KmZero: semplicemente, non esiste

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un'illusione

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un’illusione

Al pari della propaganda sui prodotti biologici e biodinamici, prosegue anche il battage mediatico sui prodotti a chilometro zero. Se però si misurano tali beni con il criterio dei “chilometri-equivalenti” gli scenari appaiono molto diversi

Sedetevi su una poltrona. Fatto? Ora restate immobili e contate fino a tre. Ecco, intanto che v’illudevate di essere più fermi di uno scoglio in fondo al mare, vi siete in realtà spostati di qualche migliaio di chilometri e manco ve ne siete accorti. Questo perché mentre voi bloccavate il moto del corpo, spiattellandovi sulla vostra poltrona, la Terra girava intorno al proprio asse a circa 1.700 km/h. La rotazione intorno al Sole è stata poi ancor maggiore, sfiorando i 30 km/s (al secondo!). Infine, si deve pensare che l’intero sistema solare viaggia nella Via Lattea e ciò avviene a una velocità circa sette volte superiore. Se poi a queste tre velocità su piccola e media scala aggiungiamo anche quella a cui si muove la nostra galassia nell’Universo significa che voi e la vostra poltrona siete in realtà dei proiettili che si muovono a migliaia di chilometri al secondo. Questo perché voi siete sì fermissimi, quasi lapidei, ma lo siete in un sistema tridimensionale che procede di moto complesso. Velocissimo.

Più o meno qualcosa di simile accade col fantomatico KmZero, ovvero quella moda agro-alimentare che spaccia per taumaturgico tutto quanto venga consumato nel luogo di produzione, tirando in ballo biodiversità, eco-compatibilità e sostenibilità agricola, ambientale e socio-culturale. E finché ciò resta a livello di curiosità di nicchia, passi. Peccato che tale modello di agricoltura venga invece spinto come alternativo a quello attuale, intensivo e industriale, nonostante ogni evidenza socio-economica suggerisca il contrario.

Non temete, non ho alcuna intenzione di sviscerare qui le ben note argomentazioni di tipo agronomico, ovvero che le arance maturano in Sicilia e il riso a Vercelli. Quindi, se l’agroalimentare italiano divenisse tutto a chilometro zero, come da molte parti viene irresponsabilmente auspicato, addio ai risotti per i Siciliani e addio alla arance per i Vercellesi. La mia spericolatezza mi spinge oggi a fare considerazioni ancor meno intuitive, dimostrando che di fatto un qualsiasi prodotto che vanti di essere a KmZero lo può fare semplicemente perché vi è tutto il resto del Mondo che fa migliaia di chilometri al posto suo. Non ci credete? Provate a seguirmi e a fare vostro il concetto di “chilometri-equivalenti”* sul quale si basano i paragrafi successivi.

Immaginate di essere in vacanza, che so, a Peschici, sul Gargano. Un paesino meraviglioso, in un’area geografica ove dominano gli uliveti in terra e il pesce fresco in mare. Siete in un trabucco, gustandovi una grigliata di mare insaporita da un olio d’oliva strettamente locale. E cosa c’è di più immobile, territoriale e tipico di un albero di olivo, magari secolare? Più chilometro zero di così… Anzi: è così buono quell’olio a KmZero che ve ne andate a comprare subito un paio di taniche.

Peccato che voi abitiate a 800 chilometri da Peschici e una volta arrivati a casa quel prodotto sarà tutto tranne che ecosostenibile e a impatto zero. Anzi. Ma anche se lo aveste consumato tutto il loco le sorprese non mancherebbero. Il tappo delle tanichette è infatti di plastica, quindi un derivato del petrolio. Petrolio che è stato estratto in Arabia Saudita, spedito con le petroliere in Europa, trasformato anche in materie plastiche e poi spedito come tale alle fabbriche che lo avrebbero trasformato in tappi. Queste ultime lo avrebbero poi venduto alle aziende che producono le taniche, le quali oltre ai tappi aspettavano anche le taniche stesse, fatte di metalli estratti magari in Russia, fusi e lavorati in acciaierie polacche e verniciati con i pigmenti di una multinazionale tedesca con gli stabilimenti in Baviera. Una volta confezionato, quell’olio a KmZero ha perciò intorno a sé un contenitore che di chilometri ne ha percorsi svariate migliaia (o decine di migliaia) solo per essere prodotto. Ma ancora non basta.

Lo Zio Peppino che produce olio mica si limita a raccattare le olive da terra e a portarle al frantoio a groppa di mulo. No, no. Lo Zio Peppino ha un bel trattore specializzato con il quale si muove in azienda. Lo ha comprato da un costruttore che sta in qualche Provincia del Nord Italia (Milano, Modena, Padova…) che glielo ha spedito facendogli fare dai 900 ai mille chilometri. Ma ancora non siamo alla fine del cammino, perché un trattore è fatto da decine di differenti componenti, ognuno dei quali a sua volta è la somma di altri sub-componenti e così via, in una sorta di matrioska che pare senza fine. Gli pneumatici? Vengono da una ditta indiana e ognuno di loro (ne servono quattro, mica puoi fare con tre) ha sul gobbo ottomila chilometri di viaggio solo per arrivare in Italia. Poi si deve calcolare che la mescola è composta da decine di ingredienti, i quali arrivano non solo dalle diverse province dell’India, ma alcuni anche dall’estero. E gli stampi? E i macchinari? Anch’essi sono dei concentrati di materiali e tecnologie che originano talvolta da tutti e cinque i continenti. E senza di essi le gomme non si fanno. Ogni pneumatico del trattore dello Zio Peppino ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che fa impallidire la circonferenza terrestre, la quale ne annovera poco più di 40 mila. Non che siano da meno la batteria, i circuiti idraulici, quelli elettrici, la vernice della carrozzeria o le guarnizioni della cabina: materie prime della più svariata natura sono circolate su e giù per il Globo terracqueo coprendo decine di migliaia di chilometri ciascuna, solo per finire in uno di quei componenti alla base di quel trattore. E poi, una volta divenuti componenti, hanno fatto altri chilometri per diventarlo, quel trattore. Infine, quella macchina ha coperto gli ultimi “miseri” mille chilometri per diventare il trattore dello Zio Peppino.

