Lobby 2.0: le invisibili

lobby-1Negli ultimi vent’anni il mondo della comunicazione è stato rivoluzionato nei contenuti e nelle dinamiche. Internet in generale – e i social media in particolare – hanno capovolto i rapporti di forze pre esistenti stravolgendo anche le modalità di esercizio delle azioni di lobby. Queste sono passate dagli oligopoli, che premevano su pochi uomini influenti, a infinite entità pluricellulari che agiscono direttamente sull’opinione pubblica, sfruttando forme spontanee d’intelligenza collettiva

Perfino un Grizzly fugge quando inseguito da uno sciame di api inferocite, perché contro di esse i suoi canini e i suoi artigli nulla possono fare. Del resto anche un bisonte, nonostante la sua forza, ha poche chance di sopravvivere se finisce a bagno nel bel mezzo di un branco di Pirañas.

I due esempi sopra esposti, di tipo zoologico, altro non sono che metafore di quanto accade oggi in materia di esercizio della “lobby”, ovvero quell’azione di persuasione mirante a portare acqua al mulino di una corporazione, di un partito politico, oppure di un’azienda o di un’associazione. Tanto per intendersi, esercita un’azione di lobby Monsanto quando colloquia con i politici di un Paese in cui il colosso di St. Louis voglia far autorizzare un suo nuovo ogm. Ma sono parimenti lobby anche gli oltre 300 comitati del No costituiti in Italia da comuni cittadini che si oppongono a questa o quest’altra opera pubblica o privata. Per quanto possa far inorridire i puristi un po’ retrò del concetto di lobby, sono infatti parimenti lobbisti la grande multinazionale del biotech come pure i No-Tav che con le loro manifestazioni e guerriglie cercano di fare pressione sulla politica affinché rinunci all’opera ferroviaria. Esercitano “lobbying” DuPont come Greenpeace, Bayer come Legambiente, Monsanto come il Wwf, Syngenta come Coldiretti, Pfizer come la Lav.  Ognuna di queste promuove i propri interessi e bollare come lobby solo quelli che non ci piacciono è segno che del concetto di lobby non si conosce nemmeno l’abc.

Già, perché per quanto strano possa sembrare, l’esercizio della lobby è fatto assolutamente lecito: nell’accezione anglosassone è infatti del tutto normale che un gruppo di entità omogenee per interessi esponga le proprie ragioni presso i decisori politici o economici. La difesa dei propri interessi non è infatti di per sé illecita, a patto che questi siano riconosciuti altrettanto leciti anche dalla Legge. Non è invece lecito allungare bustarelle oppure mentire e ingannare i propri interlocutori, ma lì finisce l’azione di lobby e iniziano corruzione e inganno della buona fede altrui, punite la prima dalla Legge, la seconda dal biasimo sociale. Purtroppo, ci sono ancora molte persone che confondono i due concetti e continuano a equiparare lobby e mazzette, oppure lobby e menzogne.

L’evoluzione delle Lobby nel tempo

Fino a pochi decenni or sono, i lobbisti erano singoli emissari di ben precisi colossi. Pochi, ma enormi. Tanto per dire, alcuni grandi manager di multinazionali giocavano a golf con il Presidente degli Stati Uniti, facendo comunella quindi con i vertici del potere americano. Perché quello era il target delle “Lobby 1.0”: ottenere qualcosa di utile operando sul primo livello di potere, quello più alto, cioè la punta della piramide gerarchica. Serviva una Legge ad hoc? Pronti. La si poteva ottenere semplicemente esercitando pressioni sulla politica e sui grandi mezzi di comunicazione. Le generose donazioni per le campagne elettorali e gli aiuti economici alle testate un po’ asfittiche quanto a budget spianavano infatti la strada all’obbligata riconoscenza.

La diminuzione degli editori puri, quelli cioè che vivono solo della propria casa editrice, ha fatto poi entrare nei consigli di amministrazione dei giornali un crescente numero di persone aventi lo scopo di condizionare le politiche editoriali stesse, magari in barba all’onestà e alla professionalità del lavoro giornalistico puro e semplice. Tutto ciò, ovviamente, sopravvive ancora oggi, con organi di stampa che dalla carta sono passati alla televisione prima e al web poi, pur mantenendo gli stessi vizietti di prima.

Una ventina d’anni fa, però, internet iniziò a divenire strumento diffuso. L’evoluzione informatica dei popoli aprì nuove vie all’informazione e quindi il regime di oligopolio che la deteneva perse progressivamente forza e predominio. Con l’arrivo dei social, cioè Facebook, YouTube, Twitter e similari, si è poi verificato un fatto completamente nuovo e inaspettato: i cittadini hanno capito che potevano non solo attingere informazioni da una molteplicità di fonti non convenzionali, ma che potevano perfino diventare ciascuno un piccolo mezzo d’informazione fai-da-te, caricando filmati, pubblicando post, aprendosi blog, siti, pagine e account. Gli smartphone con videocamera incorporata hanno poi permesso a miliardi di persone di trasformarsi all’occorrenza in inviati speciali, in testimoni. Scenari, questi, che sono ormai oggetto di studi sociologici e di mercato proprio da parte di quei media che, volenti o nolenti, sono stati in buona parte scippati del controllo dell’informazione.

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Grazie alle nuove tecnologie, tutti possono illudersi di essere diventati reporter, giornalisti, anchor men e similari

E qui potrebbe scapparci una Ola dal vago sentore populista, se non si sapessero alcune cose che mettono il fenomeno appena descritto sotto una luce ben diversa. Perché le medaglie hanno tutte un rovescio e quella di cui sopra ne ha uno enorme.

Cosa succede infatti se l’informazione deborda dall’ambito professionale e diviene territorio di conquista “canem et porchem”? Succede che l’informazione muore per abuso di se stessa, esattamente come sosteneva Platone parlando di democrazia. La moltiplicazione esponenziale dei luoghi virtuali presso cui attingere informazioni ha reso infatti impossibile la verifica sostanziale delle medesime. L’ignoranza – ancor più spesso la malafede – hanno poi fatto il resto, creando un mostro dalle infinite teste le quali, come l’Hydra di Ercole, si rigenerano velocemente non appena si riesca a tagliarne qualcuna a colpi di argomentazioni serie e professionali.

Ed è proprio su questo humus anarco-comunicativo che sono state seminate le “Lobby 2.0”, quelle cioè che stanno soppiantando le “Lobby 1.0”, ormai obsolete e destinate a perire se non cambieranno anch’esse marcia. E in fretta.

Speech and Language Therapists Campaign Outside Parliament

Le moderne “Lobby 2.0” puntano sul numero e non sulle dimensioni. Sono da considerarsi dei veri e propri organismi pluricellulari

Lobby 2.0: piccoli, tanti, uniti e aggressivi. La formula vincente.

Le nuove “Lobby 2.0” non sono nate nei consigli di amministrazione di qualche multinazionale, bensì in una miriade di piccole realtà imprenditoriali le quali, trovandosi fra loro sul web, hanno progressivamente espanso la propria influenza all’interno dello strato più basso della piramide gerarchica, ovvero l’opinione pubblica. Già, perché questa è solo erroneamente considerata l’ultima. In realtà è la prima per importanza, perché nessun politico, nessun grande imprenditore, nessun giornale, vorrebbe mai andare contro di essa. Perché il popolo, in funzione dell’opinione che ha, vota, fa la spesa, compra giornali. Manipolare le sue opinioni rappresenta quindi la più efficace strategia di lobby mai messa a punto prima. Anziché andare dall’alto verso il basso, come prediletto dalle “Lobby 1.0”, le “Lobby 2.0” premono infatti dal basso verso l’alto. Strategia a suo modo geniale. E poi, non è certo pensabile che a giocare a golf col Presidente possano essere migliaia di piccoli imprenditori e commercianti provenienti da mezzo Mondo. Quindi, ai green presidenziali ci hanno rinunciato a piè pari, scegliendo saggiamente di giocare sulle menti della base, cioè il popolo. Ben più ingenuo e manipolabile del Presidente, per giunta…

Purtroppo, solo in pochi si sono accorti che l’Era delle “Lobby 2.0” è nata, che esiste e che sta già macinando business a quattro palmenti. Abituati come siamo a vedere le Lobby grandi e potenti, a considerare Lobby solo i regimi di monopolio e di oligopolio, non siamo più in grado di riconoscere come lobbistica un’azione di persuasione quando essa risulti dispersa in una miriade di punti diversi del mondo della comunicazione. Mentre le “Lobby 1.0” si muovevano infatti secondo la logica del grande predatore, enorme, rumoroso, potente e dai denti micidiali, le “Lobby 2.0” operano secondo le logiche dell’intelligenza di tipo coloniale, come per esempio fanno le api o le formiche. Peccato che a volte siano più che altro dei banchi di Pirañas: non agiscono secondo un piano coordinato, non hanno un capo che li guida, eppure riescono a spolpare un “bue” in men che non si dica, semplicemente occupando lo spazio in modo razionale e dando ciascuno un morso in un ben preciso punto. Ma vi è di più: il vero colpo di genio dei lobbisti 2.0 è stato proprio quello di far credere che non esistono. Ben ce lo ricorda anche la Chiesa che il trucco più efficace del Diavolo è quello di farci credere che non esiste. Ed io, da ateo qual sono, chissà quanti satanassi e bafometti ho reso felici con il mio scetticismo. Solo che, a differenza di Satana, le “Lobby 2.0” sono ben individuabili. Basta allontanarsi un attimo e guardare da lontano il brulicare di messaggi spontaneamente armonici, coerenti fra loro, direzionati verso una meta comune. Chi non riesce a vedere tutto ciò, né a capirne le dinamiche e i disegni, sarà bene cambi occhiali. Oppure testa. Perché il Mondo è anche suo e se non impara a difenderlo dai nuovi lobbisti 2.0 non farà certo un bell’affare.

Nella moderna comunicazione delle “Lobby 2.0” i “morsi” da Piraña di cui si parlava poco sopra sono pagine web apparentemente innocue, slegate fra loro. Oppure di Facebook, o ancora tweet, post, commenti qua e là nei forum. Tutti a ribattere i medesimi concetti, tutti a ripetere le stesse cose. Lo scopo, chiaro anche se mai dichiarato, è quello di consolidare i messaggi desiderati sfruttando la nota regola che vuole un’idiozia restare tale se la pronuncia un singolo, salvo divenire scuola di pensiero con la quale fare i conti quando a propugnarla siano milioni di persone. E nessun politico, nessun giornale, nessuna grande catena commerciale, si prenderà mai la briga di darle contro, a tale idiozia, anche quando sappia bene che la realtà è ben diversa da quella dipinta. L’unica verità che conti per questi soggetti è infatti la medesima che l’opinione pubblica ha eletto lei stessa a verità. E quindi l’assecondano. Anche perché, assecondandola, fanno business pure loro. Sia esso politico, sia esso economico, sia entrambi. Basti pensare a cosa sono riuscite a ottenere le lobby animaliste in materia di recepimento della Direttiva Europea sulla sperimentazione animale. In barba alle proteste della maggior parte del mondo scientifico, gli emendamenti chiesti dagli animalisti sono stati approvati da un Parlamento letteralmente prono alle loro istanze, indispettendo peraltro la Comunità europea, la quale sta ora meditando se non sia il caso di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia. Non meno appariscente il recente Decreto con il quale l’Italia ha subito applicato la libertà concessa dalla Ue di legiferare in materia di ogm, ovviamente proibendoli e beandosi di averlo fatto. Anche in questo caso, le lobby ambientaliste l’hanno avuta vinta sul piano politico e mediatico circa un tema, gli ogm appunto, sul quale un vero dibattito scientifico è sempre stato accuratamente impedito. Altrimenti, addio “Lobby 2.0”.

Chissà, forse quando il Parlamento legiferava su sperimentazione e ogm le “Lobby 1.0” stavano giocando a golf col Presidente, perché della loro opposizione non risulta traccia da alcuna parte.

A chi però, nonostante ciò, continuasse a pensare che il nuovo sia migliore del vecchio, sarà bene ricordare come prima o poi arriverà un brutto risveglio anche per lui. Già, perché le “Lobby 2.0”, ci si rassegni, sono mosse dai medesimi interessi di quelle precedenti, cioè la vendita, il business, il profitto, ma lo fanno in modo ancora più subdolo, cioè facendo credere l’esatto opposto. Sfruttando il proprio nanismo individuale, pur essendo titaniche come collettività, riescono infatti a sedurre l’opinione pubblica con argomentazioni che muovono su due fronti ben distinti. Il primo prevede la diffusione di milioni d’informazioni atte a gonfiare i vantaggi che i consumatori trarrebbero sposando le nuove proposte commerciali. Il secondo fiacca invece la concorrenza, presentandola come velenosa, cattiva, insostenibile dal punto di vista sanitario, sociale e perfino ambientale. Blandizie e terrorismo: una ricetta infallibile per convincere un consumatore ad abbandonare il prodotto precedente, convenzionale, per abbracciare quello nuovo, anche se quest’ultimo costa molto di più. E poco conta che il sito che propugna tali tesi sia qualcosa del tipo http://www.mangiabiochesalviilpianeta.org oppure http://www.vaganiimmortalibastachecaccilisoldi.com: il consumatore-navigatore lo riterrà autorevole solo perché sta su web, esattamente come 40 anni fa si riteneva oro colato ciò che veniva detto in televisione. In più, quel bel sito tutto apine e fiorellini ha pure una bella grafica e gli promette di desiderare solo ed esclusivamente il suo bene: i banner pubblicitari di pannelli fotovoltaici, di rimedi vegetali per dimagrire e di prodotti naturali per la cura della persona, sono lì solo per caso e non hanno assolutamente alcuno scopo di lucro.

