Un Pianeta che ha fame: valori e criticità dell’agricoltura moderna

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Il 3% della popolazione mondiale nutre il rimanente 97%. Un miracolo… intensivo

Innovazione tecnologica e richieste di maggiore produttività, ma anche dinamiche commerciali globali e istanze ambientali, fra media generalisti e decisori politici non sempre limpidi ed efficaci: luci e ombre su un Settore Primario che non può mancare le sfide del Terzo Millennio

Anno 2000. Nel suo discorso celebrativo, a trent’anni dal conferimento del Premio Nobel per la Pace, l’agronomo americano Norman Borlaug ricordò come già vi fossero le tecniche e le soluzioni per nutrire un numero ancor maggiore di Esseri Umani. Bastava semplicemente usarle.

Il padre della Rivoluzione Verde, scomparso poco dopo la sua presentazione, lasciò quindi come testamento un semplice grafico in cui erano riportate le rese globali di grano a partire dai primi Anni 50 fino alla fine del XX secolo, a confronto con quelle che si sarebbero ottenute in assenza d’innovazione tecnologica in termini di genetica, chimica e meccanizzazione. Una differenza impressionante, pari a oltre un miliardo e 340 milioni di tonnellate. In altre parole, grazie alle nuove tecnologie, in soli 50 anni le produzioni mondiali di grano erano praticamente triplicate, passando da 680 milioni di tonnellate a due miliardi e 25 milioni.

Se si fosse deliberatamente rinunciato a utilizzare genetiche innovative, macchine e chimica, per compensare le minori rese sarebbe stato necessario coltivare a grano una nuova superficie pari alla somma di Canada e Messico, circa 12 milioni di chilometri quadrati in più rispetto ai 7 milioni attuali. Un impatto ambientale inimmaginabile, sia in termini di riduzione di biodiversità, sia in termini di carburanti fossili necessari a dissodare un’area per giunta disponibile solo in teoria, dato che di fatto non esiste al Mondo la possibilità di coltivare così tante nuove terre. A meno ovviamente di disboscare ulteriormente le foreste e convertire ad agricole superfici attualmente a prati. Ma di Pianeta ne abbiamo uno solo e a naso non esiste una tale superficie, neanche a cercarla da satellite.

Per comprendere gli impatti aggiuntivi per l’atmosfera derivanti da tale folle idea, possono essere utili le tabelle dei consumi di gasolio realizzate dalle associazioni italiane dei contoterzisti. Per questa categoria professionale il costo del gasolio è forse quello più sensibile, quindi ha stilato per ogni coltura e per ogni tipo di lavorazione i relativi consumi medi di gasolio. Ovviamente, sono consumi indicativi, variabili in funzione del terreno, delle condizioni e delle macchine utilizzate. Ciò non di meno restano un dato interessante per fare qualche stima approssimativa.

Solo per lavorare meccanicamente le nuove superfici a grano si può infatti calcolare che oggi sarebbe stato necessario consumare 270 milioni di tonnellate di gasolio, pari a circa 800 milioni di tonnellate di anidride carbonica in più immessa annualmente in atmosfera. In ogni chilogrammo di gasolio, infatti, vi è abbastanza carbonio da generarne tre di gas serra.

E questo solo per il grano. Si provi a immaginare la somma degli impatti derivanti da tutte le colture agrarie se mantenute ai livelli di arretratezza degli Anni 50, in primis riso, mais e soia, le altre tre colture che insieme al grano forniscono circa due terzi delle calorie mondiali.

Un impatto che non avrebbe potuto essere retto da un Pianeta già oggi in seria difficoltà, schiacciato fra le crescenti esigenze di una popolazione in forte aumento e i violenti cambiamenti climatici che hanno portato con sé gravi processi di desertificazione e salificazione in diverse aree del Globo.

In sostanza, il tanto vituperato progresso di intensificazione tecnologica e agronomica ha fatto bene anche all’ambiente, al contrario di quanto si sostiene. Perché l’alternativa sarebbe stata comunque peggiore. L’agricoltura intensiva non è stata infatti una scelta, bensì un obbligo. Un obbligo al quale per fortuna l’agricoltora ha  ottemperato sempre meglio. Basti pensare alla percentuale di persone cronicamente affamate al Mondo, scese dal 40% degli Anni 70 a circa il 10% attuale nonostante la popolazione globale sia più che raddoppiata.

