Ogm Vs Bio: le sorprese del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

Attacchi di piralide alle foglie del mais

 

L’opinione dominante attuale vuole gli ogm perniciosi per la salute, per la biodiversità e per l’ambiente in generale. Si reclama quindi l’alternativa Bio. Sicuri sia un affare?

La risposta, come spesso accade su tali argomenti, è no. Per lo meno stando ai numeri. Chiedere la proibizione di mais gm in Europa oppure opporsi alla loro autorizzazione in Italia, può quindi rivelarsi atteggiamento irrazionale e addirittura dannoso. Vediamo i perché analizzando il mais ogm per antonomasia qui in Europa: il MON810.

Il MON810, lanciato da Monsanto quasi vent’anni fa, fu uno dei primi mais resistenti agli attacchi delle larve di lepidottero, quelle che richiedono per lo meno un trattamento all’anno con insetticidi nelle aree ove le popolazioni di questi parassiti siano significative. Per conferire resistenza a tali attacchi venne trasferito al mais un gene prelevato da un batterio presente nel terreno, il Bacillus thuringiensis. Questo gene codifica per una proteina che risulta tossica per le larve di lepidottero, quindi se una pianta coltivata viene arricchita con questo gene acquisisce anch’essa la possibilità di sintetizzare la proteina/tossina trasformandosi a tutti gli effetti in una sorta di maestro di Aikido: non attacca nessuno, ma chi lo attacca fa una brutta fine. Su questo ultimo punto vi sono però posizioni differenti, ritenendo alcuni che il polline dei mais Bt possa invece depositarsi sulla vegetazione spontanea e uccidere le larve di falene e altre farfalle non pericolose per il mais. Lasciamo quindi la parola ai numeri per capire chi ha ragione.

 

Stessa proteina, usi differenti

L’efficacia insetticida delle delta-tossine Bt era conosciuta ben prima che si parlasse di ogm. Esistono infatti da tempo diversi preparati a base di un mix di tossina libera (la cosiddetta “delta-tossina”, appunto), spore di batteri e brodo di coltura, presenti nei vari formulati in proporzioni variabili. Questi vengono perciò utilizzati in agricoltura come insetticidi. Essendo poi basati su un microrganismo, tali insetticidi possono essere utilizzati anche in agricoltura biologica, la quale ne fa ovviamente ampio uso, non potendo in teoria utilizzare insetticidi chimici di sintesi.

Sull’Uomo la tossicità è quasi nulla. Bisogna mangiarne a cucchiaiate per avere un effetto avverso. Ciò perché il nostro apparato digerente è molto diverso da quello di una larva d’insetto. Quest’ultimo presenta l’intestino con pH alcalino, a volte fino a pH 10. Noi abbiamo invece uno stomaco in cui il pH è acido, scendendo sotto il valore di pH 2 durante la digestione. A tali valori il pepsinogeno si trasforma in pepsina, l’enzima che spacchetta le proteine ingerite nei loro componenti principali. La delta-tossina del Bt viene quindi demolita nel nostro stomaco al pari di altre proteine presenti nei cibi di origine vegetale e animale. All’intestino non arriva quindi intera, come avviene negli insetti, risultando perciò innocua. Al contrario, nell’intestino alcalino degli insetti diventa una sorta di groviglio di filo spinato che lede i tessuti e induce nelle larve l’incapacità di nutrirsi. Cosa che le porterà a morire d’inedia nel giro di poche ore o giorni.

A questo punto, esclusi eventuali problemi tossicologici per l’Uomo, sia a carico dell’insetticida, sia a carico degli ogm, proviamo a capire se vi sono differenze in termini ambientali fra i due approcci, ogm e bio, analizzando banalmente le quantità di tossina messe in gioco da ciascuno dei due.

Nei mais Bt, capaci come detto di sintetizzare autonomamente la proteina/tossina, le concentrazioni di questa variano molto in funzione dei tessuti vegetali presi in considerazione. Approssimativamente, mediando diversi studi di campo(1), i contenuti di delta-tossina Cry1Ab presente nel MON810, sarebbero stati misurati intorno agli 8-10 mg/kg di peso fresco nelle foglie, concentrazione che si rivela di fatto efficace nel contenere le larve di piralide, il principale parassita che attacca il mais nei nostri areali. Molto meno nella granella, scendendo le concentrazioni di delta-tossina a valori compresi fra 0,16 e 0,69 mg/kg. Ancor più basse le concentrazioni nel polline, con soli 0,09-0,097 mg/kg. Nel polline vi sono quindi concentrazioni di delta-tossina circa cento volte inferiori a quelle delle foglie, ovvero le parti di pianta attaccate dalla prima generazione di piralide.

Anche stando ai documenti dell’Epa(2), Environmental Protection Agency americana, le concentrazioni di delta-tossina nei pollini sarebbero molto basse. In tre differenti analisi di MON810 (Illinois, Nebraska, Indiana) nel polline sarebbe stata trovata infatti la delta-tossina Cry1Ab in concentrazioni che vanno da zero a un massimo di 0,079 µg/g di peso secco, corrispondenti a 0,079 mg/kg di polline. In linea quindi con i dati riportati dal parere dell’Ispra.

Infine, secondo i dati forniti da LG, un ettaro di mais in fioritura produce circa 250 kg di polline, pari quindi a un massimo di 20-22 milligrammi di delta-tossina Cry1Ab. Più del 90% del polline rimarrebbe peraltro confinato nel campo, mentre si sale praticamente al 98% spingendosi a soli 60 metri dai suoi bordi. Dei venti milligrammi circa di delta-tossina prodotta col polline ne uscirebbero quindi dai campi solo due o tre, pari a 2-3.000 µg (microgrammi = milionesimi di grammo). Di questi, solo 400-500 µg supererebbero la soglia dei 60 metri, diluendosi all’infinito nelle superfici più lontane. Praticamente un nulla.

Ragioniamo ora in termini di depositi di polline/tossina per metro quadro di terreno. Vista l’area interessata dalla deriva del polline, stimabile in diverse migliaia di metri quadri, intorno ai campi di mais si possono depositare al massimo pochi grammi di polline per metro quadro di terreno (4-5 g/m2). E questo solo nei metri quadri a ridosso del campo e ipotizzando che tutto il polline vada in una sola direzione. Cioè il caso limite. Ciò significa che di tossina se ne può riscontrare solo 0,3-0,4 µg/m2, cioè frazioni di milionesimi di grammo per metro quadro di terreno. Una dose del tutto inefficace nel controllo delle larve di lepidotteri. Quindi innocua anche per le specie non bersaglio che si nutrono di piante spontanee.

 

Mais bio: di più o di meno, signò?

Cosa succede invece se coltiviamo mais seguendo protocolli di agricoltura biologica? Non possiamo ovviamente utilizzare ogm, né insetticidi di sintesi. Quindi useremo prodotti a base proprio di Bacillus thuringiensis. Sul mercato ne esistono diversi, tutti riportanti in etichetta la potenza insetticida espressa in UI, ovvero le Unità Internazionali. Un vero ginepraio provare a convertire questa unità di misura in milligrammi. Per fortuna esistono le etichette ministeriali degli insetticidi registrati presso il Ministero della Salute. Fra queste si trovano anche quelle dei prodotti a base Bt, come per esempio quella di Agree, distribuito in Italia da Certis Europe, facente capo alla giapponese Mitsui. Useremo quindi la sua etichetta per fare le debite comparazioni con le quantità di delta-tossina nel polline del MON810.