In altre parole, la quantità delle informazioni ha soppiantato la qualità delle medesime e qualunque azzeccagarbugli può fare quindi business su web millantando miracoli e vite eterne senza che ciò che dice sia vagliato da chiccessia.

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L’eccesso di fonti e il bombardamento dei bufale e semi-bufale stanno sempre più disorientando il cittadino, il quale è sempre più in balia dei molti lobbisti 2.0

L’aspetto che rende queste azioni ancor più odiose è che spesso sono basate su mistificazioni, quando non addirittura su menzogne belle e buone. Inoltre, si oltrepassano vistosamente i limiti della scorrettezza quando si ricorre a un deliberato allarmismo circa i prodotti “degli altri”, allarmismo corroborato facendo leva anche sull’odio latente che i consumatori hanno verso le “Lobby 1.0”. A conferma, basti leggere su Facebook gli innumerevoli contributi che mirano a far passare per veleni terrificanti la Coca-Cola, la Nutella, oppure i cibi venduti da McDonalds. Il tutto, ovviamente, risulta funzionale al business opposto, cioè quello composto da una molteplicità di affaristi di piccole dimensioni i quali, grazie proprio al loro livello “micro”, sono riusciti a illudere il pubblico che loro al profitto, al business non pensano affatto. Praticamente, dei salvatori della Patria, della salute e dell’ambiente.

Chi, del resto, fra il piccolo David e il gigantesco Golia, tiferebbe per quest’ultimo, tramandatoci dalla Bibbia come feroce e spietato? Eppure quel guerriero, tanto muscolare quanto tonto, venne ucciso con una sassata in fronte lanciata da lontano con una fionda dal piccolo ma scaltro pastore.

A dimostrazione che non sono le dimensioni a dare il vantaggio, bensì la scaltrezza (e magari anche un po’ il comportamento anti sportivo…).

Quando poi i ruoli siano invertiti, la battaglia appare vieppiù difficile, perché i pochi “Golia” del business multinazionale si trovano oggi a fronteggiare gli attacchi di una sterminata orda di minuscoli “David”, i quali messi tutti insieme fanno però un volume di muscoli ben superiore. E in più hanno le fionde. Mediatiche, ovviamente, visto che si parla di comunicazione, ma pur sempre di fionde o di sassate si tratta.

Per esempio, è ben sì una sassata attaccare il business della carne definendola ovunque come cancerogena, tossica e devastante per l’ambiente. Una sassata funzionale al portafogli di chi vuole vendere più tofu e hamburger di soia e non certo per amore della salute dei consumatori. Lo spregiudicato disegno di questo business, però, lo si può facilmente misurare calcolando il prezzo al chilo di quegli hamburger “veggie”, pari a 17,5 € (fonte: Esselunga, 31/01/2015), e comparandolo con altre forme di prodotti proteici. Basta infatti dare un’occhiata ai cartellini dei prezzi e ci si accorge che qualcosa non torna: la carne di bovino adulto la si può trovare anche a 9,9 € (pesce o spinacino), oppure intorno ai 17-19 € (scamone o magatello). Meglio ancora se gli hamburger sono di suino: solo 5,99 €/kg. Circa un terzo di quelli di soia. Di euro bisogna spenderne invece solo dieci al chilo se si vuole comprare delle fette già pronte di fesa di pollo. Poco più della metà dei succitati hamburger “salutisti”. E per realizzare i prodotti di cui sopra, i costi di allevamento, cura e trasformazione sono sicuramente più elevati di quelli di coltivazione e lavorazione della soia. Quindi i margini commerciali di certi prodotti “alternativi” devono probabilmente essere stellari. Per tutti: per chi coltiva soia, magari bio, per chi la trasforma e la vende già bell’e confezionata, come pure per il supermercato che la piazza sugli scaffali, il quale alla fin fine è quello che ha più da guadagnarci dalle pompatissime mode ambiental-salutiste che dilagano appunto grazie alle agili e liquide forme di “Lobby 2.0”.

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Il prezzo dei prodotti a base di soia, nonostante la filiera più corta, costano di più di molti dei prodotti a base di carne che si prefiggono di sostituire. Un business alquanto lucroso che fa leva su paure salutistiche e ambientali opportunamente gonfiate

Analogamente, buona parte del mondo Bio si è fatta largo sostenendo da un lato maggiori salubrità e proprietà nutrizionali dei propri prodotti, mentre dall’altro gettava fango sui prodotti “degli altri”. Già, gli “altri”: quelli che usano pesticidi, veleni. Quelli che distruggono la tua salute, devastano l’ambiente e, quindi, perché diavolo non compri anche tu il mio bel prodottino Bio, anche se costa magari il doppio di quello convenzionale? (che magari è pure lui a residuo zero, ma questo ovviamente non viene detto mai).

A favore di queste argomentazioni si sono peraltro schierati agronomi, veterinari, nutrizionisti, biologi e ricercatori universitari i quali, nonostante le contumelie rivoltegli dalla maggioranza dei colleghi che ben ricordano ciò che hanno imparato all’Università e nella vita, proseguono imperterriti a spacciare per salvifico ciò che salvifico non è, oppure per letale ciò che letale non è. Il top si raggiunge nei corridoi di certe univesità, dove degli pseudo-ricercatori pianificano a tavolino degli studi concepiti fin dal principio per dimostrare che una cosa fa malissimo, oppure che un’altra fa benissimo. Prendono poi fischi da tutte le parti del mondo accademico, ma a loro che gliene frega? Sono diventati qualcuno pubblicando fandonie, hanno venduto fiumi di libri, prendono caché importanti a ogni convegno cui vanno e sono corteggiati dalla stampa ogni volta che aprono bocca dicendo le loro belinate. Per loro la scienza è stato il miglior business che potesse capitargli. E sul lavoro di questi gaglioffi trovano respiro “scientifico” le argomentazioni di marketing di chi vende i prodotti “buoni” sputando astio e falsità su quelli “cattivi”.

C’è forse un capo occulto dietro a tutto questo? Un grande Goldfinger che pianifica, trama e ordisce questo efficace piano di comunicazione, basato su millanterie da un lato e calunnie infamanti dall’altro? No, non c’è. Sono le “Lobby 2.0”, baby: quelle che si muovono come un sol uomo pur essendo composte da milioni di individui apparentemente disconnessi gli uni dagli altri. Quelle che, appunto, come tanti, voracissimi Pirañas spolpano il grande bovino – il consumatore – ma gli fanno credere che il suo nemico peggiore sia il coccodrillo cattivone che lo guarda dall’altra parte dello stagno.

Del resto, è proprio la voglia di Natura e di salute del cittadino moderno che ha dato molteplici spunti per creare questi business, tanto furbetti quanto miliardari. Business che talvolta – sorpresa delle sorprese – sono molto superiori per volumi a quello di tutte le multinazionali dell’agrochimica messe insieme: circa 80 miliardi di dollari nel 2013, segnati dal biologico, contro i 52,7 miliardi di tutta l’agroindustria. E le prospettive per il biologico sono alquanto rosee, visto che si prevede toccherà i 188 miliardi di dollari entro il 2019. Però, dal momento che questi 188 miliardi saranno incassati da una molteplicità di elementi, contro poche decine di industrie che nel 2019 si spartiranno meno di un terzo di quella cifra, si rischia di cadere in un terribile inganno, quello che ci porta cioè a credere che i primi siano quasi una forma di democrazia dell’agroalimentare, “’nzaccobbello e ‘nzacco pulito”, mentre le lobby vere siano quelle delle seconde, brutte cattive, che ci inquinano e ci fanno morire di cancro. Io non so se morirò di cancro perché mangio qualche bistecca, oppure perché compro ortofrutta convenzionale. Di certo so che risparmierò denaro e non contribuirò all’orgia commerciale che sta gonfiando i guadagni di innumerevoli furbacchioni.

Not with my money, baby… Con buona pace delle vostre “Lobby 2.0”

In molti casi, sono i guru che tuonano contro i guadagni degli altri ad avere i conti in banca più ricchi, grazie alla ricca pletora di seguaci che ne gonfiano il mito

I business dei prodotti dei “buoni” sono talvolta più ricchi e redditizi di quelli dei “cattivi”. Un fatto che dovrebbe fare meditare il consumatore

La prossima volta che quindi troverete sul web uno “scoop”, un titolo “shock”, uno “scandalo” di cui “nessuno parla”, abbinato magari all’invito a diffondere all’impazzata, pensateci ben due volte prima di schiacciare il tasto “condividi”, oppure “mi piace”. Perché così facendo potreste fare gli interessi proprio di qualche spregiudicato mercante che razzola e prospera nei torbidi fondali delle nuove “lobby pluricellulari” di cui sopra. E che uno spregiudicato mercante sia solitario e gigantesco, oppure sia composto da una miriade di micro-mercanti in miniatura, sempre di spregiudicati mercanti si parla. E i mercanti non vanno premiati, bensì combattuti. Tutti.

Come? Facile: non dando loro né i nostri soldi, né tanto meno la nostra attenzione e comprando solo in base a ciò che è il nostro interesse. Stando magari lontani da ideologie tanto profumate quanto farlocche che come unico scopo hanno quello di aprire la porta al nostro portafogli.

Buona spesa intelligente a tutti! Alla faccia di “Lobby 1.0” e di “Lobby 2.0”.

(Ora scusate, devo andare: il Presidente mi aspetta per la solita partita a golf… Tanto è sempre lì che si va a finire da parte di chi legge i miei articoli: “Ki ti paga?”. Perché la mamma degli imbecilli e dei troll è sempre incinta e fa parti plurigemellari).

 

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Latte: quante idiozie in rete…

LatteLatte? Se vi piace e lo tollerate bevetelo pure con serenità, perché quanto di male è stato detto su questo alimento nel migliore dei casi è un’esagerazione, nel peggiore è una bufala vera e propria. Ovviamente, come ogni altro alimento anche il latte ha pregi e difetti, valori e limiti. Ma per favore, basta credere a ogni stupidaggine priva di fondamento…

L’esercito anti-zootecnia risulta schierato su più fronti, tutti uniti però da un unico denominatore comune: la disinformazione. Se da un lato ci sono i pasdaran che premono per il bando delle carni, dall’altro vi sono i pasionari della messa all’indice di latte e derivati. Le accuse sono sempre le medesime, ovvero l’ambiente, l’etica, la salute e perfino l’antropologia.

Vi sono diversi articoli che fanno da contro altare alle loro argomentazioni e quindi lancio un invito a leggerli, ora o in un secondo momento: sono una stringata selezione fra le molteplici fonti citabili, soprattutto pensando ai ponderosi libri di testo universitari di fisiologia, anatomia, antropologia, etologia, morfologia, biochimica e citologia. Per questi ci vorrebbe però qualche anno di tempo per leggerseli tutti e, soprattutto, per capirne i contenuti e farli propri. In attesa che questo tempo arrivi, i link elencati alla fine del pezzo potranno forse risultare utili comunque. Almeno si spera…

In questo, di articolo, si focalizzerà quindi solo su un punto, ovvero la fandonia per la quale l’Uomo sarebbe l’unico “animale” a cibarsi di latte di altre specie e per giunta lo farebbe in età adulta. Come se ciò fosse di per sé scandaloso e inconcepibile. Nei tempi in cui la gente viveva nel pieno del Boom economico post-bellico il latte era addirittura visto come status simbol, essendo ritenuto un alimento prezioso. Perfino la mano di Fellini diresse un cortometraggio in cui il latte era presentato come alimento principe, per i bambini ma non solo. La fame, si sa, evita spesso che nascano paturnie. E di fame all’epoca dello spot felliniano ce n’era parecchia. È semmai il benessere (e la noia ad esso collegata) a scatenare il virus della menzogna antiscientifica. Della bufala, per dirla in parole più moderne.

Una fra le baggianate più demenziali è quella che vorrebbe l’Uomo moderno come un Essere ormai “deviato” da stili di vita innaturali ove, orrore e raccapriccio, Egli si nutrirebbe anche da adulto di latte. E pure di altre specie, si aggiunge. Fa già sorridere a questo punto l’idea di andare al supermercato a cercare latte umano per fare colazione. Tali campagne anti-latte vengono propalate preferenzialmente su web, ovviamente. È soprattutto in rete, infatti, che è dilagata l’illusione che “uno valga uno” e quindi anche l’ultimo degli ignoranti pensa che le proprie opinioni in materia di scienza valgano quanto quelle di un docente universitario. Fra le molte bizzarrie che circolano su internet si è quindi deciso di citarne una che risultasse emblematica di quanto detto sopra, ovvero l’immagine sotto riportata. In essa si vede un uomo adulto travestito da poppante che sovrasta due affermazioni che già di per sé sono tutto un programma.

