Un Pianeta che ha fame: valori e criticità dell’agricoltura moderna

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Il 3% della popolazione mondiale nutre il rimanente 97%. Un miracolo… intensivo

Innovazione tecnologica e richieste di maggiore produttività, ma anche dinamiche commerciali globali e istanze ambientali, fra media generalisti e decisori politici non sempre limpidi ed efficaci: luci e ombre su un Settore Primario che non può mancare le sfide del Terzo Millennio

Anno 2000. Nel suo discorso celebrativo, a trent’anni dal conferimento del Premio Nobel per la Pace, l’agronomo americano Norman Borlaug ricordò come già vi fossero le tecniche e le soluzioni per nutrire un numero ancor maggiore di Esseri Umani. Bastava semplicemente usarle.

Il padre della Rivoluzione Verde, scomparso poco dopo la sua presentazione, lasciò quindi come testamento un semplice grafico in cui erano riportate le rese globali di grano a partire dai primi Anni 50 fino alla fine del XX secolo, a confronto con quelle che si sarebbero ottenute in assenza d’innovazione tecnologica in termini di genetica, chimica e meccanizzazione. Una differenza impressionante, pari a oltre un miliardo e 340 milioni di tonnellate. In altre parole, grazie alle nuove tecnologie, in soli 50 anni le produzioni mondiali di grano erano praticamente triplicate, passando da 680 milioni di tonnellate a due miliardi e 25 milioni.

Se si fosse deliberatamente rinunciato a utilizzare genetiche innovative, macchine e chimica, per compensare le minori rese sarebbe stato necessario coltivare a grano una nuova superficie pari alla somma di Canada e Messico, circa 12 milioni di chilometri quadrati in più rispetto ai 7 milioni attuali. Un impatto ambientale inimmaginabile, sia in termini di riduzione di biodiversità, sia in termini di carburanti fossili necessari a dissodare un’area per giunta disponibile solo in teoria, dato che di fatto non esiste al Mondo la possibilità di coltivare così tante nuove terre. A meno ovviamente di disboscare ulteriormente le foreste e convertire ad agricole superfici attualmente a prati. Ma di Pianeta ne abbiamo uno solo e a naso non esiste una tale superficie, neanche a cercarla da satellite.

Per comprendere gli impatti aggiuntivi per l’atmosfera derivanti da tale folle idea, possono essere utili le tabelle dei consumi di gasolio realizzate dalle associazioni italiane dei contoterzisti. Per questa categoria professionale il costo del gasolio è forse quello più sensibile, quindi ha stilato per ogni coltura e per ogni tipo di lavorazione i relativi consumi medi di gasolio. Ovviamente, sono consumi indicativi, variabili in funzione del terreno, delle condizioni e delle macchine utilizzate. Ciò non di meno restano un dato interessante per fare qualche stima approssimativa.

Solo per lavorare meccanicamente le nuove superfici a grano si può infatti calcolare che oggi sarebbe stato necessario consumare 270 milioni di tonnellate di gasolio, pari a circa 800 milioni di tonnellate di anidride carbonica in più immessa annualmente in atmosfera. In ogni chilogrammo di gasolio, infatti, vi è abbastanza carbonio da generarne tre di gas serra.

E questo solo per il grano. Si provi a immaginare la somma degli impatti derivanti da tutte le colture agrarie se mantenute ai livelli di arretratezza degli Anni 50, in primis riso, mais e soia, le altre tre colture che insieme al grano forniscono circa due terzi delle calorie mondiali.

Un impatto che non avrebbe potuto essere retto da un Pianeta già oggi in seria difficoltà, schiacciato fra le crescenti esigenze di una popolazione in forte aumento e i violenti cambiamenti climatici che hanno portato con sé gravi processi di desertificazione e salificazione in diverse aree del Globo.

In sostanza, il tanto vituperato progresso di intensificazione tecnologica e agronomica ha fatto bene anche all’ambiente, al contrario di quanto si sostiene. Perché l’alternativa sarebbe stata comunque peggiore. L’agricoltura intensiva non è stata infatti una scelta, bensì un obbligo. Un obbligo al quale per fortuna l’agricoltora ha  ottemperato sempre meglio. Basti pensare alla percentuale di persone cronicamente affamate al Mondo, scese dal 40% degli Anni 70 a circa il 10% attuale nonostante la popolazione globale sia più che raddoppiata.

Non è quindi per caso se si sta facendo largo il nuovo concetto di “intensivizzazione sostenibile”, espressione che sposa due concetti fra loro apparentemente incompatibili, come quelli dell’agricoltura intensiva e della sostenibilità. Solo apparentemente, però. In quanto l’agricoltura intensiva è ben lungi dall’essere quella raffigurata da fin troppi media generalisti, i cui reportage risultano spesso schierati ideologicamente e intrisi di allarmismi che ben poco hanno a che vedere con la realtà.

