mondo senza che si siano mai realizzate le profezie da Cassandra che ecologisti e biologici hanno propagato fin dalla loro prima semina, avvenuta nel 1996.

La ricerca pisana è stata sviluppata su 542, 99, 813 e 29 lavori rispettivamente su rese & qualità, effetto su organismi target, non target e cicli biogeochimici, dimostrando come nel ventennio di utilizzo i mais gm abbiano ottenuto risultati superiori rispetto alle linee isogeniche (non-ogm) a loro vicine geneticamente.

Innanzitutto, la resa è mediamente aumentata dal 5,6 al 24,5%. Un dato che appare sottostimato, visto che i primi ibridi ogm non differivano molto quanto a rese dai loro simili convenzionali. Se tale ricerca venisse focalizzata solo sugli ultimi ibridi messi in commercio, tale percentuale sarebbe di molto superiore, visto il recente record di 33 tonnellate per ettaro ottenuto in America con un ibrido Bt. A termine di paragone, si pensi che in Italia si sputa sangue per trebbiarne 20, quando va bene bene. Il lungo periodo della meta-analisi ha cioè appiattito questo parametro, minimizzandolo. Nella realtà, può cioè essere solo che superiore.

Ottimi risultati anche per la sicurezza per la salute umana, dato che le concentrazioni di micotossine, fumonisine e tricoteceni sono risultate inferiori rispettivamente del 28,8%, del 30,6% e del 36,5%. Considerando la tossicità e la cancerogenicità di tali sostanze naturali, negare che ciò rappresenti un vantaggio per la salute, come si è subito cercato di fare a botta calda, richiede cioè uno sforzo di malafede invero consistente.

Certo, ci sono soluzioni basate su ceppi atossigeni di aspergilli, da spargere nei campi in modo che competano con i ceppi tossigeni. Ma tale bandiera del biologico è bene tenerla a mezz’asta, dato che la competizione fra organismi non porta mai a risultati definitivi, bensì solo a riduzioni parziali che possono variare molto a seconda dell’anno e del campo.

Inoltre, nulla vieta di spargere quei ceppi anche ai piedi delle piante di mais gm, riducendo ulteriormente il carico di micotossine nelle granelle e nei trinciati. Sono due soluzioni che infatti mostrano un elevato grado di complementarietà e solo i biologici tendenti al talebano possono vedere nell’una l’esclusione dell’altra. L’agricoltura integrata, invece, li userebbe volentieri entrambi. Ad averceli…

Quanto agli organismi non target analizzati, altro tema sensibile, questi non sono stati influenzati negativamente dai mais gm, per lo meno studiando le popolazioni di Anthocoridae, Aphididae, Carabidae, Chrysopidae, Cicadellidae, Coccinellidae, Nabidae, Nitidulidae e Staphylinidae e Araneae. I Cicadellidi sono risultati addirittura maggiori nei gm rispetto ai convenzionali, mentre sono calati del 31,5% i Braconidi, parassitoidi della piralide, per l’ovvio calo del parassita primario dovuto all’elevata efficacia del mais Bt nel suo contenimento.

In altre parole, quando qualche anti-ogm, come per esempio Carlo Petrini di Slow Food, accusa gli ibridi biotech di distruggere la biodiversità, dice cose contrarie al vero. Ognuno scelga un’espressione più confacente, se questa pare troppo gentile.

Tutto in regola anche per i parametri del ciclo biogeochimico nel suolo, almeno per ciò che suggerisce la composizione dei mais Bt rispetto ai loro corrispettivi convenzionali. Per esempio, il contenuto di lignina negli steli e nelle foglie non variano e la decomposizione della biomassa nel terreno è addirittura risultata più alta nei mais gm. Un eventuale aumento della lignina avrebbe infatti comportato un peggioramento, sia nel terreno, sia nell’alimentazione degli animali. Aumento che non è stato registrato.

Non varia neppure la concentrazione di proteine, lipidi e fibre totali della granella. Il valore nutrizionale è cioè stato verificato essere uguale, con altrettanta buona pace dei detrattori. Tali studi sono peraltro coerenti con altri sviluppati in passato proprio sugli animali da allevamento, come il famoso “100 billion study“(1), altra meta analisi pubblicata su “Journal of Animal Science” dalla quale si evince come gli animali d’allevamento americani godrebbero di ottima salute, nonostante gli oltre vent’anni di alimentazione ogm [e quindi anche di esposizione al famigerato glifosate, giusto per rispondere a Gianni Tamino, nda].

In quell’occasione i ricercatori avrebbero valutato numerosi studi riguardanti la salute del bestiame dal 1983 al 2011. Un periodo di 28 anni di cui 13 senza ogm. L’insieme degli studi ha riguardato un totale di 100 miliardi di animali, i quali per più di un quarto di secolo sono stati allevati consumando migliaia di miliardi di razioni sia con, sia senza ogm [Quindi sia con, sia senza glifosate, nda]. Comparando lo stato sanitario nei due periodi osservati, nessun effetto negativo sarebbe stato evidenziato a carico dei capi nutriti con mangimi ogm, sia che fossero resistenti a glifosate, sia che fossero resistenti agli insetti, sia che fossero resistenti a entrambi.

