La gaglioffa ossessione dei disclaimer

disclaimer-1 Cresce la tendenza ‘avvocatesca’ di imporsi nelle discussioni scientifiche adombrando gli avversari con maliziosi sospetti di interessi economici personali: tattiche funzionali a chi di argomenti concreti ne abbia pochi e che cerchi quindi di averla vinta sul mero piano della retorica, arte più consona a un tribunale che a un dibattito scientifico. Una di queste è la richiesta ossessiva del cosiddetto ‘disclaimer’, cioè la frase che dichiara eventuali conflitti d’interesse. Dato che gli esperti migliori sulla piazza hanno spesso collaborazioni col mondo privato, ciò ne dovrebbe interdire ogni intervento. Arrogandosi il ruolo di arbitro – oltre che di contendente – si prova cioè a zittire chi possa dimostrare che abbiamo torto. Peccato che i conflitti d’interesse possano assumere connotazioni molto diverse da quelle di una banale e trasparente consulenza privata

Un avvocato difensore può essere chiamato a patrocinare un imputato pur sapendo che è colpevole. Ciò non lo condizionerà affatto, perché il suo mestiere è difendere il proprio cliente senza porsi troppe questioni di coscienza. Non si spiegherebbe altrimenti lo scaltro ed efficace operato dei difensori di Al Capone o di altri indifendibili farabutti che hanno ammorbato la società moderna.

Di fronte a una prova imbarazzante, egli cercherà quindi di trovare un cavillo o un vizio di forma che ne infici la validità. Analogamente, se un testimone ha dei punti deboli nella vita privata egli li sfrutterà per minarne la credibilità. E se non ne trova egli lascerà comunque sospettare che vi siano.

Perché se quell’avvocato accettasse il confronto onesto, aperto, il suo patrocinato ne uscirebbe con le ossa rotte. Se egli subisse all’improvviso un rigurgito di coscienza, non gli resterebbe che unirsi all’accusa e concordare una pena adeguata al reato contestato. Ma ciò non accade mai, ovviamente.

Qualcosa di simile si ravvisa anche negli scontri mediatici che sempre più spesso s’incendiano su argomenti scientifici, cioè quelli che dovrebbero essere i più facili da dirimere. Le prove sono infatti prove, i fatti fatti. Il resto non dovrebbe contare. Come si vedrà, invece e purtroppo, anche quando si discuta di Scienza la contesa verrà presto inquinata da tattiche che somigliano più a quelle degli avvocati difensori di cui sopra. Perché non è mica detto che sia solo il “bieco scientista” ad avere interessi personali nella disputa…

Dai laboratori ai tribunali

Fra le tante derive sociali moderne si sta assistendo alla “tribunalizzazione” della Scienza. Gli argomenti scientifici vengono infatti trattati sempre meno sul piano del merito e del metodo e sempre più su quello mediatico e giudiziario. Per esempio, si pensi alla fine che fece la commissione scientifica che bocciò la terapia Stamina di Davide Vannoni e soci: gli esperti vennero respinti dal Tar , il quale diede ragione allo psicologo della comunicazione che non accettava di essere giudicato da scienziati che si erano già espressi negativamente sulla sua terapia. Analogamente, si sospetta che verrebbe respinta anche una commissione di astronomi che bocciasse eventuali tesi per una Terra piatta solo perché avevano insegnato in precedenza che la Terra piatta non è. A Teramo, invece, furono ritenuti colpevoli gli esperti della commissione Grandi Rischi, per “aver indotto le vittime a restare a casa“, come se fosse scientificamente possibile prevedere quel terremoto che un cittadino aveva annunziato in base ad argomentazioni tutte sue. Argomentazioni che non pare siano più servite a prevedere i molti terremoti che da allora in poi si sono susseguiti a livello mondiale. Più di recente è giunta infine la sentenza che ha riconosciuto l’esistenza di un legame fra vaccini e autismo, condannando il Ministero della Salute a versare un vitalizio alla famiglia del bambino malato. Colpa anche del Ministero, il quale non avrebbe presentato appello nei tempi prestabiliti, ma la sentenza rimane comunque agli atti ed è stata emessa nonostante le schiaccianti prove globali che dimostrano che quel legame non esiste e non è mai esistito.

