Il falso mito dell’Uomo frugivoro

panino-onnivoroQuando i fatti non coincidono con la fede, spesso la fede li rigetta rifugiandosi nella fantasia. È quanto succede per esempio con il “fruttarismo”, movimento di tipo alimentare che non si accontenta di giustificare se stesso attraverso rispettabili scelte personali, bensì cercando di convincere il Mondo che l’Uomo sarebbe “geneticamente” frugivoro, in grado cioè di cibarsi solo di frutta e pochi altri ortaggi. Secondo questa teoria sarebbe quindi chi mangia cose diverse dalla frutta a seguire una dieta aberrante e deviata. Poco importa se per affermare quanto sopra si debbano negare anche le più elementari basi della biologia, dell’antropologia e dell’etologia

Pare ieri quando la scrivania era sommersa da libri e dispense di “Anatomia e fisiologia degli animali domestici”, accompagnati dai relativi atlanti anatomici utili a visualizzare ciò che i testi spiegavano solo a parole. Studi impegnativi, quelli: bovini, equini, ovini, cunidi, suini e volatili. Tutti accomunati fra loro da qualcosa e differenziati da qualcos’altro: una meravigliosa caccia al dettaglio che spaziava fra organi e apparati, fra enzimi e metabolismi vari.

Poi, un battito di ciglia dopo e ti ritrovi a navigare su web, fra siti e social, ove trovi filmati e testi da far rizzare i capelli. Macché anatomia! Macché fisiologia! Tutto ciò che credevi di sapere ti si dice essere falso, perché la verità “scientifica” dei fatti ti vorrebbe fruttariano, ovvero mangiatore di sola frutta e poco più.

I vegetariani, a confronto, sembrano roba da matusa: infatti anche loro mangiano alimenti di origine animale astenendosi solo dal consumare carni. I vegani invece, che vanno un passo oltre, rinunciano anche a uova, latte e derivati, ma almeno legumi e cereali li mangiano eccome. I fruttariani no: il loro è uno stile alimentare che prevede solo frutta cosiddetta “dolce”, pomacee, drupacee etc., alcuni ortaggi (prevalentemente cucurbitacee e solanacee) e frutti cosiddetti “grassi”, come per esempio le olive. Oltre a rinunciare a ogni cibo di origine animale, essi escludono quindi anche legumi e cereali, come pure radici, fusti e foglie.

Tra i fari ispiratori di questo movimento è probabile ricada anche un professore di disegno, nato a Friburgo ed emigrato poi negli Stati Uniti, chiamato Arnold Ehret, (1868-1923), colui che si rallegrava del fatto che alle donne sottoposte alla sua dieta “del muco” scomparissero le mestruazioni, ritenute forse da Ehret manifestazioni biologiche innaturali e pertanto insane. Il buffo personaggio morì però a soli 55 anni, causa una caduta al termine di una conferenza. Alcuni maligni sghignazzano ancora oggi un po’ sadicamente, asserendo che Ehret sarebbe caduto lungo disteso solo perché le gambe non erano più in grado di sostenerlo. Oltre ad alimentarsi esclusivamente di frutta e insalatine, negli anni precedenti la morte egli aveva infatti sostenuto digiuni di varia lunghezza: 21 giorni, poi 24, poi 32, infine 49. Praticamente un fachiro. In effetti, sacco vuoto non sta in piedi, come dicono le nonne più sagge ai nipoti un po’ inappetenti. Ma solo Ehret sa le ragioni della sua fatale caduta e quindi appare inutile speculare oggi sui suoi livelli di glicemia e di pressione arteriosa.

Sia come sia, la sua cosiddetta “dieta del muco” fece storia, diffondendo la credenza che l’Uomo doveva purgarsi del muco che andava a ricoprire le pareti interne dell’apparato digerente quando si ingerivano cibi alieni alla natura umana (secondo lui), come per esempio carni e latticini. Digiuni prolungati e dieta pressoché fruttariana vennero individuati da Ehret quale risposta più idonea a questo tipo di “avvelenamento”.

Circa le implicazioni nutrizionali e sanitarie di queste scelte – e magari anche dell’equilibrio psicologico di Arnold Ehret e dei suoi seguaci – se ne potrà parlare forse in un altro articolo appositamente dedicato. Oggi si approfondirà invece un unico punto, cioè quello su cui si basa principalmente questo tipo di scelta alimentare: la convinzione che l’Uomo sia frugivoro in accordo con i propri ancestrali ominidi.

Tale posizione parte da alcune considerazioni fatte in passato da uomini di scienza, ovvero Georges Cuvier e Alan Walker. Il primo (1769 – 1832), si convinse che per l’Uomo, dalla notte dei tempi, i cibi più naturali fossero solo la frutta e altri vegetali succulenti. Ciò anche perché, essendo dotati di mani con pollice opponibile, gli ominidi potevano raccoglierli facilmente. Inoltre, secondo Cuvier le nostre mascelle e i nostri denti non ci consentirebbero di masticare erba come gli erbivori, ma nemmeno carni come i carnivori. A Cuvier forse sfuggì un piccolo dettaglio: l’Uomo non è né erbivoro, né carnivoro. È infatti un onnivoro, come si vedrà meglio in seguito. Quindi le sue elucubrazioni risultano oggi un pochino farlocche.

Indugiando ancora per un attimo sulla dentatura risulta poi alquanto ridicola la traduzione dall’inglese di “tuberculated molar” che si trova in alcuni siti apologetici della dieta fruttariana. In tali pagine web, al confine fra umorismo e necessità di cure, i “molari tuberculati”, cioè quelli che presentano un profilo reso ondulato dalla presenza di cuspidi, diventano “molari a forma di tubero”. Praticamente, a forma di patata. In effetti, masticare con dei denti “a patata” non deve essere affatto facile. Per fortuna non è così e i nostri molari sono perfettamente in grado di triturare il cibo che in quanto onnivori introduciamo nel cavo orale.

A parziale discolpa delle teorie di Cuvier, va detto che esse vennero prima che Charles Darwin (1809 – 1882) comunicasse al Mondo le proprie teorie sull’evoluzione. Pure la paleontologia era all’epoca decisamente arcaica e le conoscenze su cui si basava il buon Cuvier vennero nel tempo superate e arricchite dal lavoro di migliaia di altri scienziati a lui successivi. Le sue ipotesi sulla “frugivorità” dell’Uomo restano quindi solo delle pure illazioni, smontate ormai da tempo dalle conoscenze più recenti.

Il secondo riferimento scientifico del Mondo fruttariano, ovvero Alan Walker, è invece un antropologo della John Hopkins University, in Maryland. Irruppe sulla scena pubblica nel 1979, quando il New York Times pubblicò un articolo nel quale si riportavano altre teorie sull’Uomo frugivoro. Secondo Walker, in estrema sintesi, la dentina che ricopriva i denti fossili di alcuni australopitechi di 12 milioni di anni fa era troppo sottile. Insomma, quelli per Walker non erano denti da onnivoro, né tanto meno da carnivoro. Quei denti, secondo lui, potevano appartenere solo a ominidi che si cibassero esclusivamente di frutta, dolce e soprattutto morbida. L’habitus onnivoro dell’Uomo moderno sarebbe quindi per Walker una “aberrazione” recente, avvenuta solo pochi millenni fa. Alcuni attribuiscono alle glaciazioni la scelta degli Uomini di cibarsi di altri animali data la scarsità, appunto, di frutta. Peccato che i ghiacci non siano certo arrivati in Africa, ove a dispetto della frutta presente in abbondanza in molte aree del Continente Nero gli ominidi continuarono a evolversi in chiave onnivora fino agli attuali assetti umani e animali.

Come facesse Walker a essere così certo che quelle simpatiche bestiole si nutrissero solo di frutta resta quindi un mistero, perché quei denti erano perfettamente in grado di masticare anche i corpi mollicci dei lombrichi e delle larve degli insetti, fonte importante di proteine animali anche oggi, nel Terzo Millennio dell’Era moderna. Peraltro, nulla impediva loro di succhiare uova crude di rettili e volatili, né di masticare carni tenere e digeribili come quelle di gasteropodi e pesci.

Sia come sia, le affermazioni di Cuvier e Walker hanno alimentato la pessima abitudine di tirare in ballo la Scienza per giustificare i contenuti del proprio piatto. Un malvezzo che sta ultimamente dilagando, mietendo vittime fra le persone più ingenue e meno preparate proprio dal punto di vista puramente scientifico. In alcuni siti si possono infatti trovare numerose argomentazioni “scientifiche” a supporto della dieta fruttariana. Peccato che le prove “inconfutabili” portate dagli autori siano decisamente risibili. Vediamo perché, analizzando le caratteristiche dei diversi animali – erbivori, monogastrici e poligastrici – e ponendoli a confronto con animali onnivori come Uomo e Scimpanzé.

 

Apparato buccale

Iniziamo intanto a capire perché onnivori ed erbivori sono così differenti, poi si chiarirà perché la dentatura dei primi è del tutto idonea a masticare anche cibi di origine animale mentre quella dei secondi non lo è affatto.

Già osservando la forma delle arcate dentali si notano spiccate differenze fra onnivori come Uomo e scimpanzé ed erbivori, siano essi mono o poligastrici. Come osservato anche da Cuvier, la struttura buccale in questi ultimi è molto allungata, con gli incisivi staccati dai premolari e orientati in avanti, al fine di tagliare e strappare al meglio l’erba dal terreno. I molari mostrano una superficie esposta al cibo caratterizzata da ondulazioni atte ad aumentare l’effetto triturante durante la masticazione, la quale avviene prevalentemente per via rotatoria e non verticale, come per esempio accade nell’Uomo, nel quale i moti rotatori durante la masticazione sono alquanto ridotti rispetto a quelli degli erbivori. Non a caso, agli adolescenti che masticano il chewing-gum in modo troppo vistoso li si richiama dicendo loro di non “ruminare”.

Anche la forma del cranio è differente, con gli erbivori caratterizzati da un apparato buccale molto allungato che protrude vistosamente in avanti rispetto alla scatola cranica. All’opposto, gli onnivori mostrano la dentatura molto compatta a disegnare quasi due semicerchi e posta praticamente sotto al cranio stesso.

