Far cassa oltre il biologico, fra Urano e Plutone

 

Biodinamica: un business in crescita, basato su di un mix di pratiche agronomiche arcaiche e tanto esoterismo

Presso il Politecnico di Milano si terrà il 16-17 novembre un convegno sulla biodinamica. Dure le critiche da ampie porzioni del mondo tecnico-scientifico agrario. Può la biodinamica essere infatti ospitata presso un luogo di Scienza per parlare di se stessa?

Apprendere che presso il Politecnico di Milano si terrà un convegno incentrato sull’agricoltura biodinamica mi ha lasciato alquanto colpito, più o meno come se fosse stata data ospitalità a un convegno di astrologi o sulla gemmoterapia. E ne spiegherò a breve il perché.

L’evento non è però inedito: già in passato qualcosa di simile era accaduto all’Università Bocconi, “Con il patrocinio del Ministero Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Regione Lombardia, Comune di Milano”. Per non farsi mancare nulla, pure la Federico II di Napoli ospitò i biodinamici nel 2016.

Ora, pur comprendendo l’estrema visibilità che i media generalisti dedicano a tale business emergente, mi corre l’obbligo di puntualizzare come esso sarebbe meglio stesse a debita distanza da poli scientifici di qualsivoglia indirizzo. Perché se in tali occasioni “prestigiose” la biodinamica mostra la faccia tecnica, quella del letame a profusione, delle rotazioni colturali, dei sovesci e di altre tradizionali pratiche agronomiche, nelle trasmissioni televisive, sui giornali e su web mostra invece la sua componente più magica, esoterica e seducente. Cioè quella che serve a catturare nuovi clienti, terrorizzandoli magari con i soliti attacchi ai supposti “veleni” usati da chi biodinamico non sia. Noi contro loro. Buoni contro cattivi. Salvatori contro avvelenatori. Tutte tecniche comunicative di stampo allarmistico già viste peraltro da parte delle lobby del biologico.

Le due facce, ovviamente, non vengono mai presentate insieme nella stessa occasione, a meno di giocare in casa. Ognuna delle due viene indossata o smessa a seconda della convenienza. E già questo sarebbe di per sé motivo di scetticismo e di critica. Ma cerchiamo di decodificare la narrazione che i biodinamici fanno di se stessi.

Origini storiche

L’agricoltura biodinamica nacque nei primi Anni 20, gli stessi in cui ruggivano sulle strade le Isotta Fraschini Tipo 8. Venne partorita dalla fervida mente dell’austriaco Rudolf Steiner negli ultimi anni di una vita spesa in tutt’altre occupazioni e senza il possesso di alcuna competenza settoriale agraria.

Esoterista e “teosofo”, Steiner diede vita alla scuola di pedagogia nota anche come Waldorf, le cui scuole vennero chiuse dal Nazismo negli Anni 30, una decina di anni dopo la sua morte. Non pago però dell’ottimo lavoro svolto in campo pedagogico, Steiner si volle avventurare purtroppo anche in due territori che oggi stallano nell’ambito delle pseudoscienze, ovvero la medicina alternativa battezzata “antroposofica” e l’agricoltura biodinamica. La prima non gli impedì di soccombere a un male oscuro all’età di soli 64 anni. La seconda verrà tratteggiata di seguito. Per chi volesse poi un approfondimento ulteriore sul personaggio di Steiner, sui suoi insegnamenti e sulla sua visione dell’Universo, può leggere l’ottimo lavoro di Dario Bressanini.

Lo Steiner pensiero

Steiner guardava alla realtà tramite la non meglio specificata “osservazione animica“, in pratica una libera interpretazione della chiaroveggenza. Un sunto di tale visione dell’Universo si può ricavare dai seguenti versi:

Guarda la pianta!
Essa è la farfalla imprigionata dalla Terra. 
Guarda la farfalla!
Essa è la pianta liberata dal cosmo“.

Una visione alquanto poetica, senza dubbio. Peraltro, qualche inconsapevole fondamento scientifico ce l’ha pure, visto che dopo il Big Bang sia la farfalla sia la pianta erano solo plasma primordiale in veloce espansione nell’Universo. Ancora, è ben probabile che qualche atomo di carbonio o di azoto contenuti nel corpo della farfalla siano prima appartenuti alla pianta. E quando la farfalla muore, perché no, le sue molecole possono diventare nutrimento per la pianta e trasformarsi di nuovo in foglie e frutti.

Steiner, a quanto pare, percepiva questa maestosità del Cosmo, anche se ai suoi tempi non poteva certo sapere alcunché di Big Bang, né di plasma in espansione, né del processo di fusione atomica che dagli atomi di idrogeno ha generato e continua a generare ogni altro elemento chimico naturale conosciuto. Eppure percepiva l’estrema interconnessione materiale ed energetica che lega ogni forma di vita, dal batterio all’elefante, dal fungo alla quercia.

