Aveva ragione Henry Kissinger?

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Bayer e Monsanto: dati e numeri, non solo sulla loro fusione

Chi controlla il cibo controlla i popoli, ammoniva il Segretario di Stato americano. Ora Bayer compra Monsanto per 66 miliardi di dollari e diviene la prima azienda al mondo nel settore delle sementi e dei prodotti per la difesa delle colture. La libertà agroalimentare mondiale è quindi in pericolo?

La risposta è no, ma già circolano su web immagini di demoni dagli occhi infuocati, con la scritta “Da Monsatan a Beelzebayer”. È più forte di loro: le multinazionali sono il Male e tutti noi siamo minacciati da esse. C’è anche chi, come Piernicola Pedicini, Capogruppo in commissione Ambiente, Sanità e Sicurezza alimentare al Parlamento europeo, intravede la possibilità che la nuova realtà sia in grado contemporaneamente di fare ammalare la gente, tramite pesticidi e ogm, per poi curarla con le medicine di Bayer. Si paventa anche un “Leviatano”, mitologica figura mostruosa e gigantesca, da 70 miliardi di euro di fatturato. Invincibile, secondo i Cinque Stelle.

La realtà, come al solito, è ben diversa. Non vi è dubbio che la nuova Bayer, Antitrust permettendo, possa diventare il più grande player mondiale, ma i 70 miliardi di euro sono un sogno agitato dopo una peperonata mangiata fredda. Una cifra del genere la fattura l’intero Gruppo Basf, il più grande colosso della chimica mondiale. Bayer, come gruppo, ne fattura circa 46. Come CropScience “solo” 10,37. Per lo meno leggendo l’annual report 2015 della società. Questi sarebbero per l’82% derivati dai prodotti per la disinfestazione e la difesa delle colture e per il 18% dalle sementi, ogm o meno che siano.

Monsanto, altro annual report 2015, di miliardi di euro ne ha raccolti 13,5. Uno in più di Coop in Italia. Sì, la “Coop sei tu” vende in Italia poco meno di quanto venda Monsanto in tutto il Mondo. Il suo assetto è però all’opposto di quello di Bayer: il 66% circa deriva dalla genetica, ovvero le sementi, il restante terzo del fatturato proviene da glifosate, l’unico agrofarmaco del colosso di St. Louis. Molto sbilanciata, Monsanto. Perché viste le vicissitudini di glifosate a livello europeo e l’ostracismo, sempre europeo, verso gli ogm, la stabilità dell’azienda nel lungo periodo non pare fra le più robuste. Urge quindi un cambiamento. Ci ha provato, Monsanto, a comprarsi lei Syngenta. Ma ha fallito. E la multinazionale svizzera è diventata cinese, acquisita da quella stessa ChemChina, statale, risponde direttamente a Pechino, che due anni fa si è comprata il 60% di Adama, ex-Makhteshim Agan, azienda israeliana numero uno al Mondo per i prodotti off-patent. Cioè quelli scaduti di brevetto ma ancora appetitosi per la creazione di nuove formulazioni e miscele. Ora pare se la voglia rilevare tutto. Nel 2015 si è presa pure il 65% di Pirelli, annunciando subito il ritorno del Marchio anche ne segmento agricolo, settore dismesso da Pirelli una decina di anni fa e rilevato dalla svedese Trelleborg.

Intanto, Dow e Dupont diventavano una cosa sola, creando un grande polo americano per la genetica e la chimica agraria dal potenziale fatturato mondiale di 14,2 miliardi di euro.