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Tab. 1: differenze fra i diversi animali, Uomo incluso, nel numero e nella composizione delle dentatura. Come si vede, le differenze si intuiscono già a livello numerico

 

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Fig. 1 Nei ruminanti (es. bovini, ovi-caprini), mancano gli incisivi superiori. Nei bovini i molari appaiono robusti e atti alla triturazione dei materiali vegetali, operazione che avviene non solo all’atto della brucatura, bensì anche nella ruminazione vera e propria, quando il bolo vegetale viene rigurgitato per essere ulteriormente affinato

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Fig. 2 Dentatura della pecora: molari e premolari costituiscono una sorta di mola che opera su due piani adiacenti, ottimizzando ulteriormente l’efficienza nella ruminazione

 

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Fig. 3 Nei cavalli sono presenti anche gli incisivi superiori, ma resta comunque la tipica forma a erbivoro, con gli incisivi ben separati da premolari e molari

 

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Fig. 4 Conigli: oltre al caratteristico arco dentale allungato, i conigli mostrano la peculiarità degli incisivi ad accrescimento indefinito. Data la forte usura della masticazione, gli incisivi dei conigli continuano a crescere per compensare le parti usurate

 

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Fig. 5 Uomo e Scimpanzé: identico il numero, simile la forma e la funzione dei denti. Nei simpatici primati, con i quali condividiamo oltre il 96% del Dna, la dentatura appare però più robusta

 

Già alla prima osservazione, gli erbivori, mono o poligastrici che siano, si mostrano quindi “nati per brucare”. La Natura li ha infatti attrezzati con bocche idonee alla raccolta diretta del cibo. Negli onnivori, Umani o Primati che siano, l’uso delle mani con pollice opponibile e la postura eretta non hanno richiesto alcuna modifica del cranio a fini alimentari. Altra osservazione, questa, già prodotta perfino da Cuvier. Del resto, se la Montagna non va da Maometto è Maometto che va alla Montagna: se il cibo può arrivare alla bocca, non c’è infatti bisogno che la bocca si allunghi fino al cibo. Resta però da chiarire quali siano i tipi di cibo che le mani possono e devono portare alla bocca. Perché la frutta è solo una parte di ciò.

 

Enzimi e saliva

Anche su alcune affermazioni circa enzimi e saliva c’è molto da discutere. Certe pretese di equiparare l’Uomo agli erbivori partono infatti da un altro presupposto sbagliato: nella saliva umana vi sarebbe solo ptialina, ovvero un tipo di amilasi atto ad aggredire gli amidi posti in bocca. Peccato che gli amidi siano presenti soprattutto nei semi, come per esempio nei cereali e nei legumi, anche se possono essere rivelati nella frutta e in altri vegetali. Gli spaghetti per esempio contengono oltre il 60% di amidi e quasi zero di zuccheri liberi. Una mela, al contrario, contiene solo lo 0,05% di amido (se con la buccia) e oltre il 10% di fruttosio, lo zucchero semplice della frutta. Quindi resta per lo meno buffo affermare che l’Uomo debba mangiare solo frutta visto che proprio la Natura lo ha attrezzato di un enzima, la ptialina appunto, atto a digerire soprattutto l’amido. In tal senso, le alimentazioni più funzionali a questo aspetto restano quindi l’onnivora, la vegetariana e la vegana. Ai fruttariani l’amilasi della loro saliva serve infatti a poco se non a nulla.

Ma non vi è solo la ptialina su cui discutere. Nel nostro organismo vi sono per esempio anche le lipasi, ovvero gli enzimi che demoliscono i grassi. Sono enzimi differenti, capaci di demolire acidi grassi altrettanto differenti. Uno dei tipi di lipasi codificata dal Dna umano, quindi anche da quello dello Scimpanzé, è quella che permette di spacchettare i trigliceridi riducendoli a glicerolo. E i trigliceridi sono grassi di origine animale, non vegetale. Nella mela, con buccia, vi è solo lo 0,17% di grassi, mentre nei fagioli borlotti ve n’è l’1,23%, nel frumento il 2,5%, nel filetto il 21,83%. Se quindi vi chiedete perché mai la Natura ci abbia attrezzati con delle lipasi atte a digerire trigliceridi di origine animale la risposta dovrebbe venire da sé: siamo geneticamente progettati per digerire anche quelli. Quindi l’assunzione di alimenti di origine animale è perfettamente funzionale alle nostre capacità digestive anche per quanto concerne gli acidi grassi.

Infine la pepsina, la quale attacca le proteine e le scompone nei loro componenti base, ovvero gli aminoacidi. Questo enzima, prezioso per la digestione delle proteine, viene riversato nel lume gastrico in forma di pepsinogeno, ovvero il suo precursore. Per convertirsi in pepsina il pepsinogeno ha bisogno di un ambiente acido. Tanto più sarà acido lo stomaco, tanto più veloce e completa sarà la trasformazione da pepsinogeno a pepsina, come pure quest’ultima lavorerà meglio nel digerire le proteine. Il range ottimale di pH (ovvero il parametro che descrive l’acidità o la basicità di un mezzo) a cui lavorano pepsinogeno e pepsina è molto basso. L’optimum è fra 1,5 e 3 su una scala da zero a 14. A sette il pH si definisce infatti neutro. Se il pH gastrico è di norma fra 3 e 4 quando a riposo, esso scende velocemente fino a valori fra 1,5 e 2 quando siamo in fase di digestione, specialmente se nel cibo vi siano molte proteine da digerire. Gli ioni idrogeno necessari all’abbassamento del pH vengono infatti pompati nel lume gastrico grazie al meccanismo noto come “pompa protonica”. Non a caso, quando vi siano patologie a carico dell’apparato gastrico legate ad acidità eccessiva si assumono medicinali noti come “protettori gastrici”. Questi non fanno altro che inibire i meccanismi alla base della pompa protonica riducendo la secrezione gastrica di ioni idrogeno, responsabili dell’abbassamento del pH. Quindi, a dispetto di quanto sostenuto da certi svitati che infestano il web, tutto fa difetto all’Uomo tranne che gli enzimi atti a digerire le proteine, incluse quelle animali, come pure l’acidità gastrica che ci contraddistingue è esattamente quella che serve per farli funzionare al meglio.

Ovviamente, c’è chi furbescamente mette sul tavolo paragoni alquanto sciocchi fra Uomo e predatori carnivori. Uno squalo, in effetti, ha uno stomaco molto più efficiente del nostro a digerire cibi animali. Per forza… quando il predatore ingoia una foca lo fa per intero, mettendosi nello stomaco tutto: carne, ossa, pelle, pelliccia, legamenti e tendini. Il tutto, ovviamente, a crudo. Una situazione ben diversa da chi si ponga nel piatto una fesa di pollo fatta alla piastra, oppure uno spezzatino di manzo, o ancora una morbida salsiccia di maiale. In tal caso la digestione è alquanto più facile di quella di un predatore carnivoro stretto, con il quale non dobbiamo quindi essere comparati, esattamente come non dobbiamo essere comparati a erbivori come bovini o cavalli. Inoltre, a differenza dei predatori animali, l’Uomo ha messo a punto la tecnica della cottura, la quale non fa altro che rendere più morbido e digeribile il cibo, carne in primis. Per non parlare dell’invenzione delle posate: invece di strappare a morsi pezzi di carne dal corpo delle prede, possiamo sezionare sottili striscioline di carne grazie all’uso di forchette e coltelli. Tutto un altro vivere, non trovate?

Quindi, a chi in futuro cercherà di intortarvi con la storiella secondo la quale non abbiamo uno stomaco capace di digerire la carne, zigzagando fra esempi farlocchi, d’ora in poi fategli una bella risata in faccia e godetevi pure il panino con il prosciutto, se vi aggrada: la Natura vi ha perfettamente attrezzati per farlo e chi dice il contrario o è uno sprovveduto o è un disonesto.

 

Apparato digerente

Enzimi digestivi e pH a parte, fra Uomo e Primati da un lato ed erbivori dall’altro vi sono per giunta enormi differenze anatomo-fisiologiche anche quanto ad apparato digerente. Fra gli erbivori si deve innanzitutto distinguere far monograstrici e poligastrici. Ovvero fra animali con un solo sacco gastrico oppure più di uno. Nel primo caso si parla di cavalli e conigli, per esempio, ma anche di rinoceronti ed elefanti. Nel secondo di ruminanti, cioè bovini e ovi-caprini, principalmente, ma anche di altri artiodattili come cervi e antilopi. In questi animali, evolutisi per assimilare anche fibre vegetali per noi indigeribili, lo stomaco vero e proprio, o abomaso, è solo l’ultimo dei “sacchi” digestivi. Prima di esso vi sono infatti l’omaso e i sacchi ruminali, ove avviene la degradazione del cibo a opera soprattutto di microrganismi che demoliscono le fibre vegetali, come per esempio la cellulosa. Un polimero, questo, che l’Uomo non è affatto in grado di demolire. Non stupisce quindi che lo stomaco vero e proprio dei ruminanti abbia un pH intorno a 4, come quello dello stomaco umano a riposo. È semplicemente perché ciò che arriva all’abomaso è già stato ampiamente pre-digerito dai sacchi pre-gastrici. Ecco perché una capra può sopravvivere nel deserto mangiando ispide foglie di cespugli rinsecchiti, mentre noi no.

Cavalli, conigli, elefanti e rinoceronti invece, hanno un solo stomaco, come noi e come i Primati. Eppure sono erbivori stretti. Forse è una prova, questa, che noi Umani si debba imitare i loro stili alimentari? Niente affatto (leggi per approfondimenti).

Negli animali di cui sopra esiste un’apposita sacca digestiva posta fra intestino tenue e crasso, ovvero l’intestino cieco. Nell’Uomo è ciò che conosciamo anche come “appendice”, pressoché una porzione vestigiale di scarsa o nulla utilità ai fini digestivi. Negli erbivori monogastrici, invece, l’intestino cieco mostra dimensioni ragguardevoli e svolge un ruolo simile per molti versi a quello dei pre-stomaci dei ruminanti. Il cieco degli erbivori monogastrici aiuta infatti a frammentare ulteriormente le materie vegetali ed è sede di processi fermentativi analoghi a quelli del rumine dei bovini. Nei conigli, per esempio, il cieco è anche il luogo ove risiedono i batteri terricoli produttori della vitamina B12, del tutto assente in frutta e verdura. La dimensione e la conformazione del cieco migliorano quindi l’assorbimento delle componenti vegetali da parte dell’erbivoro monogastrico, arricchendoli per giunta con alcune vitamine che in essi non esistono all’origine. Un assorbimento che risulta imperfetto, comunque. Fra le feci di un bovino e quelle di un cavallo o di un coniglio vi sono infatti differenze notevoli. Non a caso, nei conigli esiste la coprofagia, ovvero l’abitudine dei piccoli di mangiare le feci della madre, ricche di sostanze residue assimilabili e di microrganismi utili alla digestione dei vegetali.

Le potenzialità digestive fra poli e monogastrici sono quindi notevoli: chi possiede un cavallo sa bene infatti come l’apparato digerente e le coliche che lo affliggono siano fra le prime cause di morte, come pure è noto che se a un coniglio si somministra erba ancora umida si rischia di trovarlo morto la mattina dopo, gonfio come un pallone. Il loro apparato digerente è infatti si vocato alla dieta erbivora, ma è per così dire un motore tirato “al limite”. Posizionare l’Uomo in prossimità di questi organismi è pertanto una baggianata, per giunta pericolosa visto che si parla di salute. Non possediamo infatti né il rumine, né un intestino cieco abbastanza sviluppato per potercelo permettere.