 

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Prima però di spiegare perché queste frasi sono del tutto farlocche, ho ritenuto utile caricare nell’articolo alcune prove fotografiche di quanto l’Uomo sia tutt’altro che l’unico “animale” a gradire il latte, anche da adulto, perfino quando esso provenga dalle mammelle di altre specie.

 

L’Uomo è l’unico “animale” a bere latte di altre specie? Non su questo Pianeta

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 L’esordio spetta a una fotografia molto famosa, non certo unica nel suo genere, in cui dei gatti adulti sembrano in fila per bersi il latte tiepido direttamente dalle mammelle della bovina

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Per par condicio, anche i cani sembrano gradire il latte bovino, anch’essi da adulti…

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... e ciò succede in Occidente come in Oriente…

 

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Nulla di strano quindi che un gatto possa attingere latte perfino da una cagna, sfatando in tal modo due miti in una volta sola…

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La generosità dei cani, del resto, è risaputa da tempo

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E dopo aver parlato di cani e di gatti, potevano forse mancare dei ratti? Anche i roditori a quanto pare non disprezzano nutrirsi di latte. E sembrano tutto tranne che cuccioli

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Anche fra erbivori pare esservi una certa solidarietà interspecifica…

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… e la benevolenza bovina pare essere riservata anche ai cuccioli d’Uomo

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A onor del vero, pare che questa benevolenza non sia esclusiva degli animali, vista la disponibilità di questa donna ad allattare un maiale

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In questo caso, il latte di un onnivoro finisce addirittura nella bocca di un erbivoro

Quando perciò vedrete circolare messaggi fuorvianti e demenziali sul rapporto Uomo-latte, magari ricordatevi di questa piccola fotogallery. Perché per capire che la prima immagine caricata è priva di senso non serve essere professori di fisiologia o dei nutrizionisti: basta fare una navigata su Google…

 

Bere latte in età adulta è normale

 

Contrariamente a quanto sostengono alcuni suoi detrattori, il latte è un alimento ricco. Non a caso viene utilizzato dai mammiferi per sfamare i propri piccoli e accelerarne lo sviluppo rafforzando al contempo le loro difese immunitarie. Poi però fra i 5 e i 10 anni una gran parte delle persone tende a perdere la capacità di digerirlo. Alcune di esse possono stare proprio male se lo bevono. Una percentuale variabile della popolazione umana può invece continuare tranquillamente a goderselo, se gli va, ovviamente. Prima lezione quindi da imparare: non siamo tutti uguali e ogni generalizzazione risulta pertanto insensata. Ma perché si osserva tale disparità?

Come riassunto egregiamente da Dario Bressanini nel suo libro “Le bugie nel carrello”, edito da Chiarelettere, la capacità di produrre l’enzima lattasi, e quindi di digerire il lattosio, è conferita dall’attività di un singolo gene posto sul nostro secondo cromosoma. In alcuni di noi esso si spegne con l’età, fino a non funzionare più. Quindi, se il vostro gene per la lattasi si è addormentato, niente latte per voi. È meglio. Ma questo fenomeno si presenta in modo alquanto difforme sul Globo. Nei Paesi nordici come quelli scandinavi, per esempio, vi è una percentuale di adulti capaci di produrre lattasi compresa fra l’89 e il 96%. Non solo la latitudine influisce, però, dato che in Africa si può osservare come il 92% dell’etnia Tutsi produca lattasi, mentre solo il 2% del popolo Bashi può fare altrettanto. I primi possono quindi bere allegramente tutto il latte che vogliono, i secondi no.

Digerire latte è perciò un fatto in buona parte genetico-evolutivo. La mutazione che impedì al gene in questione di spegnersi con l’età, del resto, è solo di poche migliaia di anni fa. Chi porta il gene mutato possiede quindi la capacità di digerire latte a vita. E bene anche. Chi invece possiede il gene non mutato, pace? Forse, ma anche no: alcuni studi avrebbero dimostrato che pure la flora intestinale può selezionarsi in modo da permettere all’organismo di digerire lattosio anche in assenza di lattasi endogene. In altre parole, a digerire per noi ci pensano a volte dei batteri. Questo consente a molte persone di bere latte in età adulta anche se il loro gene specifico per la lattasi non funziona più. Non sapranno quindi mai se il loro gene funzioni o meno. Meraviglie della genetica e delle lezioni di Charles Darwin in materia di evoluzione.

Ecco perché bere latte da adulti non è affatto strano, né tantomeno innaturale. A meno di considerare innaturali i batteri e i nostri stessi geni, oppure di considerare innaturali le mutazioni spontanee su cui si è poggiato il cammino che dagli ominidi ha condotto all’Uomo moderno.

Che poi l’Uomo abbia fatto del latte un alimento di tipo “industriale”, mentre gli altri animali no, beh, ciò non deriva certo dalla tanto vagheggiata corruzione morale e intellettuale cui l’Umanità sarebbe andata incontro in tempi recenti. La capacità dell’Uomo di ottenere dagli animali il latte di cui nutrirsi dipende solo dalla sua intelligenza, la quale gli ha permesso di ingegnarsi fino a sfruttare ogni tipo di risorsa presente sul Pianeta. A volte magari esagerando pure, con lo sfruttamento. Ma questo è un altro discorso.

Se quindi non ritenete normale che un uomo adulto beva latte, non dovreste trovare naturale nemmeno che coltivi gli alberi da frutto anziché viverci sopra come facevano i suoi antenati ominidi. Nemmeno dovrebbe apparire naturale quel bel paio di jeans che gli coprono le natiche, o quel cappello di lana o di pile che lo protegge dal freddo d’inverno. Anche i condizionatori per l’aria non sembrano essere particolarmente diffusi nel Regno animale al di fuori dell’Homo sapiens, come pure le automobili, le canne da pesca, i treni, gli ascensori, la pizza e la ratatouille di verdure. Già, perché anche la cottura dei cibi è una prerogativa tutta umana, dal momento che solo l’Uomo ha capito come soggiogare il fuoco per rendersi la vita più facile e comoda.

Accettate quindi il fatto di essere Uomini, con tutti i pro e i contro che ciò comporta. Poi fate pure le vostre scelte alimentari. Ma che la si pianti di raccontare baggianate prive di alcun senso storico, fisiologico, nutrizionale e perfino antropologico. Come già detto e ripetuto allo sfinimento, ognuno è infatti libero di scegliere come alimentarsi: motivi di gusto, di salute, ma anche etico-soggettivi. Ma per favore, se il latte vi sta antipatico non andate a raccontare stupidaggini su questo alimento, perché possedere il gene per la menzogna è molto peggio che possedere quello per la lattasi…

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Bibliografia:

 

Per chi crede a “The China Study” https://giornalismocomunicazione.wordpress.com/2014/07/17/per-chi-crede-a-the-china-study/ (leggasi soprattutto il paragrafo sulle caseine)

Un’insalata salverà il Mondo? Spiacente: no. https://giornalismocomunicazione.wordpress.com/2014/06/29/uninsalata-salvera-il-mondo-spiacente-no/ (Se la zootecnia è il male dei mali anche per l’Effetto Serra, perché non vi è correlazione su base nazionale fra emissioni pro-capite di CO2 e capi di allevamento allevati pro-capite?)

Favole fra i tulipani https://giornalismocomunicazione.wordpress.com/2014/06/29/favole-fra-i-tulipani/ (Perché le speculazioni retoriche su cibo e acqua per tutti, se diventassimo vegani, sono da considerare solo sterili “conti della serva”)

Latte e autismo: ultima frontiera http://agronotizie.imagelinenetwork.com/zootecnia/2014/06/16/latte-e-autismo-ultima-frontiera-per-ora/38587 (Siamo certi che al cervello non sia la carenza di latte a fare male?)

Il latte http://www.dietcuriosity.it/latte/ (sintesi egregia sull’argomento latte)

Puntata di “Patti Chiari” (televisione svizzera) su intolleranze, naturopati etc.

http://www5.rsi.ch/pattichiari/node/4855

 

Libri consigliati:

 

Dario Bressanini: “Le bugie nel carrello”. Ed. Chiarelettere. A pagina 142 sono riportati anche diversi riferimenti bibliografici a sostegno di quanto sopra esposto.

Testo consigliato di fisiologia umana: http://www.libreriauniversitaria.it/fisiologia-umana-approccio-integrato-silverthorn/libro/9788871925905

Testo consigliato anatomia umana: http://www.libreriauniversitaria.it/anatomia-umana-martini-frederic-edises/libro/9788879597302

Testo consigliato di fisiologia degli animali: http://www.scienzemedicheveterinarie.unibo.it/it/avvisi/fisiologia-degli-animali-domestici

Testo consigliato per biochimica degli alimenti e della nutrizione: http://www.piccin.it/libri/9788829918256/biochimica-degli-alimenti-e-della-nutrizione.html?extra=scheda

Testo consigliato per antropologia: http://www.libreriauniversitaria.it/storia-antropologia-fabietti-ugo-zanichelli/libro/9788808162007

Per chi crede a “The China study”

Sogno vegetarianoIl libro di Colin Campbell, resoconto di una ricerca svolta a partire dagli Anni 80, è spesso sbandierato quale Manifesto dal Mondo vegano e vegetariano. Ma davvero la grande mole di numeri è sufficiente per trarre conclusioni come quelle tratte dal biochimico americano? La statistica e il buon senso globale direbbero di no…

La Cina è grande, in effetti. Quindi, cosa c’è di più affidabile di un’indagine epidemiologica su malattie e alimentazione se svolta nel Celeste Impero? Questo potrebbe essere il biglietto da visita del “The China Study”, libro di Colin Campbell edito nel 2005 e diffusosi molto in fretta fra chi osteggia i cibi di origine animale. Tanto per capirsi, i link al “The China Study” sono spesso buttati là nelle discussioni su salute e cibo, accompagnati talvolta anche dalla spocchia di chi s’illude di sapere ormai tutto, quando invece sta solo guardando la palla dall’unica parte che gli interessa.

Per quanto i numeri analizzati da Campbell siano imponenti, lo studio pare infatti giocare in modo un po’ furbetto con la statistica, come pure sembra non tenere affatto in considerazione ciò che avviene nel resto del Mondo e che è avvenuto all’Umanità negli ultimi 150 anni.

Vediamo quindi il botta e risposta fra l’autore e Denise Minger, cioè l’autrice di una revisione in chiave statistica del lavoro di Campbell. Interessante nota: Denise è una ex-vegana e ancora oggi, per motivi di intolleranze, non si nutre di latticini. Questo giusto per chiarire che non patisce certo di condizionamenti preconcetti verso chi crede nell’alimentazione “animal-free”.

 

Leggi le critiche di Denise Minger

Leggi la risposta di Colin Campbell

 

Statistica si, ma quale?

La giovane americana (è del 1987) parte da una serie di rielaborazioni statistiche dei dati analizzati da Campbell. Rielaborazioni fatte, per esempio, depurando i calcoli dalla variabile colesterolo. Campbell avrebbe infatti triangolato un po’ troppo spesso la correlazione fra proteine animali e tumori facendola rimbalzare sulla sponda del colesterolo. Questo in effetti è un “termometro” dei consumi di cibi animali ed è spesso presente ad alti livelli nelle persone più afflitte da problemi oncologici. Diventare vegani ci salverà quindi dal cancro? No, per il semplice motivo che il colesterolo è solo un indicatore dell’abuso di carne e latticini, fatte salve le produzioni endogene che con la dieta nulla hanno a che fare. Se però si eccede nel consumo di questi alimenti si avrà il colesterolo più alto e quindi una maggiore predisposizione a sviluppare patologie di tipo cardiovascolare. Infarti e ischemie cerebrali sono infatti causati da depositi di colesterolo nelle arterie, aggravati o mitigati in buona parte dalle abitudini di vita e dalla presenza o assenza di vizi come il fumo o l’alcol (se si beve un po’ troppo non è più un piacere: è un vizio). Con i tumori però il colesterolo poco c’entra se non come marcatore: i suoi alti livelli rivelano solo che la persona eccede con i cibi di cui sopra e questi sono in effetti degli apripista ad alcuni tipi di tumore se assunti in forti quantità, specialmente in carenza di alimenti vegetali. Questi ultimi sono infatti molto importanti nella dieta e se una persona se ne priva fa un danno già di per sé alla propria salute anche se poi mangia solo pasta e patate, prive di colesterolo e di proteine animali. Figuriamoci poi se questa persona s’ingozza pure di eggs’n’bacon fritti nel burro e di T-bone da mezzo chilo accompagnate da montagne di patatine fritte: se non diventa vecchio ciò non deve stupire.

L’adozione da parte di Campbell del colesterolo come parte integrante delle statistiche suona quindi un po’ strumentale e la Minger non perde occasione per sottolinearlo nella prima parte della critica al professore statunitense.

