Un Pianeta che ha fame: valori e criticità dell’agricoltura moderna

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Il 3% della popolazione mondiale nutre il rimanente 97%. Un miracolo… intensivo

Innovazione tecnologica e richieste di maggiore produttività, ma anche dinamiche commerciali globali e istanze ambientali, fra media generalisti e decisori politici non sempre limpidi ed efficaci: luci e ombre su un Settore Primario che non può mancare le sfide del Terzo Millennio

Anno 2000. Nel suo discorso celebrativo, a trent’anni dal conferimento del Premio Nobel per la Pace, l’agronomo americano Norman Borlaug ricordò come già vi fossero le tecniche e le soluzioni per nutrire un numero ancor maggiore di Esseri Umani. Bastava semplicemente usarle.

Il padre della Rivoluzione Verde, scomparso poco dopo la sua presentazione, lasciò quindi come testamento un semplice grafico in cui erano riportate le rese globali di grano a partire dai primi Anni 50 fino alla fine del XX secolo, a confronto con quelle che si sarebbero ottenute in assenza d’innovazione tecnologica in termini di genetica, chimica e meccanizzazione. Una differenza impressionante, pari a oltre un miliardo e 340 milioni di tonnellate. In altre parole, grazie alle nuove tecnologie, in soli 50 anni le produzioni mondiali di grano erano praticamente triplicate, passando da 680 milioni di tonnellate a due miliardi e 25 milioni.

Se si fosse deliberatamente rinunciato a utilizzare genetiche innovative, macchine e chimica, per compensare le minori rese sarebbe stato necessario coltivare a grano una nuova superficie pari alla somma di Canada e Messico, circa 12 milioni di chilometri quadrati in più rispetto ai 7 milioni attuali. Un impatto ambientale inimmaginabile, sia in termini di riduzione di biodiversità, sia in termini di carburanti fossili necessari a dissodare un’area per giunta disponibile solo in teoria, dato che di fatto non esiste al Mondo la possibilità di coltivare così tante nuove terre. A meno ovviamente di disboscare ulteriormente le foreste e convertire ad agricole superfici attualmente a prati. Ma di Pianeta ne abbiamo uno solo e a naso non esiste una tale superficie, neanche a cercarla da satellite.

Per comprendere gli impatti aggiuntivi per l’atmosfera derivanti da tale folle idea, possono essere utili le tabelle dei consumi di gasolio realizzate dalle associazioni italiane dei contoterzisti. Per questa categoria professionale il costo del gasolio è forse quello più sensibile, quindi ha stilato per ogni coltura e per ogni tipo di lavorazione i relativi consumi medi di gasolio. Ovviamente, sono consumi indicativi, variabili in funzione del terreno, delle condizioni e delle macchine utilizzate. Ciò non di meno restano un dato interessante per fare qualche stima approssimativa.

Solo per lavorare meccanicamente le nuove superfici a grano si può infatti calcolare che oggi sarebbe stato necessario consumare 270 milioni di tonnellate di gasolio, pari a circa 800 milioni di tonnellate di anidride carbonica in più immessa annualmente in atmosfera. In ogni chilogrammo di gasolio, infatti, vi è abbastanza carbonio da generarne tre di gas serra.

E questo solo per il grano. Si provi a immaginare la somma degli impatti derivanti da tutte le colture agrarie se mantenute ai livelli di arretratezza degli Anni 50, in primis riso, mais e soia, le altre tre colture che insieme al grano forniscono circa due terzi delle calorie mondiali.

Un impatto che non avrebbe potuto essere retto da un Pianeta già oggi in seria difficoltà, schiacciato fra le crescenti esigenze di una popolazione in forte aumento e i violenti cambiamenti climatici che hanno portato con sé gravi processi di desertificazione e salificazione in diverse aree del Globo.

In sostanza, il tanto vituperato progresso di intensificazione tecnologica e agronomica ha fatto bene anche all’ambiente, al contrario di quanto si sostiene. Perché l’alternativa sarebbe stata comunque peggiore. L’agricoltura intensiva non è stata infatti una scelta, bensì un obbligo. Un obbligo al quale per fortuna l’agricoltora ha  ottemperato sempre meglio. Basti pensare alla percentuale di persone cronicamente affamate al Mondo, scese dal 40% degli Anni 70 a circa il 10% attuale nonostante la popolazione globale sia più che raddoppiata.

Non è quindi per caso se si sta facendo largo il nuovo concetto di “intensivizzazione sostenibile”, espressione che sposa due concetti fra loro apparentemente incompatibili, come quelli dell’agricoltura intensiva e della sostenibilità. Solo apparentemente, però. In quanto l’agricoltura intensiva è ben lungi dall’essere quella raffigurata da fin troppi media generalisti, i cui reportage risultano spesso schierati ideologicamente e intrisi di allarmismi che ben poco hanno a che vedere con la realtà.

Vittime di ciò, sia i consumatori del Mondo Occidentale, quelli dei Paesi cosiddetti ricchi, sia i popoli delle aree più disagiate e povere, i quali avrebbero invece molto di cui beneficiare dall’adozione di quelle pratiche che hanno reso i Paesi ricchi ciò che oggi appunto sono.

