Le regole esistono, ma c’è chi si ostina a non vederle

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Sotto gli occhi dell’Unesco, Legambiente attacca il Prosecco. Chimica agraria al solito sotto accusa, invocando il biologico come via salvifica e chiedendo regole che già ci sono

 

Chiedere regole che già ci sono, invocare il biologico come mantra ambientalista e demonizzare una coltura agli occhi di chi, come l’Unesco, sta valutando se inserire quel territorio fra gli ormai noti “Patrimoni dell’Umanità”. Questa la consolidata ricetta utilizzata anche nell’assalto sferrato da Legambiente al mondo del Prosecco, tramite un dossier, l’ennesimo, che presenta l’agricoltura in generale e la viticoltura in particolare come vortici devastatori di ambiente, territorio e salute.

Il tutto, riportato da quotidiani che come spesso accade si prestano a fare da cassa di risonanza a tali attacchi seguendo una logistica di trasferimento al pubblico ormai codificata e prevedibile. Su “Il Fatto Quotidiano”, per esempio, compare un articolo dall’incipit lapidario: “Prima di bere un ottimo bicchiere di prosecco, vino del boom italiano nel mondo, pensateci. Per realizzarlo vengono usati pesticidi e sostanze tossiche”.

Ci si potrebbe fermare già qui, perché i colleghi del Fatto forse non sanno che proprio quel bicchiere di “ottimo vino” contiene alcol e come tale se fosse normato dalle attuali leggi in materia di agrofarmaci non riuscirebbe nemmeno ad essere registrato come “pesticida”. La sua etichetta si beccherebbe infatti i pittogrammi dell’omino col petto che esplode e quello col punto esclamativo, con una serie di frasi di rischio che non si ravvisano nemmeno nell’agrofarmaco più tossico in circolazione. Un tema approfondito con un precedente articolo, ma che giova ora riassumere brevemente.

Essendo infatti l’alcol in Gruppo 1 dello Iarc, “sicuramente cancerogeno”, il vino che lo contiene si beccherebbe anch’esso in etichetta la H350 (Può provocare il cancro). Essendo poi l’alcol risultato pure embriotossico e teratogeno si buscherebbe pure la H360 (Può nuocere alla fertilità o al feto). Niente male nemmeno la H340: “Può provocare alterazioni genetiche”, visto che l’alcol utilizzato su cellule in vitro ne può modificare il dna. Del resto, se si è madri è buona norma non bere mentre si allatta, perché quell’alcol potrebbe chiedere spazio in etichetta anche per la H362 (Può essere nocivo per i lattanti allattati al seno). In ogni caso, per esposizioni prolungate, tipiche appunto dei bevitori abituali anche non alcolisti, è noto che l’alcol produca danni a fegato, reni e cuore. Ciò gli costerebbe pure la H370 “Provoca danni agli organi”.
Alla Polizia stradale, invece, potrebbe interessare la H336 (Può provocare sonnolenza o vertigini). Infatti se il tasso ematico va sopra la soglia di Legge viene ritirata la patente e per il guidatore inizia la seconda metà dei suoi guai.

Quindi quel vino, anche nella remotissima ipotesi venisse registrato come “pesticida”, non potrebbe mai essere impiegato come tale nei vigneti in cui crescono i grappoli che lo producono. Né esisterebbero, quei grappoli, se non vi fossero appunto i supposti “veleni” a difenderlo. “Veleni” che come si vede alla fin fine sono meno pericolosi per la salute del prodotto stesso che hanno permesso di realizzare.

Chiarito tale punto, vediamo ora le altre argomentazioni avanzate nella terra del Prosecco.

Il biologico. Vero e proprio mantra dell’ambientalismo più vetusto, pare che riesca a fare azione di lobbying molto più efficace di quelle delle multinazionali globali che producono agrofarmaci. Del resto, a livello mondiale il mondo-bio produce un volume di affari che ormai è quasi il doppio di quello di tutti i “pesticidi” di tutte le multinazionali che operano in campo fitoiatrico messe insieme.