Non è quindi per caso se si sta facendo largo il nuovo concetto di “intensivizzazione sostenibile”, espressione che sposa due concetti fra loro apparentemente incompatibili, come quelli dell’agricoltura intensiva e della sostenibilità. Solo apparentemente, però. In quanto l’agricoltura intensiva è ben lungi dall’essere quella raffigurata da fin troppi media generalisti, i cui reportage risultano spesso schierati ideologicamente e intrisi di allarmismi che ben poco hanno a che vedere con la realtà.

Vittime di ciò, sia i consumatori del Mondo Occidentale, quelli dei Paesi cosiddetti ricchi, sia i popoli delle aree più disagiate e povere, i quali avrebbero invece molto di cui beneficiare dall’adozione di quelle pratiche che hanno reso i Paesi ricchi ciò che oggi appunto sono.

Intensificare ulteriormente le coltivazioni, innalzandone le rese, è peraltro missione possibile, come appunto ricordava il mai abbastanza compianto Norman Borlaug, a patto di rispettare una semplice regola: gli incrementi di rese dovranno essere sempre superiori agli incrementi di input impiegati. Nella migliore delle condizioni, non sempre però raggiungibili, le rese andranno amplificate riducendo in termini assoluti le emissioni e gli input antropici.

Con buona pace dell’approccio vegan, inapplicabile, l’unica alternativa a quanto sopra sarebbe l’eliminazione di un miliardo di bocche da sfamare e impedire che la nuova popolazione mondiale ricominciasse a crescere dopo la falcidia. Soluzione, questa, ancor più inapplicabile.

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Lobby 2.0: le invisibili

lobby-1Negli ultimi vent’anni il mondo della comunicazione è stato rivoluzionato nei contenuti e nelle dinamiche. Internet in generale – e i social media in particolare – hanno capovolto i rapporti di forze pre esistenti stravolgendo anche le modalità di esercizio delle azioni di lobby. Queste sono passate dagli oligopoli, che premevano su pochi uomini influenti, a infinite entità pluricellulari che agiscono direttamente sull’opinione pubblica, sfruttando forme spontanee d’intelligenza collettiva

Perfino un Grizzly fugge quando inseguito da uno sciame di api inferocite, perché contro di esse i suoi canini e i suoi artigli nulla possono fare. Del resto anche un bisonte, nonostante la sua forza, ha poche chance di sopravvivere se finisce a bagno nel bel mezzo di un branco di Pirañas.

I due esempi sopra esposti, di tipo zoologico, altro non sono che metafore di quanto accade oggi in materia di esercizio della “lobby”, ovvero quell’azione di persuasione mirante a portare acqua al mulino di una corporazione, di un partito politico, oppure di un’azienda o di un’associazione. Tanto per intendersi, esercita un’azione di lobby Monsanto quando colloquia con i politici di un Paese in cui il colosso di St. Louis voglia far autorizzare un suo nuovo ogm. Ma sono parimenti lobby anche gli oltre 300 comitati del No costituiti in Italia da comuni cittadini che si oppongono a questa o quest’altra opera pubblica o privata. Per quanto possa far inorridire i puristi un po’ retrò del concetto di lobby, sono infatti parimenti lobbisti la grande multinazionale del biotech come pure i No-Tav che con le loro manifestazioni e guerriglie cercano di fare pressione sulla politica affinché rinunci all’opera ferroviaria. Esercitano “lobbying” DuPont come Greenpeace, Bayer come Legambiente, Monsanto come il Wwf, Syngenta come Coldiretti, Pfizer come la Lav.  Ognuna di queste promuove i propri interessi e bollare come lobby solo quelli che non ci piacciono è segno che del concetto di lobby non si conosce nemmeno l’abc.

Già, perché per quanto strano possa sembrare, l’esercizio della lobby è fatto assolutamente lecito: nell’accezione anglosassone è infatti del tutto normale che un gruppo di entità omogenee per interessi esponga le proprie ragioni presso i decisori politici o economici. La difesa dei propri interessi non è infatti di per sé illecita, a patto che questi siano riconosciuti altrettanto leciti anche dalla Legge. Non è invece lecito allungare bustarelle oppure mentire e ingannare i propri interlocutori, ma lì finisce l’azione di lobby e iniziano corruzione e inganno della buona fede altrui, punite la prima dalla Legge, la seconda dal biasimo sociale. Purtroppo, ci sono ancora molte persone che confondono i due concetti e continuano a equiparare lobby e mazzette, oppure lobby e menzogne.