Quando i temi scientifici finiscono in tribunale, spesso le sentenze lasciano sbalorditi proprio gli scienziati

Quando i temi scientifici finiscono in tribunale, spesso le sentenze lasciano sbalorditi proprio gli scienziati

La rete, i pesci e i giocatori scorretti

Viste le premesse di cui sopra, la Scienza appare quindi messa sempre più in un angolo, chiamata a testimoniare solo quando e come vogliono i media, i social, la politica, la Giustizia o il popolino in generale. Pochi i meriti riconosciuti, molte le colpe gettate a prescindere, seguendo quella demenziale orgia d’ignoranza che partorì il mito degli untori di manzoniana memoria. E se si tenta di ristabilire l’ordine naturale delle cose, si può trovare un ostacolo ancor prima di iniziare: il fatidico “disclaimer”. Pubblichi un articolo che smonta una bufala sui vaccini? Devi prima dichiarare di non avere interessi in comune con le case farmaceutiche. Demolisci un libro dai contenuti surreali su carboidrati o proteine? Altro disclaimer che rassicuri sul fatto di non aver mai prestato consulenze per case produttrici di pasta o di carne in scatola. Perché se ciò non è, puoi anche calare sul tavolo le evidenze scientifiche più schiaccianti e solide, ma la tua parola varrà meno di quella del primo babbeo che su internet prenda le difese del guru che stai sbugiardando. Un guru decisamente scaltro, visto che lui di disclaimer si è messo in una posizione di non doverne pubblicare. Forse perché è già troppo impegnato a presenziare a strapagate conferenze o a firmare copie del suo ultimo libro-denuncia uscito nelle librerie di mezzo Mondo. Tutte entrate economiche le quali, stranamente, non pare rappresentino alcun conflitto d’interesse gli occhi dei suoi pugnaci proseliti, le cui motivazioni restano spesso un mistero.

Con un paio di conferenze, Vandana Shiva guadagna più di me in un anno di serio lavoro. Il tutto per raccontare che gli ibridi degli ogm sono sterili, cosa non vera, oppure che si sono suicidati migliaia di agricoltori indiani per colpa del cotone geneticamente modificato, altra cosa non vera.

Gille Séralini ha lanciato il suo libro “Siamo tutti cavie” sfruttando il clamore mediatico ottenuto garantendo a “Le Nouvelle Observateur” l’esclusiva per quella ricerca sugli ogm cancerogeni che in quattro e quattr’otto venne poi ritirata dall’editore perché non stava in piedi neanche con i puntelli da barche. Infine, il libro “The China Study” di Colin Campbell è uno dei best seller mondiali e viene sventolato da ogni vegano e vegetariano nonostante sia stato a più riprese ridimensionato e smentito. Lui e il suo autore, il quale pare abbia perfino inserito nel libro dati differenti da quelli che lui stesso aveva pubblicato su alcune riviste scientifiche. Forse, ragionando con i medesimi schemi mentali di certi intransigenti personaggi, si dovrebbe concludere che le pubblicazioni scientifiche non si vendono, i libri si. E a quanto pare l’idea di far soldi coi libri è divenuta comune nella famiglia Campbell: anche la moglie si è infatti cimentata con l’editoria producendo un libro di ricette vegetariane dal titolo, guarda caso, di “Le ricette di The China Study“. Alla faccia della mancanza di conflitti di interesse.

Secondo Colin Campbell le caseine sarebbero le sostanze più cancerogene del Mondo. Cioè, siamo tutti morti e non lo sapevamo...

Secondo Colin Campbell le caseine sarebbero le sostanze più cancerogene del Mondo. Cioè, siamo tutti morti e non lo sapevamo…

Si provi ora a immaginare cosa è successo quando Andrea Ghiselli, medico nutrizionista e dirigente ricercatore dell’Inran, ha spiegato su Wired che il “The China Study” sarebbe in realtà una bufala. Come per magia, puntuali come la muerte, si sono subito materializzate le “toghe del disclaimer”. Ghiselli è infatti membro del comitato scientifico della Fondazione Danone. Ovvio: è uno dei massimi esperti per quanto riguarda latte e derivati. Peccato che ciò abbia fatto subito spostare l’attenzione della discussione sulle collaborazioni private di Ghiselli anziché restare sui temi del contendere. Nel campo delle argomentazioni scientifiche Campbell ne usciva infatti malissimo, soprattutto considerando l’incoerenza fra ciò che ha pubblicato nel libro e sulle riviste scientifiche. Queste non pubblicano infatti una ricerca senza che dei qualificati referee valutino i risultati. Dire stupidaggini è quindi molto meno facile quando si viene giudicati da dei pari. In un libro che segue ben precise strategie di marketing editoriale, invece, si può scrivere in fondo quello che ci pare: che la carne è il peggior veleno del Mondo, oppure che la pastasciutta è il peggior veleno del Mondo. No! Lo zucchero! Ma scherziamo? È la farina! No! Il pesce! I formaggi! I pesticidi! Gli ogm! Le scie chimiche! Aaarrghhh!!! Moriremo tutti!!!!111!1!!1!!!!