La potenza insetticida di Agree, dichiarata in etichetta ministeriale, è pari a 25.000 UI/mg di formulato. È tanto o è poco? Risposta impossibile per un non-agronomo. Per fortuna, su 100 grammi di prodotto si evince anche come ve ne siano 50 considerati “sostanza attiva”, suddivisi in tal modo: 3,8 grammi di delta-tossina in forma libera e 46,2 grammi di spore e brodo di coltura. I restanti 50 grammi di prodotto sono invece coformulanti. Sempre scorrendo l’etichetta, si apprende che su mais Agree va applicato a dosi di 1-1,5 kg/ha. Solo di delta-tossina in forma libera ne vengono quindi applicati da 38 a 57 grammi per ettaro. A questi vanno poi aggiunte le spore e il brodo di coltura. In totale, gli agenti attivi distribuiti su un ettaro di mais con un solo trattamento di Agree vanno dai 500 ai 750 grammi. E i fenomeni di deriva, cioè quelli che portano gli aerosol insetticidi anche fuori dai campi, sono presenti pure nei trattamenti fitosanitari, anche a valori superiori al 10% visto per il polline di mais. Di prodotti analoghi ad Agree, peraltro, ve ne sono tanti, anche con potenze fino a 90.000 UI/mg di prodotto. Questi sono applicabili nel mais a dosi di 1-1,2 kg/ha, quindi di poco inferiori a quelle di Agree nonostante la potenza insetticida quasi quadrupla.

Comparando quindi i dati sulla dispersione della delta-tossina tramite polline di mais transgenico o tramite applicazione di un insetticida biologico, si può facilmente intuire che mentre il primo disperde nell’ambiente poche decine di milligrammi di delta-tossina libera, il secondo ne immette alcune decine di grammi. Applicando in campo la dose massima dell’insetticida di cui sopra, solo di tossina libera si immettono infatti nell’ambiente circa tremila volte i quantitativi che vengono liberati con il polline dal MON810 (20 mg contro quasi 60 grammi). Senza parlare delle spore. In tal caso si sale di alcune migliaia di volte.

In altre parole, chi per difendere falene e farfalle strilla contro i mais gm, perorando pure la causa del biologico, altro non fa che chiedere di moltiplicare di tremila volte l’immissione nell’ambiente della medesima tossina che viene stigmatizzata quando presente nel polline transgenico.

Qualsiasi studio vediate, qualsiasi accusa leggiate, ricordatevi quindi questo: anche nella remota ipotesi che quegli studi e quelle accuse fossero credibili, e il più delle volte non lo sono perché svolti in condizioni del tutto irrealistiche, se si passasse dalla coltivazione di mais transgenico a quella di mais biologico non si potrebbe fare altro che moltiplicare come minimo per tremila l’impatto ambientale su lepidotteri e altri organismi non bersaglio. Pensate a quali conseguenze vi sarebbero per esempio in Spagna, ove sono più di 100 mila gli ettari coltivati a MON810. Da una condizione in cui nell’ambiente vengono dispersi annualmente col polline due soli chili di delta-tossina (20 mg x 100 mila ettari), si passerebbe a circa sei tonnellate, alle quali andrebbero aggiunte le decine di tonnellate di spore batteriche contenute nelle oltre cento tonnellate di formulati Bt biologici che servirebbero per contrastare la piralide in sostituzione del transgenico.

A dimostrazione che è proprio vero che le vie dell’inferno sono spesso lastricate di buone intenzioni.

  • Parere Ispra su MON810 del 24 febbraio 2014, in risposta ai pareri favorevoli di Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare.
  • Epa: Cry1Ab and Cry1F Bt Plant-Incorporated Protectants September 2010 Biopesticides Registration Action Document

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Aveva ragione Henry Kissinger?

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Chi controlla il cibo controlla i popoli, ammoniva il Segretario di Stato americano. Ora Bayer compra Monsanto per 66 miliardi di dollari e diviene la prima azienda al mondo nel settore delle sementi e dei prodotti per la difesa delle colture. La libertà agroalimentare mondiale è quindi in pericolo?

La risposta è no, ma già circolano su web immagini di demoni dagli occhi infuocati, con la scritta “Da Monsatan a Beelzebayer”. È più forte di loro: le multinazionali sono il Male e tutti noi siamo minacciati da esse. C’è anche chi, come Piernicola Pedicini, Capogruppo in commissione Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare al Parlamento europeo, intravede la possibilità che la nuova realtà sia in grado contemporaneamente di fare ammalare la gente, tramite pesticidi e ogm, per poi curarla con le medicine di Bayer. Si paventa anche un “Leviatano”, mitologica figura mostruosa e gigantesca, da 70 miliardi di euro di fatturato. Invincibile, secondo i Cinque Stelle.

La realtà, come al solito, è ben diversa. Non vi è dubbio che la nuova Bayer, Antitrust permettendo, possa diventare il più grande player mondiale, ma i 70 miliardi di euro sono un sogno agitato dopo una peperonata mangiata fredda. Una cifra del genere la fattura l’intero Gruppo Basf, il più grande colosso della chimica mondiale. Bayer, come gruppo, ne fattura circa 46. Come CropScience “solo” 10,37. Per lo meno leggendo l’annual report 2015 della società. Questi sarebbero per l’82% derivati dai prodotti per la disinfestazione e la difesa delle colture e per il 18% dalle sementi, ogm o meno che siano.

Monsanto, altro annual report 2015, di miliardi di euro ne ha raccolti 13,5. Uno in più di Coop in Italia. Sì, la “Coop sei tu” vende in Italia poco meno di quanto venda Monsanto in tutto il Mondo. Il suo assetto è però all’opposto di quello di Bayer: il 66% circa deriva dalla genetica, ovvero le sementi, il restante terzo del fatturato proviene da glifosate, l’unico agrofarmaco del colosso di St. Louis. Molto sbilanciata, Monsanto. Perché viste le vicissitudini di glifosate a livello europeo e l’ostracismo, sempre europeo, verso gli ogm, la stabilità dell’azienda nel lungo periodo non pare fra le più robuste. Urge quindi un cambiamento. Ci ha provato, Monsanto, a comprarsi lei Syngenta. Ma ha fallito. E la multinazionale svizzera è diventata cinese, acquisita da quella stessa ChemChina, statale, risponde direttamente a Pechino, che due anni fa si è comprata il 60% di Adama, ex-Makhteshim Agan, azienda israeliana numero uno al Mondo per i prodotti off-patent. Cioè quelli scaduti di brevetto ma ancora appetitosi per la creazione di nuove formulazioni e miscele. Ora pare se la voglia rilevare tutto. Nel 2015 si è presa pure il 65% di Pirelli, annunciando subito il ritorno del Marchio anche ne segmento agricolo, settore dismesso da Pirelli una decina di anni fa e rilevato dalla svedese Trelleborg.

Intanto, Dow e Dupont diventavano una cosa sola, creando un grande polo americano per la genetica e la chimica agraria dal potenziale fatturato mondiale di 14,2 miliardi di euro.

Quella di Bayer-Monsanto è quindi la manovra più rumorosa, senz’altro la più appariscente. Non certo la più importante, visto che la Cina sta muovendo passi importanti verso l’agricoltura occidentale, specialmente quella europea. Lo stesso acquisto di Syngenta è arrivato solo dopo che il Governo cinese aveva annunciato di voler investire molto di più in biotecnologie e ogm. La Cina vuole cioè coltivarseli in proprio anziché importarli da Brasile e Argentina. Syngenta non è la numero uno al Mondo per vendite di sementi, visto che stalla sui 2,5 miliardi di euro contro i nove di Monsanto. Però ha il know-how, le strutture, i cervelli e le genetiche tutte lì, a disposizione. E a Pechino poco ne cala che sul Pianeta non sia in testa alle vendite, perché è appunto al mercato interno che sta puntando. Non a caso, sono diverse le università cinesi che hanno già messo a punto nuovi ibridi geneticamente modificati, pronti a essere coltivati in campo. Laggiù, nel Celeste Impero, le istanze allarmiste e farlocche non pare abbiano presa, a differenza dell’Europa. Un’Europa che ha fatto arricchire la Cina comprando i suoi prodotti a basso prezzo e che ora si vede assediata dal colosso asiatico e dal suo cambio di marcia. Da un assalto meramente commerciale, basato su scarpe a 10 € al mercatino rionale, ora la Cina ci sta aggredendo sul piano industriale ed economico. E i mezzi finanziari per farlo glieli abbiamo dati noi.