Peccato inoltre che, come ripetuto allo sfinimento, dire biologico non voglia affatto dire “non trattato”. Anzi. Il giorno che Legambiente si prenderà finalmente la briga di andare a guardare i vigneti bio come vengono protetti, potrà realizzare le tonnellate di metallo pesante che vengono utilizzate contro la peronospora. Come pure si consiglia agli attivisti di Legambiente di fare due passi in un vigneto bio dopo un trattamento con lo zolfo contro l’oidio. Perché a volte i cittadini che si lamentano di puzze e bruciori agli occhi mica lo sanno che quel vignaiolo è magari biologico.

Quanto sopra è però una ripetizione che si ritiene tanto doverosa quanto inutile, perché è impossibile che dopo tutto quanto è stato detto e scritto, Legambiente ancora non capisca che il proprio sostegno incondizionato al bio appare da tempo inspiegabile, stando almeno alle pure valutazioni di tipo tossicologico e ambientale dei prodotti utilizzati. Quasi sospetto, giunti a questo punto.

Anche perché i reiterati allarmismi su cancri e altri malacci sono stati sempre puntualmente smentiti da statistiche ufficiali che dicevano esattamente il contrario: nella provincia di Treviso, in mezzo ai vigneti, si sta meglio che in altre aree dello Stivale. Con buona pace dei messaggi falsi rimbalzati nella provincia veneta da attivisti i cui gesti andrebbero forse vagliati oggi per procurato allarme.

In secondo luogo, le regole. Se ne chiede infatti a gran voce, forse perché si fa finta di ignorare che ve ne siano già di abbondanti e fin troppo restrittive a carico degli agricoltori. Pan e Psr non è che siano ologrammi, come pure non va dimenticato lo sfinente lavoro normativo che sta alla base di quelle autorizzazioni che, appunto, non verrebbero mai concesse al vino stesso.

Se qualche vignaiolo un po’ ignorante non chiude gli ugelli quando gira tra un filare e l’altro, non è per mancanza di regole, ma per mancanza di senso civico del singolo soggetto. Se questi poi svuota per terra gli ultimi litri di poltiglia fitosanitaria, pure. Se invece tratta vicino a case e strade, parliamone, perché come si è più volte ripetuto, non è affatto detto che quelle case e quelle strade fossero già lì quando è arrivata la vigna. Anzi, il più delle volte è avvenuto il contrario, con strade ed edifici costruiti al fianco dei vigneti sollevando poi le medesime polemiche annotate sulle risaie storiche dell’Oristanese, ove la città è avanzata così tanto da incombere sulle risaie e ora i cittadini ne chiedono il disseccamento trovando inammissibile vi siano delle risaie sotto le case. Peccato che la realtà dica che appare inammissibile siano state costruite case praticamente sugli argini delle risaie stesse.

Circa infine le polemiche sull’avanzata dei vigneti nel territorio, se ne può parlare. Più che altro perché di questo passo si finirà col vedere vigneti a Glera anche nel Messinese. Resta però il fatto che il tormentone sui dissesti idrogeologici manca ancora il bersaglio, come dimostrato in occasione delle polemiche nate sulla tragedia di Refrontolo, avvenuta nell’agosto 2015.

Perché i casi sono due: o i disastri alluvionali sono dovuti all’impermeabilizzazione del territorio dovuta all’avanzata di strade e case, altra battaglia di Legambiente, questa sì condivisibile perché poggiata su numeri solidi, oppure si accusano i vigneti. Vigneti scacciati magari proprio dall’espansione urbanistica e infrastrutturale. Un’avanzata dovuta proprio al boom economico di quelle zone, una volta povere e oggi divenute benestanti grazie anche e soprattutto al Prosecco e all’indotto che ha creato. Un indotto miliardario che ha fatto sì che gli abitanti di quelle zone non si sentano più parte delle attività agricole che ne hanno permesso perfino l’esistenza fisica, migliorando le condizioni di vita dei loro nonni e genitori.

Forse, prima di emettere il proprio giudizio finale sui territori del Prosecco, l’Unesco farebbe bene a leggere anche questi, di articoli, non solo i dossier ambientalisti. Perché per quanto possa fare sorridere, appare schizofrenico dare alle colline piemontesi l’ambito riconoscimento, salvo poi negarlo a quelle venete.