Scusate, mi sono fatto un po’ trascinare…

Tornando alla querelle Campbell-Ghiselli, pure il curriculum ci si è messo di mezzo, dato che il primo ha un curriculum più lungo di quello del secondo e ciò dovrebbe bastare a far pendere la bilancia per il medico americano. Peccato che in materia di latte, caseine e nutrizione fra Campbell e Ghiselli non si possa esitare un solo secondo a scegliere, visto che quest’ultimo ha dalla sua parte i fatti più recenti. Macché: Campbell ha un curriculum “più lungo” e una miriade di copie vendute del “The China Study”. Volete mettere?

La discussione su Wired è quindi proseguita in un dialogo ove i difensori di Campbell si sono mostrati del tutto sordi alle argomentazioni che venivano loro sottoposte, come per esempio i reiterati inviti a leggersi proprio le pubblicazioni scientifiche in cui Campbell diceva cose molto diverse da quelle pubblicate poi nel libro. Ghiselli aveva interessi, quindi non valeva una cicca. Campbell no (!). E poi il pallone è mio e allora lo porto a casa così non giocate più! L’atteggiamento dei difensori dell’indifendibile, infatti, sconfinano spesso nel più disarmante infantilismo.

Quindi, per riequilibrare le tenzoni mediatiche con una sorta di par condicio, sarebbe bene che il famigerato disclaimer venisse reso obbligatorio anche per tutti coloro che i propri guadagni li ottengano magari cavalcando mode e pubblicando tomi che accendano paure alimentari o ambientali. Se infatti non attizzi un po’ di allarmismo, come diavolo fai a vendere centinaia di migliaia di copie tradotte in una dozzina di lingue diverse? Oppure, un analogo disclaimer andrebbe richiesto a coloro che rimedino cachè faraonici per sgonnellare a destra e a manca per il Globo, raccogliendo – oltre a un mare di quattrini – anche i consensi di platee tanto impreparate quanto compiacenti, sempre pronte ad applaudire come foche ammaestrate in attesa di un’acciuga anche quando vengano loro dette inenarrabili stupidaggini dal punto di vista scientifico e probatorio.

Perché, come dicevano i Latini, “Pecunia non olet”, cioè il denaro non puzza. Per quale arcana ragione i proventi rimediati con una consulenza privata dovrebbero quindi essere “puzzolenti”, mentre quelli rimediati creando il mito di se stessi attraverso bufale antiscientifiche dovrebbero essere considerati leciti? Forse, il peggior conflitto d’interesse è proprio quello di chi cerchi di difendere coi denti i guadagni fatti raccontando stupidaggini. Stupidaggini che se si affrontano secondo logiche puramente scientifiche crollano miseramente.

In molti casi, sono i guru che tuonano contro i guadagni degli altri ad avere i conti in banca più ricchi, grazie alla ricca pletora di seguaci che ne gonfiano il mito

In molti casi, sono proprio i seducenti guru che tuonano contro i guadagni degli altri ad avere i conti in banca più ricchi, grazie alla ricca pletora di seguaci che ne gonfiano il mito

Quanto al mio, di “disclaimer”, potrebbe essere strutturato più o meno come segue:

Dichiaro di essere originario della Provincia di Livorno, città patria del movimento anarchico e di genti che sono disposte a mangiare pane e cipolle pure di dire quello che pensano. Nella casa del mio bisnonno Alberto trovò riparo Pietro Gori, l’anarchico in fuga dai gendarmi in attesa di riparare in America e forse anche per tale ragione nemmeno le aziende per le quali presto consulenze si azzardano a esercitare pressioni e le poche che ci hanno provato con me non lavoreranno mai. Valuto sempre e solo i contenuti, i metodi e i meriti. Mai le persone in quanto tali, né i curriculum, né le fonti dei redditi di chi condivide le proprie conoscenze. Chi vuole confrontarsi con me, quindi, non ci si provi nemmeno a fare il gaglioffo denigratore, attaccandosi ai banner pubblicitari ospitati dai siti su cui scrivo, oppure alle mie origini professionali. Con me non attacca: se avete torto rassegnatevi e preparatevi: io sarò in grado di dimostrare sia il vostro torto, sia la vostra disonestà intellettuale”.

Piaciuto come disclaimer? E se non vi è piaciuto, saprò serenamente farmene una ragione.

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Per chi crede a “The China study”

Sogno vegetarianoIl libro di Colin Campbell, resoconto di una ricerca svolta a partire dagli Anni 80, è spesso sbandierato quale Manifesto dal Mondo vegano e vegetariano. Ma davvero la grande mole di numeri è sufficiente per trarre conclusioni come quelle tratte dal biochimico americano? La statistica e il buon senso globale direbbero di no…

La Cina è grande, in effetti. Quindi, cosa c’è di più affidabile di un’indagine epidemiologica su malattie e alimentazione se svolta nel Celeste Impero? Questo potrebbe essere il biglietto da visita del “The China Study”, libro di Colin Campbell edito nel 2005 e diffusosi molto in fretta fra chi osteggia i cibi di origine animale. Tanto per capirsi, i link al “The China Study” sono spesso buttati là nelle discussioni su salute e cibo, accompagnati talvolta anche dalla spocchia di chi s’illude di sapere ormai tutto, quando invece sta solo guardando la palla dall’unica parte che gli interessa.