A pagina 12 viene poi citata una parassitosi, nota come schistosomiasi, causata da alcuni vermi piatti (platelminti). Questi avrebbero un peso notevole nello sviluppo dei tumori al colon e al retto. La correlazione con i tumori colon-rettali risulta infatti pari a +89 (scala da 0 a 100) e lascia quindi pochi dubbi sulla pericolosità di questi vermi microscopici. Essi, come ci insegna perfino l’enciclopedia Treccani, prevedono un ciclo di vita indiretto che oltre all’ospite definitivo, come l’Uomo, prevede alcune fasi larvali obbligate all’interno di diverse specie di lumache d’acqua dolce. Infestazioni di Schistosoma sono molto frequenti soprattutto in Asia sud-orientale, ove il parassita si può contrarre immergendosi in acque stagnanti. Se si pensa quindi ai contadini cinesi che camminano a gambe nude nelle loro risaie, non si stenta a capire quanti di essi possano acquisire i platelminti e, magari, sviluppare di conseguenza un tumore al colon-retto. Non a caso, alcune ricerche svolte nel Celeste Impero (Xu 1984) evidenziano lo Schistosoma quale importante causa di tumore colon-rettale.

Interessante pure la considerazione di Denise su birra e colesterolo (pag. 17), idem la correlazione “leucemia-industria-agricoltura-colesterolo”. In effetti, depurando i dati dal tipo di occupazione e di località in cui i Cinesi vivono, la correlazione leucemia-colesterolo di Campbell perde la maggior parte del suo mordente. In altre parole, se si viene esposti ad alti livelli di benzene e di altri inquinanti tipicamente industriali e cittadini, si hanno molte più probabilità di contrarre leucemie. Il colesterolo sarebbe quindi solo una presenza contestuale, ma non determinante ai fini numerici. Fra relazione di contestualità temporale e di rapporto causa-effetto c’è infatti una bella differenza. A conferma, anche il virus dell’epatite B, notoriamente correlabile ai tumori al fegato. Peccato che questo virus induca anche una maggiore espressione del colesterolo. Quindi se si è contratta l’epatite B è normale avere più colesterolo nel sangue. Se perciò si afferma che il tasso di tumori al fegato è correlato al colesterolo non è di per sé sbagliato, peccato che il colesterolo sia solo un marker e non la causa. La sua origine non è infatti dalla dieta, ma dall’interferenza del virus. Sostenere che il tumore al fegato viene per i consumi di alimenti animali che innalzano il colesterolo è per lo meno fuorviante e incompleto.

Molto diretti ed esplicativi anche i grafici da pagina 20 a pagina 24, nei quali si mostra il confronto fra le cinque Province cinesi a maggior consumo di cibi animali con le cinque a minor consumo di carni e latticini e più orientate ai vegetali. Molto spesso le varie malattie oncologiche colpiscono meno le prime e più le seconde. Tutto smontato il lavoro di Campbell? No, solo in parte. Quando si parla di Cina si deve infatti tenere a mente che in realtà questo gigante geografico è la somma di aree molto distinte fra loro. Si passa da quelle costiere a quelle tibetane, con ovvie differenze per quanto riguarda non solo l’alimentazione, ma anche lo stile di vita, le condizioni esterne, incluso il clima, e infine la genetica. Già, perché una buona parte dell’origine dei tumori affonda le radici proprio nei nostri geni. Popolazioni isolate fra loro possono quindi mostrare differenze sensibili in tema di predisposizione oncologica, indipendentemente da ciò che mangiano, perché la variabilità genetica schiaccia quella di tipo alimentare. Una vera riprova dei grafici della Minger si potrebbe avere solo facendo alimentare in modo diverso qualche migliaio di abitanti per ognuna delle Province elencate. Dopo qualche anno si vedrebbero forse differenze che al momento sfuggono. Non si può infatti escludere che gli abitanti della contea di Tuoli, apparentemente più sani di altri nonostante la dieta fortemente orientata ai cibi animali, non beneficerebbero di un cambio nella loro alimentazione. Inserendo frutta e verdura in abbondanza potremmo scoprire infatti che anche per il popolo di Tuoli le statistiche migliorerebbero. Come pure magari peggiorerebbero quelle delle contee ad alto consumo di vegetali se nella loro dieta venissero aggiunte forti componenti animali. Denise Minger è stata molto brava ad analizzare i numeri, ma forse a causa della giovane età le ha fatto difetto la capacità di ragionare in modo più ampio, ipotizzando scenari che i numeri ovviamente non contenevano. Ciò infatti le ha guadagnato diverse critiche e accuse da parte dei sostenitori di Campbell. Crescerà…

Altrettanto interessanti rispetto ai grafici di cui sopra risultano anche le considerazioni fatte da Denise sul consumo di verdure verdi (pag 8 e seguenti): stando ai numeri, conterebbe di più la costanza nel mangiarle rispetto al volume assoluto consumato in un anno. E questo ragionamento ha tutta una sua logica, dato che appare funzionale alla sensata abitudine di mangiare un po’ di tutto e spesso. Si sa infatti da tempo immemore che piccole dosi spalmate nel tempo, di ogni cibo, fanno bene alla salute, mentre la concentrazione selettiva di alimenti nel corso dell’anno non fornisce altrettanti benefici. Meditino quindi coloro i quali vagheggiano al bel Mondo antico, ove si mangiava solo frutta di stagione e d’inverno si viveva di polenta, formaggi e salumi conservati, perché nel Regno vegetale da ottobre ad aprile di fresco vi erano più che altro verze. I moderni flussi commerciali del cibo, giunto a noi da ogni parte del Globo, ci permettono di alimentarci con ogni tipo di prodotto in ogni momento dell’anno. E come si vedrà, forse hanno pure avuto un peso importante sulla nostra attuale longevità.

 

Minger Vs. Campbell, su un ring di formaggio…

Caseine veleno universale? Ciò parrebbe la conclusione tratta da Campbell dopo alcuni studi di laboratorio (sui topi, non sui Cinesi) in cui diverse dosi di caseine sarebbero state somministrate alle cavie. L’autore de “The China Study” non esita infatti a dire che “… la caseina si è rivelata così potente nei suoi effetti che potremmo accendere e spegnere la crescita del cancro semplicemente cambiando il livello somministrato“. Mangiate Parmigiano? Amate il Gongonzola o il Puzzone di Moena? Siete spacciati: forse non arriverete a Natale… Se invece un cancro lo avete già, basterà che smettiate di mangiare formaggi e latticini e lui si fermerà da solo. Ogni commento a tale approccio appare superfluo.

Ma davvero stanno così le cose? Vi è da dubitarne. Non solo per i dati sulla Contea cinese di Tuoli, ove le caseine sono alla base dell’alimentazione quotidiana, ma anche guardando alle ben longeve popolazioni montagnine del nostro arco alpino, ove latte e formaggi hanno rappresentato per millenni la più ricca fonte di cibo durante i mesi autunno-vernini.

Denise ne parla a pagina 25, facendo alcune interessanti considerazioni sulle asserzioni un po’ troppo assolutistiche di Campbell in materia di proteine. In alcuni studi sulle influenze delle aflatossine sul tumore al fegato, egli vide infatti differenze fra ratti alimentati con cereali e ratti alimentati con caseine. A chi scrive, in effetti, ha personalmente ricordato un po’ il controverso lavoro di Gilles Seralini sugli ogm. Ovvero, uno studio che pone gli animali di laboratorio in condizioni ben poco realistiche al fine di trarre conclusioni che più che scientifiche sembrano ideologiche. La vacuità di Campbell nell’esporre alcune “evidenze” da lui osservate in altri studi viene additata puntualmente dalla Minger, la quale evidentemente possiede un buon livello di sano scetticismo. I numeri del resto sono numeri, mentre le parole e i “sembra che” lasciano sempre il tempo che trovano. Questo, per lo meno, se si sa cosa voglia dire la parola “Scienza”.

Peraltro, lascia abbastanza perplessi una frase, proprio di Campbell, in materia di nutrizione: “Tutto negli alimenti lavora insieme per creare la salute o la malattia. Quanto più si suppone che una singola sostanza chimica possa caratterizzare un alimento intero, più ci si perde nell’idiozia”. Un concetto assolutamente condivisibile, questo, ma che appare strano quando espresso da uno che ha fondato buona parte delle sue ricerche proprio sugli effetti dannosi di un elemento nutritivo, come nel caso della caseina.

Nella sua confutazione alle critiche di Denise Minger Campbell apre infatti con una lunga spataffiata sulla “plausibilità biologica”, cioè se una cosa pare aver senso agli occhi del ricercatore probabilmente quella cosa è vera… Questa, secondo l’autore, varrebbe quindi più dei numeri e della statistica (!), affermando che “… l’effetto della caseina, che è stato studiato in profondità, se giudicato secondo i criteri formali per determinare sperimentalmente le sostanze chimiche classificate come cancerogene, classifica la caseina come la sostanza cancerogena più rilevante mai identificata”.

Strano, perché nelle liste realizzate dallo Iarc (International Agency for Research on Cancer), la caseina non risulta, mentre invece compaiono già al Gruppo 1 (Cancerogeni per l’Uomo) le foglie di Betel, un alimento vegetale presente in Asia. Al Gruppo 2B (Possibili cancerogeni) vi sono invece gli estratti di Ginko biloba, di Aloe vera e di Kawa, altra sostanza vegetale. Tutti prodotti che molti salutisti e puristi del Bio e del Veg si vanno a comprare in erboristeria. Pure la carragenina, estratto algale utilizzato come additivo perfino in certi preparati biologici, appartiene al Gruppo 2B. Aprendo il frigorifero, magari potremmo anche rimanere sorpresi di sapere che il pesto alla genovese contiene metileugenolo, presente anche in alcune erbe aromatiche. Molte spezie contengono invece safrolo, il quale finisce quindi nei piatti per nostra stessa volontà. Come le classifica lo Iarc? Sempre nel Gruppo 2B: possibili cancerogeni. Ma la caseina, no. Non c’è. Strano, si diceva, perché da come la mette Campbell dovrebbe risultare nella prima lista, al pari delle radiazioni ionizzanti, del benzene e dell’amianto.

In compenso, nella monografia n° 77 dello Iarc si riporta a pagina 106 uno studio che fa divenire la caseina molto più simpatica di quanto Campbell la vorrebbe far intendere: a dei ratti è stata somministrata per alcune settimane una dieta differenziata. Un gruppo assumeva alimenti con il 20% di caseina mentre un altro no, solo amidi. Dopo due settimane i due gruppi sono stati ulteriormente divisi in due e alla loro dieta sono stati aggiunti o meno degli ftalati, sostanze usate in passato come plastificanti ma poi aboliti perché agivano negativamente sul sistema endocrino. Gli ormoni, tanto per capirsi. Orbene, nei ratti alimentati con caseina le influenze degli ftalati erano molto inferiori rispetto al gruppo senza caseina. In altre parole, le caseine avevano giocato un ruolo protettivo e i ratti che l’avevano assunta mostravano un più alto numero di spermatozoi dei loro simili “non caseinati”. Interessante, visto che gli ftalati sono stati presenti nei contenitori in plastica per i cibi fino a pochi anni fa. Assumere caseine ha quindi avuto un apprezzabile effetto protettivo per la salute umana, con buona pace di chi le denigra a ogni pie’ sospinto.

Si può chiudere infine questo paragrafo con una risposta data da Campbell a Denise: “In sintesi, la critica di Denise manca di senso delle proporzioni. Dà (con esagerazione notevole, a volte) all’analisi dei dati della Cina un peso maggiore di quanto meritano ignorando le evidenze discusse negli altri 17 capitoli del libro. Il progetto di ricerca in Cina è stato uno studio fondamentale, sì, ma non era l’unico fattore determinante delle mie opinioni”.

Che buffa cosa… Denise, secondo Campbell, avrebbe focalizzato troppo sui dati cinesi, che lui per primo parrebbe ora ritenere secondari. E allora perché mai il libro lo ha intitolato “The China Study”? Misteri della psiche umana (e forse anche del marketing editoriale e della self-promotion)

 

Oltre “The China Study” e Denise Minger

Visto quanto sopra, sarà bene ora analizzare i fatti salendo un po’ più in alto e guardando il Mondo da diversi punti di osservazione, perché mica esiste solo la Cina…

Cosa succede se per esempio diamo un occhiata a livello spazio-temporale alla Terra, cercando di capire come l’alimentazione e il progresso in genere abbiano storicamente influito sulla nostra vita? Per giunta, va considerato pure che spesso il progresso è stato reso possibile proprio dai cambi nella dieta e che il progresso ha poi a sua volta influito sulla dieta stessa. Un circolo talvolta virtuoso, talvolta no. L’alta percentuale di obesi negli Usa e di diabetici in Cina ne sono una dimostrazione. Mangiare proteine animali fa quindi davvero male? Fa morire di cancro? In altre parole, accorcia la vita? Per prolungare la nostra esistenza e scampare ai cancri, dobbiamo quindi diventare tutti vegan-fruttariani? In Giappone se leggono queste domande iniziano a ridere a Natale e finiscono a Ferragosto.