Forse sarebbe di questo che il popolo dovrebbe quindi preoccuparsi. Bayer, se l’acquisizione si concluderà senza intoppi, diverrà un importante riferimento commerciale e tecnologico, altamente bilanciato. Avrà infatti un catalogo di agrofarmaci spesso come un elenco telefonico e amplierà il proprio portfolio di sementi e genetiche, biotech e non. Anche il rapporto fra semi e chimica si equilibrerà molto, visto che sarà quasi fifty-fifty. E chissà che non sia proprio grazie alla nuova Bayer che l’avanzata della Cina in Occidente venga rallentata e, forse, fermata. Vedere solo il male nelle cose, non è infatti un buon approccio mentale. Così come non lo è vedere solo il bene.

Con Henry Kissinger abbiamo aperto, con Henry Kissinger è bene chiudere. Prima di illudervi che le sue parole fossero una mannaia su operazioni come quella di Bayer-Monsanto, ricordatevi che Kissinger fu politico statunitense, di origine ebraica tedesca, membro del partito Repubblicano. Un liberista, un Ebreo, per giunta tedesco. Per di più Repubblicano. Eppure le sue parole sono state a lungo adoperate a vanvera da chi sputacchia veleni sul Partito repubblicano, sui complotti globali giudaico-capitalisti e sulle politiche industriali liberiste e su quelle economiche tedesche.

Trovare gli annual report non è difficile, visto che siete pratici del web. Scaricatevi quello delle multinazionali di cui sopra, quelli del 2015, e poi leggeteveli. Ma leggetevi anche quelli della succitata Coop, di Auchan e di Carrefour. La prima, come detto, fattura in Italia 12,5 miliardi di euro, uno solo in meno di Monsanto a livello planetario. Auchan vende in Europa per 54,2 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto assommino i fatturati di Bayer e Monsanto.

Infine Carrefour: 77 i miliardi di euro raccolti nel 2015. Il 10% in più di Basf, colosso numero uno mondiale della chimica. Notizia fresca fresca: Bernardo Caprotti, patròn di Esselunga, lascia. A 91 anni molla la sua creatura e la mette in vendita. Carrefour è in pole position, visto che già nel 2004 ci aveva provato, senza successo. Oggi potrebbe rifarsi avanti e accaparrarsi i 7,3 miliardi di euro fatti registrare nel 2015 da Esselunga. Ciò la porterebbe a superare la soglia degli 84 miliardi di euro, operando solo in Europa. Una cifra che è una volta e mezza le vendite globali di agrofarmaci. La sola Carrefour venderebbe cioè molto di più di tutte le multinazionali della chimica agraria messe insieme. E vende cibo. Parla ai consumatori. Ne indirizza le scelte e le preferenze. Gli agricoltori contano poco o nulla nelle filiere agroalimentari, raccogliendo solo le briciole dei prezzi alla vendita della loro ortofrutta. Sono cioè l’ultima ruota del carro, la Cenerentola che vive di avanzi. E se conta così poco l’agricoltura sui banconi dei supermercati, sulle scelte alimentari della gente, sui commerci globali di cibo e di materie prime, cosa volete che contino i fornitori dell’agricoltura, ovvero le multinazionali del seme, della chimica e delle macchine agricole?

Bravi: una cippa quadra.

Henry Kissinger aveva quindi ragione. Solo che i governatori del cibo, i padroni dei popoli, forse sono altri…

 

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Le responsabilità degli irresponsabili

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Si moltiplicano insulti, minacce e atti terroristici ai danni di chi produca o sostenga chimica agraria e biotecnologie. La follia è di pochi, tante invece le responsabilità, dirette e indirette

Ogni cosa per crescere va prima seminata, poi nutrita e infine irrigata. Solo così si possono ottenere i risultati sperati. Ciò vale in agricoltura, ma può valere anche contro di essa. I continui attacchi mediatici a chimica e biotecnologie stanno infatti ottenendo due effetti molto differenti fra loro, ma intimamente interconnessi. Il primo si sviluppa a livello politico e sociale, mostrando come sintomi tangibili le prese di posizione abolizioniste – tendenti a volte al forcaiolo nei toni – assunte da interi schieramenti parlamentari e pure da alcuni Ministri italiani. Perfino da quelli che, come Maurizio Martina, dovrebbero guardare a chimica e genetica agraria con occhi prettamente scientifici, avulsi cioè da opportunismi elettoral populisti. Il secondo effetto, fattosi ancor più bullo grazie al primo, mostra un crescendo di comportamenti folli e delinquenziali, quasi trovasse legittimazione proprio nel clima inquisitorio e perennemente allarmista che asfissia una gran parte delle tecnologie agrarie.

Ultimo della serie, un uomo di 36 anni, Noel Cruz Torres, ha fatto irruzione nella sede Pioneer Hi-Bred di Salinas, a Puerto Rico, lanciando bombe molotov fino a che la polizia non lo ha steso con i taser. Non prima di aver steso lui un lenzuolo con la scritta  “Alzati Boricua è il tempo di difendere il nostro Paese. Viva Puerto Rico libero!“. Un pazzo, si dirà. E in effetti ci sta. Ma le vere domande sono: perché se l’è presa con Pioneer per sfogare i propri disagi? Cosa è scattato nel cervello di Noel Cruz Torres perché si sia alzato, abbia preparato delle molotov e abbia immolato la propria libertà pur di attaccare la multinazionale americana?

Le risposte potrebbero essere molteplici. Di certo, non è stato un embolo improvviso, scaturito per caso mangiando nachos di mais transgenico. Gesti come il suo hanno origini lontane, nascono da minuscoli semi i quali, adeguatamente coltivati, divengono terrorismo. E così, come gli attentatori filo-Isis di Parigi e Bruxelles non sono certo nati dal nulla, bensì da un substrato di odio continuamente fomentato da spregiudicati ideologi, Noel Cruz Torres è nato anch’egli in un maleodorante humus intriso d’odio. Un terreno fertile, questo, reso sapientemente incandescente da altri ideologi, da altri scaltri manipolatori, ovvero dagli Imam delle nuove religioni: quelle ecologiste, animaliste e salutiste.

Quanto ha infatti contato nel gesto di Noel, domando, il continuo bombardamento anti-chimica e anti-biotech che infesta media e social network? Di quanti gradi sono saliti i gradi nel suo cervello grazie ai mantra ossessivi contro le multinazionali padrone del Mondo, affamatrici di poveri, distruttrici di ambiente e salute?

Impossibile stimarlo con precisione, ma sicuramente è possibile attribuire una bella fetta di responsabilità a tutti coloro che fanno attivismo compulsivo, creando allarmi anche dove non ci sono, gettando continuamente benzina sul fuoco, magari infarcendo i propri argomentari con pannocchie iniettate di liquidi colorati o di maschere anti gas indossate per mangiare una mela. Oppure creando vere e proprie bufale, come quella degli olivi ogm del Salento e del glifosate come causa delle morie di ulivi. Senza dimenticare le accuse a piriproxifen, un insetticida, di essere responsabile della microcefalia in Brasile, una patologia causata invece da un virus trasmesso dalle zanzare. Dulcis in fundo, tumori e altri malacci sbattuti là un po’ dovunque, ovviamente, se no il popolino rischia di non ascoltarli più i Cavalieri dell’Apocalisse incipiente. Un’Apocalisse che mai si verifica, ovviamente, per lo meno analizzando gli ultimi duemila anni della storia dell’Umanità.

Se oggi quella povera anima di Noel Cruz Torres viene sdoganato semplicisticamente come pazzo isolato, come sempre accade in tali situazioni, come vanno catalogati i cosiddetti “antagonisti” che hanno messo due volte nel mirino l’Efsa di Parma? La prima invadendone la sede al fine di intimidire l’Agenzia in tema di ogm, sui quali essa ha sempre espresso pareri scientifici favorevoli. La seconda inviando una bomba camuffata da lettera, guarda caso nel bel mezzo della diatriba fra Iarc ed Efsa su glifosate. Perché se non dici ciò che gli ambientalisti vogliono, nel migliore dei casi vieni criticato aspramente, nel peggiore ti becchi una bomba.

Ben lo sanno le quattro vittime di analoghe missive esplosive che nel 2015 vennero inviate ad altrettanti membri della Alianza Protransgénicos, un’associazione messicana di tecnici, professori universitari e agronomi che sostengono gli ogm. Al grido “O l’Umanità ferma Monsanto, o Monsanto fermerà l’Umanità” gli sono state spedite quindi bombe. Così imparano a dire che gli ogm non sono il Male Assoluto, come viene pervicacemente rimbalzato dalle lobby  ambientaliste nonostante le 15 mila pubblicazioni scientifiche che le smentiscono.