Per quanto i numeri analizzati da Campbell siano imponenti, lo studio pare infatti giocare in modo un po’ furbetto con la statistica, come pure sembra non tenere affatto in considerazione ciò che avviene nel resto del Mondo e che è avvenuto all’Umanità negli ultimi 150 anni.

Vediamo quindi il botta e risposta fra l’autore e Denise Minger, cioè l’autrice di una revisione in chiave statistica del lavoro di Campbell. Interessante nota: Denise è una ex-vegana e ancora oggi, per motivi di intolleranze, non si nutre di latticini. Questo giusto per chiarire che non patisce certo di condizionamenti preconcetti verso chi crede nell’alimentazione “animal-free”.

 

Leggi le critiche di Denise Minger

Leggi la risposta di Colin Campbell

 

Statistica si, ma quale?

La giovane americana (è del 1987) parte da una serie di rielaborazioni statistiche dei dati analizzati da Campbell. Rielaborazioni fatte, per esempio, depurando i calcoli dalla variabile colesterolo. Campbell avrebbe infatti triangolato un po’ troppo spesso la correlazione fra proteine animali e tumori facendola rimbalzare sulla sponda del colesterolo. Questo in effetti è un “termometro” dei consumi di cibi animali ed è spesso presente ad alti livelli nelle persone più afflitte da problemi oncologici. Diventare vegani ci salverà quindi dal cancro? No, per il semplice motivo che il colesterolo è solo un indicatore dell’abuso di carne e latticini, fatte salve le produzioni endogene che con la dieta nulla hanno a che fare. Se però si eccede nel consumo di questi alimenti si avrà il colesterolo più alto e quindi una maggiore predisposizione a sviluppare patologie di tipo cardiovascolare. Infarti e ischemie cerebrali sono infatti causati da depositi di colesterolo nelle arterie, aggravati o mitigati in buona parte dalle abitudini di vita e dalla presenza o assenza di vizi come il fumo o l’alcol (se si beve un po’ troppo non è più un piacere: è un vizio). Con i tumori però il colesterolo poco c’entra se non come marcatore: i suoi alti livelli rivelano solo che la persona eccede con i cibi di cui sopra e questi sono in effetti degli apripista ad alcuni tipi di tumore se assunti in forti quantità, specialmente in carenza di alimenti vegetali. Questi ultimi sono infatti molto importanti nella dieta e se una persona se ne priva fa un danno già di per sé alla propria salute anche se poi mangia solo pasta e patate, prive di colesterolo e di proteine animali. Figuriamoci poi se questa persona s’ingozza pure di eggs’n’bacon fritti nel burro e di T-bone da mezzo chilo accompagnate da montagne di patatine fritte: se non diventa vecchio ciò non deve stupire.

L’adozione da parte di Campbell del colesterolo come parte integrante delle statistiche suona quindi un po’ strumentale e la Minger non perde occasione per sottolinearlo nella prima parte della critica al professore statunitense.

A pagina 12 viene poi citata una parassitosi, nota come schistosomiasi, causata da alcuni vermi piatti (platelminti). Questi avrebbero un peso notevole nello sviluppo dei tumori al colon e al retto. La correlazione con i tumori colon-rettali risulta infatti pari a +89 (scala da 0 a 100) e lascia quindi pochi dubbi sulla pericolosità di questi vermi microscopici. Essi, come ci insegna perfino l’enciclopedia Treccani, prevedono un ciclo di vita indiretto che oltre all’ospite definitivo, come l’Uomo, prevede alcune fasi larvali obbligate all’interno di diverse specie di lumache d’acqua dolce. Infestazioni di Schistosoma sono molto frequenti soprattutto in Asia sud-orientale, ove il parassita si può contrarre immergendosi in acque stagnanti. Se si pensa quindi ai contadini cinesi che camminano a gambe nude nelle loro risaie, non si stenta a capire quanti di essi possano acquisire i platelminti e, magari, sviluppare di conseguenza un tumore al colon-retto. Non a caso, alcune ricerche svolte nel Celeste Impero (Xu 1984) evidenziano lo Schistosoma quale importante causa di tumore colon-rettale.