Peccato che non vi sia alcuna forza cosmica occulta, né alcun demiurgo ultraterreno che tutto controlli, armonizzi e gestisca quasi fosse un direttore di orchestra. Anzi, se la farfalla si chiama Carpocapsa e la pianta si chiama melo, è bene che la prima venga da noi uccisa con un insetticida, o le mele se le mangia lei anziché noi.

Da quanto sopra si evince come le pur brillanti intuizioni e sensibilità di Steiner nulla avessero a che fare con il metodo scientifico. Esattamente come nulla continuano ad averci a che fare le teorie di Samuel Hahnemann, padre dell’omeopatia, cui spesso Steiner ha invece guardato come fosse scienza, utilizzandola ampiamente proprio nell’agricoltura biodinamica al fianco di varie componenti astrologiche molto più adatte agli appassionati di oroscopi che ai campi coltivati.

Quella dell’epoca di Steiner era però un’agricoltura quasi a ciclo a chiuso, in cui le fattorie contavano su decine di braccia, tutte all’opera per produrre qualche misero pasto per sé, avanzando qualcosa da vendere al mercato per acquistare ciò che non poteva essere autoprodotto.

Tanta era però la terra coltivabile. Basti pensare che un secolo fa l’Italia aveva oltre seimila metri quadrati pro capite di terra coltivabile contro meno di duemila di oggi. Come pure ogni azienda contava su un discreto numero di capi di bestiame di vario genere. Il patrimonio zootecnico dei primi anni del XX secolo, pare strano, era infatti prossimo a quello odierno, solo spalmato dal Brennero a Ragusa, dando cibo e preziose deiezioni animali con cui ripristinare – molto parzialmente – la fertilità del suolo.

Non stupisce peraltro che nell’agricoltura steineriana, alias biodinamica, non fossero contemplati fertilizzanti chimici, visto che risale giusto agli Anni 20 il processo Haber-Bosch per la sintesi industriale dell’ammoniaca, base di quella fertilizzazione azotata che moltiplicò le rese dei campi avendo, lei sì, un che di miracoloso. La Scienza, infatti, spesso fa lei stessa dei miracoli, per giunta misurabili. Peccato non le vengano quasi mai riconosciuti. Oggi, almeno due persone su cinque che vivono nel Mondo Occidentale sono nate ed esistono grazie alla scoperta dei due chimici tedeschi. Ignoti purtroppo ai più.

Quanto a “pesticidi“, ai tempi di Steiner erano state appena scoperte le proprietà fitoterapeutiche del rame, risalenti alla fine del XIX secolo, mentre come insetticidi venivano usati gli arseniati di piombo. Prodotti dal profilo tossicologico agghiacciante rispetto ai prodotti fitosanitari utilizzati oggi in agricoltura, pure in quella biologica e biodinamica, sebbene si cerchi spesso di glissare su tali usi. Ma se un secolo fa si voleva salvare le patate dalla Dorifora o dalla peronospora, quelli bisognava adoperare.

Quindi, Steiner non fece altro che adottare quale punto di partenza l’agricoltura che aveva sotto gli occhi, basata sulle letamazioni, gli avvicendamenti, i sovesci e la trazione animale. Quando andava bene, perché spesso era la zappa a mano e la scerbatura operata dalle mondine. Un insieme di pratiche agronomiche le quali, sebbene arcaiche e poco efficienti, avevano all’epoca un loro senso e permettevano di produrre qualcosa da mangiare.

Tutt’oggi quelle pratiche sono da ritenersi valide. Semmai, sono da considerare attentamente i loro limiti applicativi attuali, in un’agricoltura moderna che ormai con quella che osservava Steiner non ha più alcunché da spartire, essendo rimasti quattro gatti in campagna a dover produrre molto più cibo di allora, per una popolazione quasi raddoppiata, per giunta contando sulla metà della terra agricola di quei tempi. Provate a parlare di “dinamizzazione” manuale del corno letame in un mastello di legno a un risicoltore vercellese con 200 ettari da seminare, oppure al maiscoltore bresciano con 300 ettari di granturco, soia ed erba medica e 200 vacche in lattazione. Tutte da gestire insieme al fratello Giobatta, in due. Poi vi spiegano loro dove potete infilarvelo quel mestolo. E senza troppi preamboli.

Peraltro, le rese del grano, in quegli anni, erano circa 1/10 di quelle attuali. I terreni erano cioè sì perfettamente in equilibrio e “grassi”, ma semplicemente e solo perché l’Uomo non aveva ancora capito cosa fare in campagna per sfuggire alla fame mettendo il turbo ai raccolti con la chimica, la genetica e la meccanizzazione. Tutte cose che all’epoca di Steiner erano agli albori.