Intensificare ulteriormente le coltivazioni, innalzandone le rese, è peraltro missione possibile, come appunto ricordava il mai abbastanza compianto Norman Borlaug, a patto di rispettare una semplice regola: gli incrementi di rese dovranno essere sempre superiori agli incrementi di input impiegati. Nella migliore delle condizioni, non sempre però raggiungibili, le rese andranno amplificate riducendo in termini assoluti le emissioni e gli input antropici.

Con buona pace dell’approccio vegan, inapplicabile, l’unica alternativa a quanto sopra sarebbe l’eliminazione di un miliardo di bocche da sfamare e impedire che la nuova popolazione mondiale ricominciasse a crescere dopo la falcidia. Soluzione, questa, ancor più inapplicabile.

Disclaimer 1: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Disclaimer 2: i bannerini pubblicitari che possono apparire nel blog sono di wordpress. Dato che adopero una versione gratuita, loro sperano che io gliela paghi mettendomi pubblicità. Ignorate ogni suggerimento a diete, prodotti o cure miracolose: sono contrarie ai contenuti del mio blog e pertanto me ne dissocio apertamente.

Principi di precauzione e memoria corta

Granella del mais: è solo il 25% in peso di ciò che si raccoglie da un campoEssere prudenti è cosa saggia. Essere paranoici è invece una patologia. Se poi non si ricorda nemmeno il passato recente, allora la paralisi diventa irrimediabile

Contro gli ogm si sventola spesso il principio di precauzione, sul quale si è già scritto. Ma siamo sicuri che questo principio sia applicato oggi in modo ragionevole? Provate a immaginare: un bel giorno vi trovate nei banconi dei supermercati un cibo che non avevate mai mangiato prima. Una novità, assoluta. Incuriosisce, attrae. Stimola la voglia di provare. Il fatto che sia lì, esposto nelle cassette dell’ortofrutta, in fondo ci rassicura. Diamo per scontato che qualcuno si sia preso la briga di valutarne la pericolosità, i potenziali effetti collaterali. Se son lì, che diamine, saranno sicuri, no? Invece, quel tipo di cibo non c’è nessuno che lo abbia valutato, né dal punto di vista tossicologico, né ambientale. Eppure, è lì, in mezzo a tanti altri cibi cui siamo invece abituati. E ciò ci porta a comprarne un po’ e assaggiarne. Solo dopo qualche tempo, allargandosene i consumi, si scoprirà che mica tutti possono mangiarlo, quel cibo, perché qualcuno ha avuto delle reazioni allergiche e ha scoperto, provandolo su se stesso, che non lo può mangiare più.

Class action contro i supermercati e gli importatori? Macché, si smette di mangiarli se ci hanno fatto stare male e bòn. Nessuno protesta. E tutti stanno zitti pure quando, misurati i volumi commerciali generati da quel cibo, si capisce che quelle piante aliene per i nostri areali sono coltivabili benissimo anche in Italia. Quindi, alcune aziende nostrane entrano in contatto con i coltivatori esteri e comprano i materiali di propagazione per prodursi quel cibo in piena autonomia. Qui, in Italia. Basta togliere qualche vigneto, qualche pescheto, qualche prato e la nuova coltura trova spazio. Non c’entra nulla con i nostri paesaggi. Non c’entra nulla con la nostra tradizione agricola. Eppure, ancora, nessuno protesta. Quella coltura prende migliaia di ettari nel silenzio generale. Questo perché nessuno si chiede se quelle piante aliene possano veicolare in Italia parassiti, batteri e funghi patogeni, altrettanto alieni. Tutto sommato, il recente caso Xylella degli ulivi del Salento è nato così: piante importate dal Centro America hanno portato in Italia un batterio che ora sta mettendo a rischio l’intera olivicoltura pugliese. Del resto, nessuno si è preoccupato nemmeno se il polline di quelle piante possa contaminare e ibridare specie locali, generando “mostri” genetici assolutamente inediti per l’ambiente italiano.

Quindi, nessuno pare proprio essersi posto particolari problemi nel dare l’ok alle importazioni prima e alla moltiplicazioni poi di quelle piante “innovative” e dei suoi relativi frutti. Insomma, un cibo che nessuno ha testato prima, e infatti dopo son saltate fuori anche allergie inaspettate, non solo è stato messo in commercio, ma anche le piante che lo producono hanno ricevuto l’ok per la coltivazione qui, in Italia, in barba alla nostra tanto sbandierata tipicità, al nostro paesaggio, alla nostra biodiversità. Una genetica mai vista prima nello Stivale adesso è lì, nei campi. E i suoi frutti sono lì, nei nostri frigoriferi. Credete si stia parlando del Ttip, cioè il trattato di libero commercio in via di definizione fra Usa ed Europa?

Pensate forse che si stia alludendo agli ogm e ai cibi Frankenstein? Cioè quelli che, sebbene siano stati testati all’inverosimile per quasi vent’anni, continuano a provocare becere levate di scudi, brandendo come una clava proprio il fatidico “principio di precauzione”?