Interessante pure la considerazione di Denise su birra e colesterolo (pag. 17), idem la correlazione “leucemia-industria-agricoltura-colesterolo”. In effetti, depurando i dati dal tipo di occupazione e di località in cui i Cinesi vivono, la correlazione leucemia-colesterolo di Campbell perde la maggior parte del suo mordente. In altre parole, se si viene esposti ad alti livelli di benzene e di altri inquinanti tipicamente industriali e cittadini, si hanno molte più probabilità di contrarre leucemie. Il colesterolo sarebbe quindi solo una presenza contestuale, ma non determinante ai fini numerici. Fra relazione di contestualità temporale e di rapporto causa-effetto c’è infatti una bella differenza. A conferma, anche il virus dell’epatite B, notoriamente correlabile ai tumori al fegato. Peccato che questo virus induca anche una maggiore espressione del colesterolo. Quindi se si è contratta l’epatite B è normale avere più colesterolo nel sangue. Se perciò si afferma che il tasso di tumori al fegato è correlato al colesterolo non è di per sé sbagliato, peccato che il colesterolo sia solo un marker e non la causa. La sua origine non è infatti dalla dieta, ma dall’interferenza del virus. Sostenere che il tumore al fegato viene per i consumi di alimenti animali che innalzano il colesterolo è per lo meno fuorviante e incompleto.

Molto diretti ed esplicativi anche i grafici da pagina 20 a pagina 24, nei quali si mostra il confronto fra le cinque Province cinesi a maggior consumo di cibi animali con le cinque a minor consumo di carni e latticini e più orientate ai vegetali. Molto spesso le varie malattie oncologiche colpiscono meno le prime e più le seconde. Tutto smontato il lavoro di Campbell? No, solo in parte. Quando si parla di Cina si deve infatti tenere a mente che in realtà questo gigante geografico è la somma di aree molto distinte fra loro. Si passa da quelle costiere a quelle tibetane, con ovvie differenze per quanto riguarda non solo l’alimentazione, ma anche lo stile di vita, le condizioni esterne, incluso il clima, e infine la genetica. Già, perché una buona parte dell’origine dei tumori affonda le radici proprio nei nostri geni. Popolazioni isolate fra loro possono quindi mostrare differenze sensibili in tema di predisposizione oncologica, indipendentemente da ciò che mangiano, perché la variabilità genetica schiaccia quella di tipo alimentare. Una vera riprova dei grafici della Minger si potrebbe avere solo facendo alimentare in modo diverso qualche migliaio di abitanti per ognuna delle Province elencate. Dopo qualche anno si vedrebbero forse differenze che al momento sfuggono. Non si può infatti escludere che gli abitanti della contea di Tuoli, apparentemente più sani di altri nonostante la dieta fortemente orientata ai cibi animali, non beneficerebbero di un cambio nella loro alimentazione. Inserendo frutta e verdura in abbondanza potremmo scoprire infatti che anche per il popolo di Tuoli le statistiche migliorerebbero. Come pure magari peggiorerebbero quelle delle contee ad alto consumo di vegetali se nella loro dieta venissero aggiunte forti componenti animali. Denise Minger è stata molto brava ad analizzare i numeri, ma forse a causa della giovane età le ha fatto difetto la capacità di ragionare in modo più ampio, ipotizzando scenari che i numeri ovviamente non contenevano. Ciò infatti le ha guadagnato diverse critiche e accuse da parte dei sostenitori di Campbell. Crescerà…

Altrettanto interessanti rispetto ai grafici di cui sopra risultano anche le considerazioni fatte da Denise sul consumo di verdure verdi (pag 8 e seguenti): stando ai numeri, conterebbe di più la costanza nel mangiarle rispetto al volume assoluto consumato in un anno. E questo ragionamento ha tutta una sua logica, dato che appare funzionale alla sensata abitudine di mangiare un po’ di tutto e spesso. Si sa infatti da tempo immemore che piccole dosi spalmate nel tempo, di ogni cibo, fanno bene alla salute, mentre la concentrazione selettiva di alimenti nel corso dell’anno non fornisce altrettanti benefici. Meditino quindi coloro i quali vagheggiano al bel Mondo antico, ove si mangiava solo frutta di stagione e d’inverno si viveva di polenta, formaggi e salumi conservati, perché nel Regno vegetale da ottobre ad aprile di fresco vi erano più che altro verze. I moderni flussi commerciali del cibo, giunto a noi da ogni parte del Globo, ci permettono di alimentarci con ogni tipo di prodotto in ogni momento dell’anno. E come si vedrà, forse hanno pure avuto un peso importante sulla nostra attuale longevità.