Vittime di ciò, sia i consumatori del Mondo Occidentale, quelli dei Paesi cosiddetti ricchi, sia i popoli delle aree più disagiate e povere, i quali avrebbero invece molto di cui beneficiare dall’adozione di quelle pratiche che hanno reso i Paesi ricchi ciò che oggi appunto sono.

Intensificare ulteriormente le coltivazioni, innalzandone le rese, è peraltro missione possibile, come appunto ricordava il mai abbastanza compianto Norman Borlaug, a patto di rispettare una semplice regola: gli incrementi di rese dovranno essere sempre superiori agli incrementi di input impiegati. Nella migliore delle condizioni, non sempre però raggiungibili, le rese andranno amplificate riducendo in termini assoluti le emissioni e gli input antropici.

Con buona pace dell’approccio vegan, inapplicabile, l’unica alternativa a quanto sopra sarebbe l’eliminazione di un miliardo di bocche da sfamare e impedire che la nuova popolazione mondiale ricominciasse a crescere dopo la falcidia. Soluzione, questa, ancor più inapplicabile.

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Un’insalata salverà il Mondo? Spiacente: no

Anatemi contro la carne? Anche basta ora...

Da sempre più parti giungono attacchi alla zootecnia, accusata fra le tante cose di essere fra le primarie cause dell’effetto serra. Le spinte a una conversione della popolazione mondiale al veganesimo si sono quindi moltiplicate, adducendo motivazioni non solo etiche, bensì anche ambientali ed ecologiche. Ma le cose sono davvero così agghiaccianti come vengono presentante? Niente affatto…

L’ultimo della serie è l’Onorevole Alessandro Di Battista. O forse, come preferiscono essere chiamati i Parlamentari del M5S di Beppe Grillo, il “Cittadino” Di Battista. In una sua intervista al Corriere della Sera ha duramente stigmatizzato gli allevamenti di animali, additandoli quale causa primaria di quell’effetto serra che aggraverebbe i livelli di miseria dei Paesi poveri, incrementando di conseguenza anche le relative migrazioni di massa. Di Battista cita ovviamente numeri triti e ritriti sui vegetali necessari alla produzione di un chilo di proteine animali, vedendo cioè nella zootecnia uno dei più disastrosi mali del Mondo.

Solo di pochi giorni fa, peraltro, è un altro mio articolo, incentrato sulle bugie che una parte dei Vegan pubblicano su web per indurre altre persone a seguirli. I commenti sotto l’articolo sono stati di ogni tipo, ma uno soprattutto ha ricalcato le posizioni di Di Battista, possibilmente aggravandole pure. Uno dei commentatori ha infatti bellamente parlato di galera per chi mangia carne, vagheggiando perfino alla sedia elettrica. Rosicava amaro, il poveretto, ammettendo di appartenere a una minoranza per ora. Ma poi, in futuro, quando sarebbero stati la maggioranza e fossero stati rappresentati in Parlamento, allora per noi “mangiacadaveri” sarebbe stata la fine. In maggioranza non lo sono ancora, ma qualcuno in Parlamento che soddisfi i desideri di tali soggetti pare in effetti esserci già nel presente.

Sulle dinamiche tecnico-agronomiche per le quali la zootecnia non è il male che si dipinge verrà pubblicato appositamente un altro articolo. Per ora mi limiterò a fare qualche considerazione numerica solo sull’effetto serra e le sue cause, inclusa la zootecnia. Perché le parole sono e restano parole. I numeri no.

 

Milioni di anni in fumo

Erano organismi viventi, vegetali o animali. Poi, dopo la morte, si sono sedimentati negli strati profondi del sottosuolo divenendo carbone, petrolio e, indirettamente, metano. Ci hanno messo centinaia di milioni di anni a fare ciò. Poi arrivò l’Uomo, inventò le caldaie e i motori a combustione interna e nel giro di un amen molto di quel carbonio conservato nel sottosuolo venne estratto per produrre energia. Molta di quella CO2, estratta dall’atmosfera e sequestrata in forma organica nel corso di ere geologiche, venne così reimmessa in atmosfera dalle industrie, dai veicoli a motore e dalle necessità degli insediamenti urbani di scaldarsi d’inverno e raffreddarsi d’estate.

La Rivoluzione industriale, del resto, iniziò verso la metà del 700, quando di zootecnia intensiva non si sapeva ancora nulla. Da lì iniziò la crescita delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera e con essa l’effetto serra da questa causato.