No, si sta parlando dell’actinidia, la pianta che produce i kiwi.

Chi è nato negli Anni 90 è cresciuto con le piantagioni di actinidia sparse qua e là in molte regioni d’Italia. Chi invece come me è nato negli Anni 60, ha visto arrivare questi frutti negli Anni 80 e ha visto piantare “kiweti” ovunque, alterando profondamente i paesaggi e le pratiche agricole. Quindi io ne conosco bene l'”alienicità”, mentre i giovani no. Per loro l’actinidia fa parte del paesaggio e della dieta cui sono abituati. Per loro, quell’alieno è “normale”. Buffo no? Una cosa provoca reazioni avverse solo se si sa da dove viene e che cos’è. Se non lo si sa, tutti zitti.

E meno male, perché il kiwi in Italia non ha fatto alcun danno particolare, mentre ha diversificato le attività agricole e ha permesso di mangiarne i frutti senza doverli importare dalla Nuova Zelanda, con un’impronta carbonica spaziale. Quindi va visto come un’esperienza alimentare e agricola estremamente positiva.

Ma… e se qualche Pierino, causa paranoie personali o interessi associativi e politici, si fosse messo in testa di allarmare la gente sul kiwi e sulle sue piante? E se i dubbi sopra esposti li avesse piantati nelle teste dei consumatori, sfruttandone la diffidenza e l’ignoranza, come sarebbe andata a finire? Sarebbe finita che se qualche arruffapopolo di professione avesse invocato lo stramaledetto principio di precauzione, oggi non mangeremmo kiwi. Ovviamente, senza che ciò portasse alcun vantaggio all’Italia o ai consumatori. Anzi.

Quando perciò sentirete ancora sventolare in modo gaglioffo il tanto stuprato principio di precauzione, magari contro il mais gm resistente agli insetti, ricordatevi che il suo inserimento negli areali maidicoli nostrani sarebbe di gran lunga meno avventato di quanto fu quello che permise all’actinidia di insediarsi nel Bel Paese. Per lo meno: sarebbe molto più supportato da dossier e dati scientifici di quanto fosse il simpatico frutto neozelandese.

E senza che alcuno abbia fatto “Pè” per questo.

Ah, giusto per chiarire un altro punto: l’utilità o l’inutilità degli ogm, altro cavallo di battaglia degli ostruzionisti in malafede delle biotecnologie. Nella foto sotto ci sono gli esiti di un attacco di piralide su mais in un campo del lodigiano. Il campo intero era pesantemente infestato da questo parassita, il quale non solo distrugge foglie e pannocchie, ma apre anche la via alle micotossine, altamente cancerogene, obbligando all’uso di centinaia di tonnellate di insetticidi all’anno per contrastarlo come si può. Spesso con esiti insoddisfacenti. Non a caso talvolta alcune partite di mais risultano non-commercializzabili proprio a causa delle micotossine presenti. Quindi i mais Bt, resistenti alla piralide, servirebbero eccome. E porterebbero vantaggi enormi alla filiera zootecnica italiana di pregio, quella cioè alla base dei salumi e dei formaggi tipici, tanto per intenderci. Proprio quelli che si strilla (mentendo) verrebbero distrutti dall’avvento delle biotecnologie, facendo finta di non sapere che già oggi quegli animali sono nutriti anche con ogm, ma d’importazione. E meno male, perché se così non fosse molte filiere di assoluto valore s’ingripperebbero, data l’atavica dipendenza dai mangimi esteri di cui patisce l’Italia.

Giusto per capire di quale doppiogiochismo stiamo parlando, avete presente Coldiretti quando tuona contro gli ogm? Benissimo: mentre il portavoce di turno si straccia le vesti in tv contro le biotecnologie, qualche operaio dei consorzi agrari, feudi commerciali proprio di Coldiretti, carica col muletto quintali di mangimi contenenti ogm sui furgoni degli allevatori locali.

Della serie, sugli ogm sputo sopra la mattina, ma ci faccio affari d’oro nel pomeriggio. Tanto che vuoi che ne sappiano i consumatori italiani, quelli rimbecilliti dalle trasmissioni televisive farlocche e dai siti internet demenziali?

Al contrario, gente, le biotecnolgie agricole contengono potenziali benefici per tutti, non solo per i maiscoltori. Alla faccia dei furfanti i quali, per difendere i propri orticelli economici, ideologici, politici e associativi, continuano a definire “inutili” per l’Italia questi ibridi geneticamente modificati…

Furfanti che stanno quindi danneggiando tutti voi, in modo diretto o indiretto. Sapevatelo!

Attacco di piralide su mais

Attacco di piralide su mais

Disclaimer 1: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Disclaimer 2: i bannerini pubblicitari che possono apparire nel blog sono di wordpress. Dato che adopero una versione gratuita, loro sperano che io gliela paghi mettendomi pubblicità. Ignorate ogni suggerimento a diete, prodotti o cure miracolose: sono contrarie ai contenuti del mio blog e pertanto me ne dissocio apertamente.