Ciò vale ovviamente per qualsiasi altro mezzo tecnico di produzione utilizzato nell’uliveto o nel frantoio di Peschici. A meno di rinunciare allo scuotitore meccanico e alle cesoie pneumatiche di fabbricazione francese con cui lo Zio Peppino raccoglie le olive e pota gli alberi, o al fungicida rameico con cui combatte le patologie dell’ulivo, visto che la Manica, primaria azienda che vende rameici, ha lo stabilimento a Rovereto, in Provincia di Trento. E valgono per lei i medesimi ragionamenti fatti per il trattore: materie prime, coformulanti, imballaggi, macchinari, manodopera… Una miriade di chilometri percorsi per far sì che lo Zio Peppino potesse avere un prodotto atto a difendere le sue colture. L’insetticida per eliminare la Mosca delle olive? Se va bene arriva dalla Danimarca, se va male è un generico che contiene sostanze attive e coformulanti di fabbricazione cinese.

Tutto, ma proprio tutto, quello che lo Zio Peppino ha adoperato ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che messi in fila sono probabilmente più di quelli che separano la Terra dalla Luna, che per curiosità son circa 370 mila.

In fondo, l’olio dello Zio Peppino è un po’ come voi quando state seduti sulla poltrona illudendovi di essere immobili sul Mondo e nell’Universo. Lo potete pensare solo perché non vi accorgete che intorno a voi, al posto vostro, si stanno muovendo un pianeta, un sistema solare e una galassia.

Lasciate quindi che gli ideologi del KmZero decantino questo modello agroalimentare come soluzione per la domanda di cibo del futuro. Che sparino pure le loro fantasiose affermazioni sulla millantata ecosostenibilità, biodiversità, naturalità, tradizione e cultura dei loro prodotti super tipici e super locali. Godeteveli quando siete in loco, perché onestamente ne vale la pena, ma ricordatevi che quando tornerete dalla vacanza a Peschici sarete solo dei comuni cittadini che per 50 settimane su 52 devono fare la spesa nei supermercati, acquistando prodotti che hanno forse qualche chilometro in più sulle spalle (mica è colpa loro però se abitate a Milano e i pomodori li coltivano a Pachino…), ma che a chilometri-equivalenti sono praticamente identici.

Purtroppo è il Mondo come tale ad essere a “chilometri infiniti”. È la società come tale a costringere le merci a girare come trottole per accontentare una domanda crescente di beni e servizi. Ecco perché nell’olio d’oliva dello Zio Peppino ci sono da calcolare perfino i bulloni del macchinario cinese utilizzato per fare i cerchioni del suo trattore. Se la cosa non vi va, posso capirlo. Ma a questo, altrettanto purtroppo, non c’è soluzione. A meno ovviamente di tornare a mangiare solo polenta come facevano in Provincia di Rovigo all’epoca della pellagra, oppure pasta e pummarola come usavano in Campania quando la statura media della popolazione era 15 centimetri inferiore di quella attuale e il rachitismo e la tubercolosi erano all’ordine del giorno.

In fondo, l’importante è capirsi…

 

* È inutile cercare su web l’espressione “chilometri-equivalenti”: è inedita e l’ho coniata appositamente per esprimere il contenuto intrinseco di chilometri di qualsiasi bene circolante sul Pianeta. Un po’ come accade con le “tonnellate equivalenti” di anidride carbonica, parametro con il quale si esprimono le emissioni, per esempio, di un’autovettura elettrica o un impianto di generazione di elettricità.

 

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Il cervello: accenderlo non consuma petrolio

L'autolesionismo di un referendum strumentale

Tutto l’autolesionismo di un referendum strumentale

Alcune considerazioni sul Referendum battezzato inopportunamente “To-Triv” del 17 aprile prossimo. Perché di manipolazioni dell’informazione ne sono state fatte anche troppe

1) Il quesito referendario chiede agli Italiani se vogliono impedire il rinnovo delle concessioni già esistenti per l’estrazione. Ciò riguarda diverse piattaforme operanti entro le 12 miglia marine (circa 22 km dalla costa). In altre parole se vincono i Sì, allo scadere delle attuali concessioni verrà loro semplicemente impedito di continuare l’estrazione, anche se i giacimenti sono ancora sfruttabili per un numero indeterminato di anni.

2) Dal punto (1) si deduce che non si tratta di votare contro nuove installazioni, come viene invece fatto credere. Queste sono infatti già oggi proibite entro le suddette 12 miglia marine. Si traggano quindi le debite conclusioni quando si leggono commenti che mirano a far credere agli Italiani che se non votano Sì si troveranno trivelle petrolifere a pochi metri dalla riva, come per esempio affermato tramite comunicato stampa da Vincenzo Pepe, Presidente del Partito ambientalista europeo.

3) Quando vi fanno vedere foto di disastri petroliferi state attenti: circolano foto thailandesi spacciate per tunisine. Perché la creazione di artefatti ingannevoli è parte integrante del dna ecologista.

4) La stragrande maggioranza delle piattaforme in questione estrae metano, non petrolio. Continuare a fare flash mob sventolando teli neri e caricando sul web infografiche di sirene imbrattate di catrame fa quindi parte del suddetto dna fraudolento dei sedicenti ecologisti.

5) Cassate ogni commento che parla di trivelle. Trattasi di piattaforme, non di trivelle. Le trivelle trivellano, le piattaforme estraggono. Fra le prime e le seconde corre la differenza che vi è fra le automobili e le catene di montaggio che le hanno prodotte. Dove iniziano le prime, finiscono le seconde. Ficcatevelo in testa: le piattaforme NON sono trivelle. E chi vi martella con questo termine lo fa solo perché la parola “Trivelle” ha un impatto emotivo superiore, ovviamente negativo. Chi si fa strumentalizzare è un babbeo.

6) Non esiste alcuna contraddizione fra lo sviluppo delle rinnovabili e l’estrazione del metano. Gli idrocarburi rappresentano il nostro passato e buona parte del nostro presente. Le rinnovabili hanno fatto da poco capolino nel nostro presente e rappresentano il nostro futuro. La fase di transizione sarà quindi molto lunga, piaccia o meno, perché al netto dei complottismi peracottari è estremamente complesso convertire l’intero comparto energetico e non è cosa che si possa fare da un giorno con l’altro. Quindi, quel metano adriatico ci serve oggi e continuerà a servirci per altri 2-3 decenni almeno. Bloccarne l’estrazione oggi, ex abrupto, non farebbe altro che aumentare le importazioni di gas da Russia e Libia. E questo dovrebbe forse essere il giusto modo in cui esprimere il quesito referendario: “Volete voi aumentare le importazioni di metano da Libia e Russia, inasprendo ulteriormente la dipendenza energetica italiana dai Paesi stranieri?“. Se vuoi votare Sì, fatti quindi qualche domanda.

