Pasta italiana, grano canadese e ipocrite bugie

Grano: italiano o meno che sia, deve essere di qualità. O la pasta non si fa

Pasta italiana con solo grano italiano: realtà o fantasia? La crociata contro il frumento duro canadese è partita con la scusa dell’erbicida glifosate, ma covava da anni senza trovare appigli per essere scatenata

Giusto 17 anni fa c’era l’America in cerca di vendetta contro il terrorismo islamico che le aveva buttato giù le Torri gemelle. Parallelamente, c’era anche una classe politica statunitense che doveva mostrare i muscoli a un popolo infuriato che attendeva azioni eclatanti contro l’islam terrorista. E così, vennero inventate di sana pianta delle armi di distruzione di massa in Iraq con l’unico scopo di creare il cattivo di turno cui dare una sonora lezione, anche se di fatto questi non avesse alcunché a che fare con quanto gli veniva imputato.

Ecco, contro il grano canadese è successa più o meno la stessa cosa: in Italia quel grano d’Oltreoceano stava da molti anni sugli zebedei a Coldiretti & soci e quindi bisognava trovare una scusa per dargli contro, nascondendo un goffo protezionismo dietro argomenti rivelatisi poi falsi quanto quelli partoriti sulle inesistenti armi chimiche di Saddam Hussein. Ma andiamo per ordine, come uso dire.

 

Pasta? Il grano non basta…

Di fatto, l’Italia produce molta più pasta che grano, quindi ne deve importare a fiumi. Inoltre, mica tutto il grano duro italiano è di qualità sufficiente per essere avviato tal quale alla produzione di pasta eccellente. Tali problemi sono emersi soprattutto quando scoppiò la polemica sull’etichettatura della pasta, con Coldiretti che voleva venisse indicata sulle confezioni l’origine del grano e l’industria che invece si opponeva.

Sebbene anch’io concordi con Coldiretti sull’utilità di indicare l’origine delle materie prime, illusione effimera che non ha poi trovato seguito in Europa, non posso che concordare con Cosimo De Sortis, presidente di Italmopa, quando ricorda che l’Italia appare deficitaria per un rotondo 60% di frumento tenero, importato soprattutto dai Paesi dell’Est, e per il 45% per quanto riguarda il frumento duro. Ai numeri forniti da De Sortis si aggiungono quelli di Paolo Barilla, dell’omonimo colosso italiano, secondo il quale solo il 50% del grano duro prodotto in Italia avrebbe caratteristiche sufficienti per produrre pasta, a fronte di un sonoro 40% che tali requisiti invece non li avrebbe. Solo il 10% del grano italiano sarebbe quindi di qualità eccellente, utilizzabile tal quale per alimentare filiere di alta qualità.

Quindi, l’importazione del 45% di grano duro sarebbe dovuta non solo all’atavica carenza di prodotto italiano, ma anche alla necessità di tagliare quello nostrano scadente con dei grani di qualità superore, atti a portare i nostri grani mediocri a valori di proteine sufficienti alla pastificazione. Ergo, piaccia o meno, l’Italia di grano duro ne ha bisogno e i casi sono due: o ne produce di più e di meglio, erodendo superfici coltivabili ad altre colture e investendo in fertilizzanti, sementi elette e agrofarmaci, oppure si deve importare, con buona pace dei protezionisti interni.

Neanche risulta vera la teoria per la quale i grani stranieri sarebbero venduti a prezzi stracciati, perché la qualità si paga, anche se in alcuni Paesi stranieri si riesce a produrre in quantità e in qualità, minimizzando i costi. Per esempio nel tanto vituperato Canada. Lì possono produrre fiumi di grano duro di qualità, eccellente quanto a proteine, e spedirne poi a navi intere in Italia. Per fare ciò necessitano però di una pratica agronomica ben precisa: trattare in pre-raccolta il grano con basse dosi di glifosate, il diserbante inventato da Monsanto, al fine di minimizzare i tempi che intercorrono fra la piena maturazione della spiga e il suo corretto essiccamento in campo. A fine settembre a volte in Canada nevica e se il grano è ancora in campo lo butti via.

Tali applicazioni erbicide sono divenute nel tempo l’unica arma in mano a Coldiretti e ad altre associazioni per far partire una veemente crociata contro i Canadesi, soprattutto da quando la Iarc ha classificato glifosate come probabile cancerogeno. Un giudizio sballato di cui si è già parlato approfonditamente.