Ma poi, suvvia, al di là del deprecabile gesto da minorati mentali e morali di mandare ordigni a padri di famiglia, davvero credete che il Male sia Monsanto? Una multinazionale che fattura a livello globale quanto incassa Coop in Italia? Se proprio volete fare gli eco-terroristi, almeno documentatevi prima sugli ordini di grandezza dei mulini a vento che nel vostro delirio avete deciso di attaccare.

Non ha invece ricevuto bombe Kevin Folta, ma “solo” minacce di aggressioni e di morte. Folta è professore del Dipartimento di Scienze Orticole dell’Università della Florida ed è stato “fortunello”, perché fatto oggetto solo di mail-bombing, stalking, insulti, minacce, per la sua attività divulgativa a favore delle tecnologie agrarie, sia chimiche, sia genetiche. In particolare, Folta è stato messo al centro del mirino dal cosiddetto “Food Babe Army,” uno sparuto ma esaltato esercito composto dai seguaci di Vani Hari, ovvero la Regina americana delle pseudoscience sul cibo. Food Babe, questo il nickname di Vani Hari, è anche maestra del cosiddetto “fear mongering“, cioè la tattica che usa la paura per fomentare odio verso qualcosa, oppure per orientare le scelte del popolo. Al suo confronto, Vandana Shiva è l’amministratore delegato di Syngenta. Come reazione, Folta ha dovuto sospendere le proprie attività di divulgazione “anti-cazzari”, salvo poi tornare, smaltita la paura per sé e per la famiglia.

Analoga sorte è toccata a Jay Cullen, professore presso l’Università della British Columbia. Anch’egli costretto dalle minacce di morte a sospendere la propria attività come divulgatore anti-ecoterroristi. La sua colpa? Aver dimostrato che lungo le coste degli Stati Uniti non vi era traccia delle millantate radiazioni fuoriuscite dalla centrale di Fukushima. Gli ambientalisti stavano infatti terrorizzando da mesi la popolazione nordamericana con bieche falsità inventate di sana pianta. Zero. Non c’erano, le radiazioni. Cullen lo ha misurato e pubblicato ed ha per questo ricevuto minacce di morte, per sé e famiglia. Perché gli eco-terroristi son fatti così: se dimostri coi fatti che sono dei farabutti, dei disonesti, degli ignoranti, dei disadattati sociali e mentali, rispondono con le minacce, anche di morte.

Orbene, care lobby ecologiste che amate presentarvi come la “faccia pulita del Pianeta“, i buoni che combattono il Male: come li definite i soggetti di cui sopra? Sono forse “compagni che sbagliano“, come vennero definiti i Brigatisti Rossi da parte di quel Comunismo parlamentare in cui essi affondavano le proprie radici culturali?

Oppure vi sentite del tutto separati da ciò che fanno e dicono, tanto da non riconoscere più nemmeno le suddette radici comuni su cui le vostre azioni, per quanto distinte, si fondano?

Se ancora non ve lo aveva detto nessuno, ve lo dico io ora: i cervelli dei soggetti di cui sopra sono sì bacati, su questo non ci piove. Ma il virus che anche per tale ragione vi si è installato con facilità ha il medesimo dna di molti vostri attivisti. O magari anche dirigenti, perché no? Gente che forse le bombe non è abbastanza folle per metterle, ma che tutto sommato gongola quando viene a sapere che qualcuno, quelle bombe, pur le ha messe.

Non pensiate quindi di essere intangibili da qualsiasi polemica in tal senso. Perché personalmente non vedo grandi differenze fra un matto che si mette nei guai tirando molotov alla Pioneer e degli attivisti di Greenpeace che calpestano il Colibrì di Nazca, patrimonio dell’Umanità, solo per stendere uno dei soliti striscioni anti-qualcosa.

La musica è la stessa, non ci provate neanche a dire che non è così. Semplicemente, è solo il volume con cui viene suonata ad essere più alto o più basso a seconda dei casi. Ecco perché definirvi non violenti per scavare fossati identitari fra voi e loro, ai miei occhi appare come mettersi il deodorante invece di lavarsi.

Pensate a questo, la prossima volta che sarete tentati di fomentare ulteriore allarmismo gratuito, facendo magari altre “inchieste” sul glifosate nella birra o negli assorbenti intimi. Oppure generando paure sui residui di agrofarmaci nelle mele, sebbene questi fossero tutti regolari per Legge. Perché la gente, là fuori, si spaventa. Ovvio che ciò lo sapete benissimo, come pure sapete altrettanto bene che tale paura viene comoda alle vostre istanze. Ma siamo onesti: non è comportamento condivisibile, né scientificamente, né socialmente, né mediaticamente, né politicamente.

Diventate finalmente adulti e responsabili, perché è l’ora che la finiate di ficcare continuamente delle mine sotto i pilastri della Civiltà Occidentale, anche quando tali mine non abbiano alcun senso e motivazione reale. Perché non esiste auto promozione associazionista che valga l’impaludamento del progresso, né tanto meno l’incolumità di brave persone.

E, magari, ora scrivetegli due righe a quel povero mentecatto di Noel Cruz Torres. Per scusarvi se per caso ha male interpretato le vostre istanze, come pure per spiegargli che la lotta a favore dell’ambiente non si fa con le molotov. Lui forse non capirà, perso nei suoi deliri scritti sui lenzuoli, ma sarebbe comunque un segnale simbolico di alto valore in un Mondo sempre più in balia di gente come Vani Hari & soci. Soci dai quali non potete più esimervi dal prendere distanze materialmente misurabili, invece di chiudervi in silenzi assordanti in occasione di tali misfatti, o di limitarvi a qualche commento circostanziale di condanna che suona più come il risultato di un compositore automatico di testi, anziché di sentimenti autentici.

 

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KmZero: semplicemente, non esiste

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un'illusione

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un’illusione

Al pari della propaganda sui prodotti biologici e biodinamici, prosegue anche il battage mediatico sui prodotti a chilometro zero. Se però si misurano tali beni con il criterio dei “chilometri-equivalenti” gli scenari appaiono molto diversi

Sedetevi su una poltrona. Fatto? Ora restate immobili e contate fino a tre. Ecco, intanto che v’illudevate di essere più fermi di uno scoglio in fondo al mare, vi siete in realtà spostati di qualche migliaio di chilometri e manco ve ne siete accorti. Questo perché mentre voi bloccavate il moto del corpo, spiattellandovi sulla vostra poltrona, la Terra girava intorno al proprio asse a circa 1.700 km/h. La rotazione intorno al Sole è stata poi ancor maggiore, sfiorando i 30 km/s (al secondo!). Infine, si deve pensare che l’intero sistema solare viaggia nella Via Lattea e ciò avviene a una velocità circa sette volte superiore. Se poi a queste tre velocità su piccola e media scala aggiungiamo anche quella a cui si muove la nostra galassia nell’Universo significa che voi e la vostra poltrona siete in realtà dei proiettili che si muovono a migliaia di chilometri al secondo. Questo perché voi siete sì fermissimi, quasi lapidei, ma lo siete in un sistema tridimensionale che procede di moto complesso. Velocissimo.

Più o meno qualcosa di simile accade col fantomatico KmZero, ovvero quella moda agro-alimentare che spaccia per taumaturgico tutto quanto venga consumato nel luogo di produzione, tirando in ballo biodiversità, eco-compatibilità e sostenibilità agricola, ambientale e socio-culturale. E finché ciò resta a livello di curiosità di nicchia, passi. Peccato che tale modello di agricoltura venga invece spinto come alternativo a quello attuale, intensivo e industriale, nonostante ogni evidenza socio-economica suggerisca il contrario.