L’evoluzione delle Lobby nel tempo

Fino a pochi decenni or sono, i lobbisti erano singoli emissari di ben precisi colossi. Pochi, ma enormi. Tanto per dire, alcuni grandi manager di multinazionali giocavano a golf con il Presidente degli Stati Uniti, facendo comunella quindi con i vertici del potere americano. Perché quello era il target delle “Lobby 1.0”: ottenere qualcosa di utile operando sul primo livello di potere, quello più alto, cioè la punta della piramide gerarchica. Serviva una Legge ad hoc? Pronti. La si poteva ottenere semplicemente esercitando pressioni sulla politica e sui grandi mezzi di comunicazione. Le generose donazioni per le campagne elettorali e gli aiuti economici alle testate un po’ asfittiche quanto a budget spianavano infatti la strada all’obbligata riconoscenza.

La diminuzione degli editori puri, quelli cioè che vivono solo della propria casa editrice, ha fatto poi entrare nei consigli di amministrazione dei giornali un crescente numero di persone aventi lo scopo di condizionare le politiche editoriali stesse, magari in barba all’onestà e alla professionalità del lavoro giornalistico puro e semplice. Tutto ciò, ovviamente, sopravvive ancora oggi, con organi di stampa che dalla carta sono passati alla televisione prima e al web poi, pur mantenendo gli stessi vizietti di prima.

Una ventina d’anni fa, però, internet iniziò a divenire strumento diffuso. L’evoluzione informatica dei popoli aprì nuove vie all’informazione e quindi il regime di oligopolio che la deteneva perse progressivamente forza e predominio. Con l’arrivo dei social, cioè Facebook, YouTube, Twitter e similari, si è poi verificato un fatto completamente nuovo e inaspettato: i cittadini hanno capito che potevano non solo attingere informazioni da una molteplicità di fonti non convenzionali, ma che potevano perfino diventare ciascuno un piccolo mezzo d’informazione fai-da-te, caricando filmati, pubblicando post, aprendosi blog, siti, pagine e account. Gli smartphone con videocamera incorporata hanno poi permesso a miliardi di persone di trasformarsi all’occorrenza in inviati speciali, in testimoni. Scenari, questi, che sono ormai oggetto di studi sociologici e di mercato proprio da parte di quei media che, volenti o nolenti, sono stati in buona parte scippati del controllo dell’informazione.

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Grazie alle nuove tecnologie, tutti possono illudersi di essere diventati reporter, giornalisti, anchor men e similari

E qui potrebbe scapparci una Ola dal vago sentore populista, se non si sapessero alcune cose che mettono il fenomeno appena descritto sotto una luce ben diversa. Perché le medaglie hanno tutte un rovescio e quella di cui sopra ne ha uno enorme.

Cosa succede infatti se l’informazione deborda dall’ambito professionale e diviene territorio di conquista “canem et porchem”? Succede che l’informazione muore per abuso di se stessa, esattamente come sosteneva Platone parlando di democrazia. La moltiplicazione esponenziale dei luoghi virtuali presso cui attingere informazioni ha reso infatti impossibile la verifica sostanziale delle medesime. L’ignoranza – ancor più spesso la malafede – hanno poi fatto il resto, creando un mostro dalle infinite teste le quali, come l’Hydra di Ercole, si rigenerano velocemente non appena si riesca a tagliarne qualcuna a colpi di argomentazioni serie e professionali.

Ed è proprio su questo humus anarco-comunicativo che sono state seminate le “Lobby 2.0”, quelle cioè che stanno soppiantando le “Lobby 1.0”, ormai obsolete e destinate a perire se non cambieranno anch’esse marcia. E in fretta.

Speech and Language Therapists Campaign Outside Parliament

Le moderne “Lobby 2.0” puntano sul numero e non sulle dimensioni. Sono da considerarsi dei veri e propri organismi pluricellulari

Lobby 2.0: piccoli, tanti, uniti e aggressivi. La formula vincente.