 

Minger Vs. Campbell, su un ring di formaggio…

Caseine veleno universale? Ciò parrebbe la conclusione tratta da Campbell dopo alcuni studi di laboratorio (sui topi, non sui Cinesi) in cui diverse dosi di caseine sarebbero state somministrate alle cavie. L’autore de “The China Study” non esita infatti a dire che “… la caseina si è rivelata così potente nei suoi effetti che potremmo accendere e spegnere la crescita del cancro semplicemente cambiando il livello somministrato“. Mangiate Parmigiano? Amate il Gongonzola o il Puzzone di Moena? Siete spacciati: forse non arriverete a Natale… Se invece un cancro lo avete già, basterà che smettiate di mangiare formaggi e latticini e lui si fermerà da solo. Ogni commento a tale approccio appare superfluo.

Ma davvero stanno così le cose? Vi è da dubitarne. Non solo per i dati sulla Contea cinese di Tuoli, ove le caseine sono alla base dell’alimentazione quotidiana, ma anche guardando alle ben longeve popolazioni montagnine del nostro arco alpino, ove latte e formaggi hanno rappresentato per millenni la più ricca fonte di cibo durante i mesi autunno-vernini.

Denise ne parla a pagina 25, facendo alcune interessanti considerazioni sulle asserzioni un po’ troppo assolutistiche di Campbell in materia di proteine. In alcuni studi sulle influenze delle aflatossine sul tumore al fegato, egli vide infatti differenze fra ratti alimentati con cereali e ratti alimentati con caseine. A chi scrive, in effetti, ha personalmente ricordato un po’ il controverso lavoro di Gilles Seralini sugli ogm. Ovvero, uno studio che pone gli animali di laboratorio in condizioni ben poco realistiche al fine di trarre conclusioni che più che scientifiche sembrano ideologiche. La vacuità di Campbell nell’esporre alcune “evidenze” da lui osservate in altri studi viene additata puntualmente dalla Minger, la quale evidentemente possiede un buon livello di sano scetticismo. I numeri del resto sono numeri, mentre le parole e i “sembra che” lasciano sempre il tempo che trovano. Questo, per lo meno, se si sa cosa voglia dire la parola “Scienza”.

Peraltro, lascia abbastanza perplessi una frase, proprio di Campbell, in materia di nutrizione: “Tutto negli alimenti lavora insieme per creare la salute o la malattia. Quanto più si suppone che una singola sostanza chimica possa caratterizzare un alimento intero, più ci si perde nell’idiozia”. Un concetto assolutamente condivisibile, questo, ma che appare strano quando espresso da uno che ha fondato buona parte delle sue ricerche proprio sugli effetti dannosi di un elemento nutritivo, come nel caso della caseina.

Nella sua confutazione alle critiche di Denise Minger Campbell apre infatti con una lunga spataffiata sulla “plausibilità biologica”, cioè se una cosa pare aver senso agli occhi del ricercatore probabilmente quella cosa è vera… Questa, secondo l’autore, varrebbe quindi più dei numeri e della statistica (!), affermando che “… l’effetto della caseina, che è stato studiato in profondità, se giudicato secondo i criteri formali per determinare sperimentalmente le sostanze chimiche classificate come cancerogene, classifica la caseina come la sostanza cancerogena più rilevante mai identificata”.

Strano, perché nelle liste realizzate dallo Iarc (International Agency for Research on Cancer), la caseina non risulta, mentre invece compaiono già al Gruppo 1 (Cancerogeni per l’Uomo) le foglie di Betel, un alimento vegetale presente in Asia. Al Gruppo 2B (Possibili cancerogeni) vi sono invece gli estratti di Ginko biloba, di Aloe vera e di Kawa, altra sostanza vegetale. Tutti prodotti che molti salutisti e puristi del Bio e del Veg si vanno a comprare in erboristeria. Pure la carragenina, estratto algale utilizzato come additivo perfino in certi preparati biologici, appartiene al Gruppo 2B. Aprendo il frigorifero, magari potremmo anche rimanere sorpresi di sapere che il pesto alla genovese contiene metileugenolo, presente anche in alcune erbe aromatiche. Molte spezie contengono invece safrolo, il quale finisce quindi nei piatti per nostra stessa volontà. Come le classifica lo Iarc? Sempre nel Gruppo 2B: possibili cancerogeni. Ma la caseina, no. Non c’è. Strano, si diceva, perché da come la mette Campbell dovrebbe risultare nella prima lista, al pari delle radiazioni ionizzanti, del benzene e dell’amianto.