Non temete, non ho alcuna intenzione di sviscerare qui le ben note argomentazioni di tipo agronomico, ovvero che le arance maturano in Sicilia e il riso a Vercelli. Quindi, se l’agroalimentare italiano divenisse tutto a chilometro zero, come da molte parti viene irresponsabilmente auspicato, addio ai risotti per i Siciliani e addio alla arance per i Vercellesi. La mia spericolatezza mi spinge oggi a fare considerazioni ancor meno intuitive, dimostrando che di fatto un qualsiasi prodotto che vanti di essere a KmZero lo può fare semplicemente perché vi è tutto il resto del Mondo che fa migliaia di chilometri al posto suo. Non ci credete? Provate a seguirmi e a fare vostro il concetto di “chilometri-equivalenti”* sul quale si basano i paragrafi successivi.

Immaginate di essere in vacanza, che so, a Peschici, sul Gargano. Un paesino meraviglioso, in un’area geografica ove dominano gli uliveti in terra e il pesce fresco in mare. Siete in un trabucco, gustandovi una grigliata di mare insaporita da un olio d’oliva strettamente locale. E cosa c’è di più immobile, territoriale e tipico di un albero di olivo, magari secolare? Più chilometro zero di così… Anzi: è così buono quell’olio a KmZero che ve ne andate a comprare subito un paio di taniche.

Peccato che voi abitiate a 800 chilometri da Peschici e una volta arrivati a casa quel prodotto sarà tutto tranne che ecosostenibile e a impatto zero. Anzi. Ma anche se lo aveste consumato tutto il loco le sorprese non mancherebbero. Il tappo delle tanichette è infatti di plastica, quindi un derivato del petrolio. Petrolio che è stato estratto in Arabia Saudita, spedito con le petroliere in Europa, trasformato anche in materie plastiche e poi spedito come tale alle fabbriche che lo avrebbero trasformato in tappi. Queste ultime lo avrebbero poi venduto alle aziende che producono le taniche, le quali oltre ai tappi aspettavano anche le taniche stesse, fatte di metalli estratti magari in Russia, fusi e lavorati in acciaierie polacche e verniciati con i pigmenti di una multinazionale tedesca con gli stabilimenti in Baviera. Una volta confezionato, quell’olio a KmZero ha perciò intorno a sé un contenitore che di chilometri ne ha percorsi svariate migliaia (o decine di migliaia) solo per essere prodotto. Ma ancora non basta.

Lo Zio Peppino che produce olio mica si limita a raccattare le olive da terra e a portarle al frantoio a groppa di mulo. No, no. Lo Zio Peppino ha un bel trattore specializzato con il quale si muove in azienda. Lo ha comprato da un costruttore che sta in qualche Provincia del Nord Italia (Milano, Modena, Padova…) che glielo ha spedito facendogli fare dai 900 ai mille chilometri. Ma ancora non siamo alla fine del cammino, perché un trattore è fatto da decine di differenti componenti, ognuno dei quali a sua volta è la somma di altri sub-componenti e così via, in una sorta di matrioska che pare senza fine. Gli pneumatici? Vengono da una ditta indiana e ognuno di loro (ne servono quattro, mica puoi fare con tre) ha sul gobbo ottomila chilometri di viaggio solo per arrivare in Italia. Poi si deve calcolare che la mescola è composta da decine di ingredienti, i quali arrivano non solo dalle diverse province dell’India, ma alcuni anche dall’estero. E gli stampi? E i macchinari? Anch’essi sono dei concentrati di materiali e tecnologie che originano talvolta da tutti e cinque i continenti. E senza di essi le gomme non si fanno. Ogni pneumatico del trattore dello Zio Peppino ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che fa impallidire la circonferenza terrestre, la quale ne annovera poco più di 40 mila. Non che siano da meno la batteria, i circuiti idraulici, quelli elettrici, la vernice della carrozzeria o le guarnizioni della cabina: materie prime della più svariata natura sono circolate su e giù per il Globo terracqueo coprendo decine di migliaia di chilometri ciascuna, solo per finire in uno di quei componenti alla base di quel trattore. E poi, una volta divenuti componenti, hanno fatto altri chilometri per diventarlo, quel trattore. Infine, quella macchina ha coperto gli ultimi “miseri” mille chilometri per diventare il trattore dello Zio Peppino.

Ciò vale ovviamente per qualsiasi altro mezzo tecnico di produzione utilizzato nell’uliveto o nel frantoio di Peschici. A meno di rinunciare allo scuotitore meccanico e alle cesoie pneumatiche di fabbricazione francese con cui lo Zio Peppino raccoglie le olive e pota gli alberi, o al fungicida rameico con cui combatte le patologie dell’ulivo, visto che la Manica, primaria azienda che vende rameici, ha lo stabilimento a Rovereto, in Provincia di Trento. E valgono per lei i medesimi ragionamenti fatti per il trattore: materie prime, coformulanti, imballaggi, macchinari, manodopera… Una miriade di chilometri percorsi per far sì che lo Zio Peppino potesse avere un prodotto atto a difendere le sue colture. L’insetticida per eliminare la Mosca delle olive? Se va bene arriva dalla Danimarca, se va male è un generico che contiene sostanze attive e coformulanti di fabbricazione cinese.

Tutto, ma proprio tutto, quello che lo Zio Peppino ha adoperato ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che messi in fila sono probabilmente più di quelli che separano la Terra dalla Luna, che per curiosità son circa 370 mila.

In fondo, l’olio dello Zio Peppino è un po’ come voi quando state seduti sulla poltrona illudendovi di essere immobili sul Mondo e nell’Universo. Lo potete pensare solo perché non vi accorgete che intorno a voi, al posto vostro, si stanno muovendo un pianeta, un sistema solare e una galassia.

Lasciate quindi che gli ideologi del KmZero decantino questo modello agroalimentare come soluzione per la domanda di cibo del futuro. Che sparino pure le loro fantasiose affermazioni sulla millantata ecosostenibilità, biodiversità, naturalità, tradizione e cultura dei loro prodotti super tipici e super locali. Godeteveli quando siete in loco, perché onestamente ne vale la pena, ma ricordatevi che quando tornerete dalla vacanza a Peschici sarete solo dei comuni cittadini che per 50 settimane su 52 devono fare la spesa nei supermercati, acquistando prodotti che hanno forse qualche chilometro in più sulle spalle (mica è colpa loro però se abitate a Milano e i pomodori li coltivano a Pachino…), ma che a chilometri-equivalenti sono praticamente identici.

Purtroppo è il Mondo come tale ad essere a “chilometri infiniti”. È la società come tale a costringere le merci a girare come trottole per accontentare una domanda crescente di beni e servizi. Ecco perché nell’olio d’oliva dello Zio Peppino ci sono da calcolare perfino i bulloni del macchinario cinese utilizzato per fare i cerchioni del suo trattore. Se la cosa non vi va, posso capirlo. Ma a questo, altrettanto purtroppo, non c’è soluzione. A meno ovviamente di tornare a mangiare solo polenta come facevano in Provincia di Rovigo all’epoca della pellagra, oppure pasta e pummarola come usavano in Campania quando la statura media della popolazione era 15 centimetri inferiore di quella attuale e il rachitismo e la tubercolosi erano all’ordine del giorno.

In fondo, l’importante è capirsi…

 

* È inutile cercare su web l’espressione “chilometri-equivalenti”: è inedita e l’ho coniata appositamente per esprimere il contenuto intrinseco di chilometri di qualsiasi bene circolante sul Pianeta. Un po’ come accade con le “tonnellate equivalenti” di anidride carbonica, parametro con il quale si esprimono le emissioni, per esempio, di un’autovettura elettrica o un impianto di generazione di elettricità.

 

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Il cervello: accenderlo non consuma petrolio

L'autolesionismo di un referendum strumentale

Tutto l’autolesionismo di un referendum strumentale

Alcune considerazioni sul Referendum battezzato inopportunamente “To-Triv” del 17 aprile prossimo. Perché di manipolazioni dell’informazione ne sono state fatte anche troppe

1) Il quesito referendario chiede agli Italiani se vogliono impedire il rinnovo delle concessioni già esistenti per l’estrazione. Ciò riguarda diverse piattaforme operanti entro le 12 miglia marine (circa 22 km dalla costa). In altre parole se vincono i Sì, allo scadere delle attuali concessioni verrà loro semplicemente impedito di continuare l’estrazione, anche se i giacimenti sono ancora sfruttabili per un numero indeterminato di anni.