Le nuove “Lobby 2.0” non sono nate nei consigli di amministrazione di qualche multinazionale, bensì in una miriade di piccole realtà imprenditoriali le quali, trovandosi fra loro sul web, hanno progressivamente espanso la propria influenza all’interno dello strato più basso della piramide gerarchica, ovvero l’opinione pubblica. Già, perché questa è solo erroneamente considerata l’ultima. In realtà è la prima per importanza, perché nessun politico, nessun grande imprenditore, nessun giornale, vorrebbe mai andare contro di essa. Perché il popolo, in funzione dell’opinione che ha, vota, fa la spesa, compra giornali. Manipolare le sue opinioni rappresenta quindi la più efficace strategia di lobby mai messa a punto prima. Anziché andare dall’alto verso il basso, come prediletto dalle “Lobby 1.0”, le “Lobby 2.0” premono infatti dal basso verso l’alto. Strategia a suo modo geniale. E poi, non è certo pensabile che a giocare a golf col Presidente possano essere migliaia di piccoli imprenditori e commercianti provenienti da mezzo Mondo. Quindi, ai green presidenziali ci hanno rinunciato a piè pari, scegliendo saggiamente di giocare sulle menti della base, cioè il popolo. Ben più ingenuo e manipolabile del Presidente, per giunta…

Purtroppo, solo in pochi si sono accorti che l’Era delle “Lobby 2.0” è nata, che esiste e che sta già macinando business a quattro palmenti. Abituati come siamo a vedere le Lobby grandi e potenti, a considerare Lobby solo i regimi di monopolio e di oligopolio, non siamo più in grado di riconoscere come lobbistica un’azione di persuasione quando essa risulti dispersa in una miriade di punti diversi del mondo della comunicazione. Mentre le “Lobby 1.0” si muovevano infatti secondo la logica del grande predatore, enorme, rumoroso, potente e dai denti micidiali, le “Lobby 2.0” operano secondo le logiche dell’intelligenza di tipo coloniale, come per esempio fanno le api o le formiche. Peccato che a volte siano più che altro dei banchi di Pirañas: non agiscono secondo un piano coordinato, non hanno un capo che li guida, eppure riescono a spolpare un “bue” in men che non si dica, semplicemente occupando lo spazio in modo razionale e dando ciascuno un morso in un ben preciso punto. Ma vi è di più: il vero colpo di genio dei lobbisti 2.0 è stato proprio quello di far credere che non esistono. Ben ce lo ricorda anche la Chiesa che il trucco più efficace del Diavolo è quello di farci credere che non esiste. Ed io, da ateo qual sono, chissà quanti satanassi e bafometti ho reso felici con il mio scetticismo. Solo che, a differenza di Satana, le “Lobby 2.0” sono ben individuabili. Basta allontanarsi un attimo e guardare da lontano il brulicare di messaggi spontaneamente armonici, coerenti fra loro, direzionati verso una meta comune. Chi non riesce a vedere tutto ciò, né a capirne le dinamiche e i disegni, sarà bene cambi occhiali. Oppure testa. Perché il Mondo è anche suo e se non impara a difenderlo dai nuovi lobbisti 2.0 non farà certo un bell’affare.

Nella moderna comunicazione delle “Lobby 2.0” i “morsi” da Piraña di cui si parlava poco sopra sono pagine web apparentemente innocue, slegate fra loro. Oppure di Facebook, o ancora tweet, post, commenti qua e là nei forum. Tutti a ribattere i medesimi concetti, tutti a ripetere le stesse cose. Lo scopo, chiaro anche se mai dichiarato, è quello di consolidare i messaggi desiderati sfruttando la nota regola che vuole un’idiozia restare tale se la pronuncia un singolo, salvo divenire scuola di pensiero con la quale fare i conti quando a propugnarla siano milioni di persone. E nessun politico, nessun giornale, nessuna grande catena commerciale, si prenderà mai la briga di darle contro, a tale idiozia, anche quando sappia bene che la realtà è ben diversa da quella dipinta. L’unica verità che conti per questi soggetti è infatti la medesima che l’opinione pubblica ha eletto lei stessa a verità. E quindi l’assecondano. Anche perché, assecondandola, fanno business pure loro. Sia esso politico, sia esso economico, sia entrambi. Basti pensare a cosa sono riuscite a ottenere le lobby animaliste in materia di recepimento della Direttiva Europea sulla sperimentazione animale. In barba alle proteste della maggior parte del mondo scientifico, gli emendamenti chiesti dagli animalisti sono stati approvati da un Parlamento letteralmente prono alle loro istanze, indispettendo peraltro la Comunità europea, la quale sta ora meditando se non sia il caso di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia. Non meno appariscente il recente Decreto con il quale l’Italia ha subito applicato la libertà concessa dalla Ue di legiferare in materia di ogm, ovviamente proibendoli e beandosi di averlo fatto. Anche in questo caso, le lobby ambientaliste l’hanno avuta vinta sul piano politico e mediatico circa un tema, gli ogm appunto, sul quale un vero dibattito scientifico è sempre stato accuratamente impedito. Altrimenti, addio “Lobby 2.0”.