Quella di Bayer-Monsanto è quindi la manovra più rumorosa, senz’altro la più appariscente. Non certo la più importante, visto che la Cina sta muovendo passi importanti verso l’agricoltura occidentale, specialmente quella europea. Lo stesso acquisto di Syngenta è arrivato solo dopo che il Governo cinese aveva annunciato di voler investire molto di più in biotecnologie e ogm. La Cina vuole cioè coltivarseli in proprio anziché importarli da Brasile e Argentina. Syngenta non è la numero uno al Mondo per vendite di sementi, visto che stalla sui 2,5 miliardi di euro contro i nove di Monsanto. Però ha il know-how, le strutture, i cervelli e le genetiche tutte lì, a disposizione. E a Pechino poco ne cala che sul Pianeta non sia in testa alle vendite, perché è appunto al mercato interno che sta puntando. Non a caso, sono diverse le università cinesi che hanno già messo a punto nuovi ibridi geneticamente modificati, pronti a essere coltivati in campo. Laggiù, nel Celeste Impero, le istanze allarmiste e farlocche non pare abbiano presa, a differenza dell’Europa. Un’Europa che ha fatto arricchire la Cina comprando i suoi prodotti a basso prezzo e che ora si vede assediata dal colosso asiatico e dal suo cambio di marcia. Da un assalto meramente commerciale, basato su scarpe a 10 € al mercatino rionale, ora la Cina ci sta aggredendo sul piano industriale ed economico. E i mezzi finanziari per farlo glieli abbiamo dati noi.

Forse sarebbe di questo che il popolo dovrebbe quindi preoccuparsi. Bayer, se l’acquisizione si concluderà senza intoppi, diverrà un importante riferimento commerciale e tecnologico, altamente bilanciato. Avrà infatti un catalogo di agrofarmaci spesso come un elenco telefonico e amplierà il proprio portfolio di sementi e genetiche, biotech e non. Anche il rapporto fra semi e chimica si equilibrerà molto, visto che sarà quasi fifty-fifty. E chissà che non sia proprio grazie alla nuova Bayer che l’avanzata della Cina in Occidente venga rallentata e, forse, fermata. Vedere solo il male nelle cose, non è infatti un buon approccio mentale. Così come non lo è vedere solo il bene.

Con Henry Kissinger abbiamo aperto, con Henry Kissinger è bene chiudere. Prima di illudervi che le sue parole fossero una mannaia su operazioni come quella di Bayer-Monsanto, ricordatevi che Kissinger fu politico statunitense, di origine ebraica tedesca, membro del partito Repubblicano. Un liberista, un Ebreo, per giunta tedesco. Per di più Repubblicano. Eppure le sue parole sono state a lungo adoperate a vanvera da chi sputacchia veleni sul Partito repubblicano, sui complotti globali giudaico-capitalisti e sulle politiche industriali liberiste e su quelle economiche tedesche.

Trovare gli annual report non è difficile, visto che siete pratici del web. Scaricatevi quello delle multinazionali di cui sopra, quelli del 2015, e poi leggeteveli. Ma leggetevi anche quelli della succitata Coop, di Auchan e di Carrefour. La prima, come detto, fattura in Italia 12,5 miliardi di euro, uno solo in meno di Monsanto a livello planetario. Auchan vende in Europa per 54,2 miliardi di euro, cioè più del doppio di quanto assommino i fatturati di Bayer e Monsanto.

Infine Carrefour: 77 i miliardi di euro raccolti nel 2015. Il 10% in più di Basf, colosso numero uno mondiale della chimica. Notizia fresca fresca: Bernardo Caprotti, patròn di Esselunga, lascia. A 91 anni molla la sua creatura e la mette in vendita. Carrefour è in pole position, visto che già nel 2004 ci aveva provato, senza successo. Oggi potrebbe rifarsi avanti e accaparrarsi i 7,3 miliardi di euro fatti registrare nel 2015 da Esselunga. Ciò la porterebbe a superare la soglia degli 84 miliardi di euro, operando solo in Europa. Una cifra che è una volta e mezza le vendite globali di agrofarmaci. La sola Carrefour venderebbe cioè molto di più di tutte le multinazionali della chimica agraria messe insieme. E vende cibo. Parla ai consumatori. Ne indirizza le scelte e le preferenze. Gli agricoltori contano poco o nulla nelle filiere agroalimentari, raccogliendo solo le briciole dei prezzi alla vendita della loro ortofrutta. Sono cioè l’ultima ruota del carro, la Cenerentola che vive di avanzi. E se conta così poco l’agricoltura sui banconi dei supermercati, sulle scelte alimentari della gente, sui commerci globali di cibo e di materie prime, cosa volete che contino i fornitori dell’agricoltura, ovvero le multinazionali del seme, della chimica e delle macchine agricole?