Oltre l’agronomia, fra esoterismo e business

Sulle basi agronomiche sopra citate, condivisibili seppur anacronistiche nelle attuali macrodinamiche agroalimentari, Steiner innestò pratiche esoteriche prive di alcun fondamento, allora come oggi. Il terreno, le semine e le diverse pratiche agronomiche venivano infatti gestite seguendo i cicli cosmici e lunari. Steiner vedeva infatti dappertutto una non meglio specificata energia e un poetico equilibrio cosmico. Roba da far rivoltare nella tomba Margherita Hack, la schietta astrofisica nota per il suo laicismo e il suo sviscerato amore per la Scienza.

Infatti, non è mica dato sapere a che tipo di energia Steiner stesse pensando, né tanto meno egli si preoccupò di fornire uno straccio di prova scientifica di quanto sosteneva.

Oggi, sul sito internet a lui dedicato vengono fornite ai consumatori diverse ragioni affinché essi comprino prodotti a marchio Demeter, ovvero il marchio collettivo di tutela internazionale dei prodotti biodinamici, registrato a Ginevra. Fra queste ragioni viene ricordata anche quella secondo la quale la biodinamica sarebbe ”la scelta di chi vuole qualità invece di quantità, collaborazione e non concorrenza”.

E già qui corre un sorriso: Demeter, come ogni altro marchio registrato al Mondo, è di fatto uno strumento distintivo ideato a sostegno proprio della competitività dei produttori sui mercati. Detta in altri termini, Demeter aiuta (non certo gratis) i biodinamici a essere maggiormente concorrenziali e a sostenere il proprio business contro i prodotti “degli altri”.

Del resto, anche chi crede nell’equilibrio cosmico basato su “moralità e fraternità” deve pur vendere i propri prodotti, altrimenti chiude. Curioso però che un sistema produttivo che si presenta come alternativo alle ciniche logiche del business convenzionale, alla fine ne segua le orme comunicative quanto a marketing e a strategie di “Brand protection”, tipiche di ogni scaltra lobby multinazionale.

Pozioni e intrugli? Più o meno…

I preparati utilizzabili in agricoltura biodinamica sono diversi, tutti numerati. Le vesciche di cervo ripiene di fiori di Achillea, fatte macerare sottoterra, sarebbero il preparato numero 502, ma esiste anche il 503, ricavato da intestini di bovino ripieni di camomilla, oppure il 505, ottenuto riempiendo un cranio di animale domestico con polvere di corteccia di quercia. Ancora i bovini, o meglio i loro mesenteri, sono protagonisti del preparato numero 506.

Cose che a saperle, vegani e vegetariani probabilmente inorridirebbero. Senza pensare ai miliardi di bovini in più che servirebbe allevare sul Pianeta per procurare il letame necessario alla nutrizione del suolo, con buona pace dei report dell’Ipcc sui cambiamenti climatici e dei tuoni ambientalisti contro la zootecnia moderna.

Su come usare i preparati – tutti forieri dell’energia cosmica incamerata attraverso i lunghi rituali di preparazione – e su come approntare le soluzioni da irrorare, il fronte scettico si rafforza ulteriormente e stenta a capire quanto Steiner ci facesse o quanto ci fosse. E le stesse perplessità valgono anche sulle azioni dei suoi moderni proseliti, ovviamente.

Per esempio, assecondando i precetti base della “dinamizzazione” e del trasferimento delle forze del Cosmo ai “medicamenti” vegetali, va innanzitutto preso uno dei preparati di cui sopra e va posto in un mastello con l’acqua. Non importa quanta: concetti come densità, concentrazione, molarità e rapporti stechiometrici, per taluni sono solo nozioni meccaniciste da biechi “scientisti”. Dopo aver quindi diluito ad libitum il prodotto, va poi “dinamizzato”.

Una procedura lunga e faticosa, dato che prevede di girare per alcuni minuti la poltiglia in senso orario, creando un vortice nell’acqua capace di trasmettere l’energia cosmica alla soluzione. Poi, va invertito bruscamente il senso di rotazione, ricreando in tal modo un temporaneo “caos primordiale” da riordinare quindi con un nuovo vortice di senso opposto.

Pratiche per le quali i biodinamici tentarono alcuni anni fa di farsi perfino finanziare dalla Regione Piemonte degli specifici corsi.