Chissà, forse quando il Parlamento legiferava su sperimentazione e ogm le “Lobby 1.0” stavano giocando a golf col Presidente, perché della loro opposizione non risulta traccia da alcuna parte.

A chi però, nonostante ciò, continuasse a pensare che il nuovo sia migliore del vecchio, sarà bene ricordare come prima o poi arriverà un brutto risveglio anche per lui. Già, perché le “Lobby 2.0”, ci si rassegni, sono mosse dai medesimi interessi di quelle precedenti, cioè la vendita, il business, il profitto, ma lo fanno in modo ancora più subdolo, cioè facendo credere l’esatto opposto. Sfruttando il proprio nanismo individuale, pur essendo titaniche come collettività, riescono infatti a sedurre l’opinione pubblica con argomentazioni che muovono su due fronti ben distinti. Il primo prevede la diffusione di milioni d’informazioni atte a gonfiare i vantaggi che i consumatori trarrebbero sposando le nuove proposte commerciali. Il secondo fiacca invece la concorrenza, presentandola come velenosa, cattiva, insostenibile dal punto di vista sanitario, sociale e perfino ambientale. Blandizie e terrorismo: una ricetta infallibile per convincere un consumatore ad abbandonare il prodotto precedente, convenzionale, per abbracciare quello nuovo, anche se quest’ultimo costa molto di più. E poco conta che il sito che propugna tali tesi sia qualcosa del tipo http://www.mangiabiochesalviilpianeta.org oppure http://www.vaganiimmortalibastachecaccilisoldi.com: il consumatore-navigatore lo riterrà autorevole solo perché sta su web, esattamente come 40 anni fa si riteneva oro colato ciò che veniva detto in televisione. In più, quel bel sito tutto apine e fiorellini ha pure una bella grafica e gli promette di desiderare solo ed esclusivamente il suo bene: i banner pubblicitari di pannelli fotovoltaici, di rimedi vegetali per dimagrire e di prodotti naturali per la cura della persona, sono lì solo per caso e non hanno assolutamente alcuno scopo di lucro.

In altre parole, la quantità delle informazioni ha soppiantato la qualità delle medesime e qualunque azzeccagarbugli può fare quindi business su web millantando miracoli e vite eterne senza che ciò che dice sia vagliato da chiccessia.

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L’eccesso di fonti e il bombardamento dei bufale e semi-bufale stanno sempre più disorientando il cittadino, il quale è sempre più in balia dei molti lobbisti 2.0

L’aspetto che rende queste azioni ancor più odiose è che spesso sono basate su mistificazioni, quando non addirittura su menzogne belle e buone. Inoltre, si oltrepassano vistosamente i limiti della scorrettezza quando si ricorre a un deliberato allarmismo circa i prodotti “degli altri”, allarmismo corroborato facendo leva anche sull’odio latente che i consumatori hanno verso le “Lobby 1.0”. A conferma, basti leggere su Facebook gli innumerevoli contributi che mirano a far passare per veleni terrificanti la Coca-Cola, la Nutella, oppure i cibi venduti da McDonalds. Il tutto, ovviamente, risulta funzionale al business opposto, cioè quello composto da una molteplicità di affaristi di piccole dimensioni i quali, grazie proprio al loro livello “micro”, sono riusciti a illudere il pubblico che loro al profitto, al business non pensano affatto. Praticamente, dei salvatori della Patria, della salute e dell’ambiente.