Bravi: una cippa quadra.

Henry Kissinger aveva quindi ragione. Solo che i governatori del cibo, i padroni dei popoli, forse sono altri…

 

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Questione d’etichetta

barcodeCrescono i casi di etichettature ingannevoli circa qualità e origine dei cibi, con un made in Italy basato su materie prime straniere, un bio sempre più taroccato e un “chilometro zero” spesso fasullo

Carta canta e villan dorme. O almeno così si pensava. Nella moderna giostra commerciale dei prodotti agroalimentari, infatti, le etichette offrono spesso garanzie insufficienti su ciò che si acquista. È già fatto grave quando il marketing non rispetta le regole deontologiche della comunicazione e diventa pubblicità ingannevole. Se poi non si rispettano nemmeno le Leggi sull’etichettatura e sui contenuti delle confezioni, allora il commercio diventa una vera e propria truffa ai danni dei consumatori.

La querelle sull’agroalimentare farlocco appare per giunta stratificata su più livelli. Falso bio a parte, sul quale continuano a susseguirsi indagini e arresti, si può iniziare dal bersaglio grosso, ovvero le materie prime importate dall’estero, poi lavorate nel Bel Paese e rivendute infine come made in Italy. Accade per esempio con la pasta, il grano per fare la quale proviene dalle Americhe. Nemmeno l’italianissima pummarola pare esente da questo gioco furbetto, dato che le passate vendute come italiane sono spesso ottenute diluendo, salando e ripastorizzando del banale “triplo concentrato” cinese. Ultimamente, anche l’olio d’oliva ha subito le sue vicissitudini, finendo addirittura sotto gli strali del New York Times il quale ha denunciato giri malavitosi di sofisticazioni e di “cammuffi” di oli africani spacciati poi come italiani. I numeri citati dal quotidiano statunitense erano in effetti inesatti, dato che non è vero che il 69 per cento degli extravergini sarebbe sofisticato. In realtà, quella percentuale è riferita agli extravergini che non avrebbero le caratteristiche per essere definiti tali. Da qui a chiamarle sofisticazioni quindi ce ne corre.

Imprecisioni a parte gli scenari descritti sono comunque impietosi, con un’industria nazionale di trasformazione che pare essersi specializzata in maneggi poco trasparenti d’importazioni a basso costo e successive vendite di prodotti “italiani” che, forse, d’italiano hanno solo il packaging. Incoerenti appaiono peraltro i protezionismi di un sindacato come Coldiretti, il quale tuona da un lato contro il falso made in Italy e contro le importazioni di materie prime straniere, magari inscenando picchetti sul Brennero, salvo poi sposare anacronistici sostegni al bio, al tipico e al chilometro zero. Indirizzi che paiono solo capaci di diminuire ulteriormente le potenzialità produttive dell’agricoltura nazionale, rendendola sempre più dipendente proprio da quei Paesi che la stanno invadendo con le loro materie prime. Se poi al Brennero i giallo-verdi non avessero fatto sfoggio di giubbotti made in China, la loro crociata a favore dei prodotti italiani sarebbe stata forse un filo più credibile.

Non meno controverso appare il pasticcio sulle etichette che avrebbe coinvolto Coop, Carrefour e perfino Eataly, finite tutte nel mirino del Codacons, il quale avrebbe ravvisato in alcune etichette gli estremi per poterle definire “ingannevoli”. Secondo l’associazione di consumatori soltanto nello store romano di Oscar Farinetti sarebbero stati esposti almeno trenta prodotti le cui etichette non rispetterebbero la normativa sulle indicazioni ai clienti, riportandone invece di “fallaci, imprecise, vaghe” quando non addirittura “false”. Ma non solo di etichette si parla. Per esempio, appendere cartelli che assicurano il “chilometro zero”, in centro a Roma, obbliga al reperimento in loco dei prodotti, mentre nei banconi di Eataly sarebbero stati esposti alimenti come pesto alla genovese oppure yogurt prodotti e confezionati in Trentino.