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Grafico 1: Relazione fra consumi di combustibili fossili e gas serra (Fonte: Oism.org)

Come si può vedere dalla figura riportata nella fonte bibliografica, ove sono citate a loro volta le fonti dalle quali è stato ricavato il grafico, fino agli inizi del 900 fu il carbone l’unico combustibile fossile ad essere in pratica utilizzato. Da lì in poi non solo crebbero velocemente i suoi consumi, ma questi vennero affiancati da quelli del petrolio. Il gas metano giunse invece in modo significativo solo negli Anni 50. In aggiunta a ciò, il grafico 1 rammenta anche che fra i livelli di CO2 presenti in atmosfera nella seconda metà dell’800 e quelli attuali vi sia stato un incremento pari a circa il 30%, di cui il 22% si sarebbe verificato dagli Anni 50 in poi. Del resto, dalla Seconda Guerra mondiale a oggi è anche praticamente più che raddoppiata la popolazione mondiale.

Sarà però bene osservare anche il grafico 2 (Fonte: Skepticalscience.com), ovvero quello che descrive gli andamenti delle concentrazioni di CO2 in atmosfera nell’arco di molte centinaia di migliaia di anni. Come si vede, a concentrazioni intorno ai 300 ppm si è già giunti più volte in passato, con oscillazioni che sembrano avere una certa ritmicità verificandosi ogni 90 mila anni circa. Oggi siamo al vertice di tale ascesa “naturale” e si spera che ad essa segua anche la tradizionale discesa. Di sicuro, almeno 100 di quei 400 ppm attuali sono dovuti alle attività dell’Uomo, mostrando infatti la curva di crescita dei combustibili fossili un andamento analogo a quello della CO2 nell’aria.

 

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Grafico 2: oscillazioni nel tempo della CO2 in atmosfera. Fonte: skepticalscience.com

Quindi due fatti sono certi: 1) una parte significativa dei gas serra è dovuta alle attività antropiche; 2) i combustibili fossili sono la parte preponderante di questa crescita aggiuntiva.

 

Uno sguardo al Mondo Auto

 

Carbone, petrolio e gas metano generano energia e l’agricoltura, come ogni altra attività dell’Uomo, assorbe energia. Ma di quante emissioni va caricata la componente agricolo-zootecnica?

Il carbone ben poco centra con l’agricoltura, visto che è impiegato soprattutto per usi industriali. Il metano ha scopi più che altro industriali e civili. E il petrolio? Se per esempio si osserva il trend in crescita delle automobili a livello statunitense (gli USA sono il Paese con le emissioni pro-capite più alte al Mondo), si potrà vedere che le automobili sono passate da “soli” 26 milioni nel 1945 a 130 milioni del 1975. Nel 1990 erano già arrivate a 193 milioni per poi toccare i 253 milioni nel 2012.

Quanto alle produzioni annue globali di veicoli, siamo passati dai 40 milioni scarsi prodotti nel 1999 ai 60 milioni del 2011, con un tondo 24% della Cina, primo produttore al Mondo con una quantità di macchine per superare la quale si devono sommare tutte le automobili prodotte da Giappone, Germania e Stati Uniti. Nel 2010 si stimava che vi fosse un miliardo di automobili circolanti al Mondo.

Messa in questo modo, parrebbe che gli USA siano il Paese che possiede un quarto delle auto circolanti, mentre la Cina quello che un quarto lo produce. Presto, vi è da pensare, la Cina supererà gli USA anche quanto a possesso interno di autoveicoli. Sarà forse per questo che (Grafico 3: vedi direttamente fonte) la Cina appare già oggi il primo Paese al Mondo per emissioni di anidride carbonica?

 

E la zootecnia?

 

Per meglio comprendere i pesi relativi delle singole variabili è bene innanzitutto provvedersi di numeri che si riferiscano sia alle emissioni, sia agli allevamenti. Il tutto, ovviamente pro-capite, altrimenti i pesi e le misure differenti di ogni Paese possono alterare e fuorviare l’analisi.

Utilizzeremo quindi come standard di riferimento proprio la Cina, la quale emetterebbe 7,2 tons di CO2 pro-capite. Tanto per iniziare le comparazioni si partirà con gli allevamenti suini. La Danimarca, per esempio, mostra più emissioni pro-capite di CO2 della Cina, ovvero 8,4 tons. In Cina vi sono però solo 0,35 maiali a persona, mentre la Danimarca ne ha 2,24. Ovvero, a fronte di una zootecnia suinicola pro-capite pari al 640% di quella cinese, i Danesi producono solo il 17% in più di anidride carbonica a testa. Se vi fosse davvero una relazione diretta fra allevamenti suini ed emissioni, tale discrepanza difficilmente sarebbe stata così vistosa. Ergo, a quanto pare i maiali c’entrano ben poco con le emissioni dei Danesi e dei Cinesi, visto che profonde differenze nel numero di capi di bestiame pro-capite producono differenze minime quanto a emissioni di gas serra.