In compenso, nella monografia n° 77 dello Iarc si riporta a pagina 106 uno studio che fa divenire la caseina molto più simpatica di quanto Campbell la vorrebbe far intendere: a dei ratti è stata somministrata per alcune settimane una dieta differenziata. Un gruppo assumeva alimenti con il 20% di caseina mentre un altro no, solo amidi. Dopo due settimane i due gruppi sono stati ulteriormente divisi in due e alla loro dieta sono stati aggiunti o meno degli ftalati, sostanze usate in passato come plastificanti ma poi aboliti perché agivano negativamente sul sistema endocrino. Gli ormoni, tanto per capirsi. Orbene, nei ratti alimentati con caseina le influenze degli ftalati erano molto inferiori rispetto al gruppo senza caseina. In altre parole, le caseine avevano giocato un ruolo protettivo e i ratti che l’avevano assunta mostravano un più alto numero di spermatozoi dei loro simili “non caseinati”. Interessante, visto che gli ftalati sono stati presenti nei contenitori in plastica per i cibi fino a pochi anni fa. Assumere caseine ha quindi avuto un apprezzabile effetto protettivo per la salute umana, con buona pace di chi le denigra a ogni pie’ sospinto.

Si può chiudere infine questo paragrafo con una risposta data da Campbell a Denise: “In sintesi, la critica di Denise manca di senso delle proporzioni. Dà (con esagerazione notevole, a volte) all’analisi dei dati della Cina un peso maggiore di quanto meritano ignorando le evidenze discusse negli altri 17 capitoli del libro. Il progetto di ricerca in Cina è stato uno studio fondamentale, sì, ma non era l’unico fattore determinante delle mie opinioni”.

Che buffa cosa… Denise, secondo Campbell, avrebbe focalizzato troppo sui dati cinesi, che lui per primo parrebbe ora ritenere secondari. E allora perché mai il libro lo ha intitolato “The China Study”? Misteri della psiche umana (e forse anche del marketing editoriale e della self-promotion)

 

Oltre “The China Study” e Denise Minger

Visto quanto sopra, sarà bene ora analizzare i fatti salendo un po’ più in alto e guardando il Mondo da diversi punti di osservazione, perché mica esiste solo la Cina…

Cosa succede se per esempio diamo un occhiata a livello spazio-temporale alla Terra, cercando di capire come l’alimentazione e il progresso in genere abbiano storicamente influito sulla nostra vita? Per giunta, va considerato pure che spesso il progresso è stato reso possibile proprio dai cambi nella dieta e che il progresso ha poi a sua volta influito sulla dieta stessa. Un circolo talvolta virtuoso, talvolta no. L’alta percentuale di obesi negli Usa e di diabetici in Cina ne sono una dimostrazione. Mangiare proteine animali fa quindi davvero male? Fa morire di cancro? In altre parole, accorcia la vita? Per prolungare la nostra esistenza e scampare ai cancri, dobbiamo quindi diventare tutti vegan-fruttariani? In Giappone se leggono queste domande iniziano a ridere a Natale e finiscono a Ferragosto.

Ogni anno i Figli del Sol Levante consumano infatti più di 70 chilogrammi di pesce pro-capite, posizionandosi al secondo posto dopo il Cile con 77. L’Italia, tanto per fare un paragone, è al decimo posto con circa 23 chili a testa. Nonostante ciò – e in barba a chi gufa contro i “mangiacadaveri” – l’età media del popolo giapponese è al secondo posto al Mondo, con 44,6 anni, di poco superiore all’Italia, terza, con 44,3. Solo il Principato di Monaco batte il Giappone, con 48,9. Un dato che però va interpretato, dal momento che nel Regno monegasco la popolazione non è esattamente quella che si potrebbe definire “standard”, visti i flussi di persone che mirano soltanto a pagare meno tasse.

Ancor più marcati i numeri relativi alle aspettative di vita. In questa particolare classifica il Giappone occupa invece la prima posizione, con la bellezza di 84,02 anni, media degli 87,56 delle donne e dei 79,67 degli uomini, da sempre meno longevi delle proprie compagne. L’Italia si conferma comunque in buona posizione, la quarta (preceduta oltre che dal Giappone anche da Macao e Andorra) con 82 anni, risultanza dei 79,4 degli uomini e 84,5 delle donne. L’India, Paese vegetariano per antonomasia, è invece al 145° posto e mostra un valore medio di soli 68,59 anni, ricavati dai 71,17 delle donne e i 66,28 degli uomini. La Cina, infine, si ferma su un valore di 75,2 anni, posizionandosi quindi a metà strada fra la vegetariana India e il “pescivoro” Giappone. Numeri questi che danno di che pensare, soprattutto ricordando le accuse di danneggiare la salute mosse ai cibi di origine animale. Specialmente il pesce è per alcuni considerato ancor peggio della carne (forse perché, come l’ospite, puzza?) e a questo tipo di alimento viene attribuita ogni nefandezze cancerogena: putrescine, cadaverine e chi più ne ha più ne metta. In pratica, per certe teste un po’ bacate, se si mangia un fritto misto o un branzino al sale forse non si arriverà vivi al prossimo w-end.