7) In realtà il referendum è nato dalla volontà di otto governatori di Regione di dare calci negli stinchi al Governo Renzi, il quale con lo “Sblocca Italia” s’intende di acquisire il diritto di scavalcare le autonomie locali in caso di opere di utilità nazionale. Come una volte i Re medievali dovevano fare i conti con i nobili feudatari, lasciando loro ampie concessioni su cosa fare nei propri possedimenti, oggi il Presidente del Consiglio e il suo governo devono fare i conti con i valvassori e valvassini politici periferici, i quali mal sopportano di essere scavalcati e piantano quindi casino per difendere la propria influenza sul territorio. Se non volete Renzi, non votatelo alle prossime elezioni politiche. Votare Sì a questo referendum per fare un dispetto a Renzi è come tagliarsi i coglioni per fare dispetto alla moglie.

8) Prendere ad esempio Costa Rica e Danimarca per il grado di indipendenza energetica è esercizio contorto sotto molteplici aspetti. Le due nazioni messe insieme non fanno la popolazione della sola Lombardia, la quale ha per giunta un livello di industrializzazione molto più alto della somma delle succitate Costa Rica e Danimarca. Se non si ha il senso delle proporzioni, qualsiasi affermazione rischia perciò di cadere nel ridicolo. In Costa Rica, peraltro, hanno moltiplicato l’idroelettrico, costruendo dighe sulle loro montagne per meglio sfruttare l’abbondante pluviometria del Paese. In Danimarca hanno invece riempito il mare davanti alle loro coste di pale eoliche, sfruttando il vento costante e robusto che spira gagliardo nel Mare del Nord. Qui in Italia se proponi di costruire dighe per produrre idroelettrico gli ambientalisti ti sbranano. Come pure sorgono pugnaci comitati del No per i parchi eolici, sulla terraferma e off-shore. Vedesi i cinque grandi progetti di parchi eolici off shore bloccati dai summenzionati feudatari politici locali, col supporto di associazioni e comitati di cittadini. Si protesta pure contro le biomasse, contro il geotermico e contro il fotovoltaico se questo non sia posizionato esclusivamente sui tetti delle case nelle città. Ovvero uno sputo di superficie rispetto a quella che servirebbe all’Italia. A parole gli pseudo-ambientalisti vogliono quindi le rinnovabili, ma nei fatti si oppongono costantemente alla loro realizzazione fisica (tranne i succitati pannelli solari sui tetti).

In considerazione di quanto sopra si può quindi concludere che:

1) se non volete regalare soldi ai Paesi stranieri, non votate al Referendum. Anche perché poi il rubinetto nelle loro mani sarebbe ancora più grosso di quanto già lo sia oggi.
2) Se volete vedere l’Italia accelerare sul serio sulle rinnovabili (tutte) rendete inoffensivi gli ambientalisti e lasciateli blaterare fra di loro, lontani dalle ribalte mediatiche e politiche. Dopo le molte mafie, la corruzione politica e l’inefficienza degli enti pubblici, sono la quarta causa della paralisi del nostro Paese.

 

(Articolo pubblicato su “Strade – Verso luoghi non comuni”. Per leggerlo cliccare qui)

 

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Sante carestie

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Si moltiplicano le mozioni contro varie forme di tecnologia, dal referendum contro le piattaforme metanifere dell’Adriatico a quello anti-pesticidi di Malles in Alto Adige. Il tutto mentre i ministri italiani, con le loro posizioni populistiche, assecondano ogni tipo di demagogia schierandosi oggi contro gli Ogm, domani contro i pesticidi, dopodomani chissà. L’esercito degli ipocondriaci intanto s’ingrossa, chiedendo al contempo il bando degli idrocarburi ma impedendo coi propri comitati del No anche la realizzazione di parchi eolici. Oppure tuonando contro le importazioni dall’estero di derrate alimentari, ma reclamando al contempo la proibizione nel Belpaese di concimi e agrofarmaci, cioè i mezzi tecnici alla base della produttività nostrana. Forse, più che tante parole e spiegazioni potrebbe un carestia…

È inutile parlare al muro. Infatti io ci rinuncio presto. Per quanto dare dell’imbecille a un imbecille possa offrire grandi soddisfazioni sul piano umano, queste sono però limitate nel tempo. Inoltre, sfogarsi col mentecatto di turno non cambia certo gli scenari plumbei in cui l’Italia agroalimentare ed energetica si muove.

Per esempio, il 17 aprile si dovrebbe votare (io non andrò per motivi strategici), contro il rinnovo delle concessioni alle piattaforme che in Adriatico estraggono metano entro il limite delle 12 miglia dalla costa. Trattasi di circa 22 chilometri, mica bruscolini. In più non si parla di nuove trivelle, già proibite da tempo, bensì di vecchie piattaforme attive ormai da molti anni senza che alcun disastro o armageddon sia mai avvenuto.

Disonestamente, questo è stato fatto passare come un referendum contro le trivelle e contro il petrolio, come pure a favore dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Spregiudicati e bugiardi i lestofanti che hanno diffuso tali falsità (basta leggere il quesito referendario per capire l’inganno), ma babbei quelli che ci sono cascati, moltiplicando magari su web la disinformazione messa in giro dai soliti ambientalisti improvvisati. Peccato che solo pochi anni fa siano stati bocciati ben cinque progetti di parchi eolici off-shore, da costruirsi fra le 3 e le 5 miglia marine dalle coste delle nostre regioni meridionali. I motivi? Più o meno gli stessi dei No-Triv: l’ambiente, il paesaggio, la tradizione locale, la cultura… Una schizofrenia che da tempo caratterizza i movimenti pseudo-ecologisti italiani. Sempre quelli, per intendersi, che non vogliono l’olio tunisino, ma se gli parli di olivicoltura intensiva per compensare le carenze italiane ti accusano di essere un servo delle multinazionali.

Difficile che tali mentecatti riescano a capire che è anche per colpa loro se in meno di 25 anni siamo passati dal 93% di autosufficienza alimentare a circa il 77-78%. E a livello di energia siamo messi ancora peggio, dipendendo sempre più dall’estero anche per questa. I perché di tali ribassi, purtroppo, non sono alla loro portata, troppo presi come sono a frequentare blog delinquenziali e siti para-biologici. Tanto vale allora sognare un Mondo diverso, un Mondo ove a mettere le cose a posto sia un evento inaspettato: perché, come dicevano gli antichi, gli Dei ci puniscono esaudendo i nostri desideri…

Pensate quindi cosa succederebbe se costruissimo un muro alto alto. Non per tenere fuori gli immigrati, come vorrebbero altri tipi di mentecatti dai languori barricaderi, bensì per tenere dentro gli Italiani.