Ogni anno i Figli del Sol Levante consumano infatti più di 70 chilogrammi di pesce pro-capite, posizionandosi al secondo posto dopo il Cile con 77. L’Italia, tanto per fare un paragone, è al decimo posto con circa 23 chili a testa. Nonostante ciò – e in barba a chi gufa contro i “mangiacadaveri” – l’età media del popolo giapponese è al secondo posto al Mondo, con 44,6 anni, di poco superiore all’Italia, terza, con 44,3. Solo il Principato di Monaco batte il Giappone, con 48,9. Un dato che però va interpretato, dal momento che nel Regno monegasco la popolazione non è esattamente quella che si potrebbe definire “standard”, visti i flussi di persone che mirano soltanto a pagare meno tasse.

Ancor più marcati i numeri relativi alle aspettative di vita. In questa particolare classifica il Giappone occupa invece la prima posizione, con la bellezza di 84,02 anni, media degli 87,56 delle donne e dei 79,67 degli uomini, da sempre meno longevi delle proprie compagne. L’Italia si conferma comunque in buona posizione, la quarta (preceduta oltre che dal Giappone anche da Macao e Andorra) con 82 anni, risultanza dei 79,4 degli uomini e 84,5 delle donne. L’India, Paese vegetariano per antonomasia, è invece al 145° posto e mostra un valore medio di soli 68,59 anni, ricavati dai 71,17 delle donne e i 66,28 degli uomini. La Cina, infine, si ferma su un valore di 75,2 anni, posizionandosi quindi a metà strada fra la vegetariana India e il “pescivoro” Giappone. Numeri questi che danno di che pensare, soprattutto ricordando le accuse di danneggiare la salute mosse ai cibi di origine animale. Specialmente il pesce è per alcuni considerato ancor peggio della carne (forse perché, come l’ospite, puzza?) e a questo tipo di alimento viene attribuita ogni nefandezze cancerogena: putrescine, cadaverine e chi più ne ha più ne metta. In pratica, per certe teste un po’ bacate, se si mangia un fritto misto o un branzino al sale forse non si arriverà vivi al prossimo w-end.

Ma al di là del Giappone, qui in Italia come siamo messi e, soprattutto, come eravamo messi 150 anni fa? Come visto l’Italia è oggi al quarto posto al Mondo per aspettative di vita. Viviamo alla grande e a lungo, a quanto pare. Quindi, analizzando le statistiche dovremmo scoprire che tale spaccato sanitario deve per forza poggiare su un trend alimentare vocato al Veg. Niente affatto, anzi. Nel grafico successivo si mostrano i trend relativi alla statura media, alle aspettative di vita e ai consumi di cibi animali (carne, pollame, pesce etc.).

correlazione-consumi-altezza-vita-italia

 

Come si vede, dal 1861 al 2011 la dieta italiana ha visto più che decuplicare la presenza di alimenti animali. Se fosse vero quanto ipotizzato da certi movimenti pseudo-scientifici (o meglio: pseudo-religiosi) dovremmo essere tutti malati di cancro e morire ben da giovani. Invece, con buona pace di quei ricercatori che si affannano per dimostrare che carne e formaggi sono veleni, l’attuale salute degli Italiani sembra scaturire proprio da una marcata crescita dei cibi di origine animale.

Ovviamente, ci sono considerazioni più profonde da fare circa i dati espressi nel grafico: le aspettative di vita del 1861 erano anche fortemente influenzate da fattori sociali (guerre, rivolte) e sanitari (epidemie). Di sicuro, se ti rompevi una gamba allora rischiavi di morire per setticemia. Come pure era altissima la mortalità per parto, sia dei bimbi, sia delle madri. Per non parlare delle setticemie post-operatorie e post-partum, le quali facevano fuori una marea di poveri innocenti. Non mancavano le tossinfezioni alimentari, come tifo, colera, salmonella e chi più ne ha più ne metta. Erano poi gli anni delle grandi carestie, come quella indotta dalla peronospora delle patate che verso la metà dell’800 ne distrusse le produzioni europee causando milioni di morti, generando pure gli imponenti flussi migratori verso l’America che caratterizzarono quei decenni. Un periodaccio, insomma. L’arretratezza tecnologica e scientifica faceva si che se ce la facevi a campare bene, se no morivi. Certamente, anche la sotto nutrizione incideva molto. Basti pensare alla pellagra nelle province del Veneto, o alle epidemie i cui danni venivano amplificati dalle scarse difese della popolazione, cronicamente tenuta a stecchetto da uno stato di profonda miseria. La carne all’epoca era “roba da ricchi” – e infatti avevano spesso la gotta, quei golosi senza ritegno – mentre le tavole popolane facevano mostra per lo più di qualche fonte di carboidrati come pane, pasta, polenta o patate, accompagnate da verdure di facile produzione, come brassicacee e ortaggi di stagione. Già i fagioli, considerati la carne dei poveri, mica ce li avevano tutti. Ed era quindi fame nera. Fu proprio il progresso a migliorare le condizioni di vita della popolazione, la quale poté assumere quantità crescenti di cibi ad alto valore nutrizionale come sono appunto quelli di origine animale. E dal cibo nasce il progresso e dal progresso il cibo.

Come si vede nel grafico, anche l’altezza media della popolazione è nel frattempo salita: un bel salto di 15 centimetri in 150 anni. Praticamente un centimetro ogni dieci anni. Un incremento di statura che può essere spiegato prevalentemente per via alimentare, dato che l’evoluzione genetica richiede molto più tempo per esprimersi. Soprattutto parlando di altezza media, l’abbondanza di cibo ad alto valore nutrizionale e di proteine ha fatto quindi si che gli Italiani potessero esprimere al meglio le proprie potenzialità genetiche, le quali restavano castrate in passato da una dieta troppo povera. Magari avevano anche bassi livelli di colesterolo, ma si nutrivano in modo così povero che quella era forse l’unica (magra, magrissima) consolazione…

 

Conclusioni

Dobbiamo quindi mangiare solo bistecche e formaggi? Niente affatto. Una dieta equilibrata deve poggiare su una predominanza di elementi vegetali, con molte verdure e frutta, come pure legumi e cereali, sebbene dosati in modo oculato perché molto calorici. Se a ciò si aggiunge qualche uovo, del latte, un pezzo di pecorino o un arrostino, la salute non se ne avrà certo a male, anzi. Specialmente se alla sobrietà a tavola si affiancherà anche una certa sobrietà nello stile di vita, evitando per esempio fumo e alcolici (da assumersi solo in modeste quantità) e moltiplicando le ore di attività fisica. E se abitate nel bel mezzo di una grande città, attorniati da benzene, polveri sottili e inquinanti vari di derivazione industriale, automobilistica o civile, invece di martellare gli zebedei su web inneggiando alla via della Salvezza Vegana, cercate di traslocare in campagna, magari ampliando anche i riferimenti bibliografici. Perché, come visto, leggere e credere solo a dei bei tomi come “The China Study” non pare avere molto senso…

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Un’insalata salverà il Mondo? Spiacente: no

Anatemi contro la carne? Anche basta ora...

Da sempre più parti giungono attacchi alla zootecnia, accusata fra le tante cose di essere fra le primarie cause dell’effetto serra. Le spinte a una conversione della popolazione mondiale al veganesimo si sono quindi moltiplicate, adducendo motivazioni non solo etiche, bensì anche ambientali ed ecologiche. Ma le cose sono davvero così agghiaccianti come vengono presentante? Niente affatto…

L’ultimo della serie è l’Onorevole Alessandro Di Battista. O forse, come preferiscono essere chiamati i Parlamentari del M5S di Beppe Grillo, il “Cittadino” Di Battista. In una sua intervista al Corriere della Sera ha duramente stigmatizzato gli allevamenti di animali, additandoli quale causa primaria di quell’effetto serra che aggraverebbe i livelli di miseria dei Paesi poveri, incrementando di conseguenza anche le relative migrazioni di massa. Di Battista cita ovviamente numeri triti e ritriti sui vegetali necessari alla produzione di un chilo di proteine animali, vedendo cioè nella zootecnia uno dei più disastrosi mali del Mondo.

Solo di pochi giorni fa, peraltro, è un altro mio articolo, incentrato sulle bugie che una parte dei Vegan pubblicano su web per indurre altre persone a seguirli. I commenti sotto l’articolo sono stati di ogni tipo, ma uno soprattutto ha ricalcato le posizioni di Di Battista, possibilmente aggravandole pure. Uno dei commentatori ha infatti bellamente parlato di galera per chi mangia carne, vagheggiando perfino alla sedia elettrica. Rosicava amaro, il poveretto, ammettendo di appartenere a una minoranza per ora. Ma poi, in futuro, quando sarebbero stati la maggioranza e fossero stati rappresentati in Parlamento, allora per noi “mangiacadaveri” sarebbe stata la fine. In maggioranza non lo sono ancora, ma qualcuno in Parlamento che soddisfi i desideri di tali soggetti pare in effetti esserci già nel presente.

Sulle dinamiche tecnico-agronomiche per le quali la zootecnia non è il male che si dipinge verrà pubblicato appositamente un altro articolo. Per ora mi limiterò a fare qualche considerazione numerica solo sull’effetto serra e le sue cause, inclusa la zootecnia. Perché le parole sono e restano parole. I numeri no.

 

Milioni di anni in fumo

Erano organismi viventi, vegetali o animali. Poi, dopo la morte, si sono sedimentati negli strati profondi del sottosuolo divenendo carbone, petrolio e, indirettamente, metano. Ci hanno messo centinaia di milioni di anni a fare ciò. Poi arrivò l’Uomo, inventò le caldaie e i motori a combustione interna e nel giro di un amen molto di quel carbonio conservato nel sottosuolo venne estratto per produrre energia. Molta di quella CO2, estratta dall’atmosfera e sequestrata in forma organica nel corso di ere geologiche, venne così reimmessa in atmosfera dalle industrie, dai veicoli a motore e dalle necessità degli insediamenti urbani di scaldarsi d’inverno e raffreddarsi d’estate.

La Rivoluzione industriale, del resto, iniziò verso la metà del 700, quando di zootecnia intensiva non si sapeva ancora nulla. Da lì iniziò la crescita delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera e con essa l’effetto serra da questa causato.

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Grafico 1: Relazione fra consumi di combustibili fossili e gas serra (Fonte: Oism.org)

Come si può vedere dalla figura riportata nella fonte bibliografica, ove sono citate a loro volta le fonti dalle quali è stato ricavato il grafico, fino agli inizi del 900 fu il carbone l’unico combustibile fossile ad essere in pratica utilizzato. Da lì in poi non solo crebbero velocemente i suoi consumi, ma questi vennero affiancati da quelli del petrolio. Il gas metano giunse invece in modo significativo solo negli Anni 50. In aggiunta a ciò, il grafico 1 rammenta anche che fra i livelli di CO2 presenti in atmosfera nella seconda metà dell’800 e quelli attuali vi sia stato un incremento pari a circa il 30%, di cui il 22% si sarebbe verificato dagli Anni 50 in poi. Del resto, dalla Seconda Guerra mondiale a oggi è anche praticamente più che raddoppiata la popolazione mondiale.

Sarà però bene osservare anche il grafico 2 (Fonte: Skepticalscience.com), ovvero quello che descrive gli andamenti delle concentrazioni di CO2 in atmosfera nell’arco di molte centinaia di migliaia di anni. Come si vede, a concentrazioni intorno ai 300 ppm si è già giunti più volte in passato, con oscillazioni che sembrano avere una certa ritmicità verificandosi ogni 90 mila anni circa. Oggi siamo al vertice di tale ascesa “naturale” e si spera che ad essa segua anche la tradizionale discesa. Di sicuro, almeno 100 di quei 400 ppm attuali sono dovuti alle attività dell’Uomo, mostrando infatti la curva di crescita dei combustibili fossili un andamento analogo a quello della CO2 nell’aria.

 

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Grafico 2: oscillazioni nel tempo della CO2 in atmosfera. Fonte: skepticalscience.com

Quindi due fatti sono certi: 1) una parte significativa dei gas serra è dovuta alle attività antropiche; 2) i combustibili fossili sono la parte preponderante di questa crescita aggiuntiva.

 

Uno sguardo al Mondo Auto

 

Carbone, petrolio e gas metano generano energia e l’agricoltura, come ogni altra attività dell’Uomo, assorbe energia. Ma di quante emissioni va caricata la componente agricolo-zootecnica?

Il carbone ben poco centra con l’agricoltura, visto che è impiegato soprattutto per usi industriali. Il metano ha scopi più che altro industriali e civili. E il petrolio? Se per esempio si osserva il trend in crescita delle automobili a livello statunitense (gli USA sono il Paese con le emissioni pro-capite più alte al Mondo), si potrà vedere che le automobili sono passate da “soli” 26 milioni nel 1945 a 130 milioni del 1975. Nel 1990 erano già arrivate a 193 milioni per poi toccare i 253 milioni nel 2012.

Quanto alle produzioni annue globali di veicoli, siamo passati dai 40 milioni scarsi prodotti nel 1999 ai 60 milioni del 2011, con un tondo 24% della Cina, primo produttore al Mondo con una quantità di macchine per superare la quale si devono sommare tutte le automobili prodotte da Giappone, Germania e Stati Uniti. Nel 2010 si stimava che vi fosse un miliardo di automobili circolanti al Mondo.