Chi, del resto, fra il piccolo David e il gigantesco Golia, tiferebbe per quest’ultimo, tramandatoci dalla Bibbia come feroce e spietato? Eppure quel guerriero, tanto muscolare quanto tonto, venne ucciso con una sassata in fronte lanciata da lontano con una fionda dal piccolo ma scaltro pastore.

A dimostrazione che non sono le dimensioni a dare il vantaggio, bensì la scaltrezza (e magari anche un po’ il comportamento anti sportivo…).

Quando poi i ruoli siano invertiti, la battaglia appare vieppiù difficile, perché i pochi “Golia” del business multinazionale si trovano oggi a fronteggiare gli attacchi di una sterminata orda di minuscoli “David”, i quali messi tutti insieme fanno però un volume di muscoli ben superiore. E in più hanno le fionde. Mediatiche, ovviamente, visto che si parla di comunicazione, ma pur sempre di fionde o di sassate si tratta.

Per esempio, è ben sì una sassata attaccare il business della carne definendola ovunque come cancerogena, tossica e devastante per l’ambiente. Una sassata funzionale al portafogli di chi vuole vendere più tofu e hamburger di soia e non certo per amore della salute dei consumatori. Lo spregiudicato disegno di questo business, però, lo si può facilmente misurare calcolando il prezzo al chilo di quegli hamburger “veggie”, pari a 17,5 € (fonte: Esselunga, 31/01/2015), e comparandolo con altre forme di prodotti proteici. Basta infatti dare un’occhiata ai cartellini dei prezzi e ci si accorge che qualcosa non torna: la carne di bovino adulto la si può trovare anche a 9,9 € (pesce o spinacino), oppure intorno ai 17-19 € (scamone o magatello). Meglio ancora se gli hamburger sono di suino: solo 5,99 €/kg. Circa un terzo di quelli di soia. Di euro bisogna spenderne invece solo dieci al chilo se si vuole comprare delle fette già pronte di fesa di pollo. Poco più della metà dei succitati hamburger “salutisti”. E per realizzare i prodotti di cui sopra, i costi di allevamento, cura e trasformazione sono sicuramente più elevati di quelli di coltivazione e lavorazione della soia. Quindi i margini commerciali di certi prodotti “alternativi” devono probabilmente essere stellari. Per tutti: per chi coltiva soia, magari bio, per chi la trasforma e la vende già bell’e confezionata, come pure per il supermercato che la piazza sugli scaffali, il quale alla fin fine è quello che ha più da guadagnarci dalle pompatissime mode ambiental-salutiste che dilagano appunto grazie alle agili e liquide forme di “Lobby 2.0”.

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Il prezzo dei prodotti a base di soia, nonostante la filiera più corta, costano di più di molti dei prodotti a base di carne che si prefiggono di sostituire. Un business alquanto lucroso che fa leva su paure salutistiche e ambientali opportunamente gonfiate

Analogamente, buona parte del mondo Bio si è fatta largo sostenendo da un lato maggiori salubrità e proprietà nutrizionali dei propri prodotti, mentre dall’altro gettava fango sui prodotti “degli altri”. Già, gli “altri”: quelli che usano pesticidi, veleni. Quelli che distruggono la tua salute, devastano l’ambiente e, quindi, perché diavolo non compri anche tu il mio bel prodottino Bio, anche se costa magari il doppio di quello convenzionale? (che magari è pure lui a residuo zero, ma questo ovviamente non viene detto mai).

A favore di queste argomentazioni si sono peraltro schierati agronomi, veterinari, nutrizionisti, biologi e ricercatori universitari i quali, nonostante le contumelie rivoltegli dalla maggioranza dei colleghi che ben ricordano ciò che hanno imparato all’Università e nella vita, proseguono imperterriti a spacciare per salvifico ciò che salvifico non è, oppure per letale ciò che letale non è. Il top si raggiunge nei corridoi di certe univesità, dove degli pseudo-ricercatori pianificano a tavolino degli studi concepiti fin dal principio per dimostrare che una cosa fa malissimo, oppure che un’altra fa benissimo. Prendono poi fischi da tutte le parti del mondo accademico, ma a loro che gliene frega? Sono diventati qualcuno pubblicando fandonie, hanno venduto fiumi di libri, prendono caché importanti a ogni convegno cui vanno e sono corteggiati dalla stampa ogni volta che aprono bocca dicendo le loro belinate. Per loro la scienza è stato il miglior business che potesse capitargli. E sul lavoro di questi gaglioffi trovano respiro “scientifico” le argomentazioni di marketing di chi vende i prodotti “buoni” sputando astio e falsità su quelli “cattivi”.