Dopo averli isolati per bene, come si fa coi tonni prima della mattanza, abolire ogni pesticida, ogni fertilizzante, ogni genetica agraria brevettata dalle odiate multinazionali (dell’energia, se volete, se ne parlerà un’altra volta). E godersi poi lo sgomento nei loro volti di fronte ai banconi semi-vuoti dei supermercati, realizzando che quei limoni sudafricani non erano lì per caso, ma perché a luglio di limoni italiani non ce ne sono proprio. E la stessa cosa dicasi per le pere a maggio e per ogni altro tipo di ortofrutta stagionale che da noi è disponibile solo per una ristretta finestra temporale.

In più, vedrebbero diradarsi anche quei prodotti che in Italia raccogliamo in contemporanea a Spagna e Grecia. Questo perché se esporti e consumi il doppio dell’olio che produci, tanto per dirne una, poi da qualche altro Paese lo devi pur importare, con buona pace dei ciarlatani che blaterano di protezionismo di un Made in Italy che di fatto non c’è o che, anche quando c’è, è ben lungi dal soddisfare pienamente la domanda interna ed estera.

Importiamo un terzo del grano per fare la pasta, un terzo dei maiali con cui facciamo bistecche e salumi, e poi latte, mais, soia, riso, zucchero, frutta e verdura. Perché? Perché a suon di erodere terreni agricoli per fare spazio alle vostre case, maledetti cittadini, ci è rimasta la metà delle superfici in nostro possesso solo un secolo fa. Siete poi quasi raddoppiati di numero, passando dai 38 milioni di inizio 900 ai 60 milioni odierni. Per giunta, vi siete concentrati nelle città, lasciando a meno del 3% degli Italiani l’ingrato compito di coltivare la poca terra rimasta, nel disperato tentativo di dare da mangiare a tutti voi per 365 giorni all’anno. Ed è anche per colpa delle vostre ipocondrie su genetica e chimica se gli agricoltori vedono calare le proprie produzioni all’ettaro, le lacune delle quali altro non fanno che aprire spazi per ulteriori importazioni dall’estero. Una giostra perversa dalla quale pare non esservi via d’uscita.

Ora però, grazie a quel muro alto alto e ai bandi dell’odiata chimica, sareste felici: nulla potrebbe più arrivare in Italia dai Paesi stranieri. Nessuna molecola chimica brutta e cattiva potrebbe essere impiegata a protezione delle colture. Perfino i semi non sarebbero più di proprietà delle multinazionali, bensì sarebbero ricavati dalle antiche varietà locali di grano, quelle per intenderci che producono un quinto di quelle moderne. Un quinto se diserbate e trattate con fungicidi. Un decimo se abbandonate a se stesse nell’illusione che la Natura magnanima salvi i raccolti e, di conseguenza, le nostre vite.

Senza più importazioni e senza più chimica e genetica agraria, nell’arco di pochi mesi l’Italia affronterebbe la più spaventosa carestia della propria storia. Con una quantità di cibo a disposizione che non supererebbe un quarto del necessario. Si vedrebbero quindi battute di caccia alla nutria, oppure gente contendersi a sassate qualche radice di campo, perché dopo aver fatto sparire cani e gatti qualcosa da mettere sotto i denti dei propri figli bisogna pur trovarlo. Al termine dell’esperimento di 60 milioni di Italiani ne sarebbero sopravvissuti forse 15. E neanche tanto in salute, direi.

Anche perché sul muro alto alto monterei saggiamente delle mitragliatrici azionate da fotocellule automatiche. Così almeno l’esperimento potrebbe svolgersi nel pieno rispetto del metodo scientifico, senza defezioni capaci di alterare l’analisi statistica.

Pensate che quanto sopra sia solo una fantasia un po’ burlona e autoironica? Uno sfogo di un professionista, di un tecnico, stufo di leggere cretinate sul web? Uno scenario impossibile a verificarsi? No no, cari miei. Quello che ho appena descritto è già successo e sta continuando a succedere proprio ora. Non qui, nell’opulenta e autolesionista Italia, ma in un Paese che di tali sorti ne avrebbe fatto volentieri a meno: la Siria. Là non ci sono ecologisti a premere perché si aboliscano ogm, fertilizzanti e pesticidi. Là non sono gli attivisti di qualche movimento para-eco-sinistrorso a impedire la semina di genetiche evolute, moderne e brevettate. Là c’è stata una cosa che si chiama guerra. E quella mette a posto tutti.

Abdulsalam Hajhamed, direttore del Ministero dell’Agricoltura siriano, lo ha testimoniato a Bari, a dicembre 2015. Nel martoriato Paese mediorientale non arrivano più agrofarmaci, né fertilizzanti, né sementi certificate. Gli agricoltori, quindi, seminano ciò che gli è avanzato dall’anno prima. Sempre che gliene avanzi, ovviamente. E i risultati non sono certo eclatanti. Solo le Ruggini, malattie fungine del grano, causano perdite fino al 50% delle produzioni. A queste si sommano quelle dovute a insetti e malerbe. In totale, in Siria le rese per ettaro sono divenute un decimo di quelle di pochi anni fa. Non meglio se la cavano gli olivicoltori. Prima del conflitto la Siria esportava 25 mila tonnellate di olio. Oggi zero. Il poco olio che si riesce a produrre se lo godono i ricchi, gli Assad. Non certo il popolo. Questo perché fra malattie fungine e insetti gli olivi non producono più nulla e gli agricoltori, disperati, usano il loro legno per scaldarsi. I tanto vituperati agronomi, quelli come me, o sono morti o sono fuggiti all’estero, insieme a quella fiumana di esseri affamati senza più casa, distrutta dalle bombe, ma senza nemmeno cibo, falcidiato proprio dall’assenza dei mezzi tecnici necessari a produrne.
Le parole di Abdulsalam Hajhamed, quel giorno, fecero accapponare la pelle all’intero auditorium. Perché spiegavano molto bene le ragioni per cui oggi i Siriani sono disposti a partire all’avventura verso l’ignoto, a scavalcare reticolati di filo spinato, ad essere presi a randellate da poliziotti e militari simil-nazistoidi. Perché se sai che morirai o di bombe o di fame, ti metti in marcia e non guardi più indietro.

Ecco cosa merita questa Italia degli stolti referendum, l’Italia dei mille comitati del No, delle mozioni contro questo e contro quello. Merita di cadere in disgrazia, di sperimentare sulla propria pelle la miseria, la fame, la disperazione, la morte. Forse, dopo un annetto di tale lezione di vita, quelli come me potrebbero finalmente ricominciare a fare il proprio lavoro senza più zavorre attaccate alla borsa dei coglioni. Ricominciare a produrre, ricominciare a crescere, anziché sprofondare nei sonni fatali di una minoranza di storditi che pensano che un pannello solare e un pomodoro bio salveranno il Paese prima e il Mondo poi.