Diamo ora uno sguardo agli allevamenti ovini. In Nuova Zelanda vi sono 7,45 pecore a testa, contro le 3,33 dell’Australia. In Cina ve n’è solo 0,1, cioè vi è una pecora ogni 10 Cinesi. Ancora, la Nuova Zelanda produce 7,8 tonnellate di CO2 a testa, mentre l’Australia 18,3 (rivaleggia in tal senso con gli USA). Quindi, i due Paesi australi ospitano rispettivamente 74,5 e 33,3 volte tante pecore pro-capite rispetto ai Cinesi, ma producono CO2 in ragione di 2,5 volte, l’Australia, mentre la Nuova Zelanda è sostanzialmente uguale. Di certo, pare alquanto difficile attribuire a delle pecore che pascolano libere per le vaste pianure australiane le notevoli emissioni pro-capite dei cittadini di Sidney o Canberra. Anche in questo caso, la tradizione di allevare diffusamente pecore non pare appesantire se non in minima parte le emissioni dei due Paesi anglofoni. Al contrario, le elevate emissioni cinesi devono avere ben altre motivazioni rispetto agli allevamenti ovini.

Allevamenti avicoli. Proseguendo con la comparazione “animali pro-capite / emissioni pro-capite”, si incontra ora il pollame. Vi sono alcuni Paesi che si contendono il podio quanto a polli allevati a testa, ovvero la Malaysia (7,35), il Vietnam (6,96) l’Iran (6,91), gli Usa (6,84) e il Brasile (6,45). E la Cina? Ne ha “solo” 3,6. I confronti fra Paesi sono riportati nella tabella che segue:

 

Paese CO2/pro capite (Tons) Polli Pro capite Confronto con Cina (CO2) Confronto con Cina (Polli) %
Malaysia 7,7 7,35 106,9% 204,2%
Vietnam 1,3 6,96 18,1% 193,3%
Iran 7,3 6,91 101,4% 191,9%
Usa 17,2 6,84 238,9% 190,0%
Brasile 1,9 6,45 26,4% 179,2%
Cina 7,2 3,6 100,0% 100,0%

 

Tab.1: comparazione fra popolazione avicola ed emissioni di CO2. Confronto dei due parametri fra i diversi Paesi e la Cina

 

Come si vede, in tal caso solo gli USA hanno un profilo peggiore (sempre pro-capite) rispetto alla Cina. A fronte di emissioni pro-capite di gas serra più che doppie di quelle cinesi, ha infatti una popolazione di polli men che doppia. Tutti gli altri Paesi producono CO2 pro-capite uguale o inferiore ai Cinesi a fronte di un numero molto più elevato di polli a testa. Ancora una volta, pare che il patrimonio zootecnico dei Paesi presi in considerazione non sia fra i responsabili principali delle emissioni complessive che tali Paesi producono. Il Brasile, per esempio, produce l’80% di polli in più della Cina, ma mostra emissioni di tre quarti inferiori al Colosso asiatico.

 

Ultimi ma non ultimi, i bovini. A quanto pare anche in questo ultimo caso i numeri testimoniano a favore della zootecnia.

 

Paese CO2/pro capite (Tons) Bovini Pro capite Confronto con Cina (CO2) Confronto con Cina (Bovini) %
Australia 18,3 1,28 254,2% 2133,3%
Argentina 4,8 1,26 66,7% 2100,0%
Brasile 1,9 1,07 26,4% 1783,3%
Usa 17,2 0,31 238,9% 516,7%
Francia 6,1 0,31 84,7% 516,7%
Cina 7,2 0,06 100,0% 100,0%

 

Tab.2: comparazione fra popolazione bovina ed emissioni di CO2. Confronto dei due parametri fra i diversi Paesi e la Cina

 

Come già visto in tabella 1 per i polli, le emissioni pro-capite sembrano davvero ben poco legate alla presenza di animali, sempre pro-capite. Se è vero che Australia e USA producono circa due volte e mezza la CO2 pro-capite della Cina, dal punto di vista dei bovini allevati ne mostrano 21 e 5 volte tanto rispettivamente. Ancor più smaccate le differenze con gli altri Paesi. Per esempio, l’Argentina emette pro-capite i due terzi di CO2 rispetto ai Cinesi, ma produce bovini 21 volte tanto a confronto col Celeste Impero. Infine, il Brasile emette solo un quarto circa della CO2 pro-capite dei Cinesi pur a fronte di una produzione di bovini di quasi 18 volte tanto.