L’inchiesta del Codacons romano ha infine dato la via a due interrogazioni parlamentari, una a firma Forza Italia, l’altra M5S. Due schieramenti politici i quali, al contrario della Sinistra italiana, non paiono subire molto il fascino né delle Coop né del rampante e onnipresente imprenditore albese. E pensare che quello di Farinetti è un nome che è stato perfino ventilato come possibile futuro Ministro all’Agricoltura. I produttori del fagiolo zolfino toscano o del carciofo tipico di Paestum forse esulteranno. Il resto dell’agricoltura italiana un po’ meno.

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I garanti del nulla

Da un lato Legambiente pubblica l’edizione 2010 de “I pesticidi nel piatto”, dall’altro la Gdo continua con le proprie campagne propagandistiche su dei limiti residui privi d’ogni logica. In mezzo produttori e consumatori, presi in giro in egual misura

Dal ministero della Salute giungono dati che apparirebbero rassicuranti anche agli occhi del “Malato immaginario” di Molière. Dalle campagne di monitoraggio residui effettuate sull’ortofrutta italiana, ben il novantototto e otto per cento dei campioni è risultato infatti regolare. Cioè, assolutamente sano e sicuro per il consumatore. In pratica, la quasi totalità dei campioni analizzati conferma il pieno rispetto delle regole da parte degli agricoltori. Ma così non la pensano, ovviamente, i soliti tromboni ecologisti: secondo il rapporto “Pesticidi nel piatto 2010” di Legambiente “solo” il cinquanta per cento della frutta sarebbe “incontaminata”. Quasi stessero parlando di una sperduta isoletta di un arcipelago tropicale, infatti, in Legambiente usano ancora il termine “contaminazione” per rappresentare il cibo che presenti residui, anche quando essi ricadano perfettamente entro i limiti di legge. Parlando di “contaminazione”, in sostanza, inducono a pensare che quell’ortofrutta assolutamente sana rappresenta ipso facto una fonte di possibili rischi per la salute. Cosa che in realtà non è.

I residui in cifre

I dati ufficiali di Arpa, Asl e laboratori zooprofilattici, evidenziano come i prodotti con uno o più residui di agrofarmaci siano passati dal ventisette e cinque al trentadue e sette per cento. I due terzi dei campioni analizzati, cioè, non ha comunque mostrato residui di sorta. Dall’analisi degli oltre 8.500 campioni, si evince peraltro che rispetto all’anno precedente risultano di poco superiori i campioni irregolari, che dall’uno e due per cento passano all’uno e mezzo. Un’irregolarità che però, leggendo bene i numeri, non deriva dai residui in eccesso, visto che sono diminuiti dell’uno e uno per cento i campioni “bocciati” per valori superiori agli Lmr, oppure per il reperimento di molecole non autorizzate. La prima malinterpretazione in cui s’inciampa ascoltando le dichiarazioni “verdi”, forse non del tutto in buona fede, è proprio quella circa il calo dei campioni senza traccia alcuna di molecole chimiche. In tal caso si gioca coi termini, confondendo i campioni “senza residui” con i campioni “regolari”, i quali in realtà per essere tali non necessitano affatto di avere residuo zero. Ma vale davvero la pena allarmarsi per il fatto che la percentuale di campioni a traccia zero sia passato dal settantuno e tre per cento al sessantacinque e otto per la frutta, e dall’ottantadue e nove per cento al settantasei e quattro per le colture orticole? Di per sé non dovrebbe valerla questa pena, visto che i dati sono influenzati dagli andamenti climatici delle diverse annate, come pure dall’affinamento delle tecniche di laboratorio. Ma il fatto che esistano strumenti sempre più sensibili anche alle tracce più esigue di sostanze chimiche è una consapevolezza che non pare albergare nei crani dei Grandi Censori ambientalisti, i quali non riescono proprio ad accettare che un campione “regolare” è in ogni caso sicuro per il consumatore, anche qualora il cento per cento dei campioni risultasse con qualche traccia di agrofarmaci. Quando non ci si mettono i giallo-verdi di Legambiente, ci si mettono poi i movimenti dei consumatori, i quali – attraverso le parole di Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino – si dicono per giunta preoccupati per l’aumento di campioni con presenza di multiresiduo. Un tema, quello del multiresiduo, che molti si ostinano a voler enfatizzare come un problema di assoluta gravità. In realtà, il multiresiduo non rappresenta di per sé un rischio reale, dal momento che le commissioni scientifiche preposte alla valutazione degli agrofarmaci già tengono in considerazione la multiresidualità fin dal principio. Da ciò si evince come in alcune sedi “Ecò” manchi sostanzialmente la competenza tossicologica per stimare cosa sia pericoloso e cosa no. Valutando un frutto con quattro diversi residui più pericoloso di uno con due, indipendentemente dal tipo di molecole riscontrate, è infatti approccio semplicistico e sempliciotto. Val poi la pena ricordare come gli Lmr di ogni molecola, incluse le più tossiche, siano calcolati partendo dalla divisione per cento della No Effect Level, una dose che di per sé non ha dato alcun effetto sulle cavie di laboratorio. I margini di sicurezza sono cioè così ampi da poter classificare come solenni paturnie i continui strilli dei soliti noti. L’Italia, peraltro, appare uno dei Paesi europei più accorti quando si parli d’uso di agrofarmaci, visto che la media europea di campioni irregolari appare intorno al quattro e mezzo per cento. Cioè dal triplo al quadruplo dei dati italiani.