Le cascate sono là, proprio davanti a noi. Che il timone venga quindi levato in fretta dalle mani improvvide che stanno facendo puntare con decisione verso di esse. E che venga restituito a chi sa cosa fare. E lo sa fare anche bene.

Nel frattempo voi, beceri frequentatori di social, ottusi e mediocri leoni da tastiera, giganteschi buchi neri di ignoranza, prepotenza e presunzione, andatevene poco signorilmente a prendervelo là dove non batte il Sole. State segando il ramo ove tutti noi siamo seduti e quando la maggioranza del popolo finalmente lo capirà, spero che per voi inizino giorni pensierosi.

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Quando di Xylella parla chi sa

Intervista ad Alexander Purcell della Berkeley University e uno dei massimi esperti mondiali di Xylella. E no: non ha mai detto che è inutile abbattere gli olivi

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Oivicoltura specializzata: non è un mostro, è agricoltura

Quelli nella fotografia sono olivi sanissimi, catturati a Foggia. Ma basta scendere di un centinaio di chilometri e gli scenari cambiano, mostrando olivi affetti da Co.Di.RO, ovvero la sindrome cosiddetta del “complesso del disseccamento rapido degli olivi”.

Abbatterli o non abbatterli, questo il dilemma. Per lo meno, lo si è fatto diventare un dilemma, perché i massimi esperti mondiali di Xylella non hanno dubbi: se vedi Xylella, abbatti tutto ciò che potrebbe contenerla, sia esso sintomatico o meno. E fallo pure in fretta e in modo “generoso”, altrimenti il patogeno ti scavalca nel territorio e ti obbliga poi a inseguirlo moltiplicando gli abbattimenti futuri.

Non a caso, anche la Ue ha stabilito nel lontano 2000, con apposita Direttiva, che vanno abbattute sia le piante sintomatiche, sia quelle asintomatiche, prevedendo un raggio di contenimento pari a ben dieci chilometri. Questo perché la Xylella non deve muovere un solo passo da dove è stata trovata, sia che stia facendo ammalare le piante, sia che non lo stia facendo.

L’azione contro il patogeno, invece, si è arenata proprio su questo punto: non essendoci la sicurezza matematica che il Co.Di.RO sia causato proprio da Xylella, tutto, come ormai si sa, è stato bloccato dalla Procura di Lecce, la quale non solo ha impedito gli abbattimenti, ma ha anche iscritto nel registro degli indagati anche dieci membri della task force dedicata alla gestione dell’epidemia.

Nella querelle è stato poi tirato in ballo anche Alexander Purcell, della Berkeley University in California. Uno dei massimi esperti mondiali di Xylella e quindi anche uno dei relatori al workshop organizzato dall’Efsa nel novembre 2015. Dopo il convegno si diffuse in Italia la voce che Purcell avesse affermato che abbattere gli alberi fosse inutile.
Una voce funzionale alle posizioni di coloro che fin dal primo momento si erano opposti agli abbattimenti degli ulivi.
Una voce riportata su Videoandria.com, giornale online pugliese su cui compare la testimonianza di Rosa D’Amato, eurodeputata del Movimento 5 Stelle, la quale ha preso parte proprio al workshop dell’Efsa e si sarebbe quindi eletta a divulgatrice delle posizioni di Purcell stesso.
Una voce riecheggiata perfino nelle riprese della conferenza stampa della Procura di Lecce, per come viene riportata da un altro organo di stampa locale, ovvero TrNews.it. Un filmato in cui si può ascoltare una delle due procuratrici aggiunte affermare che gli abbattimenti non servirebbero a niente e che a supporto di tale tesi si sarebbe perfino espresso, ça va sans dire, proprio un grande esperto di Xylella, ovvero Alexander Purcell.

Una voce che ora si scopre che non è mai partita. Anzi, viene oggi seccamente smentita proprio dal medesimo Alexander Purcell, intervistato da Italia Unita per la Scienza, un’associazione di giovani (e meno giovani) appassionati di ricerca e, appunto, di Scienza.
Pur mantenendosi “politically correct” circa gli avvenimenti giudiziari italiani, il professore emerito di Berkeley riafferma nell’intervista l’assoluta necessità di abbattere le piante e di combattere il vettore, come pure che l’azione deve essere intrapresa a fronte della semplice presenza del patogeno.

A questo punto urge chiarirsi su alcuni punti: primo, perché l’europarlamentare pentastellata si è mai presa la briga di riportare affermazioni che oggi vengono smentite proprio dalla persona cui ella le avrebbe attribuite. Secondo, perché la Procura ha coltivato la convinzione che Purcell fosse d’accordo con la tesi dell’inutilità degli abbattimenti. Perché lo ha letto su VideoAndria? Oppure dove? E perché non ha verificato direttamente alla fonte, cioè presso il Professor Purcell, visto che l’azione stessa della Procura pare si sia sentita ancor più corroborata proprio da queste dichiarazioni oggi risultate mai rilasciate?

Sono domande cui è bene venga data presto risposta, visto che la primavera è ormai alle porte e i diseccamenti cominciano a manifestarsi anche in Provincia di Taranto, ad Avetrana.

E magari, sarebbe interessante conoscere le motivazioni per le quali un’europarlamentare diffonda affermazioni capaci di influenzare decisioni così importanti senza essere sicura di ciò che ha sentito. O forse lo era. Ma qui si dovrebbe fare un’analisi più attenta dell’atteggiamento che molti politici grillini hanno tenuto sul tema Xylella.
Sia come sia, in considerazione della smentita di Purcell, sarebbe ora necessario che la suddetta europarlamentare, oltre a chiarire, fornisse anche delle scuse: al Professor Purcell e a tutti coloro che in nome di quelle affermazioni – mai rilasciate – hanno continuato a coltivare l’idea di essere nel giusto, quando molto probabilmente è vero esattamente il contrario.

Come detto, la primavera batte ormai alle porte: la Xylella è lì, negli oliveti, sempre più pasciuta. Phylaenus anche, pronto a contagiare alberi su alberi, anche a distanza di chilometri grazie al trasporto passivo tramite mezzi, agricoli o meno.

Se qualcuno ha da fare qualche marcia indietro, quindi, che la faccia subito. O potrebbe pentirsene per sempre.

