Da Covid-19 a Cowid-19: allevamenti, PM10, coronavirus e tanta immaginazione

Cowid-19

“Cowid-19”, o solo l’ennesima illazione anti-agricoltura?

Potrebbe esserci una correlazione fra Cov-Sars-2, polveri sottili e inquinamento atmosferico in genere? E se anche la risposta fosse sì, quanto di ciò potrebbe essere addossato agli allevamenti di bestiame? Ma soprattutto, a chi potrebbe mai venire in mente di escogitare un simile salto carpiato, unendo una vacca (cow) al Covid-19?

PM10: chissà cosa potrà mai significare l’acronimo? Forse “10 Prezzolati Mercenari”? Oppure “10 Puzzolenti Mistificatori”? Anche “10 Perfidi Malfattori” o “10 Psicotici Mentecatti” suonerebbero bene. Ma siamo lontani dal vero, sebbene vi siano colleghi giornalisti che farebbero pensare il contrario: PM10 sta per Particulate Matter, in pratica il particolato cosiddetto sottile che galleggia nell’aria provenendo da fonti tra le più disparate.

Il numero 10 significa che tale particolato ha un diametro di 10 µm (micron). Poi c’è anche il PM2,5 che quanto a diametro arriva a soli 2,5 µm.

Ora, una parte delle polveri sottili, come visto nel precedente articolo, deriva dall’agricoltura e dalla zootecnia. Le province di Lodi, Bergamo, Cremona e Brescia, le più colpite dal Covid-19, hanno un’alta densità di animali allevati, sia bovini, sia suini. Quindi, qualcuno potrebbe pensare che se in quelle province c’è tanta zootecnia e hanno patito molto di Covid-19… eh beh, dai, coincidenze? No guadda… io noccreto eh? Direbbe forse Crozza-Razzi.

Infatti, la tentazione di passare da Covid-19 a Cowid-19 potrebbe essere potente, secondo la nota tendenza di sposare correlazioni spurie, prive cioè del doveroso impianto probatorio che ne accerti anche la concausalità. Significa cioè fornire le prove scientifiche che esista davvero un legame fra le variabili messe sul tavolo: una deve cioè aver causato l’altra in modo certo.

 

La ricerca italiana

L’attuale grancassa mediatica anti-zootecnia, per lo meno la più recente, trae origine da una ricerca svolta dalla Società Italiana di Medicina ambientale, in collaborazione con l’Università di Bologna e Bari. Questa presenterebbe alcuni grafici di correlazione che parrebbero dimostrare come il numero di persone infettatesi a febbraio (espresse su scala logaritmica) si sovrapponga alla media dei valori di particolato sottile eccedenti i limiti di Legge (exceedances). Fra il 10 e il 29 febbraio si sarebbero infatti registrati superamenti delle soglie di particolato atmosferico (50 µg/mc), assistendo poi a un innalzamento delle positività dopo circa 14 giorni, assunti dai ricercatori come necessari perché il virus potesse palesarsi.

Ma davvero il particolato aumenterebbe i contagi? Vista così, e considerando la bibliografia già presente su altri virus, tipo Ebola citato dagli autori, parrebbe che un qualche aiuto ai virus il particolato pur lo dia. Per esempio, secondo studi cinesi, citati sempre nella ricerca italiana, l’influenza aviaria si sarebbe avvantaggiata di alcune “dust storm”, letteralmente “tempeste di polvere”.

Poi, va da sé che ogni situazione ambientale ha le proprie peculiarità e ogni virus è fatto a modo suo. Peraltro, andrebbe sempre considerata la carica virale presente sul particolato, perché se non si raggiungono soglie sufficienti a infettare una persona, la presenza di eventuali virus sulle particelle diventa insufficiente e quindi trascurabile.

Non a caso, la Società Italiana di Aerosol ha invitato fortemente alla prudenza, con un’informativa rilasciata il 20 marzo e a firma di 150 esperti. Non viene negata la possibilità che vi sia tale effetto, ma si sollecita il conseguimento di maggiori certezze sulla causalità e non solo sulla correlazione. “Correlation is not causation”, si usa infatti dire. I mesi invernali, non a caso, sono quelli a maggior incidenza di malattie alle vie respiratorie, ma sono anche quelli a maggior presenza di polveri sottili, soprattutto per via dei riscaldamenti. Quindi o si prova che i virus presenti sul particolato possono davvero trasmettere l’infezione, cioè che hanno una sufficiente carica virale per farlo, oppure le due variabili sono perfettamente sovrapponibili solo per via di una banale coincidenza temporale.

Ad esempio, se Mario Rossi viene investito a Bologna da un’auto e io stavo passando da Bologna con la mia auto, non implica che Mario Rossi l’abbia investito io. La correlazione temporale fra me e il Sig. Rossi è altissima, ma l’auto che ha investito il povero Mario è di qualcun altro. A meno che una telecamera mi abbia ripreso proprio mentre lo investo. E questa si chiama prova. Si passa cioè dall’illazione alla dimostrazione.

Studi sono infatti in corso sul tema polveri-Covid e se ne attendono i risultati. Annullare la produzione di polvere sottile, tanto, non è possibile. Quindi, per quanto possa apparire cinico, non c’è fretta. Quando arriveranno le prove, se ne riparlerà.