Vi è quindi seriamente da dubitare che possano essere dannosi il latte, le uova o le carni consumate dagli esseri umani, se gli ogm non hanno fatto male in primis agli animali che se ne sono nutriti, come si è invece cercato di dimostrare in Italia falsificando le ricerche, unico modo rimasto per sostenere questa tesi allarmista.

Tornando quindi allo studio pisano, sarebbe infine trascurabile anche l’impatto sul biota del terreno, rilevandosi solo modesti effetti, in qualche studio, su alcune specie di ciliati, lombrichi e pochi altri organismi, ma troppo poco per essere sufficienti in una meta analisi. Di certo, la conclusione del gruppo di ricerca è che nei reali ambienti di campo, gli eventuali effetti sul biota del terreno sono leggeri e transitori, non rappresentando per il suolo un problema in tal senso.

Una conclusione confermata anche dal Rivm (Istituto per la salute pubblica e per l’ambiente del Ministero della salute, welfare e sport olandese). Tramite la sua pubblicazione “General Surveillance for effects of GM crops on the soil ecosystem“, dimostra come:

Only very few and small effects of GM crops on the soil ecosystem were found. In all cases, effects of normal agricultural practice, such as tillage and the cultivation of other crop species, were larger than those caused by the GM crops“.

In altre parole, analizzando la presenza e il livello di degradazione della sostanza organica del terreno, come pure l’andamento di alcune popolazioni chiave del suolo, come nematodi o alcuni microrganismi, i ricercatori olandesi hanno concluso che le variazioni sono minime rispetto alle colture convenzionali.

E comunque, cosa drammatica soprattutto per Federbio e tutto il biologico in generale, gli ogm sono ampiamente meno impattanti delle lavorazioni del suolo, cioè quelle su cui il biologico vive, avendo bandito con disprezzo ogni erbicida di sintesi. Ciò però li obbliga, per lo meno quelli onesti che non usano erbicidi di nascosto, a ripetute lavorazioni meccaniche.

Oltre all’aratura, che necessariamente deve essere profonda se si vuole avere un minimo di riduzione del numero di semi delle infestanti, servono spesso un paio di ulteriori lavorazioni di affinamento, come le discature, anch’esse altamente energivore, e le rifiniture pre-semina con gli erpici a denti. Il risultato è un terreno completamente nudo, ridotto letteralmente in briciole dagli organi meccanici.

 

Risultati di un’aratura del terreno. Si provi a immaginare l’effetto anche delle successive lavorazioni necessarie a rendere la terra seminabile

 

Circa gli impatti sui lombrichi e sugli artropodi del terreno, ovviamente, il biologico glissa. Come pure glissa sull’ossidazione della sostanza organica indotta dall’esposizione delle particelle del terreno all’aria e quindi all’ossigeno. Per non parlare delle tonnellate di CO2 emessa dai trattori, i quali hanno dovuto solcare ripetutamente i campi trainando pesanti attrezzi e consumando fiumi di gasolio.

Inoltre, le lavorazioni del terreno possono essere la peggior scelta possibile quando si operi in aree collinari, come quelle del centro e del sud Italia. Arare e lavorare le colline da seminare a grano o girasole, infatti, apre la via ai tanto temuti processi di erosione superficiale, operata dal vento e, soprattutto, dalle piogge. Se invece si coltivano mais o altre colture sarchiabili, alle lavorazioni pre-semina si aggiungono la strigliatura più una o due sarchiature, la cui seconda può essere sostituita da una rincalzatura, atta a rivoltare la terra sui piedi della coltura. Ciò serve per “sbarbare” le malerbe dal centro delle file e per coprirle con della terra lungo le file stesse, ove ovviamente le sarchiature precedenti non potevano arrivare. In altre parole: un massacro reiterato dei suoli.

Tali impatti negativi delle lavorazioni al terreno il biologico cerca di compensarli con rotazioni frequenti, apporti di letame e altre forme di sostanza organica, ma anche tramite cover crops e messe a riposo di ampie porzioni aziendali, come avviene per esempio con chi coltivi riso “davvero biologico”, lavorando e coltivando solo la metà dell’intera superficie aziendale e lasciando a riposo l’altra.

Tale approccio comporta però tre distinti problemi: il primo è che l’Italia ha visto dimezzare in un secolo le proprie superfici coltivabili, da 24 milioni di ettari circa a soli 12 milioni. In altre parole, ogni fazzoletto di terra dovrebbe produrre il massimo che può anziché essere lasciato “a riposare”. Secondo punto: il letame è materiale difficile da reperire al di fuori della Pianura Padana, ove risiede la maggior parte degli allevamenti zootecnici. E se si pensa che la maggior parte delle aziende e delle superfici a biologico sono al Sud, in primis in Sicilia, ben si comprende quanto quella del letame come soluzione taumaturgica sia poco più che una favola buona per una minoranza delle aziende. In più, l’apologia del letame cozza con tutto quanto si dice circa gli impatti ambientali della zootecnia, accusata di emettere emissioni importanti di gas serra.