2) Dal punto (1) si deduce che non si tratta di votare contro nuove installazioni, come viene invece fatto credere. Queste sono infatti già oggi proibite entro le suddette 12 miglia marine. Si traggano quindi le debite conclusioni quando si leggono commenti che mirano a far credere agli Italiani che se non votano Sì si troveranno trivelle petrolifere a pochi metri dalla riva, come per esempio affermato tramite comunicato stampa da Vincenzo Pepe, Presidente del Partito ambientalista europeo.

3) Quando vi fanno vedere foto di disastri petroliferi state attenti: circolano foto thailandesi spacciate per tunisine. Perché la creazione di artefatti ingannevoli è parte integrante del dna ecologista.

4) La stragrande maggioranza delle piattaforme in questione estrae metano, non petrolio. Continuare a fare flash mob sventolando teli neri e caricando sul web infografiche di sirene imbrattate di catrame fa quindi parte del suddetto dna fraudolento dei sedicenti ecologisti.

5) Cassate ogni commento che parla di trivelle. Trattasi di piattaforme, non di trivelle. Le trivelle trivellano, le piattaforme estraggono. Fra le prime e le seconde corre la differenza che vi è fra le automobili e le catene di montaggio che le hanno prodotte. Dove iniziano le prime, finiscono le seconde. Ficcatevelo in testa: le piattaforme NON sono trivelle. E chi vi martella con questo termine lo fa solo perché la parola “Trivelle” ha un impatto emotivo superiore, ovviamente negativo. Chi si fa strumentalizzare è un babbeo.

6) Non esiste alcuna contraddizione fra lo sviluppo delle rinnovabili e l’estrazione del metano. Gli idrocarburi rappresentano il nostro passato e buona parte del nostro presente. Le rinnovabili hanno fatto da poco capolino nel nostro presente e rappresentano il nostro futuro. La fase di transizione sarà quindi molto lunga, piaccia o meno, perché al netto dei complottismi peracottari è estremamente complesso convertire l’intero comparto energetico e non è cosa che si possa fare da un giorno con l’altro. Quindi, quel metano adriatico ci serve oggi e continuerà a servirci per altri 2-3 decenni almeno. Bloccarne l’estrazione oggi, ex abrupto, non farebbe altro che aumentare le importazioni di gas da Russia e Libia. E questo dovrebbe forse essere il giusto modo in cui esprimere il quesito referendario: “Volete voi aumentare le importazioni di metano da Libia e Russia, inasprendo ulteriormente la dipendenza energetica italiana dai Paesi stranieri?“. Se vuoi votare Sì, fatti quindi qualche domanda.

7) In realtà il referendum è nato dalla volontà di otto governatori di Regione di dare calci negli stinchi al Governo Renzi, il quale con lo “Sblocca Italia” s’intende di acquisire il diritto di scavalcare le autonomie locali in caso di opere di utilità nazionale. Come una volte i Re medievali dovevano fare i conti con i nobili feudatari, lasciando loro ampie concessioni su cosa fare nei propri possedimenti, oggi il Presidente del Consiglio e il suo governo devono fare i conti con i valvassori e valvassini politici periferici, i quali mal sopportano di essere scavalcati e piantano quindi casino per difendere la propria influenza sul territorio. Se non volete Renzi, non votatelo alle prossime elezioni politiche. Votare Sì a questo referendum per fare un dispetto a Renzi è come tagliarsi i coglioni per fare dispetto alla moglie.

8) Prendere ad esempio Costa Rica e Danimarca per il grado di indipendenza energetica è esercizio contorto sotto molteplici aspetti. Le due nazioni messe insieme non fanno la popolazione della sola Lombardia, la quale ha per giunta un livello di industrializzazione molto più alto della somma delle succitate Costa Rica e Danimarca. Se non si ha il senso delle proporzioni, qualsiasi affermazione rischia perciò di cadere nel ridicolo. In Costa Rica, peraltro, hanno moltiplicato l’idroelettrico, costruendo dighe sulle loro montagne per meglio sfruttare l’abbondante pluviometria del Paese. In Danimarca hanno invece riempito il mare davanti alle loro coste di pale eoliche, sfruttando il vento costante e robusto che spira gagliardo nel Mare del Nord. Qui in Italia se proponi di costruire dighe per produrre idroelettrico gli ambientalisti ti sbranano. Come pure sorgono pugnaci comitati del No per i parchi eolici, sulla terraferma e off-shore. Vedesi i cinque grandi progetti di parchi eolici off shore bloccati dai summenzionati feudatari politici locali, col supporto di associazioni e comitati di cittadini. Si protesta pure contro le biomasse, contro il geotermico e contro il fotovoltaico se questo non sia posizionato esclusivamente sui tetti delle case nelle città. Ovvero uno sputo di superficie rispetto a quella che servirebbe all’Italia. A parole gli pseudo-ambientalisti vogliono quindi le rinnovabili, ma nei fatti si oppongono costantemente alla loro realizzazione fisica (tranne i succitati pannelli solari sui tetti).

In considerazione di quanto sopra si può quindi concludere che:

1) se non volete regalare soldi ai Paesi stranieri, non votate al Referendum. Anche perché poi il rubinetto nelle loro mani sarebbe ancora più grosso di quanto già lo sia oggi.
2) Se volete vedere l’Italia accelerare sul serio sulle rinnovabili (tutte) rendete inoffensivi gli ambientalisti e lasciateli blaterare fra di loro, lontani dalle ribalte mediatiche e politiche. Dopo le molte mafie, la corruzione politica e l’inefficienza degli enti pubblici, sono la quarta causa della paralisi del nostro Paese.

 

(Articolo pubblicato su “Strade – Verso luoghi non comuni”. Per leggerlo cliccare qui)

 

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Sante carestie

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Si moltiplicano le mozioni contro varie forme di tecnologia, dal referendum contro le piattaforme metanifere dell’Adriatico a quello anti-pesticidi di Malles in Alto Adige. Il tutto mentre i ministri italiani, con le loro posizioni populistiche, assecondano ogni tipo di demagogia schierandosi oggi contro gli Ogm, domani contro i pesticidi, dopodomani chissà. L’esercito degli ipocondriaci intanto s’ingrossa, chiedendo al contempo il bando degli idrocarburi ma impedendo coi propri comitati del No anche la realizzazione di parchi eolici. Oppure tuonando contro le importazioni dall’estero di derrate alimentari, ma reclamando al contempo la proibizione nel Belpaese di concimi e agrofarmaci, cioè i mezzi tecnici alla base della produttività nostrana. Forse, più che tante parole e spiegazioni potrebbe un carestia…

È inutile parlare al muro. Infatti io ci rinuncio presto. Per quanto dare dell’imbecille a un imbecille possa offrire grandi soddisfazioni sul piano umano, queste sono però limitate nel tempo. Inoltre, sfogarsi col mentecatto di turno non cambia certo gli scenari plumbei in cui l’Italia agroalimentare ed energetica si muove.

Per esempio, il 17 aprile si dovrebbe votare (io non andrò per motivi strategici), contro il rinnovo delle concessioni alle piattaforme che in Adriatico estraggono metano entro il limite delle 12 miglia dalla costa. Trattasi di circa 22 chilometri, mica bruscolini. In più non si parla di nuove trivelle, già proibite da tempo, bensì di vecchie piattaforme attive ormai da molti anni senza che alcun disastro o armageddon sia mai avvenuto.

Disonestamente, questo è stato fatto passare come un referendum contro le trivelle e contro il petrolio, come pure a favore dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Spregiudicati e bugiardi i lestofanti che hanno diffuso tali falsità (basta leggere il quesito referendario per capire l’inganno), ma babbei quelli che ci sono cascati, moltiplicando magari su web la disinformazione messa in giro dai soliti ambientalisti improvvisati. Peccato che solo pochi anni fa siano stati bocciati ben cinque progetti di parchi eolici off-shore, da costruirsi fra le 3 e le 5 miglia marine dalle coste delle nostre regioni meridionali. I motivi? Più o meno gli stessi dei No-Triv: l’ambiente, il paesaggio, la tradizione locale, la cultura… Una schizofrenia che da tempo caratterizza i movimenti pseudo-ecologisti italiani. Sempre quelli, per intendersi, che non vogliono l’olio tunisino, ma se gli parli di olivicoltura intensiva per compensare le carenze italiane ti accusano di essere un servo delle multinazionali.