 

Conclusioni

Dai dati sopra riportati si evince che le emissioni di gas serra dovute alle attività zootecniche sono decisamente sovrastimate rispetto al totale. Forse perché molti si dimenticano che tutto ciò che diviene carne, latte e uova, prima era foraggio cresciuto nei campi. Per crescere e divenire cibo per gli animali ha dovuto quindi assorbire CO2 dall’atmosfera. Mentre un pieno di gasolio di un’automobile è una botta secca di CO2 in aria, perché deriva dal petrolio del sottosuolo, un litro di latte o una bistecca contengono invece quel medesimo carbonio che è stato estratto dall’aria dalle piante foraggere. Una sorta di “effetto serra a ciclo chiuso” che attenua di molto l’incremento assoluto di CO2 in aria. Con buona pace di Alessandro Di Battista e di tutti coloro i quali che, Fao inclusa, continuano a tuonare contro gli allevamenti zootecnici. Questi sono infatti una follia in ambienti siccitosi, ma possono avere tutta le loro ragioni d’essere nei Paesi sviluppati dell’emisfero boreale, come si evince anche dalla “favola” scherzosa che si ritiene essere la chiusura ideale per il presente articolo.

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Favole fra i tulipani

vecchio-agricoltoreEsempi bislacchi e luoghi comuni la fanno ormai da padroni sui media, manipolando un’opinione pubblica ben poco preparata a ragionare di macrodinamiche globali e, soprattutto, di agricoltura e zootecnia. Forse una favola potrà essere di più semplice comprensione e anche più divertente di tanti numeri di scarso livello di intellegibilità

Cosa succederebbe se tutti si decidesse di diventare vegetariani o vegani, perché si è convinti che ciò serva per combattere la fame nel Mondo, come da più parti si sostiene? Cosa si otterrebbe? Per scoprirlo può essere di ausilio una favola, ambientata nel Paese che ha fatto della zootecnia intensiva una delle proprie bandiere più robuste: l’Olanda. Tanto, di favole sull’agricoltura ne sono state raccontate tante. Una più, una meno, che male potrà mai fare?

 

<< C’era una volta un allevatore. O meglio, una famiglia di allevatori. Il fratello più grande, Sep Van Hoijdoonck, conduceva un’azienda di oltre mille ettari, vicino alla cittadina di Geltroop. Lui e i suoi due fratelli allevavano quasi duemila vacche da latte. Razza olandese, ovviamente. Le colture prevalenti erano perciò quelle foraggere, come mais, orzo, loietto ed erba medica. Un bel giorno, o un brutto giorno, a seconda del modo di vedere le cose, nella cittadina di Geltroop venne organizzato un incontro con il Presidente dell’associazione ambientalista S.I.P.M.S.N.P.V.D.M.D., ovvero “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari”. Alto, un po’ allampanato, con il pizzetto e gli occhialini tondi, il Presidente prese a tuonare contro allevatori come Sep e i suoi fratelli. Immagini di deserti africani costellati di teschi di bufali si alternavano ad altre di bambini con la pancia gonfia dalla fame messe a confronto con quelle di opulenti Occidentali dalle guance di vaga parvenza suide. Da principio Sep si irritò per questa serie di accuse: che c’entrava lui con la fame in Africa? Che colpa aveva lui, Olandese, della desertificazione degli altipiani somali? A mano a mano che la presentazione del Presidente avanzava, però, a Sep iniziarono a sorgere dei dubbi. Un illustre Professorone italiano, invitato al convegno, spiegò poi che una sola azienda zootecnica olandese di grandi dimensioni consuma la stessa acqua dell’intera città di Macerata. Un consumo scellerato della risorsa idrica che invocava le ire divine. Il dito accusatore del Presidente roteò nell’aria fino a fermarsi proprio verso gli occhi di Sep, nascosto in decima fila. “Ma lo sapete che mentre voi sprecate milioni di metri cubi di acqua per alimentare le vostre vacche, in Africa non c’è acqua nemmeno per irrigare gli orti familiari? Ma lo sapete che con la terra con cui si sfama un bovino si possono sfamare venti persone? Ma lo sapete che l’energia che consumate per produrre un chilo di carne aumenta l’effetto serra quanto un Jumbo Jet in volo fra Londra e Parigi?”. No, Sep non lo sapeva. La sua mente corse quindi ai poveri cittadini di Macerata, poi ai suoi rotoloni da irrigazione che gettavano milioni di metri cubi d’acqua nei campi. Si ricordò anche dei consumi di gasolio delle cinque macchine da mille cavalli che adoperava per trinciare il mais da insilare e di quelli dei dodici potenti trattori con cui lavorava la terra. Per non parlare delle migliaia di tonnellate di fertilizzanti gettati al suolo, dei quintali di diserbanti, fungicidi e insetticidi usati per difendere le sue colture. “O mio buon Dio – pensò fra sé Sep – che mai ho fatto…” e moralmente si sentì all’improvviso la classica “cacca sul badile”. Sgusciò alla chetichella dalla sala e attese che il Presidente uscisse al termine della conferenza. “Mi scusi, Presidente – balbettò Sep con il cappello in mano – io sono uno di quegli allevatori di cui Lei parlava. Sono rimasto sconvolto dalle Sue parole e ora vorrei rimediare. Cosa posso fare per cambiare la mia vita e, di conseguenza, il Mondo?”. Il Presidente lo guardò al contempo severo, ma benevolo. Lui, sostenitore del veganesimo quale via per la salvezza del Mondo, aveva finalmente trovato un nuovo proselito.