Ma cosa è successo nei fatti? Tutto parte nel 2016 dalla neonata associazione Granosalus creata da Saverio De Bonis, il quale dopo non essere riuscito a farsi largo nel settore dell’allevamento dei conigli ci ha riprovato con il grano, questa volta con successo. Per farsi notare in modo eclatante, De Bonis ha fatto analizzare diversi marchi di pasta e vi ha trovato ovviamente tracce di glifosate. Tracce innocue per la salute, sia chiaro, ma la gente questo non lo sa (leggi approfondimento). Immediatamente partì quindi la campagna di denigrazione a orologeria, con trasmissioni come Report che rilanciarono poi l’argomento, spaventando ulteriormente la popolazione sul nulla. Per raggiungere la soglia di sicurezza (non tossica: di sicurezza!) bisognerebbe mangiare infatti 300 chili circa di pasta al giorno. Cioè quanta in Italia se ne mangia in circa 15 anni.

Pochi sanno però che De Bonis, lungi dall’essere paladino dei consumatori, è di fatto personaggio controverso. Per esempio è stato appena condannato in secondo grado per essersi fatto dare contributi pubblici senza averne diritto come agricoltore. Di tale condanna ormai poco gliene cala a De Bonis, in effetti, visto che grazie alle sue bordate mediatiche contro glifosate è riuscito a farsi candidare dal M5S e a farsi eleggere al Senato. Il suo risultato personale l’ha quindi raggiunto appieno.

Ma a parte lui, ciò che più ha impattato i rapporti fra Italia e Canada è stata Coldiretti con una martellante campagna di demonizzazione del grano d’Oltreoceano: navi bloccate nei porti con l’accusa di trasportare merce zeppa di micotossine – poi rivelatesi regolari – nonché un continuo propalare allarmismo circa appunto glifosate: unico appiglio rimasto ai Giallo-verdi nostrani per indurre i consumatori a rifuggire dalle paste prodotte con grano che contenesse un qualche residuo dell’erbicida, per quanto minimo. In pratica, le famose armi chimiche di Saddam: un pericolo inesistente, usato per scatenare una guerra di comodo del tutto immotivata.

Una manovra i cui risultati non si sono fatti attendere, con una Barilla che ha annunciato che nel volgere di pochi anni chiuderà le importazioni di grano canadese contenente l’erbicida. Una vittoria di Coldiretti, come cercano di farla passare tutti tronfi e muscolosi? No, una vittoria di Barilla, visto che la Casa di Parma ha già messo le mani avanti per gli aumenti di prezzo che la pasta potrà avere in futuro. Secondo un’intervista concessa da Paolo Barilla a I Nuovi Vespri, un piatto di pasta potrebbe infatti passare da soli 20 cent a 2 euro. Un incremento di dieci volte. Strano, perché il grano sul prezzo finale della pasta incide circa per il 15%, quindi non si capisce bene perché smettendo di comprare grano canadese e andandolo a comprare magari nei Paesi intorno al Mar Nero – che non hanno bisogno di glifosate in pre raccolta esattamente come in Italia – la pasta dovrebbe costare fino a dieci volte di più di quella prodotta oggi usando grano canadese.

Peraltro, l’Italia continua a essere asfittica con le produzioni in campo. Anche mantenendo le promesse di remunerare meglio i cerealicoltori, difficilmente il Belpaese potrà cambiare significativamente le proprie potenzialità produttive. Inoltre, come già visto per il latte, il concetto di qualità finisce sempre col remunerare al 90% industrie e grande distribuzione organizzata, lasciando agli agricoltori tutti gli oneri per realizzarla, quella qualità, salvo poi riconoscere loro soltanto le briciole degli incrementi di valore commerciale dei prodotti finiti.

Vi è quindi da sospettare che anche per il grano duro italiano finirà allo stesso modo, ovvero con le industrie della pasta e la gdo che faranno quattrini a palate alzando i prezzi di vendita senza che quella pasta sia migliore né tanto meno sia più sana di quella odierna. Infine, non si capisce per quale motivo il grano debba costare di più acquistandolo dove comunque glifosate non serve. Non adoperarlo non è quindi per quei Paesi un sacrificio che comporti perdite in campo. Per quale diavolo di ragione dovrebbero quindi lievitare i prezzi della pasta?

Business, semplicemente. E tutti i pastai d’Italia, come pure la gdo che vende i loro prodotti, ringraziano Coldiretti per la preziosa opportunità offerta. Quanto all’Italia, a dispetto di quanto afferma l’Associazione agricola, i pastai se la caveranno probabilmente con qualche minoritaria filiera 100% italiana, con la quale buttare fumo negli occhi ai consumatori, per giunta remunerando gli agricoltori con le usuali misere mancette extra. Il tutto a fronte degli sforzi considerevoli sostenuti in campagna per dare ai pastai il grano di qualità che essi chiedono. Per i cerealicoltori nostrani non pare una grande vittoria, vista così. Non trovate?