Messa in questo modo, parrebbe che gli USA siano il Paese che possiede un quarto delle auto circolanti, mentre la Cina quello che un quarto lo produce. Presto, vi è da pensare, la Cina supererà gli USA anche quanto a possesso interno di autoveicoli. Sarà forse per questo che (Grafico 3: vedi direttamente fonte) la Cina appare già oggi il primo Paese al Mondo per emissioni di anidride carbonica?

 

E la zootecnia?

 

Per meglio comprendere i pesi relativi delle singole variabili è bene innanzitutto provvedersi di numeri che si riferiscano sia alle emissioni, sia agli allevamenti. Il tutto, ovviamente pro-capite, altrimenti i pesi e le misure differenti di ogni Paese possono alterare e fuorviare l’analisi.

Utilizzeremo quindi come standard di riferimento proprio la Cina, la quale emetterebbe 7,2 tons di CO2 pro-capite. Tanto per iniziare le comparazioni si partirà con gli allevamenti suini. La Danimarca, per esempio, mostra più emissioni pro-capite di CO2 della Cina, ovvero 8,4 tons. In Cina vi sono però solo 0,35 maiali a persona, mentre la Danimarca ne ha 2,24. Ovvero, a fronte di una zootecnia suinicola pro-capite pari al 640% di quella cinese, i Danesi producono solo il 17% in più di anidride carbonica a testa. Se vi fosse davvero una relazione diretta fra allevamenti suini ed emissioni, tale discrepanza difficilmente sarebbe stata così vistosa. Ergo, a quanto pare i maiali c’entrano ben poco con le emissioni dei Danesi e dei Cinesi, visto che profonde differenze nel numero di capi di bestiame pro-capite producono differenze minime quanto a emissioni di gas serra.

Diamo ora uno sguardo agli allevamenti ovini. In Nuova Zelanda vi sono 7,45 pecore a testa, contro le 3,33 dell’Australia. In Cina ve n’è solo 0,1, cioè vi è una pecora ogni 10 Cinesi. Ancora, la Nuova Zelanda produce 7,8 tonnellate di CO2 a testa, mentre l’Australia 18,3 (rivaleggia in tal senso con gli USA). Quindi, i due Paesi australi ospitano rispettivamente 74,5 e 33,3 volte tante pecore pro-capite rispetto ai Cinesi, ma producono CO2 in ragione di 2,5 volte, l’Australia, mentre la Nuova Zelanda è sostanzialmente uguale. Di certo, pare alquanto difficile attribuire a delle pecore che pascolano libere per le vaste pianure australiane le notevoli emissioni pro-capite dei cittadini di Sidney o Canberra. Anche in questo caso, la tradizione di allevare diffusamente pecore non pare appesantire se non in minima parte le emissioni dei due Paesi anglofoni. Al contrario, le elevate emissioni cinesi devono avere ben altre motivazioni rispetto agli allevamenti ovini.

Allevamenti avicoli. Proseguendo con la comparazione “animali pro-capite / emissioni pro-capite”, si incontra ora il pollame. Vi sono alcuni Paesi che si contendono il podio quanto a polli allevati a testa, ovvero la Malaysia (7,35), il Vietnam (6,96) l’Iran (6,91), gli Usa (6,84) e il Brasile (6,45). E la Cina? Ne ha “solo” 3,6. I confronti fra Paesi sono riportati nella tabella che segue:

 

Paese CO2/pro capite (Tons) Polli Pro capite Confronto con Cina (CO2) Confronto con Cina (Polli) %
Malaysia 7,7 7,35 106,9% 204,2%
Vietnam 1,3 6,96 18,1% 193,3%
Iran 7,3 6,91 101,4% 191,9%
Usa 17,2 6,84 238,9% 190,0%
Brasile 1,9 6,45 26,4% 179,2%
Cina 7,2 3,6 100,0% 100,0%

 

Tab.1: comparazione fra popolazione avicola ed emissioni di CO2. Confronto dei due parametri fra i diversi Paesi e la Cina

 

Come si vede, in tal caso solo gli USA hanno un profilo peggiore (sempre pro-capite) rispetto alla Cina. A fronte di emissioni pro-capite di gas serra più che doppie di quelle cinesi, ha infatti una popolazione di polli men che doppia. Tutti gli altri Paesi producono CO2 pro-capite uguale o inferiore ai Cinesi a fronte di un numero molto più elevato di polli a testa. Ancora una volta, pare che il patrimonio zootecnico dei Paesi presi in considerazione non sia fra i responsabili principali delle emissioni complessive che tali Paesi producono. Il Brasile, per esempio, produce l’80% di polli in più della Cina, ma mostra emissioni di tre quarti inferiori al Colosso asiatico.

 

Ultimi ma non ultimi, i bovini. A quanto pare anche in questo ultimo caso i numeri testimoniano a favore della zootecnia.

 

Paese CO2/pro capite (Tons) Bovini Pro capite Confronto con Cina (CO2) Confronto con Cina (Bovini) %
Australia 18,3 1,28 254,2% 2133,3%
Argentina 4,8 1,26 66,7% 2100,0%
Brasile 1,9 1,07 26,4% 1783,3%
Usa 17,2 0,31 238,9% 516,7%
Francia 6,1 0,31 84,7% 516,7%
Cina 7,2 0,06 100,0% 100,0%

 

Tab.2: comparazione fra popolazione bovina ed emissioni di CO2. Confronto dei due parametri fra i diversi Paesi e la Cina

 

Come già visto in tabella 1 per i polli, le emissioni pro-capite sembrano davvero ben poco legate alla presenza di animali, sempre pro-capite. Se è vero che Australia e USA producono circa due volte e mezza la CO2 pro-capite della Cina, dal punto di vista dei bovini allevati ne mostrano 21 e 5 volte tanto rispettivamente. Ancor più smaccate le differenze con gli altri Paesi. Per esempio, l’Argentina emette pro-capite i due terzi di CO2 rispetto ai Cinesi, ma produce bovini 21 volte tanto a confronto col Celeste Impero. Infine, il Brasile emette solo un quarto circa della CO2 pro-capite dei Cinesi pur a fronte di una produzione di bovini di quasi 18 volte tanto.

 

Conclusioni

Dai dati sopra riportati si evince che le emissioni di gas serra dovute alle attività zootecniche sono decisamente sovrastimate rispetto al totale. Forse perché molti si dimenticano che tutto ciò che diviene carne, latte e uova, prima era foraggio cresciuto nei campi. Per crescere e divenire cibo per gli animali ha dovuto quindi assorbire CO2 dall’atmosfera. Mentre un pieno di gasolio di un’automobile è una botta secca di CO2 in aria, perché deriva dal petrolio del sottosuolo, un litro di latte o una bistecca contengono invece quel medesimo carbonio che è stato estratto dall’aria dalle piante foraggere. Una sorta di “effetto serra a ciclo chiuso” che attenua di molto l’incremento assoluto di CO2 in aria. Con buona pace di Alessandro Di Battista e di tutti coloro i quali che, Fao inclusa, continuano a tuonare contro gli allevamenti zootecnici. Questi sono infatti una follia in ambienti siccitosi, ma possono avere tutta le loro ragioni d’essere nei Paesi sviluppati dell’emisfero boreale, come si evince anche dalla “favola” scherzosa che si ritiene essere la chiusura ideale per il presente articolo.

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Favole fra i tulipani

vecchio-agricoltoreEsempi bislacchi e luoghi comuni la fanno ormai da padroni sui media, manipolando un’opinione pubblica ben poco preparata a ragionare di macrodinamiche globali e, soprattutto, di agricoltura e zootecnia. Forse una favola potrà essere di più semplice comprensione e anche più divertente di tanti numeri di scarso livello di intellegibilità

Cosa succederebbe se tutti si decidesse di diventare vegetariani o vegani, perché si è convinti che ciò serva per combattere la fame nel Mondo, come da più parti si sostiene? Cosa si otterrebbe? Per scoprirlo può essere di ausilio una favola, ambientata nel Paese che ha fatto della zootecnia intensiva una delle proprie bandiere più robuste: l’Olanda. Tanto, di favole sull’agricoltura ne sono state raccontate tante. Una più, una meno, che male potrà mai fare?

 

<< C’era una volta un allevatore. O meglio, una famiglia di allevatori. Il fratello più grande, Sep Van Hoijdoonck, conduceva un’azienda di oltre mille ettari, vicino alla cittadina di Geltroop. Lui e i suoi due fratelli allevavano quasi duemila vacche da latte. Razza olandese, ovviamente. Le colture prevalenti erano perciò quelle foraggere, come mais, orzo, loietto ed erba medica. Un bel giorno, o un brutto giorno, a seconda del modo di vedere le cose, nella cittadina di Geltroop venne organizzato un incontro con il Presidente dell’associazione ambientalista S.I.P.M.S.N.P.V.D.M.D., ovvero “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari”. Alto, un po’ allampanato, con il pizzetto e gli occhialini tondi, il Presidente prese a tuonare contro allevatori come Sep e i suoi fratelli. Immagini di deserti africani costellati di teschi di bufali si alternavano ad altre di bambini con la pancia gonfia dalla fame messe a confronto con quelle di opulenti Occidentali dalle guance di vaga parvenza suide. Da principio Sep si irritò per questa serie di accuse: che c’entrava lui con la fame in Africa? Che colpa aveva lui, Olandese, della desertificazione degli altipiani somali? A mano a mano che la presentazione del Presidente avanzava, però, a Sep iniziarono a sorgere dei dubbi. Un illustre Professorone italiano, invitato al convegno, spiegò poi che una sola azienda zootecnica olandese di grandi dimensioni consuma la stessa acqua dell’intera città di Macerata. Un consumo scellerato della risorsa idrica che invocava le ire divine. Il dito accusatore del Presidente roteò nell’aria fino a fermarsi proprio verso gli occhi di Sep, nascosto in decima fila. “Ma lo sapete che mentre voi sprecate milioni di metri cubi di acqua per alimentare le vostre vacche, in Africa non c’è acqua nemmeno per irrigare gli orti familiari? Ma lo sapete che con la terra con cui si sfama un bovino si possono sfamare venti persone? Ma lo sapete che l’energia che consumate per produrre un chilo di carne aumenta l’effetto serra quanto un Jumbo Jet in volo fra Londra e Parigi?”. No, Sep non lo sapeva. La sua mente corse quindi ai poveri cittadini di Macerata, poi ai suoi rotoloni da irrigazione che gettavano milioni di metri cubi d’acqua nei campi. Si ricordò anche dei consumi di gasolio delle cinque macchine da mille cavalli che adoperava per trinciare il mais da insilare e di quelli dei dodici potenti trattori con cui lavorava la terra. Per non parlare delle migliaia di tonnellate di fertilizzanti gettati al suolo, dei quintali di diserbanti, fungicidi e insetticidi usati per difendere le sue colture. “O mio buon Dio – pensò fra sé Sep – che mai ho fatto…” e moralmente si sentì all’improvviso la classica “cacca sul badile”. Sgusciò alla chetichella dalla sala e attese che il Presidente uscisse al termine della conferenza. “Mi scusi, Presidente – balbettò Sep con il cappello in mano – io sono uno di quegli allevatori di cui Lei parlava. Sono rimasto sconvolto dalle Sue parole e ora vorrei rimediare. Cosa posso fare per cambiare la mia vita e, di conseguenza, il Mondo?”. Il Presidente lo guardò al contempo severo, ma benevolo. Lui, sostenitore del veganesimo quale via per la salvezza del Mondo, aveva finalmente trovato un nuovo proselito.

Va – disse a Sep il Presidente – torna a casa e redigi un piano per la conversione della tua azienda in chiave vegana. Non pensare solo a te: pensa anche ai destini del Mondo. E tutto ti sarà più chiaro...”. Sep abbracciò il Presidente e, commosso, risalì sul suo Pick-Up e lo mise in moto. Si accorse in quel momento che il Presidente lo guardava con gli occhi sbarrati: Sep stava accendendo un motore che emetteva più di 200 grammi di CO2 per chilometro percorso. Inammissibile, perfino per chi debba muoversi sulle capezzagne di un’azienda agricola da mille ettari. Sep spense quindi il motore e chiamò uno dei suoi fratelli, chiedendogli di andarlo a prendere in bicicletta. Il fratello, interrotto proprio mentre guardava in Tv la partita Ajax-Psv Heindhoven, brontolò un po’, ma poi si alzò, prese due biciclette e si diresse verso il centro di Geltroop. Consegnò a Sep la sua bici e mugugnando tornò alla fattoria. Non saprà mai se il fuorigioco c’era oppure no. Quella notte Sep non dormì affatto. Si mise davanti al computer ed elaborò un piano dettagliato per la salvezza del Mondo. Lui e tutti gli altri allevatori dovevano vendere i propri capi di bestiame e i loro ettari li dovevano coltivare solo per uso umano. In tal modo avrebbero potuto ridurre le superfici coltivate, tagliando drasticamente gli sprechi di acqua, le emissioni di CO2 e l’immissione di “pestidici” e concimi nell’ambiente. Dei suoi mille ettari ne sarebbero bastati solo poco più di cento. E gli altri? Colpo di genio: “Li tappezzo di pannelli fotovoltaici e di pale eoliche – pensò Sep – così produrrò un sacco di energia pulita, abbatterò l’effetto serra e finalmente potrà piovere anche sugli altipiani somali!”. Salvò il file e andò a dormire che era quasi l’alba. Il giorno dopo, di buon mattino, si recò ad Amsterdam (ovviamente in treno prima e con il bike sharing poi). Giunto alla sede dell’associazione “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari”, chiese udienza al Presidente. Egli lo accolse nel suo ufficio: una stanza luminosa, con un bellissimo giardino giapponese e rilassanti giochi d’acqua alle pareti. La scrivania era di cartone riciclato ed era attorniata da dodici piante di Ficus originarie dell’Amazzonia, mentre la poltrona era di pelle umana, dato che il Presidente, da uomo pio qual si presentava, era contrario alla sperimentazione animale e all’utilizzo di sottoprodotti dell’industria della carne, cuoio incluso.