E forse sarebbe l’ora che la viticoltura del Prosecco la smettesse di farsi angustiare la vita da trasmissioni televisive a tema e da dossier e istanze prive di fondamento, proseguendo nelle proprie attività forti del fatto che le loro bottiglie sono forse l’unico prodotto veramente in impennata perenne nell’export agroalimentare italiano.
Perché chi vince ha sempre ragione e si deve fermare solo quando ci si trovi di fronte a prove concrete. Solide, non ideologiche. Con buona pace delle lobby ambientaliste e del Bio.

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Bolle contro balle: il Prosecco tra allarmismi e verità dei numeri

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Viticoltura: storia, cultura, economia e presidio del territorio. (Foto L. Ferraro)

Dipinta come una provincia malsana a causa della viticoltura intensiva, quella di Treviso si posiziona invece ai vertici regionali e nazionali quanto a statistiche oncologiche

Di Facebook si dice a volte peste e corna. I social, del resto, sono vere autostrade per le bufale, le cosiddette post-verità o le fake news. Tre modi diversi per descrivere l’attitudine a mistificare la realtà per fini personali, associativi, ideologici o economici.

Per fortuna su Facebook si possono anche creare reti di contatti preziosi, utili per arricchire le proprie conoscenze e, perché no, fare meglio il proprio lavoro. Recentemente mi è capitato di entrare in contatto con Paola Dama, laureata con lode in Scienze Biologiche all’Università Federico II di Napoli e oggi dottore di ricerca in oncologia molecolare e farmacologia presso l’Università di Chicago. Paola è cioè uno dei famosi cervelli che sono dovuti andare all’estero per esprimere al meglio le proprie potenzialità come scienziati. Parallelamente, tramite il sito Task Force Pandora svolge attività di divulgazione su un tema delicato come quello della Terra dei Fuochi, teatro spesso di allarmismi incontrollati di cui in futuro si spera fornire puntuali approfondimenti.

Grazie a Paola, intanto, chi scrive è riuscito ad accedere a fonti preziose per affrontare un tema a lui caro, ovvero il trinomio Prosecco-Treviso-Tumori. Un trinomio più volte rilanciato da tv, giornali e internet, sempre fornendo di quell’area geografica e di quella coltura un’immagine agghiacciante, con incantevoli paesini spacciati per capitali nazionali dei tumori pur avendo solo due casi di un tipo di cancro e zero di tutti gli altri, oppure madri che piangono la morte per leucemia di figli che in realtà oggi sono adulti, vivi e vegeti. Una tale sarabanda di fesserie che perfino le Autorità sanitarie locali sono scese in campo per smentirle.

Indagando meglio, infatti, si scopre che esiste un sito, “Registro Tumori Veneto” che riporta le statistiche oncologiche della Regione Veneto, divise per età, sesso e Ussl di appartenenza. Come pure che esiste un altro sito, “Mortalità Evitabile” che condivide altre statistiche utilissime, espressione del livello di efficienza delle diverse assistenze sanitarie ai malati oncologici suddivise per regioni e province. Ma andiamo per ordine.

 

Numeri reali, fobie immotivate

In Veneto, secondo le statistiche, sarebbero stati registrati nel 2015 nuovi casi di tumore in ragione di 17.680 a carico dei maschi e 14.888 per le femmine, per un totale di 35.568 nuovi malati di cancro. Sapendo che la popolazione del Veneto era nel 2015 pari a 4.925.000, la percentuale di nuovi malati sul totale ammonterebbe cioè allo 0,72%. Rifacendo i conti per la USSL7, nell’occhio del ciclone proprio per i tumori e i pesticidi legati alla produzione di Prosecco, ad ammalarsi di tumore sarebbero stati 765 maschi e 545 femmine, pari a un totale di 1.310. Sapendo che la popolazione di competenza della USSL7 è di 217.607 (al 31/13/2014), l’incidenza 2015 sarebbe pari allo 0,6%. Cioè inferiore alla media regionale. In altre parole, quell’area è tutt’altro che la fucina di malattie oncologiche millantata da movimenti politici, associazioni ambientaliste, tv, giornali e bizzarri ipocondriaci che hanno trovato nell’attivismo anti-pesticidi un riempitivo per le proprie paturnie.