Va – disse a Sep il Presidente – torna a casa e redigi un piano per la conversione della tua azienda in chiave vegana. Non pensare solo a te: pensa anche ai destini del Mondo. E tutto ti sarà più chiaro...”. Sep abbracciò il Presidente e, commosso, risalì sul suo Pick-Up e lo mise in moto. Si accorse in quel momento che il Presidente lo guardava con gli occhi sbarrati: Sep stava accendendo un motore che emetteva più di 200 grammi di CO2 per chilometro percorso. Inammissibile, perfino per chi debba muoversi sulle capezzagne di un’azienda agricola da mille ettari. Sep spense quindi il motore e chiamò uno dei suoi fratelli, chiedendogli di andarlo a prendere in bicicletta. Il fratello, interrotto proprio mentre guardava in Tv la partita Ajax-Psv Heindhoven, brontolò un po’, ma poi si alzò, prese due biciclette e si diresse verso il centro di Geltroop. Consegnò a Sep la sua bici e mugugnando tornò alla fattoria. Non saprà mai se il fuorigioco c’era oppure no. Quella notte Sep non dormì affatto. Si mise davanti al computer ed elaborò un piano dettagliato per la salvezza del Mondo. Lui e tutti gli altri allevatori dovevano vendere i propri capi di bestiame e i loro ettari li dovevano coltivare solo per uso umano. In tal modo avrebbero potuto ridurre le superfici coltivate, tagliando drasticamente gli sprechi di acqua, le emissioni di CO2 e l’immissione di “pestidici” e concimi nell’ambiente. Dei suoi mille ettari ne sarebbero bastati solo poco più di cento. E gli altri? Colpo di genio: “Li tappezzo di pannelli fotovoltaici e di pale eoliche – pensò Sep – così produrrò un sacco di energia pulita, abbatterò l’effetto serra e finalmente potrà piovere anche sugli altipiani somali!”. Salvò il file e andò a dormire che era quasi l’alba. Il giorno dopo, di buon mattino, si recò ad Amsterdam (ovviamente in treno prima e con il bike sharing poi). Giunto alla sede dell’associazione “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari”, chiese udienza al Presidente. Egli lo accolse nel suo ufficio: una stanza luminosa, con un bellissimo giardino giapponese e rilassanti giochi d’acqua alle pareti. La scrivania era di cartone riciclato ed era attorniata da dodici piante di Ficus originarie dell’Amazzonia, mentre la poltrona era di pelle umana, dato che il Presidente, da uomo pio qual si presentava, era contrario alla sperimentazione animale e all’utilizzo di sottoprodotti dell’industria della carne, cuoio incluso.

Sep avanzò di qualche metro e si accomodò su uno sgabello ricavato da centinaia di cartocci di succhi Bio riciclati. Mise il suo progetto nelle mani del Presidente e attese trepidante. Il Presidente sfogliò lentamente ogni pagina. A ogni fruscio di fogli il suo volto diventava però sempre più scuro e rapidi sguardi di sottecchi facevano sentire Sep vieppiù a disagio. Infine, egli chiuse con un moto di stizza il dossier, si alzò, indossò l’usuale tunica del rito dello “straccio delle vesti”, salì sul pulpito di legno riciclato, ricavato dalla composizione di cassette da ortofrutta, e proferì finalmente parola: “Tu, villico impudente! Milioni di persone muoiono ogni giorno per la denutrizione e tu cosa fai? Rinunci a coltivare la terra? Rinunci a produrre cibo e copri il territorio con pannelli fotovoltaici e rotori per l’eolico!?”. Sep balbettò che così avrebbe inquinato di meno e avrebbe prodotto un sacco di energia pulita. “Taci, zotico! Non sai quello che dici! Odum si rivolterebbe nella tomba! La tua azienda giace sulla rotta di passo del preziosissimo Rondone calvo di Van Peeteghem e le tue pale eoliche ne metterebbero a repentaglio la sopravvivenza. E i pannelli fotovoltaici? Nei campi? La terra va lavorata, perché nessuno s’azzardi a produrre energia dai campi. No food for fuel, ricordi?

Sep era imbarazzato e avvilito. Tutti i suoi sforzi erano stati inutili. Risprofondato nello stato psicologico di “cacca sul badile”, chiese sottovoce al Presidente cosa dovesse fare. “Va, torna alla tua fattoria – tuonò il Presidente – e ridisegnane gli indirizzi colturali, ricordando che l’acqua è il bene più prezioso e che in Africa i bambini muoiono di fame! Null’altro che questo. E la via ti apparirà da sola!”.