Addendum post-pubblicazione:

Poteva scusarsi per il malinteso. Oppure scegliere un opportunistico silenzio, per fare calare un pietoso velo sulla topica Purcell. Invece no. Lei, rilancia (Leggi l’articolo di NextQuotidiano). Parla di “giornalisti, opinionisti o sedicenti tali“, di “macchina del fango“. Di sedicente qui, semmai, c’è più che altro una portavoce che mistifica le parole di scienziati di fama mondiale, filtrandone i messaggi per renderli funzionali alle tesi farlocche che stanno sempre più contraddistinguendo un Movimento nato da uno spacciatore teatrale di bufale. Non solo vi state qualificando per quello che siete sull’affare Xylella, cara D’Amato, ma vi state confermando dei balenghi su tanti altri argomenti, come gli ogm, gli odiati pesticidi, oppure i vaccini. Perfino sulle scie chimiche e sulle sirene vi siete fatti prendere per i fondelli. Un esercito d’improvvisati presuntuosi che ha trovato alloggio nel ribollire di un’onda anomala più pericolosa del marciume stesso che si prefigge di abbattere. Altro che macchina del fango: in Puglia sono proprio nella merda. E in parte ci sono anche grazie alle pressioni mediatiche anti-abbattimento di cui soprattutto voi vi siete resi protagonisti all’urlo “Il popolo si sta svegliando!“. Di sedicenti giornalisti vi sono infatti quelli e quelle che hanno dato spazio a ogni bufala, a ogni falsità che permettesse loro di alimentare il loro personalissimo odio verso i soliti totem tanto cari ai dementi: ogm, pesticidi e complotti edilizi o energetici. Il tutto, seppellendo la verità dei fatti sotto una spessa coltre di disinformazione demagogica. Spero quindi che alla prossima tornata elettorale il M5S sappia filtrare meglio i candidati, anziché raccattare bizzarri soggetti in cerca di sistemazione, proponendo finalmente una classe politica con meno apriscatole in mano e più sale in zucca.

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Come ti distruggo i mangimi Ogm. Ma anche no

Forse falsificate le prove atte a dimostrare la pericolosità dei mangimi contenenti Ogm. La Federico II di Napoli al centro di un caso spinoso sollevato dalla Senatrice Elena Cattaneo

 

Gli ogm sono alla base della zootecnia moderna. E non fanno male...

Gli ogm sono alla base della zootecnia moderna. E per quanto ci provino a dimostrare il contrario, non fanno male…

Si chiama Federico Infascelli ed è docente ordinario di nutrizione e alimentazione animale presso il dipartimento di Veterinaria dell’Università Federico II di Napoli. In pochi lo conoscevano fino a oggi al di fuori del suo settore di docenza. Fino a oggi, appunto. Perché ora è balzato agli onori, o ai disonori, della cronaca a seguito di un’accusa molto grave, quella di aver taroccato i risultati e perfino le immagini non solo dell’ultima sua ricerca, ma anche di altre pubblicate in passato (leggi l’articolo).
Se così fosse sarebbe davvero un fatto gravissimo, sotto ogni punto di vista: umano, professionale, sociale, mediatico e fors’anche giudiziario.

Il condizionale, ovviamente, è e resterà d’obbligo fino a che tutte le inchieste in tal senso non saranno debitamente concluse. Fino ad allora, come si suol dire, vige la presunzione d’innocenza, per quanta fatica si possa fare ad assicurarla all’inquisito. Un’eventualità, questa, che nel caso in oggetto preme fortemente nel petto.

A dare la stura allo scandalo, infatti, non è il primo che passa per strada, bensì la Senatrice Elena Cattaneo, ricercatrice prestata alla politica da quando è stata nominata a vita dall’ex-presidente Giorgio napolitano. Inoltre, le pesanti accuse a Infascelli pare al momento siano state confermate anche dalla commissione d’indagine appositamente nominata da Gaetano Manfredi, Rettore dell’ateneo napoletano.

La ricerca “incriminata”, per come l’avrebbe individuata la Senatrice e soppesata il Rettore, verterebbe sulla pericolosità per gli animali da allevamento dei mangimi contenenti ogm. Un filone di ricerca che ogni tanto si affianca a quello delle “dimostrazioni” di pericolosità degli ogm anche su salute umana e ambiente. Ricerche sulle quali, a questo punto, non sarebbe forse male indagare più a fondo circa i dati originali e le modalità di esecuzione scelte dai ricercatori sedicenti “indipendenti” che da anni lavorano alacremente, spesso a senso unico, per dimostrare ciò che ancora rimane indimostrato. E cioè che gli ogm siano davvero i mostri che l’ambientalismo più aggressivo ha sempre descritto, terrorizzando l’opinione pubblica.

In ogni caso, false o vere che siano le sue ricerche, è bene chiarire che l’opera di Infascelli e del suo staff si infrangerebbe comunque contro il ciclopico lavoro chiamato “100 billions study“, ovvero l’insieme di ricerche che avrebbe dimostrato come nell’arco di 18 anni, e analizzando cento miliardi di animali d’allevamento, non vi sarebbe alcuna differenza nella salute e nella produttività, sia che essi vengano alimentati con ogm oppure no. In altre parole, asserire che gli ogm non fanno male agli animali d’allevamento non è più da un pezzo un’opinione: è ormai un fatto consolidato. Anzi, sono 100 miliardi di fatti consolidati.

Ed è forse proprio per tali motivi che quando i laboratori non danno le risposte che si desiderano, si può sempre cedere alla tentazione di far dire loro ciò che più vorremmo, in barba alla trasparenza e all’onestà scientifica e intellettuale. Una tentazione cui, a quanto pare, potrebbe aver ceduto il pool di ricercatori partenopei.

Ora l’inchiesta proseguirà sul piano scientifico prima e, si spera, anche amministrativo e giudiziario poi, nel caso quella scientifica dovesse calare la mannaia sul Professore e sui suoi lavori. E pare non sia in ambascia solo Infascelli col suo team, ma anche il direttore di dipartimento, Luigi Zicarelli, il quale sarebbe stato contattato per primo da Elena Cattaneo, ma pare abbia ignorato la segnalazione.
Intanto, la ricerca “bollente” sarebbe stata ritirata dalla rivista che l’aveva pubblicata, ovvero “Animal”. E forse potrebbero subire lo stesso destino diverse delle ricerche prodotte negli anni dal gruppo partenopeo.

Probabilmente la notizia non sarà piaciuta nemmeno a Slow Food e a Elena Fattori, anch’essa Senatrice, ma a cinque stelle. Infatti, Infascelli aveva in passato trovato spazio e ospitalità sia in convegni organizzati dalla Senatrice pentastellata, da sempre avversa agli ogm, sia presso l’associazione della Chiocciolina, anch’essa tutt’altro che innamorata del biotech. Soprattutto Slow Food avrebbe preso a riferimento Infascelli a più riprese, a quanto pare, fin dai tempi dell’affaire Gilles Séralini. Altra ricerca che finì sommersa dai fischi della Comunità scientifica internazionale. Se oggi quindi fischiassero loro le orecchie, andrebbe considerata cosa del tutto normale.