Sep avanzò di qualche metro e si accomodò su uno sgabello ricavato da centinaia di cartocci di succhi Bio riciclati. Mise il suo progetto nelle mani del Presidente e attese trepidante. Il Presidente sfogliò lentamente ogni pagina. A ogni fruscio di fogli il suo volto diventava però sempre più scuro e rapidi sguardi di sottecchi facevano sentire Sep vieppiù a disagio. Infine, egli chiuse con un moto di stizza il dossier, si alzò, indossò l’usuale tunica del rito dello “straccio delle vesti”, salì sul pulpito di legno riciclato, ricavato dalla composizione di cassette da ortofrutta, e proferì finalmente parola: “Tu, villico impudente! Milioni di persone muoiono ogni giorno per la denutrizione e tu cosa fai? Rinunci a coltivare la terra? Rinunci a produrre cibo e copri il territorio con pannelli fotovoltaici e rotori per l’eolico!?”. Sep balbettò che così avrebbe inquinato di meno e avrebbe prodotto un sacco di energia pulita. “Taci, zotico! Non sai quello che dici! Odum si rivolterebbe nella tomba! La tua azienda giace sulla rotta di passo del preziosissimo Rondone calvo di Van Peeteghem e le tue pale eoliche ne metterebbero a repentaglio la sopravvivenza. E i pannelli fotovoltaici? Nei campi? La terra va lavorata, perché nessuno s’azzardi a produrre energia dai campi. No food for fuel, ricordi?

Sep era imbarazzato e avvilito. Tutti i suoi sforzi erano stati inutili. Risprofondato nello stato psicologico di “cacca sul badile”, chiese sottovoce al Presidente cosa dovesse fare. “Va, torna alla tua fattoria – tuonò il Presidente – e ridisegnane gli indirizzi colturali, ricordando che l’acqua è il bene più prezioso e che in Africa i bambini muoiono di fame! Null’altro che questo. E la via ti apparirà da sola!”.

La sera stessa Sep si rimise a lavorare al progetto “Salviamo il Pianeta”. Spedì anche mail per ogni dove, chiedendo aiuto a persone del suo settore affinché gli dessero qualche consiglio utile. Dalle sue terre, ormai era chiaro, doveva estrarre il massimo delle produzioni possibili. Tutte a uso umano però. Quindi, l’unica cosa valida del piano precedente era la vendita della vacche al macello (senza dirlo al Presidente, ovviamente…) e la riconversione dei propri terreni. Ma con quali colture? “Se devo produrre solo per gli Esseri Umani – meditò Sep – devo smettere di seminare foraggere. Potrei provare con la segale, le rape, le patate e i cavoli, che qui al Nord vengono comunque bene”. Sep realizzò che però in tal modo doveva anche buttar via le cinque ‘trincia’ per raccogliere il granturco, perché segale, rape, patate e cavoli necessitano di altri macchinari. E pure molto costosi. “Accidenti – sbuffò Sep – ma così butto via un milione e mezzo di euro e ne devo poi tirar fuori un altro milione…”. A Geltroop però lo conoscevano bene: le banche gli avrebbero sicuramente fatto credito e lui avrebbe potuto riconvertire la sua azienda da zootecnica a umanitaria. Già, le banche. Con loro Sep e i suoi fratelli avevano già aperti dei mutui per pagare le nuove stalle che avevano appena costruito, come pure quelli dei due trattori appena acquistati. Praticamente, un milione di debiti ce lo avevano già da pagare. “Tanto – si consolò – vendendo tutta la mia produzione di segale, rape, patate e cavoli ripianerò comunque il debito e potrò portare a termine il mio progetto, io e tutti gli altri agricoltori nordeuropei”. Tutti gli agricoltori nordeuropei… Ma se tutti questi avessero fatto come Sep, le produzioni di segale, rape, patate e cavoli sarebbero divenute largamente eccedenti i consumi alimentari del Continente. I prezzi di quei prodotti agricoli, quindi, sarebbero crollati per eccesso d’offerta. Per giunta, alla fine dell’anno, dopo essersi sfamati solo a segale, patate, rape e cavoli, i cittadini nordeuropei ne avrebbero avanzati ancora molti milioni di tonnellate, come pure avrebbero risparmiato milioni e milioni di metri cubi d’acqua, rimasta nelle falde e nei canali anziché essere trasformata in bistecche.

E qui Sep si fermò perplesso, perché capì che a meno di inventare un sistema di teletrasporto alla Star Trek, sarebbe risultato difficile prendere tutto quel cibo e spedirlo in qualche Paese affamato. In altre parole, di tutto quel ben di Dio non si sarebbe capito che fare. Probabilmente, i Paesi poveri quei beni se li sarebbero dovuti venire a prendere loro, come minimo. “Si, figuriamoci – sbottò Sep – non hanno neanche gli occhi per piangere e dovrebbero organizzare convogli infiniti di navi merci? Impossibile…”. Mentre pensava a come trasportare tutto quel cibo, Sep sentì la pioggia battere forte sulle finestre: veniva giù a catinelle, come del resto capitava almeno altri cento giorni all’anno dalle sue parti. “Diamine… e l’acqua? Come diavolo faccio a trasportare l’acqua da Geltroop al Burkina Faso? Qui in Olanda non siamo come quelli di, come diavolo si chiama quella città… Macerata! Qui abbiamo rubato perfino la terra al mare con le dighe e se infiliamo un dito per terra l’acqua zampilla fuori da sola. Siamo zeppi di canali, di laghetti, ci spostiamo con le barche e chi sorvola il nostro Paese vede più acqua che terra. Ma come diavolo faccio a portare là tutta l’acqua che ho risparmiato qua?”.

I dubbi iniziarono ad attanagliare nuovamente Sep, mentre i fratelli, ormai sconsolati, mandavano avanti da soli i campi e le stalle.

Colto da un momento d’ira, Sep rovesciò le carte che aveva sulla scrivania. La frustrazione di non trovare una soluzione ai problemi del cibo e dell’acqua gli aveva proprio fatto perdere le staffe. Per giunta, senza più letame avrebbe dovuto comprare molti più concimi chimici! A tal pensiero le carte volarono per ogni dove, compreso il resoconto delle spese aziendali.

Per arare, seminare, fertilizzare, irrigare e raccogliere, i suoi campi gli costavano oltre un milione e mezzo di euro. A questo Sep non aveva pensato. Se anche avesse venduto il 15% delle sue produzioni, perché di più non ve ne sarebbe stata domanda, avrebbe ricavato meno di un terzo di quella cifra. E il milione abbondante di euro che gli sarebbe costato il resto dell’azienda, dove lo sarebbe mai andato a prendere? Per giunta, quello sforzo sarebbe servito solo a produrre ammassi di cibo che avrebbero poi rimpinzato magazzini e celle frigorifere, mica pance affamate. Sep era furioso. Si sentiva uno stupido. Gira che ti rigira, anche rovinandosi lui economicamente, non sarebbe mai riuscito a far arrivare né un chilo di cibo né un litro d’acqua alle popolazioni bisognose.

Né avrebbe cambiato il destino degli abitanti di Macerata, i quali avrebbero dovuto continuare ad accontentarsi di una quantità d’acqua che lui si permetteva oggi di consumare per coltivare granturco. Gli venne allora in mente una mail che aveva ricevuto da un giornalista italiano, incontrato in una manifestazione in campo di macchine agricole. L’aveva cestinata, perché il testo della mail conteneva solo una breve frase virgolettata di cui lì per lì non aveva nemmeno capito il senso. Scartabellò nella casella di inbox finché non la trovò: “Caro Sep – gli scriveva quel giornalista italiano – “È molto meglio insegnare a un uomo a pescare che regalargli un pesce ogni giorno…”. Il senso di quella frase gli risultò finalmente chiaro: stava sbagliando tutto. Tutto! Intanto aveva smesso di piovere. A Geltroop fa così: ne viene a catinelle, poi smette. I Paesi che si affacciano sull’Oceano devono rassegnarsi a questo clima “acquoso” e intermittente. Felice quindi di stare in un Paese dove l’acqua abbonda per ogni dove, Sep si precipitò in cortile, caricò il Pick-Up di letame ancora caldo e fumante, v’infilò dentro il badile sul quale lui stesso si era sentito per giorni una cacca e partì alla volta di Amsterdam. Posteggiò davanti alla sede dell’associazione “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari” e irruppe nell’atrio badile in mano.

Il Presidente lo vide nel monitor del circuito chiuso, capì la mala parata e si fiondò in garage dove salì di corsa sulla sua auto elettrica alimentata dalla locale centrale nucleare e sgommò per mettersi in salvo. Sep si dovette accontentare di riempirgli la scrivania di letame bello caldo, di tagliarli la poltrona di pelle umana e di spaccargli a badilate il seggiolino e il pulpito fatti di materiali riciclati. Sfogata la propria rabbia, risalì sul suo Pick-Up sporco di fango e letame e tornò alla fattoria. Corse dai fratelli e li abbracciò, chiedendo loro scusa per il momentaneo black-out, come pure carezzò decine delle sue vacche, le quali intanto lo osservavano allibite ruminando la loro razione di silomais. Quella sera Sep si gustò una bella bistecca con patate fritte, accompagnata da un boccale di birra gelata. Poi andò a letto. Stava sul punto di addormentarsi, quando all’improvviso un pensiero lo risvegliò facendogli fare un sobbalzo: “Per tutti gli attaccanti dell’Ajax! Ma dove diavolo sta Macerata?”>>.

 

La fiaba termina qui. Purtroppo non termina qui la fame nel Mondo, né i problemi di siccità che attanagliano alcune aree del Pianeta. Illudersi però di risolvere i problemi dei Paesi poveri nutrendosi tutti a “Kamut® & soia”, non soltanto è fallimentare in termini logistici, ma è anche demenziale dal punto di vista sociale, alimentare, culturale e perfino morale. Sarebbe quindi cosa buona smetterla con gli stolidi “conti della serva” su calorie e litri d’acqua, come pure sarebbe ora di bandire le comparazioni demenziali tipo quella fra allevamenti olandesi e cittadine italiane. Sarebbe per contro bene svegliarsi dall’utopia secondo la quale l’acqua e il cibo risparmiati “qua” si trasformerebbero tout court in acqua e cibo comparsi “là”, perché tornando alla cinica realtà dei fatti, ciò a cui gli Europei rinunciassero in termini di bistecche e latticini, non si trasformerebbe automaticamente in cibo per chi adesso non ha nemmeno polentine e focaccette. Sarà bene che di ciò s’inizi tutti a farsene una ragione, per quanto triste essa sia. Per giunta, chi si culla nell’idea di trasferire ai Paesi poveri le eccedenze alimentari occidentali compie solo un grave atto di razzismo, perché approccia quei popoli con una mentalità che è più consona al rapporto che lega l’Uomo ai propri animali domestici, ai quali “il buon padrone” dà un paio di scatolette al giorno e li mantiene anche senza far niente. I popoli poveri sono composti da Esseri Umani identici a quelli dei Paesi ricchi e a meno di crisi contingenti, dovute a guerre e catastrofi, gli aiuti devono essere in tecnologia, know-how e collaborazioni. Questa è di fatto l’unica strada da percorrere affinché quei Paesi possano affrancarsi da fame, sete e perfino da noi, onnipresenti popoli del Primo Mondo. Con buona pace dei cultori dell’anti- chimica e dell’anti-Biotech, ovviamente.

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Quando la menzogna si tinge di Vegan

inganni-veganiSi moltiplicano su web le tabelle nutrizionali comparative (farlocche) fra vegetali e derivati animali. La trappola ai danni dei lettori sta nel modo ingannevole di esprimere i numeri, pratica nella quale gli Apostoli del Veganesimo sembrano brillare quanto a spregiudicatezza

Ogni balla, per sembrare credibile, deve pur poggiare su una qualche verità. Inventarsi dal nulla numeri falsi porta infatti poco lontano. Se invece si prendono dei numeri oggettivi e li si manipola in modo subdolo e malizioso si possono creare dati che una loro parvenza di obiettività par ben che la possiedano. Per lo meno agli occhi di un lettore poco preparato oppure già incline per sua disgrazia a credere a tutto ciò sia funzionale alla propria ideologia.