Fra i nostri “parenti” scimmieschi ve ne è però uno che può essere definito erbivoro in senso stretto, ovvero il gorilla. Un maschio adulto può infatti arrivare a mangiare 30 chilogrammi di vegetali al giorno, praticamente un sesto del suo peso. Prevalentemente mangia foglie, ma anche frutti quando la stagione lo consente. I suoi canini sono essenzialmente per combattimento, non per predare e le uniche fonti animali di cui si nutre il gorilla sono alcuni insetti, ma in percentuale inferiore all’1% del cibo ingerito. Già uno scimpanzè può arrivare intorno al 6% e, come si vedrà, non si tratta solo di insetti.

Un uomo della mia stazza, ovvero 85 kg, per alimentarsi come un gorilla dovrebbe ingerire 14 kg al giorno di vegetali. In pratica, dovrei iniziare a mangiare spinaci, bietole, zucchine e similari alla mattina presto e finire prima di coricarmi, tenendo una media di circa un chilo di vegetali crudi ogni ora. Chi vuole provare si accomodi pure: auguri…

Considerando poi che le foglie dei vari alberi – che rappresentano la maggior parte del volume ingerito dai gorilla – sono per noi di difficile digestione, pensare che un uomo possa alimentarsi come un gorilla appare tanto insensato quanto velleitario. Forse perché da alcuni milioni di anni l’Evoluzione ha fatto prendere strade diverse a noi e ai gorilla, con buona pace di chi ne nega le Leggi e perfino l’esistenza. Dell’Evoluzione eh? Mica dei gorilla…

 

Scimpanzé e stupidaggini frugivore

E veniamo infine al trionfo delle baggianate: secondo i mantra fruttariani l’Uomo dovrebbe essere frugivoro dal momento che anche i nostri parenti più stretti, ovvero gli scimpanzé, sarebbero tali. In verità, i nostri “cugini pelosi” hanno una dieta fortemente improntata sui vegetali. Da qui a definirli frugivori però ce ne corre. Gli scimpanzé si nutrono infatti di foglie e frutti, si, ma integrano la dieta con apprezzabili quantità di proteine animali ricavate soprattutto dagli insetti, ma non solo:

 

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Fig. 6: gli scimpanzé sono capaci di usare dei rametti come rudimentali attrezzi da pesca con i quali estraggono formiche e termiti dai loro nidi, facendosene delle sane scorpacciate

 

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Fig. 7: oltre agli insetti gli scimpanzé mangiano abitualmente carni di erbivori o di altri piccoli mammiferi catturati nella foresta. Hanno quindi un’alimentazione fortemente onnivora, con una robusta rappresentanza di alimenti vegetali, frutti e foglie, ma anche una sensibile percentuale di alimenti animali

Infine, fra gli scimpanzé sarebbero diffuse anche le pratiche dell’uccisione di cuccioli e del cannibalismo. Pratiche che decisamente hanno ben poco da condividere con la panzana del primate frugivoro.

 

Conclusioni

 

Quanto detto (e visto) demolisce la barzelletta dell’Uomo frugivoro. Nulla vieta però di diventarlo a chi per libera scelta lo voglia diventare. Ognuno è infatti libero di fare del proprio corpo ciò che meglio gli pare. Non è invece libero di diffondere falsità, informazioni farlocche o addirittura mendaci pur di convincere altri a diventare come lui. Il prezzo da pagare in questi casi è collezionare figure molto magre dal punto di vista scientifico e anche umano, perché mentire non è abitudine di cui andare fieri.

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

 

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Per chi crede a “The China study”

Sogno vegetarianoIl libro di Colin Campbell, resoconto di una ricerca svolta a partire dagli Anni 80, è spesso sbandierato quale Manifesto dal Mondo vegano e vegetariano. Ma davvero la grande mole di numeri è sufficiente per trarre conclusioni come quelle tratte dal biochimico americano? La statistica e il buon senso globale direbbero di no…

La Cina è grande, in effetti. Quindi, cosa c’è di più affidabile di un’indagine epidemiologica su malattie e alimentazione se svolta nel Celeste Impero? Questo potrebbe essere il biglietto da visita del “The China Study”, libro di Colin Campbell edito nel 2005 e diffusosi molto in fretta fra chi osteggia i cibi di origine animale. Tanto per capirsi, i link al “The China Study” sono spesso buttati là nelle discussioni su salute e cibo, accompagnati talvolta anche dalla spocchia di chi s’illude di sapere ormai tutto, quando invece sta solo guardando la palla dall’unica parte che gli interessa.

Per quanto i numeri analizzati da Campbell siano imponenti, lo studio pare infatti giocare in modo un po’ furbetto con la statistica, come pure sembra non tenere affatto in considerazione ciò che avviene nel resto del Mondo e che è avvenuto all’Umanità negli ultimi 150 anni.

Vediamo quindi il botta e risposta fra l’autore e Denise Minger, cioè l’autrice di una revisione in chiave statistica del lavoro di Campbell. Interessante nota: Denise è una ex-vegana e ancora oggi, per motivi di intolleranze, non si nutre di latticini. Questo giusto per chiarire che non patisce certo di condizionamenti preconcetti verso chi crede nell’alimentazione “animal-free”.

 

Leggi le critiche di Denise Minger

Leggi la risposta di Colin Campbell

 

Statistica si, ma quale?

La giovane americana (è del 1987) parte da una serie di rielaborazioni statistiche dei dati analizzati da Campbell. Rielaborazioni fatte, per esempio, depurando i calcoli dalla variabile colesterolo. Campbell avrebbe infatti triangolato un po’ troppo spesso la correlazione fra proteine animali e tumori facendola rimbalzare sulla sponda del colesterolo. Questo in effetti è un “termometro” dei consumi di cibi animali ed è spesso presente ad alti livelli nelle persone più afflitte da problemi oncologici. Diventare vegani ci salverà quindi dal cancro? No, per il semplice motivo che il colesterolo è solo un indicatore dell’abuso di carne e latticini, fatte salve le produzioni endogene che con la dieta nulla hanno a che fare. Se però si eccede nel consumo di questi alimenti si avrà il colesterolo più alto e quindi una maggiore predisposizione a sviluppare patologie di tipo cardiovascolare. Infarti e ischemie cerebrali sono infatti causati da depositi di colesterolo nelle arterie, aggravati o mitigati in buona parte dalle abitudini di vita e dalla presenza o assenza di vizi come il fumo o l’alcol (se si beve un po’ troppo non è più un piacere: è un vizio). Con i tumori però il colesterolo poco c’entra se non come marcatore: i suoi alti livelli rivelano solo che la persona eccede con i cibi di cui sopra e questi sono in effetti degli apripista ad alcuni tipi di tumore se assunti in forti quantità, specialmente in carenza di alimenti vegetali. Questi ultimi sono infatti molto importanti nella dieta e se una persona se ne priva fa un danno già di per sé alla propria salute anche se poi mangia solo pasta e patate, prive di colesterolo e di proteine animali. Figuriamoci poi se questa persona s’ingozza pure di eggs’n’bacon fritti nel burro e di T-bone da mezzo chilo accompagnate da montagne di patatine fritte: se non diventa vecchio ciò non deve stupire.

L’adozione da parte di Campbell del colesterolo come parte integrante delle statistiche suona quindi un po’ strumentale e la Minger non perde occasione per sottolinearlo nella prima parte della critica al professore statunitense.

A pagina 12 viene poi citata una parassitosi, nota come schistosomiasi, causata da alcuni vermi piatti (platelminti). Questi avrebbero un peso notevole nello sviluppo dei tumori al colon e al retto. La correlazione con i tumori colon-rettali risulta infatti pari a +89 (scala da 0 a 100) e lascia quindi pochi dubbi sulla pericolosità di questi vermi microscopici. Essi, come ci insegna perfino l’enciclopedia Treccani, prevedono un ciclo di vita indiretto che oltre all’ospite definitivo, come l’Uomo, prevede alcune fasi larvali obbligate all’interno di diverse specie di lumache d’acqua dolce. Infestazioni di Schistosoma sono molto frequenti soprattutto in Asia sud-orientale, ove il parassita si può contrarre immergendosi in acque stagnanti. Se si pensa quindi ai contadini cinesi che camminano a gambe nude nelle loro risaie, non si stenta a capire quanti di essi possano acquisire i platelminti e, magari, sviluppare di conseguenza un tumore al colon-retto. Non a caso, alcune ricerche svolte nel Celeste Impero (Xu 1984) evidenziano lo Schistosoma quale importante causa di tumore colon-rettale.

Interessante pure la considerazione di Denise su birra e colesterolo (pag. 17), idem la correlazione “leucemia-industria-agricoltura-colesterolo”. In effetti, depurando i dati dal tipo di occupazione e di località in cui i Cinesi vivono, la correlazione leucemia-colesterolo di Campbell perde la maggior parte del suo mordente. In altre parole, se si viene esposti ad alti livelli di benzene e di altri inquinanti tipicamente industriali e cittadini, si hanno molte più probabilità di contrarre leucemie. Il colesterolo sarebbe quindi solo una presenza contestuale, ma non determinante ai fini numerici. Fra relazione di contestualità temporale e di rapporto causa-effetto c’è infatti una bella differenza. A conferma, anche il virus dell’epatite B, notoriamente correlabile ai tumori al fegato. Peccato che questo virus induca anche una maggiore espressione del colesterolo. Quindi se si è contratta l’epatite B è normale avere più colesterolo nel sangue. Se perciò si afferma che il tasso di tumori al fegato è correlato al colesterolo non è di per sé sbagliato, peccato che il colesterolo sia solo un marker e non la causa. La sua origine non è infatti dalla dieta, ma dall’interferenza del virus. Sostenere che il tumore al fegato viene per i consumi di alimenti animali che innalzano il colesterolo è per lo meno fuorviante e incompleto.