 

Territori collinari dell'area del Prosecco. Forte l'integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

Territori collinari dell’area del Prosecco. Forte l’integrazione di viticoltura, paesaggio e contrasto del dissesto idrogeologico grazie al presidio esercitato dagli agricoltori (Foto: L. Ferraro)

 

Tumori & Tumori

Che poi, si fa presto a dire “tumori”. Quali? Sempre nel medesimo sito si possono trovare altre statistiche interessanti, ovvero quelle relative alle incidenze dei singoli tipi di cancro e gli andamenti in funzione dell’età. In Veneto negli anni fra il 1990 e il 2005 vi sarebbe stato in effetti un incremento delle patologie oncologiche di circa il 25% in entrambi i sessi. Nel 1990 su 100 mila abitanti si segnarono infatti 555 nuovi casi di tumore fra i maschi e 424 fra le femmine, mentre nel 2005 tali cifre sarebbero salite rispettivamente a 684 e 534.

Una ecatombe misteriosa? Hanno ragione gli strilloni dell’Apocalisse? No. Applicando ai dati i tassi d’incidenza specifici in funzione dell’età, fattore principale nell’incidenza tumorale, solo il 5% di aumento sarebbe indicativo di un aumento del rischio, ovvero 7 maschi e 38 femmine ogni 100 mila abitanti, mentre il restante 20% sarebbe semplicemente dovuto all’invecchiamento della popolazione. In altre parole, se si vive più a lungo un rovescio della medaglia pur si trova.

Quel 5% deve sicuramente destare attenzione, al fine di comprendere quali siano i fattori di rischio principali, ma di sicuro, proseguendo nell’analisi delle statistiche venete, sarebbero calati del 41% i tumori alle vie aerodigestive superiori, i cosiddetti Vads, ovvero neoplasie a carico di lingua, bocca, orofaringe, rinofaringe, ipofaringe, faringe, laringe. Questo solo nei maschi, però, perché nelle femmine tali tumori sarebbero saliti in 15 anni del 10% circa. Essendo legati spesso tali tumori ad alcol e fumo, forse urgerebbe dare consigli appropriati al gentil sesso veneto, anche perché tale tendenza si replica negli specifici tumori ai polmoni, calati nei maschi del 37-38% mentre nelle femmine sarebbero saliti del 12-13%.

In calo per tutti, invece, i tumori all’esofago (-39% nei maschi, -25% nelle femmine), le leucemie (-21% per entrambi i sessi), al fegato (-13% nei maschi, -7% nelle femmine), alla vescica (-12%, nei maschi, -13% nelle femmine) e Linfomi di Hodgkin, calati solo nei maschi del 10%, mentre nelle femmine sono aumentati del 4% circa.

Fra quelli che hanno segnato gli incrementi più marcati vi sono i tumori alla cute, ove i melanomi sarebbero aumentati del 78 e del 44% rispettivamente per maschi e femmine, mentre sarebbero saliti del 110% anche i tumori alla prostata, tipici appunto dell’età più avanzata, e al testicolo, saliti dell’80%. Ma a far suonare ancor più forte il campanello d’allarme sarebbero i tumori alla tiroide, aumentati in 15 anni del 147% nelle femmine e del 100% nei maschi. È noto infatti che le donne sono più esposte a questo tipo di tumore. Fortunatamente, questo rappresenta meno dell’1% di tutte le forme tumorali riscontrate in Veneto fra il 2008 e il 2010 (314 su 33.987 nuovi casi nel periodo considerato) e solo il 5% delle forme tumorali alla tiroide risulterebbero maligne.