La sera stessa Sep si rimise a lavorare al progetto “Salviamo il Pianeta”. Spedì anche mail per ogni dove, chiedendo aiuto a persone del suo settore affinché gli dessero qualche consiglio utile. Dalle sue terre, ormai era chiaro, doveva estrarre il massimo delle produzioni possibili. Tutte a uso umano però. Quindi, l’unica cosa valida del piano precedente era la vendita della vacche al macello (senza dirlo al Presidente, ovviamente…) e la riconversione dei propri terreni. Ma con quali colture? “Se devo produrre solo per gli Esseri Umani – meditò Sep – devo smettere di seminare foraggere. Potrei provare con la segale, le rape, le patate e i cavoli, che qui al Nord vengono comunque bene”. Sep realizzò che però in tal modo doveva anche buttar via le cinque ‘trincia’ per raccogliere il granturco, perché segale, rape, patate e cavoli necessitano di altri macchinari. E pure molto costosi. “Accidenti – sbuffò Sep – ma così butto via un milione e mezzo di euro e ne devo poi tirar fuori un altro milione…”. A Geltroop però lo conoscevano bene: le banche gli avrebbero sicuramente fatto credito e lui avrebbe potuto riconvertire la sua azienda da zootecnica a umanitaria. Già, le banche. Con loro Sep e i suoi fratelli avevano già aperti dei mutui per pagare le nuove stalle che avevano appena costruito, come pure quelli dei due trattori appena acquistati. Praticamente, un milione di debiti ce lo avevano già da pagare. “Tanto – si consolò – vendendo tutta la mia produzione di segale, rape, patate e cavoli ripianerò comunque il debito e potrò portare a termine il mio progetto, io e tutti gli altri agricoltori nordeuropei”. Tutti gli agricoltori nordeuropei… Ma se tutti questi avessero fatto come Sep, le produzioni di segale, rape, patate e cavoli sarebbero divenute largamente eccedenti i consumi alimentari del Continente. I prezzi di quei prodotti agricoli, quindi, sarebbero crollati per eccesso d’offerta. Per giunta, alla fine dell’anno, dopo essersi sfamati solo a segale, patate, rape e cavoli, i cittadini nordeuropei ne avrebbero avanzati ancora molti milioni di tonnellate, come pure avrebbero risparmiato milioni e milioni di metri cubi d’acqua, rimasta nelle falde e nei canali anziché essere trasformata in bistecche.

E qui Sep si fermò perplesso, perché capì che a meno di inventare un sistema di teletrasporto alla Star Trek, sarebbe risultato difficile prendere tutto quel cibo e spedirlo in qualche Paese affamato. In altre parole, di tutto quel ben di Dio non si sarebbe capito che fare. Probabilmente, i Paesi poveri quei beni se li sarebbero dovuti venire a prendere loro, come minimo. “Si, figuriamoci – sbottò Sep – non hanno neanche gli occhi per piangere e dovrebbero organizzare convogli infiniti di navi merci? Impossibile…”. Mentre pensava a come trasportare tutto quel cibo, Sep sentì la pioggia battere forte sulle finestre: veniva giù a catinelle, come del resto capitava almeno altri cento giorni all’anno dalle sue parti. “Diamine… e l’acqua? Come diavolo faccio a trasportare l’acqua da Geltroop al Burkina Faso? Qui in Olanda non siamo come quelli di, come diavolo si chiama quella città… Macerata! Qui abbiamo rubato perfino la terra al mare con le dighe e se infiliamo un dito per terra l’acqua zampilla fuori da sola. Siamo zeppi di canali, di laghetti, ci spostiamo con le barche e chi sorvola il nostro Paese vede più acqua che terra. Ma come diavolo faccio a portare là tutta l’acqua che ho risparmiato qua?”.

I dubbi iniziarono ad attanagliare nuovamente Sep, mentre i fratelli, ormai sconsolati, mandavano avanti da soli i campi e le stalle.

Colto da un momento d’ira, Sep rovesciò le carte che aveva sulla scrivania. La frustrazione di non trovare una soluzione ai problemi del cibo e dell’acqua gli aveva proprio fatto perdere le staffe. Per giunta, senza più letame avrebbe dovuto comprare molti più concimi chimici! A tal pensiero le carte volarono per ogni dove, compreso il resoconto delle spese aziendali.

Per arare, seminare, fertilizzare, irrigare e raccogliere, i suoi campi gli costavano oltre un milione e mezzo di euro. A questo Sep non aveva pensato. Se anche avesse venduto il 15% delle sue produzioni, perché di più non ve ne sarebbe stata domanda, avrebbe ricavato meno di un terzo di quella cifra. E il milione abbondante di euro che gli sarebbe costato il resto dell’azienda, dove lo sarebbe mai andato a prendere? Per giunta, quello sforzo sarebbe servito solo a produrre ammassi di cibo che avrebbero poi rimpinzato magazzini e celle frigorifere, mica pance affamate. Sep era furioso. Si sentiva uno stupido. Gira che ti rigira, anche rovinandosi lui economicamente, non sarebbe mai riuscito a far arrivare né un chilo di cibo né un litro d’acqua alle popolazioni bisognose.