Molto diretti ed esplicativi anche i grafici da pagina 20 a pagina 24, nei quali si mostra il confronto fra le cinque Province cinesi a maggior consumo di cibi animali con le cinque a minor consumo di carni e latticini e più orientate ai vegetali. Molto spesso le varie malattie oncologiche colpiscono meno le prime e più le seconde. Tutto smontato il lavoro di Campbell? No, solo in parte. Quando si parla di Cina si deve infatti tenere a mente che in realtà questo gigante geografico è la somma di aree molto distinte fra loro. Si passa da quelle costiere a quelle tibetane, con ovvie differenze per quanto riguarda non solo l’alimentazione, ma anche lo stile di vita, le condizioni esterne, incluso il clima, e infine la genetica. Già, perché una buona parte dell’origine dei tumori affonda le radici proprio nei nostri geni. Popolazioni isolate fra loro possono quindi mostrare differenze sensibili in tema di predisposizione oncologica, indipendentemente da ciò che mangiano, perché la variabilità genetica schiaccia quella di tipo alimentare. Una vera riprova dei grafici della Minger si potrebbe avere solo facendo alimentare in modo diverso qualche migliaio di abitanti per ognuna delle Province elencate. Dopo qualche anno si vedrebbero forse differenze che al momento sfuggono. Non si può infatti escludere che gli abitanti della contea di Tuoli, apparentemente più sani di altri nonostante la dieta fortemente orientata ai cibi animali, non beneficerebbero di un cambio nella loro alimentazione. Inserendo frutta e verdura in abbondanza potremmo scoprire infatti che anche per il popolo di Tuoli le statistiche migliorerebbero. Come pure magari peggiorerebbero quelle delle contee ad alto consumo di vegetali se nella loro dieta venissero aggiunte forti componenti animali. Denise Minger è stata molto brava ad analizzare i numeri, ma forse a causa della giovane età le ha fatto difetto la capacità di ragionare in modo più ampio, ipotizzando scenari che i numeri ovviamente non contenevano. Ciò infatti le ha guadagnato diverse critiche e accuse da parte dei sostenitori di Campbell. Crescerà…

Altrettanto interessanti rispetto ai grafici di cui sopra risultano anche le considerazioni fatte da Denise sul consumo di verdure verdi (pag 8 e seguenti): stando ai numeri, conterebbe di più la costanza nel mangiarle rispetto al volume assoluto consumato in un anno. E questo ragionamento ha tutta una sua logica, dato che appare funzionale alla sensata abitudine di mangiare un po’ di tutto e spesso. Si sa infatti da tempo immemore che piccole dosi spalmate nel tempo, di ogni cibo, fanno bene alla salute, mentre la concentrazione selettiva di alimenti nel corso dell’anno non fornisce altrettanti benefici. Meditino quindi coloro i quali vagheggiano al bel Mondo antico, ove si mangiava solo frutta di stagione e d’inverno si viveva di polenta, formaggi e salumi conservati, perché nel Regno vegetale da ottobre ad aprile di fresco vi erano più che altro verze. I moderni flussi commerciali del cibo, giunto a noi da ogni parte del Globo, ci permettono di alimentarci con ogni tipo di prodotto in ogni momento dell’anno. E come si vedrà, forse hanno pure avuto un peso importante sulla nostra attuale longevità.

 

Minger Vs. Campbell, su un ring di formaggio…

Caseine veleno universale? Ciò parrebbe la conclusione tratta da Campbell dopo alcuni studi di laboratorio (sui topi, non sui Cinesi) in cui diverse dosi di caseine sarebbero state somministrate alle cavie. L’autore de “The China Study” non esita infatti a dire che “… la caseina si è rivelata così potente nei suoi effetti che potremmo accendere e spegnere la crescita del cancro semplicemente cambiando il livello somministrato“. Mangiate Parmigiano? Amate il Gongonzola o il Puzzone di Moena? Siete spacciati: forse non arriverete a Natale… Se invece un cancro lo avete già, basterà che smettiate di mangiare formaggi e latticini e lui si fermerà da solo. Ogni commento a tale approccio appare superfluo.

Ma davvero stanno così le cose? Vi è da dubitarne. Non solo per i dati sulla Contea cinese di Tuoli, ove le caseine sono alla base dell’alimentazione quotidiana, ma anche guardando alle ben longeve popolazioni montagnine del nostro arco alpino, ove latte e formaggi hanno rappresentato per millenni la più ricca fonte di cibo durante i mesi autunno-vernini.

Denise ne parla a pagina 25, facendo alcune interessanti considerazioni sulle asserzioni un po’ troppo assolutistiche di Campbell in materia di proteine. In alcuni studi sulle influenze delle aflatossine sul tumore al fegato, egli vide infatti differenze fra ratti alimentati con cereali e ratti alimentati con caseine. A chi scrive, in effetti, ha personalmente ricordato un po’ il controverso lavoro di Gilles Seralini sugli ogm. Ovvero, uno studio che pone gli animali di laboratorio in condizioni ben poco realistiche al fine di trarre conclusioni che più che scientifiche sembrano ideologiche. La vacuità di Campbell nell’esporre alcune “evidenze” da lui osservate in altri studi viene additata puntualmente dalla Minger, la quale evidentemente possiede un buon livello di sano scetticismo. I numeri del resto sono numeri, mentre le parole e i “sembra che” lasciano sempre il tempo che trovano. Questo, per lo meno, se si sa cosa voglia dire la parola “Scienza”.

Peraltro, lascia abbastanza perplessi una frase, proprio di Campbell, in materia di nutrizione: “Tutto negli alimenti lavora insieme per creare la salute o la malattia. Quanto più si suppone che una singola sostanza chimica possa caratterizzare un alimento intero, più ci si perde nell’idiozia”. Un concetto assolutamente condivisibile, questo, ma che appare strano quando espresso da uno che ha fondato buona parte delle sue ricerche proprio sugli effetti dannosi di un elemento nutritivo, come nel caso della caseina.

Nella sua confutazione alle critiche di Denise Minger Campbell apre infatti con una lunga spataffiata sulla “plausibilità biologica”, cioè se una cosa pare aver senso agli occhi del ricercatore probabilmente quella cosa è vera… Questa, secondo l’autore, varrebbe quindi più dei numeri e della statistica (!), affermando che “… l’effetto della caseina, che è stato studiato in profondità, se giudicato secondo i criteri formali per determinare sperimentalmente le sostanze chimiche classificate come cancerogene, classifica la caseina come la sostanza cancerogena più rilevante mai identificata”.

Strano, perché nelle liste realizzate dallo Iarc (International Agency for Research on Cancer), la caseina non risulta, mentre invece compaiono già al Gruppo 1 (Cancerogeni per l’Uomo) le foglie di Betel, un alimento vegetale presente in Asia. Al Gruppo 2B (Possibili cancerogeni) vi sono invece gli estratti di Ginko biloba, di Aloe vera e di Kawa, altra sostanza vegetale. Tutti prodotti che molti salutisti e puristi del Bio e del Veg si vanno a comprare in erboristeria. Pure la carragenina, estratto algale utilizzato come additivo perfino in certi preparati biologici, appartiene al Gruppo 2B. Aprendo il frigorifero, magari potremmo anche rimanere sorpresi di sapere che il pesto alla genovese contiene metileugenolo, presente anche in alcune erbe aromatiche. Molte spezie contengono invece safrolo, il quale finisce quindi nei piatti per nostra stessa volontà. Come le classifica lo Iarc? Sempre nel Gruppo 2B: possibili cancerogeni. Ma la caseina, no. Non c’è. Strano, si diceva, perché da come la mette Campbell dovrebbe risultare nella prima lista, al pari delle radiazioni ionizzanti, del benzene e dell’amianto.

In compenso, nella monografia n° 77 dello Iarc si riporta a pagina 106 uno studio che fa divenire la caseina molto più simpatica di quanto Campbell la vorrebbe far intendere: a dei ratti è stata somministrata per alcune settimane una dieta differenziata. Un gruppo assumeva alimenti con il 20% di caseina mentre un altro no, solo amidi. Dopo due settimane i due gruppi sono stati ulteriormente divisi in due e alla loro dieta sono stati aggiunti o meno degli ftalati, sostanze usate in passato come plastificanti ma poi aboliti perché agivano negativamente sul sistema endocrino. Gli ormoni, tanto per capirsi. Orbene, nei ratti alimentati con caseina le influenze degli ftalati erano molto inferiori rispetto al gruppo senza caseina. In altre parole, le caseine avevano giocato un ruolo protettivo e i ratti che l’avevano assunta mostravano un più alto numero di spermatozoi dei loro simili “non caseinati”. Interessante, visto che gli ftalati sono stati presenti nei contenitori in plastica per i cibi fino a pochi anni fa. Assumere caseine ha quindi avuto un apprezzabile effetto protettivo per la salute umana, con buona pace di chi le denigra a ogni pie’ sospinto.

Si può chiudere infine questo paragrafo con una risposta data da Campbell a Denise: “In sintesi, la critica di Denise manca di senso delle proporzioni. Dà (con esagerazione notevole, a volte) all’analisi dei dati della Cina un peso maggiore di quanto meritano ignorando le evidenze discusse negli altri 17 capitoli del libro. Il progetto di ricerca in Cina è stato uno studio fondamentale, sì, ma non era l’unico fattore determinante delle mie opinioni”.

Che buffa cosa… Denise, secondo Campbell, avrebbe focalizzato troppo sui dati cinesi, che lui per primo parrebbe ora ritenere secondari. E allora perché mai il libro lo ha intitolato “The China Study”? Misteri della psiche umana (e forse anche del marketing editoriale e della self-promotion)

 

Oltre “The China Study” e Denise Minger

Visto quanto sopra, sarà bene ora analizzare i fatti salendo un po’ più in alto e guardando il Mondo da diversi punti di osservazione, perché mica esiste solo la Cina…

Cosa succede se per esempio diamo un occhiata a livello spazio-temporale alla Terra, cercando di capire come l’alimentazione e il progresso in genere abbiano storicamente influito sulla nostra vita? Per giunta, va considerato pure che spesso il progresso è stato reso possibile proprio dai cambi nella dieta e che il progresso ha poi a sua volta influito sulla dieta stessa. Un circolo talvolta virtuoso, talvolta no. L’alta percentuale di obesi negli Usa e di diabetici in Cina ne sono una dimostrazione. Mangiare proteine animali fa quindi davvero male? Fa morire di cancro? In altre parole, accorcia la vita? Per prolungare la nostra esistenza e scampare ai cancri, dobbiamo quindi diventare tutti vegan-fruttariani? In Giappone se leggono queste domande iniziano a ridere a Natale e finiscono a Ferragosto.

Ogni anno i Figli del Sol Levante consumano infatti più di 70 chilogrammi di pesce pro-capite, posizionandosi al secondo posto dopo il Cile con 77. L’Italia, tanto per fare un paragone, è al decimo posto con circa 23 chili a testa. Nonostante ciò – e in barba a chi gufa contro i “mangiacadaveri” – l’età media del popolo giapponese è al secondo posto al Mondo, con 44,6 anni, di poco superiore all’Italia, terza, con 44,3. Solo il Principato di Monaco batte il Giappone, con 48,9. Un dato che però va interpretato, dal momento che nel Regno monegasco la popolazione non è esattamente quella che si potrebbe definire “standard”, visti i flussi di persone che mirano soltanto a pagare meno tasse.