In ogni caso, secondo l’Airc, tali tumori colpirebbero le donne quattro volte tanto rispetto agli uomini. Il decorso è però lento, tanto che circa il 30% delle tiroidi esaminate in corso di autopsia, causa morti diverse, presenterebbe una forma tumorale alla tiroide non diagnosticata in vita. Fra i fattori di rischio accertati vi sarebbe il cosiddetto “gozzo”, nato da carenze croniche di iodio, ma anche l’esposizione a radiazioni. Non a caso tali tumori sarebbero più frequenti in pazienti trattati per altre forme tumorali tramite radioterapia al collo. Tra le varie forme di tumore alla tiroide ve ne è poi una, quella cosiddetta “midollare”, associabile alla sindrome nota come “neoplasia endocrina multipla di tipo 2”, la quale avrebbe una base genetica ereditabile.

Di certo, tiroide, testicolo e prostata sono ghiandole. I dati su di essi rendono quindi necessario investigare con crescente attenzione, perché le sollecitazioni al sistema endocrino umano sembrano essere molteplici, dagli ftalati, plastificanti proibiti di recente, ai Pcbs, tutt’oggi nell’ambiente a causa della loro persistenza. Biberon e altri materiali plastici contengono, sebbene in dosi ritenute sicure, Bisphenol A, responsabile anche di ipofertilità maschile. Sospetti interferenti endocrini sono pure diossine e furani, derivanti dalla combustione incompleta della sostanza organica contenente cloro. Servirebbe quindi una valutazione molto più ampia del problema rispetto al dito puntato sui viticoltori. Perché i problemi complessi non hanno mai una risposta comoda e semplice.

 

A dispetto di chi pubblica foto di aerei ed elicotteri che inondano pesticidi, le attrezzature oggi a disposizione stanno puntando decisamente al rispetto di ambiente e salute

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Aspettative di vita

Ma il carteggio con Paola Dama ha fornito ulteriori spunti di ragionamento. Ovvero quelli sulla differenza fra incidenza e mortalità, spesso confusi fra loro, un po’ per ignoranza, un po’ per malafede. Ovvero quello che accade pure coi tanto vituperati “pesticidi”, per i quali si confondono artatamente i concetti di “presenza” e di “pericolo”, oggi nei cibi, domani nelle acque.

Vi sarebbe infatti uno studio che avrebbe calcolato la cosiddetta “mortalità evitabile“, ovvero quante persone sono morte in un anno in Italia per colpa delle inefficienze del servizio sanitario nazionale, regione per regione, provincia per provincia. Secondo il Progetto MEV(i), in base ai dati Eurostat, nel 2014 sarebbero state oltre 103 mila le morti evitabili avvenute nei primi 75 anni di vita. Anche in questo caso i maschi sono quelli messi peggio, coi due terzi dei casi (66.284 contro 37.312 casi nelle femmine).

Dalle mappe cromatiche riportate nel sito si evince come la mortalità evitabile complessiva vari molto a seconda dell’area geografica. Fanalino di coda la Campania, motivo quindi alla base del grande impegno profuso da Paola Dama, mentre le migliori sarebbero le macro zone che abbracciano Toscana, Umbria e Marche e poi Veneto, Trentino e Alto Adige.

Sommando gli anni di vita persi rispetto a quelli attesi, convertendoli in giorni e dividendoli infine per gli abitanti delle diverse aree, si stima quindi il numero di giorni di vita persi in media da ogni cittadino su base annua.

Mentre in Campania, ultima in classifica, tale valore sarebbe pari a 29,24, con un massimo di 30,79 a Napoli, Treviso appare di gran lunga la migliore d’Italia, con 19,65 giorni persi in un anno dai maschi e 10,67 dalle femmine. In altre parole, non solo non è vero che la provincia del Prosecco è l’epicentro delle patologie tumorali, ovvero dell’incidenza, ma non è neanche vero che sia la capitale dei morti di cancro come invece viene fatta passare. Anzi, pare proprio che vivere in provincia di Treviso sia un ottimo viatico per diminuire il rischio di ammalarsi di tumore e, anche se ciò dovesse accadere, pare sia la provincia in Italia dove si hanno le maggiori possibilità di scamparsela.

Il tutto, con buona pace dei paranoici, dei sobillatori di pance, degli ipocondriaci e degli editori, televisivi, web o cartacei che siano, i quali hanno trovato nella Provincia veneta un argomento lucroso sul quale vendere il proprio allarmismo.