Fatto quindi salvo, come detto dianzi, che fino alla conclusione del caso si deve usare il condizionale, si deve però convenire che la prossima volta che qualche furbastro cercherà di zittire le controparti citando i frusti “conflitti d’interessi”, gli si potrà comunque rispondere che a volte vi possono essere conflitti ideologici, etici e magari pure psicologici, che sono molto, ma molto peggio di quelli economici.

 

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Costa Salento

L’emergenza che ha colpito l’olivicoltura salentina rischia di allargarsi a tutta la Puglia prima e ad altre regioni italiane poi. O forse no? Abbandonare quindi la nave, oppure gestire la falla: questo il dilemma

Olivicoltura salentina: abbattimenti si, abbattimenti no

Olivicoltura salentina: abbattimenti si, abbattimenti no

Nel gennaio 2012 tutta l’Italia assistette sgomenta al naufragio della Costa Concordia in cui perirono 32 persone. Buona parte delle accuse mosse al Capitano, Francesco Schettino, furono di non aver dato immediatamente l’allarme, tacendo sulla gravità della situazione e di non aver ordinato l’evacuazione dei passeggeri quando ancora la nave aveva un assetto che lo consentiva.

Oggi Schettino è guardato dai più come emblema dell’ignavia decisionale, del temporeggiamento in attesa di capire se c’è una qualche via per nascondere i fatti e scapolarsela alla bell’e meglio.

Del resto, se avesse ordinato l’evacuazione e il problema fosse poi risultato risolvibile senza tanto clamore, il Comandante avrebbe potuto essere accusato di allarmismo e magari pure denunciato da qualche passeggero in cerca di un risarcimento danni per lo spavento e i disagi subiti. In fondo, anche gli ospedali sono pieni di persone che fanno causa ai medici, nonostante questi abbiano fatto di tutto per salvare vite ma, senza alcuna colpa, abbiano perso la battaglia.

In situazioni come quella del Giglio, come si suol dire, ci vogliono quindi decisionisti con le palle: il rischio potenziale del non fare nulla era infatti molto più elevato di quello di fare qualcosa. Perché nel primo caso si sarebbe arrecato inutilmente paura e disagio ai passeggeri, pagandone poi il prezzo nelle opportune sedi giudiziarie. Nel secondo poteva essere una strage. E in tal caso giova ricordare che è pur sempre meglio un brutto processo di un bel funerale.

Di fronte ai due summenzionati rischi, un Capitano degno di questo nome dovrebbe prendere quindi la decisione atta a scongiurare le conseguenze peggiori, per quanto in quel momento esse giacciano ancora sul puro piano ipotetico. Schettino prese quella sbagliata e a processo ci si trovò con capi d’imputazione ben più gravi di una semplice inchiesta per danni senza vittime in ballo: ben 16 gli anni di reclusione richiesti in primo grado nel febbraio 2015. L’avesse saputo, probabilmente avrebbe dato quell’ordine di abbandonare la nave dieci secondi dopo l’urto. Come recita infatti un noto adagio: meglio scappare che toccarne.

Oggi c’è un’altra nave che imbarca acqua in Italia (fra le tante) ed è il Salento. La moria degli ulivi, nota anche come Complesso del Disseccamento Rapido degli Ulivi (CoDiRo) sta infatti falcidiando l’olivicoltura salentina e al momento non è dato prevedere se e quando si fermerà, oppure se si espanderà fino a confini al momento non stimabili.

Una task force era stata all’uopo nominata e aveva individuato come causa predominante il batterio Xylella fastidiosa pauca, supposta giunta in Puglia dal Costa Rica. Aveva anche trovato come soluzione l’uso d’insetticidi per controllare Philaenus spumarius, suo vettore, come pure l’abbattimento non solo delle piante affette da disseccamento, ma anche di molte sane. Questo con l’intento di creare una sorta di tagliafuoco atto a isolare l’area del contagio. In fondo, questa è una strategia simile a quella dei cosiddetti “viali tagliafuoco” realizzati nei boschi, descritti come segue dalla Protezione civile di Bellizzi per parola del Dott. Mario De Rosa:

<<I viali tagliafuoco sono opere preventive di massima importanza in tutte le situazioni territoriali e con le più disparate tipologie d’incendio. Consistono in vari trattamenti della copertura vegetale differenziati per finalità secondo lunghe strisce. In sede di progetto del viale tagliafuoco, si decide se impostare 1’opera in modo che debba arrestare definitivamente 1’eventuale incendio oppure solo rallentarlo permettendo alle squadre di estinzione di intervenire con successo. Nel primo caso la vegetazione deve essere totalmente eliminata e la larghezza deve essere notevole. Essa può variare a seconda delle caratteristiche del luogo tra 100 e 200 m. Nel secondo caso non è necessario eliminare la vegetazione, che viene solo ridotta ed è sufficiente una larghezza tra 15 e 60 m. Evidentemente la scelta tra le due soluzioni dipende dalle caratteristiche del territorio, dagli incendi che si verificano e dal servizio di estinzione>>.

In altre parole, per evitare che bruci un bosco di centinaia di ettari si decide di abbattere preventivamente molti alberi, sanissimi, perché un eventuale fuoco ne divori solo alcuni. È una decisione presa per giunta a “bosco spento”, cioè solo sulla mera ipotesi che possa generarsi un incendio. Incendio che magari non s’innescherà mai. Stranamente, però, in tal caso non si registrano proteste di massa, né comitati del No, né mozioni di partiti in perenne ricerca di notorietà mediatica o strani soggetti che all’urlo di “Gomblooddoooo!1!!1!” s’incatenano agli alberi per non farli abbattere. Né tantomeno si registrano Decreti di sequestro degli alberi destinati all’abbattimento per la realizzazione di siffatte opere di prevenzione anti incendio.

In Salento ci si trova oggi in una situazione che ricorda proprio quella dei Viali antincendio, con la necessità di abbattere ampie strisce di terreni alberati al fine di arginare un “incendio” di tipo fitosanitario, reale, tangibile, attuale: non ipotetico. E poco importa se l’agente è solo Xylella, oppure sono le tracheomicosi veicolate da Zeuzera pirina. Fosse anche ignoto l’agente eziologico causa del CoDiRo, quella sarebbe la via da seguire. Stranamente però, tutto ciò che non avviene per i viali tagliafuoco è avvenuto in Salento per gli ulivi. Fino al Decreto della Procura di Lecce che non solo ha bloccato gli abbattimenti e sequestrato gli alberi, ma ha addirittura inserito i membri della task force nel registro degli indagati per diversi reati, per quanto colposi. Così agendo, ogni attività sul campo atta al contenimento dell’epidemia, giusta o sbagliata che fosse, è stata paralizzata, invocando approfondimenti di ricerca scientifica che impiegheranno anni a svilupparsi.