Ancor più marcati i numeri relativi alle aspettative di vita. In questa particolare classifica il Giappone occupa invece la prima posizione, con la bellezza di 84,02 anni, media degli 87,56 delle donne e dei 79,67 degli uomini, da sempre meno longevi delle proprie compagne. L’Italia si conferma comunque in buona posizione, la quarta (preceduta oltre che dal Giappone anche da Macao e Andorra) con 82 anni, risultanza dei 79,4 degli uomini e 84,5 delle donne. L’India, Paese vegetariano per antonomasia, è invece al 145° posto e mostra un valore medio di soli 68,59 anni, ricavati dai 71,17 delle donne e i 66,28 degli uomini. La Cina, infine, si ferma su un valore di 75,2 anni, posizionandosi quindi a metà strada fra la vegetariana India e il “pescivoro” Giappone. Numeri questi che danno di che pensare, soprattutto ricordando le accuse di danneggiare la salute mosse ai cibi di origine animale. Specialmente il pesce è per alcuni considerato ancor peggio della carne (forse perché, come l’ospite, puzza?) e a questo tipo di alimento viene attribuita ogni nefandezze cancerogena: putrescine, cadaverine e chi più ne ha più ne metta. In pratica, per certe teste un po’ bacate, se si mangia un fritto misto o un branzino al sale forse non si arriverà vivi al prossimo w-end.

Ma al di là del Giappone, qui in Italia come siamo messi e, soprattutto, come eravamo messi 150 anni fa? Come visto l’Italia è oggi al quarto posto al Mondo per aspettative di vita. Viviamo alla grande e a lungo, a quanto pare. Quindi, analizzando le statistiche dovremmo scoprire che tale spaccato sanitario deve per forza poggiare su un trend alimentare vocato al Veg. Niente affatto, anzi. Nel grafico successivo si mostrano i trend relativi alla statura media, alle aspettative di vita e ai consumi di cibi animali (carne, pollame, pesce etc.).

correlazione-consumi-altezza-vita-italia

 

Come si vede, dal 1861 al 2011 la dieta italiana ha visto più che decuplicare la presenza di alimenti animali. Se fosse vero quanto ipotizzato da certi movimenti pseudo-scientifici (o meglio: pseudo-religiosi) dovremmo essere tutti malati di cancro e morire ben da giovani. Invece, con buona pace di quei ricercatori che si affannano per dimostrare che carne e formaggi sono veleni, l’attuale salute degli Italiani sembra scaturire proprio da una marcata crescita dei cibi di origine animale.

Ovviamente, ci sono considerazioni più profonde da fare circa i dati espressi nel grafico: le aspettative di vita del 1861 erano anche fortemente influenzate da fattori sociali (guerre, rivolte) e sanitari (epidemie). Di sicuro, se ti rompevi una gamba allora rischiavi di morire per setticemia. Come pure era altissima la mortalità per parto, sia dei bimbi, sia delle madri. Per non parlare delle setticemie post-operatorie e post-partum, le quali facevano fuori una marea di poveri innocenti. Non mancavano le tossinfezioni alimentari, come tifo, colera, salmonella e chi più ne ha più ne metta. Erano poi gli anni delle grandi carestie, come quella indotta dalla peronospora delle patate che verso la metà dell’800 ne distrusse le produzioni europee causando milioni di morti, generando pure gli imponenti flussi migratori verso l’America che caratterizzarono quei decenni. Un periodaccio, insomma. L’arretratezza tecnologica e scientifica faceva si che se ce la facevi a campare bene, se no morivi. Certamente, anche la sotto nutrizione incideva molto. Basti pensare alla pellagra nelle province del Veneto, o alle epidemie i cui danni venivano amplificati dalle scarse difese della popolazione, cronicamente tenuta a stecchetto da uno stato di profonda miseria. La carne all’epoca era “roba da ricchi” – e infatti avevano spesso la gotta, quei golosi senza ritegno – mentre le tavole popolane facevano mostra per lo più di qualche fonte di carboidrati come pane, pasta, polenta o patate, accompagnate da verdure di facile produzione, come brassicacee e ortaggi di stagione. Già i fagioli, considerati la carne dei poveri, mica ce li avevano tutti. Ed era quindi fame nera. Fu proprio il progresso a migliorare le condizioni di vita della popolazione, la quale poté assumere quantità crescenti di cibi ad alto valore nutrizionale come sono appunto quelli di origine animale. E dal cibo nasce il progresso e dal progresso il cibo.

Come si vede nel grafico, anche l’altezza media della popolazione è nel frattempo salita: un bel salto di 15 centimetri in 150 anni. Praticamente un centimetro ogni dieci anni. Un incremento di statura che può essere spiegato prevalentemente per via alimentare, dato che l’evoluzione genetica richiede molto più tempo per esprimersi. Soprattutto parlando di altezza media, l’abbondanza di cibo ad alto valore nutrizionale e di proteine ha fatto quindi si che gli Italiani potessero esprimere al meglio le proprie potenzialità genetiche, le quali restavano castrate in passato da una dieta troppo povera. Magari avevano anche bassi livelli di colesterolo, ma si nutrivano in modo così povero che quella era forse l’unica (magra, magrissima) consolazione…

 

Conclusioni

Dobbiamo quindi mangiare solo bistecche e formaggi? Niente affatto. Una dieta equilibrata deve poggiare su una predominanza di elementi vegetali, con molte verdure e frutta, come pure legumi e cereali, sebbene dosati in modo oculato perché molto calorici. Se a ciò si aggiunge qualche uovo, del latte, un pezzo di pecorino o un arrostino, la salute non se ne avrà certo a male, anzi. Specialmente se alla sobrietà a tavola si affiancherà anche una certa sobrietà nello stile di vita, evitando per esempio fumo e alcolici (da assumersi solo in modeste quantità) e moltiplicando le ore di attività fisica. E se abitate nel bel mezzo di una grande città, attorniati da benzene, polveri sottili e inquinanti vari di derivazione industriale, automobilistica o civile, invece di martellare gli zebedei su web inneggiando alla via della Salvezza Vegana, cercate di traslocare in campagna, magari ampliando anche i riferimenti bibliografici. Perché, come visto, leggere e credere solo a dei bei tomi come “The China Study” non pare avere molto senso…

Disclaimer: nessun commento è ammesso. La spiegazione qui

Un’insalata salverà il Mondo? Spiacente: no

Anatemi contro la carne? Anche basta ora...

Da sempre più parti giungono attacchi alla zootecnia, accusata fra le tante cose di essere fra le primarie cause dell’effetto serra. Le spinte a una conversione della popolazione mondiale al veganesimo si sono quindi moltiplicate, adducendo motivazioni non solo etiche, bensì anche ambientali ed ecologiche. Ma le cose sono davvero così agghiaccianti come vengono presentante? Niente affatto…

L’ultimo della serie è l’Onorevole Alessandro Di Battista. O forse, come preferiscono essere chiamati i Parlamentari del M5S di Beppe Grillo, il “Cittadino” Di Battista. In una sua intervista al Corriere della Sera ha duramente stigmatizzato gli allevamenti di animali, additandoli quale causa primaria di quell’effetto serra che aggraverebbe i livelli di miseria dei Paesi poveri, incrementando di conseguenza anche le relative migrazioni di massa. Di Battista cita ovviamente numeri triti e ritriti sui vegetali necessari alla produzione di un chilo di proteine animali, vedendo cioè nella zootecnia uno dei più disastrosi mali del Mondo.

Solo di pochi giorni fa, peraltro, è un altro mio articolo, incentrato sulle bugie che una parte dei Vegan pubblicano su web per indurre altre persone a seguirli. I commenti sotto l’articolo sono stati di ogni tipo, ma uno soprattutto ha ricalcato le posizioni di Di Battista, possibilmente aggravandole pure. Uno dei commentatori ha infatti bellamente parlato di galera per chi mangia carne, vagheggiando perfino alla sedia elettrica. Rosicava amaro, il poveretto, ammettendo di appartenere a una minoranza per ora. Ma poi, in futuro, quando sarebbero stati la maggioranza e fossero stati rappresentati in Parlamento, allora per noi “mangiacadaveri” sarebbe stata la fine. In maggioranza non lo sono ancora, ma qualcuno in Parlamento che soddisfi i desideri di tali soggetti pare in effetti esserci già nel presente.

Sulle dinamiche tecnico-agronomiche per le quali la zootecnia non è il male che si dipinge verrà pubblicato appositamente un altro articolo. Per ora mi limiterò a fare qualche considerazione numerica solo sull’effetto serra e le sue cause, inclusa la zootecnia. Perché le parole sono e restano parole. I numeri no.

 

Milioni di anni in fumo

Erano organismi viventi, vegetali o animali. Poi, dopo la morte, si sono sedimentati negli strati profondi del sottosuolo divenendo carbone, petrolio e, indirettamente, metano. Ci hanno messo centinaia di milioni di anni a fare ciò. Poi arrivò l’Uomo, inventò le caldaie e i motori a combustione interna e nel giro di un amen molto di quel carbonio conservato nel sottosuolo venne estratto per produrre energia. Molta di quella CO2, estratta dall’atmosfera e sequestrata in forma organica nel corso di ere geologiche, venne così reimmessa in atmosfera dalle industrie, dai veicoli a motore e dalle necessità degli insediamenti urbani di scaldarsi d’inverno e raffreddarsi d’estate.

La Rivoluzione industriale, del resto, iniziò verso la metà del 700, quando di zootecnia intensiva non si sapeva ancora nulla. Da lì iniziò la crescita delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera e con essa l’effetto serra da questa causato.

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Grafico 1: Relazione fra consumi di combustibili fossili e gas serra (Fonte: Oism.org)

Come si può vedere dalla figura riportata nella fonte bibliografica, ove sono citate a loro volta le fonti dalle quali è stato ricavato il grafico, fino agli inizi del 900 fu il carbone l’unico combustibile fossile ad essere in pratica utilizzato. Da lì in poi non solo crebbero velocemente i suoi consumi, ma questi vennero affiancati da quelli del petrolio. Il gas metano giunse invece in modo significativo solo negli Anni 50. In aggiunta a ciò, il grafico 1 rammenta anche che fra i livelli di CO2 presenti in atmosfera nella seconda metà dell’800 e quelli attuali vi sia stato un incremento pari a circa il 30%, di cui il 22% si sarebbe verificato dagli Anni 50 in poi. Del resto, dalla Seconda Guerra mondiale a oggi è anche praticamente più che raddoppiata la popolazione mondiale.

Sarà però bene osservare anche il grafico 2 (Fonte: Skepticalscience.com), ovvero quello che descrive gli andamenti delle concentrazioni di CO2 in atmosfera nell’arco di molte centinaia di migliaia di anni. Come si vede, a concentrazioni intorno ai 300 ppm si è già giunti più volte in passato, con oscillazioni che sembrano avere una certa ritmicità verificandosi ogni 90 mila anni circa. Oggi siamo al vertice di tale ascesa “naturale” e si spera che ad essa segua anche la tradizionale discesa. Di sicuro, almeno 100 di quei 400 ppm attuali sono dovuti alle attività dell’Uomo, mostrando infatti la curva di crescita dei combustibili fossili un andamento analogo a quello della CO2 nell’aria.