Fra le pratiche disinformative più battenti, negli ultimi anni si è distinta quella operata dai cosiddetti “Apostoli Vegan”, ovvero quelle avanguardie integraliste che non contente di aver rinunciato loro agli alimenti di origine animale devono a tutti i costi fare proseliti anche fra coloro che ad abbandonare uova, latte e bistecche non sembrino affatto interessati. Una crociata, la loro, da portare avanti con ogni mezzo, anche deformando consapevolmente la verità. Del resto, l’approccio vegano odora molto più di religione che di stile alimentare e come già fatto da altre religioni del passato non deve quindi stupire che anche il Credo vegano trovi lecita la menzogna quando finalizzata alla conversione dei “pagani”. Realizzato infatti che con il pietismo verso le bestie di “anime” riuscivano a convertirne poche, i talebani del Vegan hanno deciso di battere piste nuove.

La prima è quella del terrorismo, basata cioè sull’equazione carne/latte = tumori/malattie di ogni genere. La seconda mira invece a far credere alla gente che mangiando broccoletti, lattughe e zucchine si possa fare a meno degli alimenti di origine animale, perché i vegetali sarebbero già di per sé abbastanza ricchi di proteine e di elementi nutritivi essenziali. Del primo punto, il terrorismo pseudo-salutista, si parlerà in altra sede. Oggi si è infatti deciso di affrontare il secondo tema, ovvero l’alterazione sistematica delle informazioni in tema di alimenti e nutrizione. Perché i modi con i quali gli “Apostoli Vegan” cercano di gabbare gli ingenui sono diversi e tutti alquanto subdoli per impostazione e risultati.

L’obiettivo dichiarato di alcuni di loro è infatti quello di erodere la clientela dell’industria della carne fino a farla implodere per mancanza di mercato. Primo passo appare quindi quello di far credere alle persone che i prodotti di origine animale siano inutili dal punto di vista alimentare. Anzi, stando ai loro dati farlocchi, nei vegetali vi sarebbero ancor più nutrienti perfino fra quelli che da sempre i nutrizionisti dicono essere contenuti per via preferenziale in carni e formaggi. In altre parole, avete creduto che per mangiare proteine, ferro, calcio e alcune vitamine dovevate mangiare bistecche o Parmigiano? Falso! Per sostenere la vostra muscolatura e le vostre ossa dovete mangiare radicchio trevisano e spinaci… Praticamente, il loro approccio equivale a sostenere che se si butta un oggetto dalla finestra lo si dovrà andare a raccogliere sul tetto anziché sul marciapiede, perché la forza di gravità per certe teste pare essere solo un’opinione. Un non senso scientifico che urla vendetta, soprattutto quando a cadere vittime di tali menzogne siano adolescenti del tutto impreparati a gestire le false informazioni che vengono loro propinate.

 

Acqua si, acqua no

Un primo metodo, alquanto rozzo, di storpiare i dati è quello di giocare con l’acqua. E non si parla di fare gavettoni, bensì di considerare o meno i contenuti di acqua dei cibi. Come si potrà osservare nell’immagine sotto riportata e catturata nel web, parrebbe che il Regno Vegetale sia talmente ricco di proteine da surclassare quello animale. Nella realtà, le percentuali stratosferiche di proteine in broccoletti, spinaci & Co sono state calcolate sul residuo secco, non sul prodotto fresco. I valori di carne, pollo e uova, invece, sono calcolati proprio sul fresco, quindi sono inclusivi dell’acqua. Sapendo che i vegetali hanno un contenuto di acqua che spazia fra l’85 e il 90%, ragionare furbescamente sul residuo secco significa moltiplicare per otto o per dieci i contenuti percentuali reali. Ma ecco che, come per magia, se si restituisce l’acqua ai vegetali riportati nell’immagine i contenuti di proteine calano di quasi un ordine di grandezza (numeri in rosso), posizionandosi in media circa otto volte sotto il contenuto proteico della carne, come volevasi dimostrare. Peccato che il navigatore medio poco sappia di biologia, né tanto meno di nutrizione. Figuriamoci se è in grado di capire l’inganno insito nella sottrazione dell’acqua dai vegetali, mossa alquanto bieca e volgare con la quale le avanguardie più spregiudicate del Mondo Vegan cercano di irretire i lettori più sempliciotti.

(l’articolo prosegue sotto l’immagine)

 falsificazione-proteine-vegetali

 

Quando le calorie contano

Un modo ben più scaltro per ingannare i lettori è quello di giocare con le unità di misura prescelte per esprimere un contenuto nutrizionale. Di solito si adottano percentuali riferite a 100 grammi di alimento fresco. È cioè corretto dire che per 100 grammi di carne fresca vi sono circa 25 grammi di proteine (vedi immagine sopra) mentre nei broccoli di proteine ve ne sarebbe poco più di un decimo. Visto che il trucchetto della sottrazione dell’acqua può essere facilmente smascherato, gli “Apostoli Vegan” hanno studiato un altro modo per coglionare la gente, ovvero quello di esprimere i dati per 100 Kcal, ovvero, i contenuti dei cibi vengono espressi in ragione di ogni cento calorie che essi ci danno. Ovvio che un vegetale, notoriamente ricco di acqua e fibre, non caloriche, sia favorito in tale confronto: prima di arrivare a 100 Kcal se ne deve infatti mangiare molto di più di quanto si abbia bisogno di fare in caso nel piatto ci si trovi una succulenta bistecca. Questa è infatti più ricca di proteine e di grassi, come pure ha meno acqua, perciò ne basta poca per farci raggiungere le fatidiche 100 Kcal. Se si confrontano quindi i valori riferendoli alle calorie, i vegetali vengono vergognosamente favoriti quanto a sali minerali, vitamine e perfino proteine! Ovviamente, questo giochino i crociati vegani se ne guardano bene dall’esercitarlo con alimenti vegetali particolarmente calorici, come per esempio i fagioli o i cereali. I cannellini apportano 337 calorie ogni 100 grammi di prodotto, cioè più del doppio della carne, a fronte di un contenuto proteico di poco superiore. Se si dovesse parametrare il contenuto di proteine in base alle calorie introdotte, i fagioli cannellini apporterebbero meno della metà delle proteine della carne. Non è quindi per caso se tale confronto non viene effetuato. Il riso integrale da parte sua ha circa 370 Kcal per 100 grammi di prodotto, ovvero 2,35 volte la carne. Si capirà bene che i suoi otto grammi scarsi di proteine sparirebbero nel nulla se il confronto con la carne si basasse sulle famigerate 100 Kcal usate furbescamente per le verdure.

La tabella riportata di seguito è un classico esempio di quanto sopra esposto. Il confronto fra broccoli e controfiletto di manzo risulta impietoso a prima vista. Anche perché sono stati riportati solo i dati a favore dei primi a scapito del secondo. Ma la verità dov’è?

Scorrete fin sotto all’immagine e la scoprirete….

 

confronto-broccoli-controfiletto

 

In realtà, riportando il confronto sul ben più serio piano dei contenuti per 100 grammi di prodotto fresco, le cose stanno in modo molto diverso.

Un etto di controfiletto genera 157 Kcal contro solo 34 di un etto di broccoli freschi, ovvero fornisce energia all’organismo 4,6 volte in più del termine di comparazione vegetale. Va da sé, quindi, che ricorrere al trucchetto delle calorie dà un vantaggio ai broccoli di quasi cinque volte sulla carne. Solo che pochi sono in grado di capire dove stia l’inganno. Nei fatti, la carne in questione apporta 20,64 grammi di proteine contro solo 2,82 dei broccoli (7,3 volte di più). Le proteine da sole però non bastano per esprimere il valore nutrizionale superiore della carne. Bisogna andare infatti a vedere che tipo di aminoacidi vengono apportati con la dieta, perché solo alcuni fra questi sono davvero essenziali dal momento che l’organismo umano non è in grado di sintetizzarli e deve quindi assumerli con la dieta. Si parla di fenilalanina, isoleucina, istidina, leucina, lisina, metionina, treonina, triptofano e valina. Questi sono presenti nella carne in media 8,5 volte in più rispetto ai broccoli. Di metionina, addirittura, ve ne è 14,2 volte di più. Oltre alla schiacciante “vittoria” della carne quanto ad aminoacidi essenziali, anche altri aminoacidi di primaria importanza sono presenti in maggior concentrazione nel controfiletto in questione. Arginina, cisteina e tirosina sono fondamentali per esempio nelle prime fasi dello sviluppo fisico, cioè nei bambini. La prima è presente in percentuali sette volte superiori che nei broccoli, la seconda 9,5 e la terza 13,2. Detta in altri termini, se si deve rifornire di aminoacidi i propri bambini sarà bene dar loro un controfiletto. Magari con contorno di broccoli, ma per ben altri motivi delle proteine.

Pure di grassi la carne in oggetto appare più ricca, possedendone 7,68 grammi. E non si pensi che ciò sia un male, anzi. L’organismo ha bisogno anche di grassi. In modo contenuto, è vero, ma ne ha bisogno, esattamente come di qualsiasi altro nutriente. In più, i lipidi contengono nove Kcal per grammo contro le sole quattro di carboidrati e proteine. Quindi sono una riserva di energia maggiore. In un Mondo Occidentale super benestante, in perenne lotta col sovrappeso, questo può apparire uno svantaggio, ma in Natura non lo è affatto. Il grasso è una fonte basilare di calorie nel Mondo animale e, guarda caso, anche l’Uomo appartiene al Regno animale. Quindi, di grassi è bene che ne mangi, con moderazione, ma che ne mangi. Se poi pratica anche dello sport è meglio.

Nei grassi sono accumulate peraltro alcune vitamine liposolubili, come per esempio la vitamina A, contenuta nella carne in ragione di 12,7 IU contro lo 0,1 circa dei broccoli. Ma indipendentemente dalla solubilità delle vitamine, il profilo vitaminico dei due cibi appare alquanto complementare, visto che la carne mostra cinque volte tanto i contenuti di colina (Vit J) e un µgrammo di Vit. B12, completamente assente nel Mondo vegetale. Schiacciante il numero relativo alla vitamina B3, la niacina, contenuta nella carne in ragione di 5,5 mg contro 0,57 dei broccoli. Non male nemmeno i valori relativi alla piridossina (Vit B6), ove la carne “batte” i broccoli 0,57 mg contro 0,175. Cioè più di tre volte tanto. A favore dei broccoli troviamo invece la vitamica C (89 mg a zero), la E (0,78 mg contro 0,31), la K (102 contro 1,2) e i folati (63 µg contro 11). In altre parole, i due cibi si mostrano altamente complementari e quindi ideali all’assunzione in contemporanea. Del resto, il “secondo” è bene sia sempre accompagnato da un “contorno”…

Analogo discorso può essere infine effettuato circa i sali minerali. I vegetali, si sa, ne contengono di più. Ma quali e quanti? Di calcio i broccoli ne contengono circa il doppio della carne, come pure il manganese è quasi assente nel controfiletto ed è presente nei broccoli. E il resto? Il fosforo è contenuto nella carne in ragione del triplo rispetto ai broccoli. Lo zinco è nove volte tanto, esattamente come il selenio. Sostanziale parità invece per potassio e magnesio. Il ferro invece è più del doppio nella carne e in più è contenuto in forma “eme”, cioè quella assimilabile dal nostro intestino. Il ferro inorganico contenuto nei broccoli non solo è inferiore per quantità, ma anche per assimilabilità. Ci si ricordi di questa differenza fra concetti (ingestione e assimilazione) ogni volta che si vedranno pubblicare tabelle incentrate sui contenuti di elementi nei cibi. Perché anche i vegetali con molto più ferro teorico rispetto alla carne in realtà ne apportano molto meno, con buona pace dei fans di Braccio di Ferro.

 

In conclusione…

Ora il lettore non ha più alibi. Dopo aver letto quanto sopra, se continua a cliccare “mi piace” o a condividere sui social immagini come quelle di cui sopra, i casi sono due: o è un taddeo senza speranza, oppure è uno dei famigerati “Apostoli Vegan” che tanto ammorbano il web con le loro falsità. In entrambi i casi, quanto da me scritto ha valenza nulla: non c’è infatti peggior sordo di chi non voglia proprio sentire. Si spera invece che le menzogne appena smascherate servano a coloro i quali sono nella terra di mezzo, ovvero quella in cui si è incuriositi dallo stile Vegan ma non si è ancora sicuri di volerci entrare. Se proprio volete diventare vegani, liberissimi. Dal raggiungimento dell’età della ragione (e della maturità fisica) ognuno è padrone di fare di se stesso ciò che vuole, quindi la scelta Vegan appare legittima e rispettabile. Ma che almeno vi siano chiare le motivazioni reali e la vostra scelta sia pertanto consapevole e informata. Perché cambiare stili di vita e alimentari a seguito di un inganno non è cosa auspicabile per alcuno.

Men che meno per i bambini o per gli animali domestici che, purtroppo per loro, non possono scegliere ciò che genitori e proprietari mettono nei piatti.

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Dati analitici confronto carne/broccoli: http://www.valori-alimenti.com/confronto.php?alimento=2675