Difficile che tali mentecatti riescano a capire che è anche per colpa loro se in meno di 25 anni siamo passati dal 93% di autosufficienza alimentare a circa il 77-78%. E a livello di energia siamo messi ancora peggio, dipendendo sempre più dall’estero anche per questa. I perché di tali ribassi, purtroppo, non sono alla loro portata, troppo presi come sono a frequentare blog delinquenziali e siti para-biologici. Tanto vale allora sognare un Mondo diverso, un Mondo ove a mettere le cose a posto sia un evento inaspettato: perché, come dicevano gli antichi, gli Dei ci puniscono esaudendo i nostri desideri…

Pensate quindi cosa succederebbe se costruissimo un muro alto alto. Non per tenere fuori gli immigrati, come vorrebbero altri tipi di mentecatti dai languori barricaderi, bensì per tenere dentro gli Italiani.

Dopo averli isolati per bene, come si fa coi tonni prima della mattanza, abolire ogni pesticida, ogni fertilizzante, ogni genetica agraria brevettata dalle odiate multinazionali (dell’energia, se volete, se ne parlerà un’altra volta). E godersi poi lo sgomento nei loro volti di fronte ai banconi semi-vuoti dei supermercati, realizzando che quei limoni sudafricani non erano lì per caso, ma perché a luglio di limoni italiani non ce ne sono proprio. E la stessa cosa dicasi per le pere a maggio e per ogni altro tipo di ortofrutta stagionale che da noi è disponibile solo per una ristretta finestra temporale.

In più, vedrebbero diradarsi anche quei prodotti che in Italia raccogliamo in contemporanea a Spagna e Grecia. Questo perché se esporti e consumi il doppio dell’olio che produci, tanto per dirne una, poi da qualche altro Paese lo devi pur importare, con buona pace dei ciarlatani che blaterano di protezionismo di un Made in Italy che di fatto non c’è o che, anche quando c’è, è ben lungi dal soddisfare pienamente la domanda interna ed estera.

Importiamo un terzo del grano per fare la pasta, un terzo dei maiali con cui facciamo bistecche e salumi, e poi latte, mais, soia, riso, zucchero, frutta e verdura. Perché? Perché a suon di erodere terreni agricoli per fare spazio alle vostre case, maledetti cittadini, ci è rimasta la metà delle superfici in nostro possesso solo un secolo fa. Siete poi quasi raddoppiati di numero, passando dai 38 milioni di inizio 900 ai 60 milioni odierni. Per giunta, vi siete concentrati nelle città, lasciando a meno del 3% degli Italiani l’ingrato compito di coltivare la poca terra rimasta, nel disperato tentativo di dare da mangiare a tutti voi per 365 giorni all’anno. Ed è anche per colpa delle vostre ipocondrie su genetica e chimica se gli agricoltori vedono calare le proprie produzioni all’ettaro, le lacune delle quali altro non fanno che aprire spazi per ulteriori importazioni dall’estero. Una giostra perversa dalla quale pare non esservi via d’uscita.

Ora però, grazie a quel muro alto alto e ai bandi dell’odiata chimica, sareste felici: nulla potrebbe più arrivare in Italia dai Paesi stranieri. Nessuna molecola chimica brutta e cattiva potrebbe essere impiegata a protezione delle colture. Perfino i semi non sarebbero più di proprietà delle multinazionali, bensì sarebbero ricavati dalle antiche varietà locali di grano, quelle per intenderci che producono un quinto di quelle moderne. Un quinto se diserbate e trattate con fungicidi. Un decimo se abbandonate a se stesse nell’illusione che la Natura magnanima salvi i raccolti e, di conseguenza, le nostre vite.

Senza più importazioni e senza più chimica e genetica agraria, nell’arco di pochi mesi l’Italia affronterebbe la più spaventosa carestia della propria storia. Con una quantità di cibo a disposizione che non supererebbe un quarto del necessario. Si vedrebbero quindi battute di caccia alla nutria, oppure gente contendersi a sassate qualche radice di campo, perché dopo aver fatto sparire cani e gatti qualcosa da mettere sotto i denti dei propri figli bisogna pur trovarlo. Al termine dell’esperimento di 60 milioni di Italiani ne sarebbero sopravvissuti forse 15. E neanche tanto in salute, direi.

Anche perché sul muro alto alto monterei saggiamente delle mitragliatrici azionate da fotocellule automatiche. Così almeno l’esperimento potrebbe svolgersi nel pieno rispetto del metodo scientifico, senza defezioni capaci di alterare l’analisi statistica.

Pensate che quanto sopra sia solo una fantasia un po’ burlona e autoironica? Uno sfogo di un professionista, di un tecnico, stufo di leggere cretinate sul web? Uno scenario impossibile a verificarsi? No no, cari miei. Quello che ho appena descritto è già successo e sta continuando a succedere proprio ora. Non qui, nell’opulenta e autolesionista Italia, ma in un Paese che di tali sorti ne avrebbe fatto volentieri a meno: la Siria. Là non ci sono ecologisti a premere perché si aboliscano ogm, fertilizzanti e pesticidi. Là non sono gli attivisti di qualche movimento para-eco-sinistrorso a impedire la semina di genetiche evolute, moderne e brevettate. Là c’è stata una cosa che si chiama guerra. E quella mette a posto tutti.

Abdulsalam Hajhamed, direttore del Ministero dell’Agricoltura siriano, lo ha testimoniato a Bari, a dicembre 2015. Nel martoriato Paese mediorientale non arrivano più agrofarmaci, né fertilizzanti, né sementi certificate. Gli agricoltori, quindi, seminano ciò che gli è avanzato dall’anno prima. Sempre che gliene avanzi, ovviamente. E i risultati non sono certo eclatanti. Solo le Ruggini, malattie fungine del grano, causano perdite fino al 50% delle produzioni. A queste si sommano quelle dovute a insetti e malerbe. In totale, in Siria le rese per ettaro sono divenute un decimo di quelle di pochi anni fa. Non meglio se la cavano gli olivicoltori. Prima del conflitto la Siria esportava 25 mila tonnellate di olio. Oggi zero. Il poco olio che si riesce a produrre se lo godono i ricchi, gli Assad. Non certo il popolo. Questo perché fra malattie fungine e insetti gli olivi non producono più nulla e gli agricoltori, disperati, usano il loro legno per scaldarsi. I tanto vituperati agronomi, quelli come me, o sono morti o sono fuggiti all’estero, insieme a quella fiumana di esseri affamati senza più casa, distrutta dalle bombe, ma senza nemmeno cibo, falcidiato proprio dall’assenza dei mezzi tecnici necessari a produrne.
Le parole di Abdulsalam Hajhamed, quel giorno, fecero accapponare la pelle all’intero auditorium. Perché spiegavano molto bene le ragioni per cui oggi i Siriani sono disposti a partire all’avventura verso l’ignoto, a scavalcare reticolati di filo spinato, ad essere presi a randellate da poliziotti e militari simil-nazistoidi. Perché se sai che morirai o di bombe o di fame, ti metti in marcia e non guardi più indietro.

Ecco cosa merita questa Italia degli stolti referendum, l’Italia dei mille comitati del No, delle mozioni contro questo e contro quello. Merita di cadere in disgrazia, di sperimentare sulla propria pelle la miseria, la fame, la disperazione, la morte. Forse, dopo un annetto di tale lezione di vita, quelli come me potrebbero finalmente ricominciare a fare il proprio lavoro senza più zavorre attaccate alla borsa dei coglioni. Ricominciare a produrre, ricominciare a crescere, anziché sprofondare nei sonni fatali di una minoranza di storditi che pensano che un pannello solare e un pomodoro bio salveranno il Paese prima e il Mondo poi.