Infine le rotazioni. Queste fanno sicuramente bene al terreno, ma abbattono le produzioni aziendali. Il riso lo si può coltivare solo in ben precise aree geografiche: fare rotazioni in quelle aree implica una perdita secca di riso a livello nazionale. Non scherzano nemmeno le aree cerealicole, ove le rotazioni possibili dal punto di vista economico sono più che altro grano e girasole, dato che le leguminose foraggere non hanno praticamente più senso proprio per la rarefazione degli allevamenti dall’Emilia Romagna in giù. Seminare leguminose ha quindi senso solo come cover crop, una pratica che non a caso è seguita anche da molti agricoltori non biologici che pratichino la semina su sodo. Ma queste non danno reddito e con la situazione economica attuale delle aziende agricole non appare soluzione percorribile.

Se quindi vi sono pratiche che risultano insostenibili, arcaiche, inefficienti e tutt’altro che ecologiche verso suolo e atmosfera, sono proprio quelle alla base del biologico, il quale sta in piedi solo grazie all’abile martellamento di marketing con cui ha convinto i consumatori a spendere il doppio o il triplo per avere qualcosa che, in sostanza, è equivalente o addirittura peggiore del convenzionale, come appena visto.

A oggi, per le colture cerealicole e per quelle industriali, come mais, soia, girasole, colza etc., le pratiche più moderne, ecologiche, produttive e sostenibili sono infatti quelle che prevedono la semina su sodo, avulsa da lavorazioni meccaniche, ma che utilizzano diserbanti (incluso il vituperato glifosate) e ibridi ogm atti a ridurre i costi per gli agricoltori, innalzare le produzioni, minimizzando al contempo gli impatti sul suolo, le emissioni di anidride carbonica e gli input chimici, come per esempio quelli degli insetticidi.

 

Esempio di semina su sodo, senza alcuna lavorazione. Pratica impercorribile dal biologico che non usa diserbanti. L’impatto per il suolo è ampiamente minore (Foto: Giovanni Picciuto)

Su quest’ultimo tema, degli insetticidi, basti pensare che i mais Bt doppio resistenti a lepidotteri e coleotteri, ovvero piralide e Diabrotica, permettono di saltare le applicazioni alla semina degli insetticidi microgranulari a base di piretroidi, come pure di evitare i trattamenti estivi a piena chioma.

Nel primo caso si parla di prodotti che vanno impiegati a decine di chili per ettaro (anche 50 kg/ha). Nel secondo, viste le maggiori concentrazioni dei formulati, si possono eliminare ulteriori chili di insetticidi in piena estate. Il computo cala però molto se si pensa alle sole sostanze attive: un geoinsetticida granulare a base per esempio di lambda cialotrina allo 0,4%, anche se applicato a dosi di 15 kg/ha implica un utilizzo di soli 60 grammi di sostanza attiva. La medesima sostanza attiva, applicata per via fogliare in estate, implica una dose di soli 200 millilitri per ettaro, pari a circa 20 grammi di lambda cialotrina.

Uno dei cavalli di battaglia dei bio-ecologisti è invece basato proprio sulla negazione che si riducano gli insetticidi, dato che gli ibridi resistenti alla sola piralide permettono di eliminare come visto solo 200 ml/ha di prodotti, necessitando però di trattamenti con geoinsetticidi che vanno applicati a decine di chili. La diminuzione assoluta appare in tal modo trascurabile, quando invece è comunque sensibile. Da 80 grammi di sostanza attiva complessiva applicata, si può infatti scendere a 60, con un calo del 25% in quantità. Un calo che diviene appunto del 100% se l’ibrido prescelto è doppio-resistente a piralide e diabrotica.

Se quindi le molteplici accuse mosse agli ogm e all’agrochimica restano a oggi ancora nel limbo della non provabilità scientifica, i dati sui vantaggi che essi portano sono tangibili sotto tutti i punti di vista. Ben si comprendono quindi i guaiti di biologici ed ecologisti di fronte a studi come quello pisano, denigrato a gran voce, come al solito, al fine di screditarlo e di minimizzarne i contenuti.

Per comprendere in modo definitivo come stiano davvero le cose, basterebbe aprire alla sperimentazione in Italia. In tal modo sarebbe facile comparare gli ogm con in non-ogm. Come pure sarebbe facile comparare differenti modi di produrre cibo, ovvero nostalgie biologiche contro tecnologie moderne.

Fra pro e contro ogm e chimica c’è un solo schieramento contrario alla sperimentazione. Per capire chi mente e chi ha paura della verità, chiedetevi quindi chi si oppone con ogni mezzo a tali prove di campo…

1) A. L. Van Eenennaam 2 and A. E. Young (2014): “Prevalence and impacts of genetically engineered feedstuffs on livestock populations”. Journal of Animal Science, Vol. 92 No. 10, p. 4255–4278

Dichiarazione di conflitto d’interessi: chi scrive è di origini livornesi, quindi ha severi conflitti d’interessi rispetto ai ricercatori in quanto pisani!

 

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