Ma al di là del Giappone, qui in Italia come siamo messi e, soprattutto, come eravamo messi 150 anni fa? Come visto l’Italia è oggi al quarto posto al Mondo per aspettative di vita. Viviamo alla grande e a lungo, a quanto pare. Quindi, analizzando le statistiche dovremmo scoprire che tale spaccato sanitario deve per forza poggiare su un trend alimentare vocato al Veg. Niente affatto, anzi. Nel grafico successivo si mostrano i trend relativi alla statura media, alle aspettative di vita e ai consumi di cibi animali (carne, pollame, pesce etc.).

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Come si vede, dal 1861 al 2011 la dieta italiana ha visto più che decuplicare la presenza di alimenti animali. Se fosse vero quanto ipotizzato da certi movimenti pseudo-scientifici (o meglio: pseudo-religiosi) dovremmo essere tutti malati di cancro e morire ben da giovani. Invece, con buona pace di quei ricercatori che si affannano per dimostrare che carne e formaggi sono veleni, l’attuale salute degli Italiani sembra scaturire proprio da una marcata crescita dei cibi di origine animale.

Ovviamente, ci sono considerazioni più profonde da fare circa i dati espressi nel grafico: le aspettative di vita del 1861 erano anche fortemente influenzate da fattori sociali (guerre, rivolte) e sanitari (epidemie). Di sicuro, se ti rompevi una gamba allora rischiavi di morire per setticemia. Come pure era altissima la mortalità per parto, sia dei bimbi, sia delle madri. Per non parlare delle setticemie post-operatorie e post-partum, le quali facevano fuori una marea di poveri innocenti. Non mancavano le tossinfezioni alimentari, come tifo, colera, salmonella e chi più ne ha più ne metta. Erano poi gli anni delle grandi carestie, come quella indotta dalla peronospora delle patate che verso la metà dell’800 ne distrusse le produzioni europee causando milioni di morti, generando pure gli imponenti flussi migratori verso l’America che caratterizzarono quei decenni. Un periodaccio, insomma. L’arretratezza tecnologica e scientifica faceva si che se ce la facevi a campare bene, se no morivi. Certamente, anche la sotto nutrizione incideva molto. Basti pensare alla pellagra nelle province del Veneto, o alle epidemie i cui danni venivano amplificati dalle scarse difese della popolazione, cronicamente tenuta a stecchetto da uno stato di profonda miseria. La carne all’epoca era “roba da ricchi” – e infatti avevano spesso la gotta, quei golosi senza ritegno – mentre le tavole popolane facevano mostra per lo più di qualche fonte di carboidrati come pane, pasta, polenta o patate, accompagnate da verdure di facile produzione, come brassicacee e ortaggi di stagione. Già i fagioli, considerati la carne dei poveri, mica ce li avevano tutti. Ed era quindi fame nera. Fu proprio il progresso a migliorare le condizioni di vita della popolazione, la quale poté assumere quantità crescenti di cibi ad alto valore nutrizionale come sono appunto quelli di origine animale. E dal cibo nasce il progresso e dal progresso il cibo.

Come si vede nel grafico, anche l’altezza media della popolazione è nel frattempo salita: un bel salto di 15 centimetri in 150 anni. Praticamente un centimetro ogni dieci anni. Un incremento di statura che può essere spiegato prevalentemente per via alimentare, dato che l’evoluzione genetica richiede molto più tempo per esprimersi. Soprattutto parlando di altezza media, l’abbondanza di cibo ad alto valore nutrizionale e di proteine ha fatto quindi si che gli Italiani potessero esprimere al meglio le proprie potenzialità genetiche, le quali restavano castrate in passato da una dieta troppo povera. Magari avevano anche bassi livelli di colesterolo, ma si nutrivano in modo così povero che quella era forse l’unica (magra, magrissima) consolazione…

 

Conclusioni

Dobbiamo quindi mangiare solo bistecche e formaggi? Niente affatto. Una dieta equilibrata deve poggiare su una predominanza di elementi vegetali, con molte verdure e frutta, come pure legumi e cereali, sebbene dosati in modo oculato perché molto calorici. Se a ciò si aggiunge qualche uovo, del latte, un pezzo di pecorino o un arrostino, la salute non se ne avrà certo a male, anzi. Specialmente se alla sobrietà a tavola si affiancherà anche una certa sobrietà nello stile di vita, evitando per esempio fumo e alcolici (da assumersi solo in modeste quantità) e moltiplicando le ore di attività fisica. E se abitate nel bel mezzo di una grande città, attorniati da benzene, polveri sottili e inquinanti vari di derivazione industriale, automobilistica o civile, invece di martellare gli zebedei su web inneggiando alla via della Salvezza Vegana, cercate di traslocare in campagna, magari ampliando anche i riferimenti bibliografici. Perché, come visto, leggere e credere solo a dei bei tomi come “The China Study” non pare avere molto senso…

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