Né avrebbe cambiato il destino degli abitanti di Macerata, i quali avrebbero dovuto continuare ad accontentarsi di una quantità d’acqua che lui si permetteva oggi di consumare per coltivare granturco. Gli venne allora in mente una mail che aveva ricevuto da un giornalista italiano, incontrato in una manifestazione in campo di macchine agricole. L’aveva cestinata, perché il testo della mail conteneva solo una breve frase virgolettata di cui lì per lì non aveva nemmeno capito il senso. Scartabellò nella casella di inbox finché non la trovò: “Caro Sep – gli scriveva quel giornalista italiano – “È molto meglio insegnare a un uomo a pescare che regalargli un pesce ogni giorno…”. Il senso di quella frase gli risultò finalmente chiaro: stava sbagliando tutto. Tutto! Intanto aveva smesso di piovere. A Geltroop fa così: ne viene a catinelle, poi smette. I Paesi che si affacciano sull’Oceano devono rassegnarsi a questo clima “acquoso” e intermittente. Felice quindi di stare in un Paese dove l’acqua abbonda per ogni dove, Sep si precipitò in cortile, caricò il Pick-Up di letame ancora caldo e fumante, v’infilò dentro il badile sul quale lui stesso si era sentito per giorni una cacca e partì alla volta di Amsterdam. Posteggiò davanti alla sede dell’associazione “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari” e irruppe nell’atrio badile in mano.

Il Presidente lo vide nel monitor del circuito chiuso, capì la mala parata e si fiondò in garage dove salì di corsa sulla sua auto elettrica alimentata dalla locale centrale nucleare e sgommò per mettersi in salvo. Sep si dovette accontentare di riempirgli la scrivania di letame bello caldo, di tagliarli la poltrona di pelle umana e di spaccargli a badilate il seggiolino e il pulpito fatti di materiali riciclati. Sfogata la propria rabbia, risalì sul suo Pick-Up sporco di fango e letame e tornò alla fattoria. Corse dai fratelli e li abbracciò, chiedendo loro scusa per il momentaneo black-out, come pure carezzò decine delle sue vacche, le quali intanto lo osservavano allibite ruminando la loro razione di silomais. Quella sera Sep si gustò una bella bistecca con patate fritte, accompagnata da un boccale di birra gelata. Poi andò a letto. Stava sul punto di addormentarsi, quando all’improvviso un pensiero lo risvegliò facendogli fare un sobbalzo: “Per tutti gli attaccanti dell’Ajax! Ma dove diavolo sta Macerata?”>>.

 

La fiaba termina qui. Purtroppo non termina qui la fame nel Mondo, né i problemi di siccità che attanagliano alcune aree del Pianeta. Illudersi però di risolvere i problemi dei Paesi poveri nutrendosi tutti a “Kamut® & soia”, non soltanto è fallimentare in termini logistici, ma è anche demenziale dal punto di vista sociale, alimentare, culturale e perfino morale. Sarebbe quindi cosa buona smetterla con gli stolidi “conti della serva” su calorie e litri d’acqua, come pure sarebbe ora di bandire le comparazioni demenziali tipo quella fra allevamenti olandesi e cittadine italiane. Sarebbe per contro bene svegliarsi dall’utopia secondo la quale l’acqua e il cibo risparmiati “qua” si trasformerebbero tout court in acqua e cibo comparsi “là”, perché tornando alla cinica realtà dei fatti, ciò a cui gli Europei rinunciassero in termini di bistecche e latticini, non si trasformerebbe automaticamente in cibo per chi adesso non ha nemmeno polentine e focaccette. Sarà bene che di ciò s’inizi tutti a farsene una ragione, per quanto triste essa sia. Per giunta, chi si culla nell’idea di trasferire ai Paesi poveri le eccedenze alimentari occidentali compie solo un grave atto di razzismo, perché approccia quei popoli con una mentalità che è più consona al rapporto che lega l’Uomo ai propri animali domestici, ai quali “il buon padrone” dà un paio di scatolette al giorno e li mantiene anche senza far niente. I popoli poveri sono composti da Esseri Umani identici a quelli dei Paesi ricchi e a meno di crisi contingenti, dovute a guerre e catastrofi, gli aiuti devono essere in tecnologia, know-how e collaborazioni. Questa è di fatto l’unica strada da percorrere affinché quei Paesi possano affrancarsi da fame, sete e perfino da noi, onnipresenti popoli del Primo Mondo. Con buona pace dei cultori dell’anti- chimica e dell’anti-Biotech, ovviamente.

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