 

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Grafico 2: oscillazioni nel tempo della CO2 in atmosfera. Fonte: skepticalscience.com

Quindi due fatti sono certi: 1) una parte significativa dei gas serra è dovuta alle attività antropiche; 2) i combustibili fossili sono la parte preponderante di questa crescita aggiuntiva.

 

Uno sguardo al Mondo Auto

 

Carbone, petrolio e gas metano generano energia e l’agricoltura, come ogni altra attività dell’Uomo, assorbe energia. Ma di quante emissioni va caricata la componente agricolo-zootecnica?

Il carbone ben poco centra con l’agricoltura, visto che è impiegato soprattutto per usi industriali. Il metano ha scopi più che altro industriali e civili. E il petrolio? Se per esempio si osserva il trend in crescita delle automobili a livello statunitense (gli USA sono il Paese con le emissioni pro-capite più alte al Mondo), si potrà vedere che le automobili sono passate da “soli” 26 milioni nel 1945 a 130 milioni del 1975. Nel 1990 erano già arrivate a 193 milioni per poi toccare i 253 milioni nel 2012.

Quanto alle produzioni annue globali di veicoli, siamo passati dai 40 milioni scarsi prodotti nel 1999 ai 60 milioni del 2011, con un tondo 24% della Cina, primo produttore al Mondo con una quantità di macchine per superare la quale si devono sommare tutte le automobili prodotte da Giappone, Germania e Stati Uniti. Nel 2010 si stimava che vi fosse un miliardo di automobili circolanti al Mondo.

Messa in questo modo, parrebbe che gli USA siano il Paese che possiede un quarto delle auto circolanti, mentre la Cina quello che un quarto lo produce. Presto, vi è da pensare, la Cina supererà gli USA anche quanto a possesso interno di autoveicoli. Sarà forse per questo che (Grafico 3: vedi direttamente fonte) la Cina appare già oggi il primo Paese al Mondo per emissioni di anidride carbonica?

 

E la zootecnia?

 

Per meglio comprendere i pesi relativi delle singole variabili è bene innanzitutto provvedersi di numeri che si riferiscano sia alle emissioni, sia agli allevamenti. Il tutto, ovviamente pro-capite, altrimenti i pesi e le misure differenti di ogni Paese possono alterare e fuorviare l’analisi.

Utilizzeremo quindi come standard di riferimento proprio la Cina, la quale emetterebbe 7,2 tons di CO2 pro-capite. Tanto per iniziare le comparazioni si partirà con gli allevamenti suini. La Danimarca, per esempio, mostra più emissioni pro-capite di CO2 della Cina, ovvero 8,4 tons. In Cina vi sono però solo 0,35 maiali a persona, mentre la Danimarca ne ha 2,24. Ovvero, a fronte di una zootecnia suinicola pro-capite pari al 640% di quella cinese, i Danesi producono solo il 17% in più di anidride carbonica a testa. Se vi fosse davvero una relazione diretta fra allevamenti suini ed emissioni, tale discrepanza difficilmente sarebbe stata così vistosa. Ergo, a quanto pare i maiali c’entrano ben poco con le emissioni dei Danesi e dei Cinesi, visto che profonde differenze nel numero di capi di bestiame pro-capite producono differenze minime quanto a emissioni di gas serra.

Diamo ora uno sguardo agli allevamenti ovini. In Nuova Zelanda vi sono 7,45 pecore a testa, contro le 3,33 dell’Australia. In Cina ve n’è solo 0,1, cioè vi è una pecora ogni 10 Cinesi. Ancora, la Nuova Zelanda produce 7,8 tonnellate di CO2 a testa, mentre l’Australia 18,3 (rivaleggia in tal senso con gli USA). Quindi, i due Paesi australi ospitano rispettivamente 74,5 e 33,3 volte tante pecore pro-capite rispetto ai Cinesi, ma producono CO2 in ragione di 2,5 volte, l’Australia, mentre la Nuova Zelanda è sostanzialmente uguale. Di certo, pare alquanto difficile attribuire a delle pecore che pascolano libere per le vaste pianure australiane le notevoli emissioni pro-capite dei cittadini di Sidney o Canberra. Anche in questo caso, la tradizione di allevare diffusamente pecore non pare appesantire se non in minima parte le emissioni dei due Paesi anglofoni. Al contrario, le elevate emissioni cinesi devono avere ben altre motivazioni rispetto agli allevamenti ovini.

Allevamenti avicoli. Proseguendo con la comparazione “animali pro-capite / emissioni pro-capite”, si incontra ora il pollame. Vi sono alcuni Paesi che si contendono il podio quanto a polli allevati a testa, ovvero la Malaysia (7,35), il Vietnam (6,96) l’Iran (6,91), gli Usa (6,84) e il Brasile (6,45). E la Cina? Ne ha “solo” 3,6. I confronti fra Paesi sono riportati nella tabella che segue:

 

Paese CO2/pro capite (Tons) Polli Pro capite Confronto con Cina (CO2) Confronto con Cina (Polli) %
Malaysia 7,7 7,35 106,9% 204,2%
Vietnam 1,3 6,96 18,1% 193,3%
Iran 7,3 6,91 101,4% 191,9%
Usa 17,2 6,84 238,9% 190,0%
Brasile 1,9 6,45 26,4% 179,2%
Cina 7,2 3,6 100,0% 100,0%

 

Tab.1: comparazione fra popolazione avicola ed emissioni di CO2. Confronto dei due parametri fra i diversi Paesi e la Cina

 

Come si vede, in tal caso solo gli USA hanno un profilo peggiore (sempre pro-capite) rispetto alla Cina. A fronte di emissioni pro-capite di gas serra più che doppie di quelle cinesi, ha infatti una popolazione di polli men che doppia. Tutti gli altri Paesi producono CO2 pro-capite uguale o inferiore ai Cinesi a fronte di un numero molto più elevato di polli a testa. Ancora una volta, pare che il patrimonio zootecnico dei Paesi presi in considerazione non sia fra i responsabili principali delle emissioni complessive che tali Paesi producono. Il Brasile, per esempio, produce l’80% di polli in più della Cina, ma mostra emissioni di tre quarti inferiori al Colosso asiatico.

 

Ultimi ma non ultimi, i bovini. A quanto pare anche in questo ultimo caso i numeri testimoniano a favore della zootecnia.

 

Paese CO2/pro capite (Tons) Bovini Pro capite Confronto con Cina (CO2) Confronto con Cina (Bovini) %
Australia 18,3 1,28 254,2% 2133,3%
Argentina 4,8 1,26 66,7% 2100,0%
Brasile 1,9 1,07 26,4% 1783,3%
Usa 17,2 0,31 238,9% 516,7%
Francia 6,1 0,31 84,7% 516,7%
Cina 7,2 0,06 100,0% 100,0%

 

Tab.2: comparazione fra popolazione bovina ed emissioni di CO2. Confronto dei due parametri fra i diversi Paesi e la Cina

 

Come già visto in tabella 1 per i polli, le emissioni pro-capite sembrano davvero ben poco legate alla presenza di animali, sempre pro-capite. Se è vero che Australia e USA producono circa due volte e mezza la CO2 pro-capite della Cina, dal punto di vista dei bovini allevati ne mostrano 21 e 5 volte tanto rispettivamente. Ancor più smaccate le differenze con gli altri Paesi. Per esempio, l’Argentina emette pro-capite i due terzi di CO2 rispetto ai Cinesi, ma produce bovini 21 volte tanto a confronto col Celeste Impero. Infine, il Brasile emette solo un quarto circa della CO2 pro-capite dei Cinesi pur a fronte di una produzione di bovini di quasi 18 volte tanto.

 

Conclusioni

Dai dati sopra riportati si evince che le emissioni di gas serra dovute alle attività zootecniche sono decisamente sovrastimate rispetto al totale. Forse perché molti si dimenticano che tutto ciò che diviene carne, latte e uova, prima era foraggio cresciuto nei campi. Per crescere e divenire cibo per gli animali ha dovuto quindi assorbire CO2 dall’atmosfera. Mentre un pieno di gasolio di un’automobile è una botta secca di CO2 in aria, perché deriva dal petrolio del sottosuolo, un litro di latte o una bistecca contengono invece quel medesimo carbonio che è stato estratto dall’aria dalle piante foraggere. Una sorta di “effetto serra a ciclo chiuso” che attenua di molto l’incremento assoluto di CO2 in aria. Con buona pace di Alessandro Di Battista e di tutti coloro i quali che, Fao inclusa, continuano a tuonare contro gli allevamenti zootecnici. Questi sono infatti una follia in ambienti siccitosi, ma possono avere tutta le loro ragioni d’essere nei Paesi sviluppati dell’emisfero boreale, come si evince anche dalla “favola” scherzosa che si ritiene essere la chiusura ideale per il presente articolo.

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Favole fra i tulipani

vecchio-agricoltoreEsempi bislacchi e luoghi comuni la fanno ormai da padroni sui media, manipolando un’opinione pubblica ben poco preparata a ragionare di macrodinamiche globali e, soprattutto, di agricoltura e zootecnia. Forse una favola potrà essere di più semplice comprensione e anche più divertente di tanti numeri di scarso livello di intellegibilità

Cosa succederebbe se tutti si decidesse di diventare vegetariani o vegani, perché si è convinti che ciò serva per combattere la fame nel Mondo, come da più parti si sostiene? Cosa si otterrebbe? Per scoprirlo può essere di ausilio una favola, ambientata nel Paese che ha fatto della zootecnia intensiva una delle proprie bandiere più robuste: l’Olanda. Tanto, di favole sull’agricoltura ne sono state raccontate tante. Una più, una meno, che male potrà mai fare?