Il ricatto della Gdo

In barba a ogni valutazione di tipo tossicologico, come pure in barba alle leggi europee e nazionali, molte Gdo perseverano nelle proprie campagne di propaganda marchettara sulle riduzioni a tavolino dei residui ammessi. E’ da molto tempo ormai che diverse catene di grande distribuzione, come per esempio la Coop, si vantano di commercializzare solo ortofrutta che presenti residui inferiori al trenta per cento dei limiti di legge. Tanto per fare un paragone, sarebbe come se qualche Comune italiano si piccasse di aver maggiore cura dell’incolumità dei propri cittadini ponendo il limite di velocità a meno di quindici chilometri all’ora. Di per sé, tale iniziativa verrebbe percepita esattamente per ciò che è: propaganda politica della più bell’acqua. Per giunta, tale delibera avrebbe vita breve, perché gli automobilisti non ci metterebbero molto a picchiar pugni sulle scrivanie in Municipio, reclamando vivamente per le multe rimediate guidando magari a diciotto o venti chilometri orari. Praticamente, meno di quanto vada un ciclista di scarse capacità. Sui residui invece il discorso cambia. Mentre l’automobilista medio sa valutare con un certo qual criterio l’adeguatezza dei limiti di velocità urbani, nulla sa invece il consumatore medio di cosa voglia dire un residuo al venti, trenta o novanta per cento del suo Lmr di legge. Nella sua logica inconsapevole, il trenta per cento è meglio del novanta e quindi non si chiede se quella differenza sia significativa oppure no. Percepisce invece la differenza numerica fra trenta e novanta, e ovviamente preferisce i numero più basso. Non capisce però che in questo modo fa solo il gioco della Gdo, la quale continua a tenere in pugno i produttori agricoli, obbligandoli a fare salti mortali per conferire ortofrutta che in sostanza non ha nulla di più salubre di quella “normale”. Vi è per giunta un risvolto ancor più irritante: non è che certe Gdo le partite con più del trenta per cento di Lmr le rimandino indietro. Anzi. Semplicemente, per quelle partite abbassano il prezzo offerto all’agricoltore, il quale non ha altra scelta che abbassare il capo e accettare una vera e propria vessazione, pur avendo prodotto dell’ortofrutta assolutamente regolare e salubre. Questo è lo scenario attuale. Ed è uno scenario che non pare essere incline a mutare. Vani infatti sono stati gli sforzi compiuti perfino della Commissione Europea, per “spiegare” alle Gdo l’assurdità delle loro posizioni. Perché proprio non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire. O in chi non vi sia alcuna convenienza a farlo.