Nulla di nuovo sotto il sole quindi: Coldiretti lancia le sue discutibili crociate, dopodiché le industrie fanno un po’ di teatrino e infine ringraziano per l’opportunità creata di spillare ancor più soldi ai clienti, pagando come sempre una miseria ai coltivatori.

 

Non c’è alcuna scorrettezza

Altro cavallo di battaglia di Coldiretti è quello della presunta scorrettezza dei Canadesi verso i produttori italiani. Secondo loro, usando glifosate essi realizzerebbero un grano di qualità in modo artificiale e questo metterebbe in difficoltà noi italiani che quei trattamenti non li possiamo fare, in quanto non autorizzati in Italia. Concorrenza sleale, dicono i Giallo-verdi. Ma le cose, tanto per cambiare, non stanno affatto così.

In primis, con tale affermazione Coldiretti ammette implicitamente che il grano canadese è di ottima qualità, contraddicendosi quindi sul tema delle navi piene di porcate straniere. Porcate infatti non sono e con le loro affermazioni lo confermano pienamente. Anzi, sono delle gran produzioni assolutamente temibili per qualità. Così non fosse, non saremmo qui a parlarne.

In secondo luogo, non c’è alcuna concorrenza sleale. Fino al 2016 anche in Italia potevamo usare glifosate in pre-raccolta su grano, per farlo seccare prima e meglio. Un uso che da noi non ha mai attecchito grazie alle condizioni climatiche italiane, diverse da quelle del Canada. Poi, a seguito della già citata monografia Iarc e del vero e proprio terrorismo fatto intorno a questa molecola, quell’uso è stato tolto dall’etichetta. Siamo cioè stati noi Italiani a privarci volontariamente di quello strumento a causa del can can generato da Granosalus prima e da Coldiretti poi. In sostanza, prima Coldiretti ha gonfiato le condizioni affinché quegli usi venissero proibiti, salvo tuonare poi contro la concorrenza supposta sleale di un Paese che invece quegli usi se li è tenuti stretti. Un po’ come se proibissimo i trattori per tornare all’aratro tirato dai buoi e poi inveissimo contro le produzioni straniere fatte grazie alla meccanizzazione agricola. Se sei un Paese di imbecilli che si taglia le palle da solo, poi non puoi dare degli scorretti a quei Paesi che le palle se le sono invece saggiamente conservate, prendendoti poi a schiaffi sui mercati globali. Chi è causa del suo mal, pianga solo se stesso.

Infine, senso nullo ha pure l’argomento della tipicità delle aree di coltivazione. Se in Canada devono usare glifosate per fare grano di qualità, secondo alcuni puristi italiani vuol dire che non sono portati a produrlo senza aiuti chimici e quindi dovrebbero coltivare altro. Mica come noi Italiani che grazie al Sole possiamo fare grano duro anche senza usare glifosate.

Peccato che lo stesso discorso lo potrebbero fare i viticoltori della Murcia spagnola, i quali coltivano vigneti sui quali non piove mai e quindi possono evitarsi i 15 trattamenti all’anno di antiperonosporici che facciamo noi e pure i trattamenti con antibotritici in pre-raccolta. Noi, invece, dobbiamo trattare e pure tanto. Provate a chiedere a un viticoltore trevigiano quante volte deve trattare all’anno per produrre le uve da cui ricaverà il suo vino. Oppure chiedete a un coltivatore barese di uva da tavola tardiva, allevata sotto tendone, di non applicare antibotritici. Vi manderà a quel paese, perché in autunno, con l’umidità che c’è, o applichi questi fungicidi o raccogli muffe anziché uva.

Quindi i Canadesi non sono né degli avvelenatori, né tanto meno sono scorretti verso di noi. Applicano glifosate sul grano esattamente per le stesse ragioni per cui noi applichiamo fungicidi alle nostre vigne. Non a caso noi vendiamo a loro fiumi di vino e loro a noi fiumi di grano. Dove sia la concorrenza sleale, quindi, proprio non si capisce. Anche perché proprio Coldiretti gongola quando si parla di export, salvo tirar fuori perfino il cosiddetto “carbon footprint” quando il tema siano i prodotti importati. Quasi che il nostro vino spedito in Canada non avesse prodotto anidride carbonica per essere trasportato fin laggiù. Un doppiopesismo che dovrebbe bastare da solo per inquadrare l’intera questione.

Per tali ragioni, quando in futuro i consumatori italiani compreranno la loro pasta si ricordino di questo articolo e ringrazino gli spregiudicati protezionisti italiani per quei prezzi sulle confezioni. Prezzi dai quali a favore degli agricoltori andranno le usuali, misere, pezzenti, briciole.

 

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