 

<< C’era una volta un allevatore. O meglio, una famiglia di allevatori. Il fratello più grande, Sep Van Hoijdoonck, conduceva un’azienda di oltre mille ettari, vicino alla cittadina di Geltroop. Lui e i suoi due fratelli allevavano quasi duemila vacche da latte. Razza olandese, ovviamente. Le colture prevalenti erano perciò quelle foraggere, come mais, orzo, loietto ed erba medica. Un bel giorno, o un brutto giorno, a seconda del modo di vedere le cose, nella cittadina di Geltroop venne organizzato un incontro con il Presidente dell’associazione ambientalista S.I.P.M.S.N.P.V.D.M.D., ovvero “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari”. Alto, un po’ allampanato, con il pizzetto e gli occhialini tondi, il Presidente prese a tuonare contro allevatori come Sep e i suoi fratelli. Immagini di deserti africani costellati di teschi di bufali si alternavano ad altre di bambini con la pancia gonfia dalla fame messe a confronto con quelle di opulenti Occidentali dalle guance di vaga parvenza suide. Da principio Sep si irritò per questa serie di accuse: che c’entrava lui con la fame in Africa? Che colpa aveva lui, Olandese, della desertificazione degli altipiani somali? A mano a mano che la presentazione del Presidente avanzava, però, a Sep iniziarono a sorgere dei dubbi. Un illustre Professorone italiano, invitato al convegno, spiegò poi che una sola azienda zootecnica olandese di grandi dimensioni consuma la stessa acqua dell’intera città di Macerata. Un consumo scellerato della risorsa idrica che invocava le ire divine. Il dito accusatore del Presidente roteò nell’aria fino a fermarsi proprio verso gli occhi di Sep, nascosto in decima fila. “Ma lo sapete che mentre voi sprecate milioni di metri cubi di acqua per alimentare le vostre vacche, in Africa non c’è acqua nemmeno per irrigare gli orti familiari? Ma lo sapete che con la terra con cui si sfama un bovino si possono sfamare venti persone? Ma lo sapete che l’energia che consumate per produrre un chilo di carne aumenta l’effetto serra quanto un Jumbo Jet in volo fra Londra e Parigi?”. No, Sep non lo sapeva. La sua mente corse quindi ai poveri cittadini di Macerata, poi ai suoi rotoloni da irrigazione che gettavano milioni di metri cubi d’acqua nei campi. Si ricordò anche dei consumi di gasolio delle cinque macchine da mille cavalli che adoperava per trinciare il mais da insilare e di quelli dei dodici potenti trattori con cui lavorava la terra. Per non parlare delle migliaia di tonnellate di fertilizzanti gettati al suolo, dei quintali di diserbanti, fungicidi e insetticidi usati per difendere le sue colture. “O mio buon Dio – pensò fra sé Sep – che mai ho fatto…” e moralmente si sentì all’improvviso la classica “cacca sul badile”. Sgusciò alla chetichella dalla sala e attese che il Presidente uscisse al termine della conferenza. “Mi scusi, Presidente – balbettò Sep con il cappello in mano – io sono uno di quegli allevatori di cui Lei parlava. Sono rimasto sconvolto dalle Sue parole e ora vorrei rimediare. Cosa posso fare per cambiare la mia vita e, di conseguenza, il Mondo?”. Il Presidente lo guardò al contempo severo, ma benevolo. Lui, sostenitore del veganesimo quale via per la salvezza del Mondo, aveva finalmente trovato un nuovo proselito.

Va – disse a Sep il Presidente – torna a casa e redigi un piano per la conversione della tua azienda in chiave vegana. Non pensare solo a te: pensa anche ai destini del Mondo. E tutto ti sarà più chiaro...”. Sep abbracciò il Presidente e, commosso, risalì sul suo Pick-Up e lo mise in moto. Si accorse in quel momento che il Presidente lo guardava con gli occhi sbarrati: Sep stava accendendo un motore che emetteva più di 200 grammi di CO2 per chilometro percorso. Inammissibile, perfino per chi debba muoversi sulle capezzagne di un’azienda agricola da mille ettari. Sep spense quindi il motore e chiamò uno dei suoi fratelli, chiedendogli di andarlo a prendere in bicicletta. Il fratello, interrotto proprio mentre guardava in Tv la partita Ajax-Psv Heindhoven, brontolò un po’, ma poi si alzò, prese due biciclette e si diresse verso il centro di Geltroop. Consegnò a Sep la sua bici e mugugnando tornò alla fattoria. Non saprà mai se il fuorigioco c’era oppure no. Quella notte Sep non dormì affatto. Si mise davanti al computer ed elaborò un piano dettagliato per la salvezza del Mondo. Lui e tutti gli altri allevatori dovevano vendere i propri capi di bestiame e i loro ettari li dovevano coltivare solo per uso umano. In tal modo avrebbero potuto ridurre le superfici coltivate, tagliando drasticamente gli sprechi di acqua, le emissioni di CO2 e l’immissione di “pestidici” e concimi nell’ambiente. Dei suoi mille ettari ne sarebbero bastati solo poco più di cento. E gli altri? Colpo di genio: “Li tappezzo di pannelli fotovoltaici e di pale eoliche – pensò Sep – così produrrò un sacco di energia pulita, abbatterò l’effetto serra e finalmente potrà piovere anche sugli altipiani somali!”. Salvò il file e andò a dormire che era quasi l’alba. Il giorno dopo, di buon mattino, si recò ad Amsterdam (ovviamente in treno prima e con il bike sharing poi). Giunto alla sede dell’associazione “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari”, chiese udienza al Presidente. Egli lo accolse nel suo ufficio: una stanza luminosa, con un bellissimo giardino giapponese e rilassanti giochi d’acqua alle pareti. La scrivania era di cartone riciclato ed era attorniata da dodici piante di Ficus originarie dell’Amazzonia, mentre la poltrona era di pelle umana, dato che il Presidente, da uomo pio qual si presentava, era contrario alla sperimentazione animale e all’utilizzo di sottoprodotti dell’industria della carne, cuoio incluso.

Sep avanzò di qualche metro e si accomodò su uno sgabello ricavato da centinaia di cartocci di succhi Bio riciclati. Mise il suo progetto nelle mani del Presidente e attese trepidante. Il Presidente sfogliò lentamente ogni pagina. A ogni fruscio di fogli il suo volto diventava però sempre più scuro e rapidi sguardi di sottecchi facevano sentire Sep vieppiù a disagio. Infine, egli chiuse con un moto di stizza il dossier, si alzò, indossò l’usuale tunica del rito dello “straccio delle vesti”, salì sul pulpito di legno riciclato, ricavato dalla composizione di cassette da ortofrutta, e proferì finalmente parola: “Tu, villico impudente! Milioni di persone muoiono ogni giorno per la denutrizione e tu cosa fai? Rinunci a coltivare la terra? Rinunci a produrre cibo e copri il territorio con pannelli fotovoltaici e rotori per l’eolico!?”. Sep balbettò che così avrebbe inquinato di meno e avrebbe prodotto un sacco di energia pulita. “Taci, zotico! Non sai quello che dici! Odum si rivolterebbe nella tomba! La tua azienda giace sulla rotta di passo del preziosissimo Rondone calvo di Van Peeteghem e le tue pale eoliche ne metterebbero a repentaglio la sopravvivenza. E i pannelli fotovoltaici? Nei campi? La terra va lavorata, perché nessuno s’azzardi a produrre energia dai campi. No food for fuel, ricordi?

Sep era imbarazzato e avvilito. Tutti i suoi sforzi erano stati inutili. Risprofondato nello stato psicologico di “cacca sul badile”, chiese sottovoce al Presidente cosa dovesse fare. “Va, torna alla tua fattoria – tuonò il Presidente – e ridisegnane gli indirizzi colturali, ricordando che l’acqua è il bene più prezioso e che in Africa i bambini muoiono di fame! Null’altro che questo. E la via ti apparirà da sola!”.

La sera stessa Sep si rimise a lavorare al progetto “Salviamo il Pianeta”. Spedì anche mail per ogni dove, chiedendo aiuto a persone del suo settore affinché gli dessero qualche consiglio utile. Dalle sue terre, ormai era chiaro, doveva estrarre il massimo delle produzioni possibili. Tutte a uso umano però. Quindi, l’unica cosa valida del piano precedente era la vendita della vacche al macello (senza dirlo al Presidente, ovviamente…) e la riconversione dei propri terreni. Ma con quali colture? “Se devo produrre solo per gli Esseri Umani – meditò Sep – devo smettere di seminare foraggere. Potrei provare con la segale, le rape, le patate e i cavoli, che qui al Nord vengono comunque bene”. Sep realizzò che però in tal modo doveva anche buttar via le cinque ‘trincia’ per raccogliere il granturco, perché segale, rape, patate e cavoli necessitano di altri macchinari. E pure molto costosi. “Accidenti – sbuffò Sep – ma così butto via un milione e mezzo di euro e ne devo poi tirar fuori un altro milione…”. A Geltroop però lo conoscevano bene: le banche gli avrebbero sicuramente fatto credito e lui avrebbe potuto riconvertire la sua azienda da zootecnica a umanitaria. Già, le banche. Con loro Sep e i suoi fratelli avevano già aperti dei mutui per pagare le nuove stalle che avevano appena costruito, come pure quelli dei due trattori appena acquistati. Praticamente, un milione di debiti ce lo avevano già da pagare. “Tanto – si consolò – vendendo tutta la mia produzione di segale, rape, patate e cavoli ripianerò comunque il debito e potrò portare a termine il mio progetto, io e tutti gli altri agricoltori nordeuropei”. Tutti gli agricoltori nordeuropei… Ma se tutti questi avessero fatto come Sep, le produzioni di segale, rape, patate e cavoli sarebbero divenute largamente eccedenti i consumi alimentari del Continente. I prezzi di quei prodotti agricoli, quindi, sarebbero crollati per eccesso d’offerta. Per giunta, alla fine dell’anno, dopo essersi sfamati solo a segale, patate, rape e cavoli, i cittadini nordeuropei ne avrebbero avanzati ancora molti milioni di tonnellate, come pure avrebbero risparmiato milioni e milioni di metri cubi d’acqua, rimasta nelle falde e nei canali anziché essere trasformata in bistecche.

E qui Sep si fermò perplesso, perché capì che a meno di inventare un sistema di teletrasporto alla Star Trek, sarebbe risultato difficile prendere tutto quel cibo e spedirlo in qualche Paese affamato. In altre parole, di tutto quel ben di Dio non si sarebbe capito che fare. Probabilmente, i Paesi poveri quei beni se li sarebbero dovuti venire a prendere loro, come minimo. “Si, figuriamoci – sbottò Sep – non hanno neanche gli occhi per piangere e dovrebbero organizzare convogli infiniti di navi merci? Impossibile…”. Mentre pensava a come trasportare tutto quel cibo, Sep sentì la pioggia battere forte sulle finestre: veniva giù a catinelle, come del resto capitava almeno altri cento giorni all’anno dalle sue parti. “Diamine… e l’acqua? Come diavolo faccio a trasportare l’acqua da Geltroop al Burkina Faso? Qui in Olanda non siamo come quelli di, come diavolo si chiama quella città… Macerata! Qui abbiamo rubato perfino la terra al mare con le dighe e se infiliamo un dito per terra l’acqua zampilla fuori da sola. Siamo zeppi di canali, di laghetti, ci spostiamo con le barche e chi sorvola il nostro Paese vede più acqua che terra. Ma come diavolo faccio a portare là tutta l’acqua che ho risparmiato qua?”.