Va da sé che leggendo queste parole ai cultori della biodinamica potrebbe forse venire l’orticaria, come pure alcuni di essi potrebbero urlare al sacrilegio. Perché per parlare di biodinamica, secondo loro, la biodinamica va prima studiata. Appunto: purtroppo per loro sono in diversi ad averla studiata, ma da donne e uomini di Scienza e di laboratorio, luogo in cui una molecola di idrossido di sodio resta una molecola di idrossido di sodio e per neutralizzarla ce ne vuole un’altra di acido cloridrico. Dall’unione delle due verrà fuori una e una sola molecola di cloruro di sodio, nonché una, una sola, molecola d’acqua. E senza tante digressioni astrologiche.

Ecco perché sono numerose le persone di Scienza che ritengono la biodinamica sia tema da tenere alla larga dai contesti, appunto, scientifici. Le loro componenti agronomiche autentiche, sono infatti ben note da oltre un secolo e, si ribadisce, condivisibili. Ma di esse si parla ben poco, perché ben poco appeal hanno per i cittadini in cerca di qualcosa di più. E a quel punto, con tutta l’ondata di esoterismo con cui la biodinamica si ammanta, si finisce col diventare qualcosa che, appunto, è bene tenere alla larga dagli atenei dove si insegna il metodo scientifico.

Spiacente quindi per i seguaci dell’antroposofia: ognuno è libero di credere a ogni sciamano che s’inventi qualche rito esoterico, oppure al mago che prometta di leggergli il futuro o al guaritore che affermi di poter curare ciò che la Scienza invece non pare al momento in grado di sconfiggere. Ognuno è quindi parimenti libero di fidarsi pure delle “lezioni” di soggetti bizzarri, seppur geniali e seducenti, come Rudolf Steiner e i suoi seguaci.

Purtroppo però per i suoi adepti, vi sono in giro persone altrettanto libere che all’esoterismo non credono affatto – e a ben donde – considerando quelle pratiche per ciò che sono: banali ritualità para religiose prive di alcun risvolto concreto, cioè misurabile in modo oggettivo e ripetibile. Infatti, nessuno “Steineriano” è mai andato oltre la poesia antrosofica quando si chiedano spiegazioni “serie” circa la natura degli influssi cosmici o delle misteriose energie dell’Universo da catturare in una vescica di cervo. D’altronde, la verificabilità dei dati e dei metodi è figlia della Scienza, non delle superstizioni. E se aumenta la sostanza organica nel terreno, così come la sua biodiversità microbiologica, non è merito di crani, vesciche e forze cosmiche: è banalmente merito di quelle summenzionate cure agronomiche dei bisnonni che pur sempre benefiche restano anche ai giorni nostri. Solo che chiamarla “Nonnodinamica” non suona benissimo, in effetti.

L’unione dei concetti di “bio” e di “dinamico” non tragga quindi in errore. Suonano molto bene e trasmettono un senso di fiducia e di pace, ma se un vino biodinamico è buono non è perché il viticoltore ha usato il rimedio 503 o il 506, bensì perché sa gestire bene la propria vigna da un punto di vista agronomico e perché sa fare bene il suo vino in cantina. Il resto profuma più che altro di folklore “antroposofico”. E anche di marketing direi, perché i prezzi dei vini biodinamici possono essere fino a dieci volte più alti di quelli, ottimi e spesso migliori, prodotti dall’agricoltura tecnologica moderna.

Ognuno è libero ovviamente di spendere i propri soldi come crede. Ciò che non è invece accettabile è che per spingere il proprio business si attui un continuo e martellante allarmismo sulla chimica agraria, tema ampiamente gonfiato a favore delle agricolture sedicenti naturali, cioè proprio quanto perpetrato da anni dalle lobby agricole alternative come il biologico e il biodinamico.

Altrettanto deprecabile è che si cerchino atenei prestigiosi per trovare legittimazione per le proprie strampalate credenze esoteriche e per lanciare i propri messaggi di marketing. Marketing che è stato infatti colto al volo dall’industria alimentare e dalla grande distribuzione organizzata, consce dei lucrosi margini commerciali che tali linee di prodotti possono assicurare loro, in barba al rispetto dei propri clienti.

Ma è ancor più stupefacente che a tutto ciò si prestino i suddetti atenei, i quali sarebbe quindi bene meditassero sull’opportunità di organizzare sì convegni, ma di persone di Scienza, affinché possano essere trasmessi i fondamentali dell’agricoltura moderna, dei perché delle sue origini e dei suoi sviluppi. Perché se c’è un argomento di cui tanti parlano, ma ben pochi capiscono, è proprio l’agricoltura. Quella che dà da mangiare al 90% della popolazione, tanto per intendersi. Non quella onirica a scopo di lucro.

Perché se si cerca un “miracolo”, c’è già l’agricoltura moderna cui riferirsi. E sarebbe ora che la popolazione acquisisse tali informazioni, anziché essere sedotta da qualche pifferaio magico in cerca di furbeschi guadagni tutt’altro che esoterici.

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