Ora non resta quindi che attendere. Il tempo è infatti galantuomo e sarà lui a decidere se al timone del Salento vi fosse un Comandante con le palle, uno che prende decisioni magari pericolose e impopolari, ma finalizzate al male minore, oppure se a quel timone vi fosse un Capitano temporeggiatore e indeciso, come avvenne sulla Costa Concordia.

L’unico dubbio che rimane, quindi, è: per il naufragio del Giglio un Comandante è stato condannato a 16 anni e pagherà in qualche modo quel silenzio, nato in luogo di un secco ordine di abbandonare la nave. Se il Salento affonderà sotto il peso del CoDiRo, magari tirando con sé anche le Province limitrofe come quella di Bari, Brindisi e Foggia, chi pagherà per tutto questo?

Probabilmente nessuno. E si assisterà agli usuali rimpalli di responsabilità, come pure a inversioni a U di gente che fino a ieri tuonava contro gli abbattimenti, salvo poi saltare all’ultimo momento sulla scialuppa giusta, quella di chi aveva ragione.

È l’Italia baby, rassegnati…

 

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L’avanzata dei paranoici

Se i numeri descrivono la realtà in modo diverso da quello che vorrebbero loro, gli estremisti del fronte ecologista non esitano a insultare e minacciare scienziati e ricercatori che con il loro lavoro analizzano, misurano e verificano i fatti. Una deriva preoccupante cui la società civile sarebbe bene mettesse argine, isolando e sanzionando i violenti e i prepotenti

Quando gli ideali diventano violenti, meritano di essere combattuti prima che si trasformino in dittature

Quando gli ideali diventano violenti, meritano di essere combattuti prima che si trasformino in dittature

 

Si chiama Jay T. Cullen ed è professore presso la School of Earth and Ocean Sciences dell’Università di Victoria, in Canada. Per valutare eventuali esposizioni delle coste canadesi alle radiazioni originatesi dall’incidente alla centrale di Fukushima, accaduto nel marzo 2011, ha dato vita al progetto InFORM, acronimo di Integrated Fukushima Ocean Radionuclide Monitoring project.

L’allarmismo propagato dalle solite frange estremistiche stava infatti mietendo vittime in Canada e Cullen sperava che raccogliendo dati in mare si sarebbe potuto tranquillizzare l’opinione pubblica.
I numeri gli hanno dato ragione, ovvero la contaminazione del mare da parte della centrale giapponese si è così diluita nel tempo e nello spazio che davanti alle coste canadesi è di fatto impossibile distinguerla dalla normale radiazione di fondo già prevista dalla Natura.

In altre parole, di pericoli per i Canadesi non ce n’è.

Peccato che la paranoia sia una “Psicosi caratterizzata dallo svilupparsi graduale di forme di delirio cronico, ma lucido e coerente, non allucinatorio“. E di tale psicosi pare siano vittima alcuni tra i più oltranzisti sostenitori del disastro nucleare globale. Quelli per i quali, cioè, tutto il Mondo sarebbe esposto a un pericolo immane per quanto successo quasi cinque anni fa nella cittadina nipponica. E chi li contraddice, anche se con dei numeri, rischia grosso.

Del resto, vi furono allora pure dei gaglioffi che pubblicarono le mappe della diffusione delle onde sismiche del terremoto spacciandole per la diffusione in mare delle radiazioni. Oppure pubblicarono immagini di una raffineria di petrolio in fiamme, incidente accaduto anni prima, solo perché era molto più impattante della centrale nucleare allagata dal mare.

Non mancarono i mentecatti che affermavano che tutti gli abitanti dell’emisfero boreale, quello Nord, avrebbero dovuto evacuare le proprie terre se solo una delle cisterne di acqua radioattiva di Fukushima si fosse sversata in mare.
Per chi ama YouTube – e di imbecilli che su questo canale ci passano ore a nutrirsi di ogni tipo di bufala ce n’è anche troppi – vi si può perfino trovare un filmato di un tizio che poco tempo dopo l’incidente passeggia su una spiaggia in California con un rilevatore geiger mostrando che vi sono radiazioni ovunque. Peccato che la distanza fra Giappone e California sia tale che nessuna radiazione potesse arrivare in poche settimane fino a lì. In realtà, quella dove passeggiava il bel tomo era solo un’area già nota alle autorità per le sue radiazioni più elevate del normale. Basta infatti che nel sottosuolo ci sia solo una vena di minerali radioattivi e il gioco è fatto. Tant’è, la cosa è stata subito sfruttata dai soliti allarmisti di professione (o per hobby) per scatenare il panico fra gli Americani.

Insomma, ogni tipo di evento negativo avvenuto a migliaia di chilometri di distanza è stato attribuito a Fukushima, comprese le morie di stelle marine che periodicamente colpiscono le coste del Nord America, radiazioni o meno.

Jay T. Cullen è quindi finito subito nel mirino di tali paranoici, ricevendo non solo insulti e accuse di essere un venduto, ma addirittura minacce per la sua incolumità.

Di tutto ciò che è stato riportato nell’articolo sopra linkato, basti la traduzione di un solo paragrafo:

<<Non è stato solo chiamato “imbonitore dell’industria nucleare” e uno “scienziato farsa”, ma gli è stato detto che lui e altri ricercatori che stavano segnalando come le radiazioni di Fukushima non fossero una minaccia meritavano di essere giustiziati>>.

Giustiziati. Un termine agghiacciante per un individuo normodotato dal punto di vista psichico, ma terribilmente normale e perfin nobile per delle menti malate, intrise di ideologie pericolose.

Giustiziati. Perché per gli jihadisti dell’ecologia se i numeri dicono che non c’è pericolo quando l’ambientalismo paranoico dice che c’è, meriti di essere ammazzato senza troppe discussioni.

Dico da tempo che le nuove frontiere del neo-nazismo ambientalista si stanno spostando in avanti. E mi sento dire che esagero. Magari ne riparliamo fra vent’anni, sperando che nel frattempo il Professor Cullen sia ancora vivo, vegeto e incolume.

Perché se è vero che le radiazioni di Fukushima non sono arrivate in Canada, è altrettanto vero che il tarlo della follia è arrivato nella profondità di troppe teste. E la follia estremista è molto più letale delle radiazioni.

 

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