I dubbi iniziarono ad attanagliare nuovamente Sep, mentre i fratelli, ormai sconsolati, mandavano avanti da soli i campi e le stalle.

Colto da un momento d’ira, Sep rovesciò le carte che aveva sulla scrivania. La frustrazione di non trovare una soluzione ai problemi del cibo e dell’acqua gli aveva proprio fatto perdere le staffe. Per giunta, senza più letame avrebbe dovuto comprare molti più concimi chimici! A tal pensiero le carte volarono per ogni dove, compreso il resoconto delle spese aziendali.

Per arare, seminare, fertilizzare, irrigare e raccogliere, i suoi campi gli costavano oltre un milione e mezzo di euro. A questo Sep non aveva pensato. Se anche avesse venduto il 15% delle sue produzioni, perché di più non ve ne sarebbe stata domanda, avrebbe ricavato meno di un terzo di quella cifra. E il milione abbondante di euro che gli sarebbe costato il resto dell’azienda, dove lo sarebbe mai andato a prendere? Per giunta, quello sforzo sarebbe servito solo a produrre ammassi di cibo che avrebbero poi rimpinzato magazzini e celle frigorifere, mica pance affamate. Sep era furioso. Si sentiva uno stupido. Gira che ti rigira, anche rovinandosi lui economicamente, non sarebbe mai riuscito a far arrivare né un chilo di cibo né un litro d’acqua alle popolazioni bisognose.

Né avrebbe cambiato il destino degli abitanti di Macerata, i quali avrebbero dovuto continuare ad accontentarsi di una quantità d’acqua che lui si permetteva oggi di consumare per coltivare granturco. Gli venne allora in mente una mail che aveva ricevuto da un giornalista italiano, incontrato in una manifestazione in campo di macchine agricole. L’aveva cestinata, perché il testo della mail conteneva solo una breve frase virgolettata di cui lì per lì non aveva nemmeno capito il senso. Scartabellò nella casella di inbox finché non la trovò: “Caro Sep – gli scriveva quel giornalista italiano – “È molto meglio insegnare a un uomo a pescare che regalargli un pesce ogni giorno…”. Il senso di quella frase gli risultò finalmente chiaro: stava sbagliando tutto. Tutto! Intanto aveva smesso di piovere. A Geltroop fa così: ne viene a catinelle, poi smette. I Paesi che si affacciano sull’Oceano devono rassegnarsi a questo clima “acquoso” e intermittente. Felice quindi di stare in un Paese dove l’acqua abbonda per ogni dove, Sep si precipitò in cortile, caricò il Pick-Up di letame ancora caldo e fumante, v’infilò dentro il badile sul quale lui stesso si era sentito per giorni una cacca e partì alla volta di Amsterdam. Posteggiò davanti alla sede dell’associazione “Salviamo Il Pianeta Ma Solo Nel Primo Venerdì Dei Mesi Dispari” e irruppe nell’atrio badile in mano.

Il Presidente lo vide nel monitor del circuito chiuso, capì la mala parata e si fiondò in garage dove salì di corsa sulla sua auto elettrica alimentata dalla locale centrale nucleare e sgommò per mettersi in salvo. Sep si dovette accontentare di riempirgli la scrivania di letame bello caldo, di tagliarli la poltrona di pelle umana e di spaccargli a badilate il seggiolino e il pulpito fatti di materiali riciclati. Sfogata la propria rabbia, risalì sul suo Pick-Up sporco di fango e letame e tornò alla fattoria. Corse dai fratelli e li abbracciò, chiedendo loro scusa per il momentaneo black-out, come pure carezzò decine delle sue vacche, le quali intanto lo osservavano allibite ruminando la loro razione di silomais. Quella sera Sep si gustò una bella bistecca con patate fritte, accompagnata da un boccale di birra gelata. Poi andò a letto. Stava sul punto di addormentarsi, quando all’improvviso un pensiero lo risvegliò facendogli fare un sobbalzo: “Per tutti gli attaccanti dell’Ajax! Ma dove diavolo sta Macerata?”>>.

 

La fiaba termina qui. Purtroppo non termina qui la fame nel Mondo, né i problemi di siccità che attanagliano alcune aree del Pianeta. Illudersi però di risolvere i problemi dei Paesi poveri nutrendosi tutti a “Kamut® & soia”, non soltanto è fallimentare in termini logistici, ma è anche demenziale dal punto di vista sociale, alimentare, culturale e perfino morale. Sarebbe quindi cosa buona smetterla con gli stolidi “conti della serva” su calorie e litri d’acqua, come pure sarebbe ora di bandire le comparazioni demenziali tipo quella fra allevamenti olandesi e cittadine italiane. Sarebbe per contro bene svegliarsi dall’utopia secondo la quale l’acqua e il cibo risparmiati “qua” si trasformerebbero tout court in acqua e cibo comparsi “là”, perché tornando alla cinica realtà dei fatti, ciò a cui gli Europei rinunciassero in termini di bistecche e latticini, non si trasformerebbe automaticamente in cibo per chi adesso non ha nemmeno polentine e focaccette. Sarà bene che di ciò s’inizi tutti a farsene una ragione, per quanto triste essa sia. Per giunta, chi si culla nell’idea di trasferire ai Paesi poveri le eccedenze alimentari occidentali compie solo un grave atto di razzismo, perché approccia quei popoli con una mentalità che è più consona al rapporto che lega l’Uomo ai propri animali domestici, ai quali “il buon padrone” dà un paio di scatolette al giorno e li mantiene anche senza far niente. I popoli poveri sono composti da Esseri Umani identici a quelli dei Paesi ricchi e a meno di crisi contingenti, dovute a guerre e catastrofi, gli aiuti devono essere in tecnologia, know-how e collaborazioni. Questa è di fatto l’unica strada da percorrere affinché quei Paesi possano affrancarsi da fame, sete e perfino da noi, onnipresenti popoli del Primo Mondo. Con buona pace dei cultori dell’anti- chimica e dell’anti-Biotech, ovviamente.

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Sogno vegetariano

Sognare aiuta a vivere, recita un antico motto. Ma quando l’inseguire utopie genera falsi obiettivi è il momento di svegliarsi e tornare al mondo reale.

Mangiamo troppa carne. Troppe proteine animali. Si sa. Questo non solo non fa bene alla salute, ma consuma risorse, inquina, dissipa nutrimento lungo la catena di trasformazione del cibo. Secondo alcune stime, passando dal granturco o dall’erba medica al formaggio e alle bistecche, si perdono i sei settimi delle produzioni agricole coltivate per il sostegno degli animali da allevamento. Animali che quindi ci daranno sì cibi di altissimo valore nutrizionale, ma avranno anche assorbito nel frattempo risorse importanti. E tutto ciò mentre un miliardo di persone soffre la fame. L’immagine del bambino denutrito, messa la fianco di una vacca pasciuta, in effetti genera un contrasto forte, che stringe il cuore. Quindi, che fare? Per una certa parte del mondo eco-animalista, a nutrizione strettamente vegetariana, la soluzione è semplice. Se tutto il mondo occidentale divenisse vegetariano, non solo diminuirebbero l’effetto serra e l’inquinamento di acqua, suolo e aria, ma avanzerebbe pure così tanto cibo da poter risolvere in una botta sola i problemi di denutrizione che affliggono il mondo intero. Il conto in effetti apparirebbe corretto. Se ogni agricoltore occidentale producesse solo cibi vegetali di pronto uso, come cereali, legumi e ortofrutta, non solo ce ne sarebbe per i consumatori del Vecchio e del Nuovo Continente, ma ne avanzerebbe così tanto da poter nutrire qualche miliardo di altre persone che stanno in continenti dove di “vecchio” c’è solo la povertà, mentre di veramente “nuovo” c’è solo la moderna demagogia di chi li vorrebbe aiutare letteralmente imboccandoli. Accettando per un momento l’idea di convertire tutte le superfici agricole in produzioni di cibo vegetariano, cosa accadrebbe in pratica? Il semplice conto quantitativo si rivela essere in tal caso solo il classico conto della serva. C’è infatti di mezzo uno squilibrio geografico prima ancora che quantitativo. Il cibo in più prodotto sarebbe comunque ancora allocato nei soliti Paesi ricchi e prosperosi. Il contadino John del Wyoming, o Franz della Baviera, invece di allevare vacche il primo e maiali il secondo, si troverebbero con gli ettari zeppi di produzioni agricole che potrebbero essere vendute sul libero mercato solo in parte. Perché al libero mercato, convertitosi al vegetarianesimo, basterebbe molto meno di quanto John e Franz producono. I loro magazzini, quindi, diverrebbero pieni in fretta di derrate alimentari prive di valore economico, derrate per produrre le quali per giunta avrebbero entrambi speso ingenti somme di denaro in sementi, fertilizzanti, agrofarmaci, gasolio e macchinari. Peccato che il 98% delle persone sottonutrite non viva né in Baviera, né nel Wyoming. Circa un terzo degli affamati vive in Bangladesh, Cina, Etiopia, India, Indonesia, Pakistan e Congo. L’Africa resta il continente più affamato, con centinaia di milioni di persone sottonutrite e una mortalità infantile angosciante. Quindi, tutto quel ben di Dio prodotto da John e Franz, come fare per renderlo disponibile a chi ne ha bisogno? Se lo vengono a prendere loro? Glielo portiamo noi? Come si fa? Con che mezzi? Non si tratta di spedire una lettera, ma di muovere tonnellate di prodotti deperibili mettendo a punto una logistica “da paura” che qualcuno dovrebbe anche pagare. Sicuramente non gli affamati che, se avessero i soldi, li spenderebbero in alimenti. Inoltre, vadano come vadano le cose, si metterebbe solo una pezza al problema, perché agli affamati si sarebbe regalato il classico pesce invece di insegnar loro a pescare. Ed è in effetti questa la vera soluzione al problema, mettere in grado le Popolazioni sottosviluppate di autoalimentarsi abbinando a tale possibilità anche una corretta educazione demografica. Sfamando chi oggi è denutrito senza aiutarlo a vivere di attività proprie porterebbe infatti nel giro di poche generazioni a un incremento demografico sempre più spinto che, alla fine, nemmeno i più drammatici sacrifici culinari dell’Occidente potrebbero compensare. Questo perché crescerebbero le Popolazioni, ma non le loro capacità di produrre da soli, in casa propria, tutto il cibo di cui necessitano, l’unico vero obiettivo cui dovrebbero guardare i progetti mondiali di lotta alla povertà. Nessuno in definitiva vuole contestare a chi è vegetariano il diritto di esser tale, ma i vegetariani non pretendano di ergersi a paladini di chi soffre. Non si salvano vita umane semplicemente rinunciando a una bistecca e d’altra parte chi ama cibarsi di bistecche non è giusto che sia demonizzato quale indiretto affamatore di intere Nazioni