C’è forse un capo occulto dietro a tutto questo? Un grande Goldfinger che pianifica, trama e ordisce questo efficace piano di comunicazione, basato su millanterie da un lato e calunnie infamanti dall’altro? No, non c’è. Sono le “Lobby 2.0”, baby: quelle che si muovono come un sol uomo pur essendo composte da milioni di individui apparentemente disconnessi gli uni dagli altri. Quelle che, appunto, come tanti, voracissimi Pirañas spolpano il grande bovino – il consumatore – ma gli fanno credere che il suo nemico peggiore sia il coccodrillo cattivone che lo guarda dall’altra parte dello stagno.

Del resto, è proprio la voglia di Natura e di salute del cittadino moderno che ha dato molteplici spunti per creare questi business, tanto furbetti quanto miliardari. Business che talvolta – sorpresa delle sorprese – sono molto superiori per volumi a quello di tutte le multinazionali dell’agrochimica messe insieme: circa 80 miliardi di dollari nel 2013, segnati dal biologico, contro i 52,7 miliardi di tutta l’agroindustria. E le prospettive per il biologico sono alquanto rosee, visto che si prevede toccherà i 188 miliardi di dollari entro il 2019. Però, dal momento che questi 188 miliardi saranno incassati da una molteplicità di elementi, contro poche decine di industrie che nel 2019 si spartiranno meno di un terzo di quella cifra, si rischia di cadere in un terribile inganno, quello che ci porta cioè a credere che i primi siano quasi una forma di democrazia dell’agroalimentare, “’nzaccobbello e ‘nzacco pulito”, mentre le lobby vere siano quelle delle seconde, brutte cattive, che ci inquinano e ci fanno morire di cancro. Io non so se morirò di cancro perché mangio qualche bistecca, oppure perché compro ortofrutta convenzionale. Di certo so che risparmierò denaro e non contribuirò all’orgia commerciale che sta gonfiando i guadagni di innumerevoli furbacchioni.

Not with my money, baby… Con buona pace delle vostre “Lobby 2.0”

In molti casi, sono i guru che tuonano contro i guadagni degli altri ad avere i conti in banca più ricchi, grazie alla ricca pletora di seguaci che ne gonfiano il mito

I business dei prodotti dei “buoni” sono talvolta più ricchi e redditizi di quelli dei “cattivi”. Un fatto che dovrebbe fare meditare il consumatore

La prossima volta che quindi troverete sul web uno “scoop”, un titolo “shock”, uno “scandalo” di cui “nessuno parla”, abbinato magari all’invito a diffondere all’impazzata, pensateci ben due volte prima di schiacciare il tasto “condividi”, oppure “mi piace”. Perché così facendo potreste fare gli interessi proprio di qualche spregiudicato mercante che razzola e prospera nei torbidi fondali delle nuove “lobby pluricellulari” di cui sopra. E che uno spregiudicato mercante sia solitario e gigantesco, oppure sia composto da una miriade di micro-mercanti in miniatura, sempre di spregiudicati mercanti si parla. E i mercanti non vanno premiati, bensì combattuti. Tutti.

Come? Facile: non dando loro né i nostri soldi, né tanto meno la nostra attenzione e comprando solo in base a ciò che è il nostro interesse. Stando magari lontani da ideologie tanto profumate quanto farlocche che come unico scopo hanno quello di aprire la porta al nostro portafogli.

Buona spesa intelligente a tutti! Alla faccia di “Lobby 1.0” e di “Lobby 2.0”.

(Ora scusate, devo andare: il Presidente mi aspetta per la solita partita a golf… Tanto è sempre lì che si va a finire da parte di chi legge i miei articoli: “Ki ti paga?”. Perché la mamma degli imbecilli e dei troll è sempre incinta e fa parti plurigemellari).

 

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