Le cascate sono là, proprio davanti a noi. Che il timone venga quindi levato in fretta dalle mani improvvide che stanno facendo puntare con decisione verso di esse. E che venga restituito a chi sa cosa fare. E lo sa fare anche bene.

Nel frattempo voi, beceri frequentatori di social, ottusi e mediocri leoni da tastiera, giganteschi buchi neri di ignoranza, prepotenza e presunzione, andatevene poco signorilmente a prendervelo là dove non batte il Sole. State segando il ramo ove tutti noi siamo seduti e quando la maggioranza del popolo finalmente lo capirà, spero che per voi inizino giorni pensierosi.

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Quando di Xylella parla chi sa

Intervista ad Alexander Purcell della Berkeley University e uno dei massimi esperti mondiali di Xylella. E no: non ha mai detto che è inutile abbattere gli olivi

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Oivicoltura specializzata: non è un mostro, è agricoltura

Quelli nella fotografia sono olivi sanissimi, catturati a Foggia. Ma basta scendere di un centinaio di chilometri e gli scenari cambiano, mostrando olivi affetti da Co.Di.RO, ovvero la sindrome cosiddetta del “complesso del disseccamento rapido degli olivi”.

Abbatterli o non abbatterli, questo il dilemma. Per lo meno, lo si è fatto diventare un dilemma, perché i massimi esperti mondiali di Xylella non hanno dubbi: se vedi Xylella, abbatti tutto ciò che potrebbe contenerla, sia esso sintomatico o meno. E fallo pure in fretta e in modo “generoso”, altrimenti il patogeno ti scavalca nel territorio e ti obbliga poi a inseguirlo moltiplicando gli abbattimenti futuri.

Non a caso, anche la Ue ha stabilito nel lontano 2000, con apposita Direttiva, che vanno abbattute sia le piante sintomatiche, sia quelle asintomatiche, prevedendo un raggio di contenimento pari a ben dieci chilometri. Questo perché la Xylella non deve muovere un solo passo da dove è stata trovata, sia che stia facendo ammalare le piante, sia che non lo stia facendo.

L’azione contro il patogeno, invece, si è arenata proprio su questo punto: non essendoci la sicurezza matematica che il Co.Di.RO sia causato proprio da Xylella, tutto, come ormai si sa, è stato bloccato dalla Procura di Lecce, la quale non solo ha impedito gli abbattimenti, ma ha anche iscritto nel registro degli indagati anche dieci membri della task force dedicata alla gestione dell’epidemia.

Nella querelle è stato poi tirato in ballo anche Alexander Purcell, della Berkeley University in California. Uno dei massimi esperti mondiali di Xylella e quindi anche uno dei relatori al workshop organizzato dall’Efsa nel novembre 2015. Dopo il convegno si diffuse in Italia la voce che Purcell avesse affermato che abbattere gli alberi fosse inutile.
Una voce funzionale alle posizioni di coloro che fin dal primo momento si erano opposti agli abbattimenti degli ulivi.
Una voce riportata su Videoandria.com, giornale online pugliese su cui compare la testimonianza di Rosa D’Amato, eurodeputata del Movimento 5 Stelle, la quale ha preso parte proprio al workshop dell’Efsa e si sarebbe quindi eletta a divulgatrice delle posizioni di Purcell stesso.
Una voce riecheggiata perfino nelle riprese della conferenza stampa della Procura di Lecce, per come viene riportata da un altro organo di stampa locale, ovvero TrNews.it. Un filmato in cui si può ascoltare una delle due procuratrici aggiunte affermare che gli abbattimenti non servirebbero a niente e che a supporto di tale tesi si sarebbe perfino espresso, ça va sans dire, proprio un grande esperto di Xylella, ovvero Alexander Purcell.

Una voce che ora si scopre che non è mai partita. Anzi, viene oggi seccamente smentita proprio dal medesimo Alexander Purcell, intervistato da Italia Unita per la Scienza, un’associazione di giovani (e meno giovani) appassionati di ricerca e, appunto, di Scienza.
Pur mantenendosi “politically correct” circa gli avvenimenti giudiziari italiani, il professore emerito di Berkeley riafferma nell’intervista l’assoluta necessità di abbattere le piante e di combattere il vettore, come pure che l’azione deve essere intrapresa a fronte della semplice presenza del patogeno.

A questo punto urge chiarirsi su alcuni punti: primo, perché l’europarlamentare pentastellata si è mai presa la briga di riportare affermazioni che oggi vengono smentite proprio dalla persona cui ella le avrebbe attribuite. Secondo, perché la Procura ha coltivato la convinzione che Purcell fosse d’accordo con la tesi dell’inutilità degli abbattimenti. Perché lo ha letto su VideoAndria? Oppure dove? E perché non ha verificato direttamente alla fonte, cioè presso il Professor Purcell, visto che l’azione stessa della Procura pare si sia sentita ancor più corroborata proprio da queste dichiarazioni oggi risultate mai rilasciate?

Sono domande cui è bene venga data presto risposta, visto che la primavera è ormai alle porte e i diseccamenti cominciano a manifestarsi anche in Provincia di Taranto, ad Avetrana.

E magari, sarebbe interessante conoscere le motivazioni per le quali un’europarlamentare diffonda affermazioni capaci di influenzare decisioni così importanti senza essere sicura di ciò che ha sentito. O forse lo era. Ma qui si dovrebbe fare un’analisi più attenta dell’atteggiamento che molti politici grillini hanno tenuto sul tema Xylella.
Sia come sia, in considerazione della smentita di Purcell, sarebbe ora necessario che la suddetta europarlamentare, oltre a chiarire, fornisse anche delle scuse: al Professor Purcell e a tutti coloro che in nome di quelle affermazioni – mai rilasciate – hanno continuato a coltivare l’idea di essere nel giusto, quando molto probabilmente è vero esattamente il contrario.

Come detto, la primavera batte ormai alle porte: la Xylella è lì, negli oliveti, sempre più pasciuta. Phylaenus anche, pronto a contagiare alberi su alberi, anche a distanza di chilometri grazie al trasporto passivo tramite mezzi, agricoli o meno.

Se qualcuno ha da fare qualche marcia indietro, quindi, che la faccia subito. O potrebbe pentirsene per sempre.

Addendum post-pubblicazione:

Poteva scusarsi per il malinteso. Oppure scegliere un opportunistico silenzio, per fare calare un pietoso velo sulla topica Purcell. Invece no. Lei, rilancia (Leggi l’articolo di NextQuotidiano). Parla di “giornalisti, opinionisti o sedicenti tali“, di “macchina del fango“. Di sedicente qui, semmai, c’è più che altro una portavoce che mistifica le parole di scienziati di fama mondiale, filtrandone i messaggi per renderli funzionali alle tesi farlocche che stanno sempre più contraddistinguendo un Movimento nato da uno spacciatore teatrale di bufale. Non solo vi state qualificando per quello che siete sull’affare Xylella, cara D’Amato, ma vi state confermando dei balenghi su tanti altri argomenti, come gli ogm, gli odiati pesticidi, oppure i vaccini. Perfino sulle scie chimiche e sulle sirene vi siete fatti prendere per i fondelli. Un esercito d’improvvisati presuntuosi che ha trovato alloggio nel ribollire di un’onda anomala più pericolosa del marciume stesso che si prefigge di abbattere. Altro che macchina del fango: in Puglia sono proprio nella merda. E in parte ci sono anche grazie alle pressioni mediatiche anti-abbattimento di cui soprattutto voi vi siete resi protagonisti all’urlo “Il popolo si sta svegliando!“. Di sedicenti giornalisti vi sono infatti quelli e quelle che hanno dato spazio a ogni bufala, a ogni falsità che permettesse loro di alimentare il loro personalissimo odio verso i soliti totem tanto cari ai dementi: ogm, pesticidi e complotti edilizi o energetici. Il tutto, seppellendo la verità dei fatti sotto una spessa coltre di disinformazione demagogica. Spero quindi che alla prossima tornata elettorale il M5S sappia filtrare meglio i candidati, anziché raccattare bizzarri soggetti in cerca di sistemazione, proponendo finalmente una classe politica con meno apriscatole in mano e più sale in zucca.

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