Andiamo quindi per ordine: dopo aver descritto da dove viene di solito il particolato sottile che ci vola nei polmoni, cerchiamo di capire adesso se il coronavirus si sia davvero avvantaggiato o meno della presenza di particolato sottile. Soprattutto, cerchiamo di soppesare l’eventuale componente zootecnica e agricola in tale ipotetico fenomeno.

 

Particolato in era Covid-19: da dove viene?

Sempre nell’articolo precedente si sono esposti i dati relativi agli specifici contributi ambientali delle diverse attività umane, evidenziando come l’agricoltura copra solo una parte ridotta sul totale e lasciando ai riscaldamenti domestici la palma d’oro per impatto ambientale.

Osservando i dati dell’Arpa Lombardia, iniziamo col dire che le concentrazioni atmosferiche di particolato sono quanto di più ballerino vi possa essere. Molte infatti le variabili in gioco, incluse le piogge e il vento. Le prime puliscono l’atmosfera, il secondo a volte la pulisce, altre no. Anzi.

Per esempio, fra il 28 e il 29 marzo in diverse postazioni lombarde si è registrato un picco di polveri sottili, in special modo PM10. Molto inferiori i PM2.5 rilevati, essendo questi in buona parte di origine secondaria per aggregazione di gas in atmosfera. Una diminuzione tanto marcata da determinare una variazione significativa nel rapporto fra i due particolati. Ad aumentare sarebbe stata soprattutto la frazione con le particelle di maggiori dimensioni, mostrando un incremento tanto brusco quanto importante.

A Mantova, per esempio, si è passati in un giorno (28 marzo) da 58 µg/mc a 125. A Milano i due punti di campionamento (Marche e Verziere) hanno segnato rispettivamente un salto da 38 a 125 µg/mc il primo e da 24 a 138 µg/mc il secondo. A Ponti sul Mincio le polveri sottili sono salite da 31 a 143 µg/mc, mentre a Sannazzaro de’ Burgondi (PV) da 27 a 101 µg/mc. Quasi un quadruplicamento.

Per contro, Arpa Lombardia conferma che i dati sugli spandimenti dei liquami zootecnici sarebbe in linea nel 2020 con i valori del 2019. Quindi, quell’onda di polveri sottili non la si può attribuire certo agli allevatori. Anche perché i liquami producono per lo più PM2.5 di tipo secondario, quelli che si sono invece mostrati molto più bassi dei PM10 rilevati.

Quindi cosa avrebbe generato tale perturbazione? Il primo indiziato è l’arrivo dal Mar Caspio di correnti d’aria cariche di polveri sottili figlie, appunto, di una “dust storm”. Questa corrente sarebbe giunta in Italia fra il 26 e il 29 marzo, tanto da far alzare i valori atmosferici in quasi tutta la Pianura Padana, arrivando perfino all’Umbria e dimostrando che l’inquinamento da particolato vada ormai guardato anche su scala internazionale e non solo locale.

La nuvola di polveri fini ha peraltro interessato praticamente tutti i Balcani, ingiallendo di pulviscolo i filtri delle centraline di molte città italiane, soprattutto venete: stando ad Arpav si sarebbe passati da valori medi storici del periodo, fra i 20 e i 30 microgrammi per metro cubo, a concentrazioni nell’ordine delle centinaia di microgrammi. Cioè da 5 a 10 volte tanto.

Sono stati infatti toccati i 164 µg/mc nel parco dei Colli Euganei, mentre nelle stazioni dislocate fra Mestre e Venezia i valori sarebbero stati compresi fra un minimo di 226 e un massimo di 239 µg/mc. Non meglio nella Marca Trevigiana, con punte di 225 µg/mc in Treviso città. Un filo meglio a Mansuè e Conegliano, con 195 e 167 µg/mc rispettivamente. Scendendo verso Sud-Ovest i dati risultano comparabili, toccando i 171 ad Adria (RO) per poi scendere a Legnago (VR) a 142. Spetta però alla slovena Lubiana il record, con 400 µg/mc.

L’ondata di particolato orientale ha quindi schiacciato ogni altra fonte locale, di qualsiasi origine e tipo. Incluse soprattutto quelle agricole, divenute particolarmente insignificanti in tale frangente. Ma questo riguarda solo una fase di tutta l’epidemia, nata in Italia nella seconda metà di febbraio e ancora non finita, purtroppo. Quindi vediamo l’andamento dei contagi dopo che è stato emesso il position paper italiano e dopo il passaggio della nuvola di particolato.

 

Trend dei contagiati

Di seguito si riporteranno i trend di contagiati rispetto a quanto accaduto fra il 26 e il 29 marzo: una “dust storm”, appunto, comparabile a quella cinese citata dagli autori del position paper. Le correlazioni elaborate dai ricercatori nostrani sarebbero infatti antecedenti a tale evento, essendo state condivise prima del 20 marzo, data in cui la Società Italiana di Aerosol ha dato la propria risposta scettica.

Premessa: i dati raccolti sui nuovi positivi vanno presi con le pinze. I numeri bruti sono fra loro diversi giorno per giorno anche a causa del numero alquanto differente di tamponi effettuati. È chiaro che se ho 1.000 positivi con 10mila tamponi e 1.500 positivi con 50mila tamponi, l’aumento non è dovuto a un inasprimento dei contagi, bensì all’aumento dei cittadini sottoposti a monitoraggio. Meglio quindi se espressi in percentuale sul totale dei tamponi effettuati. Nemmeno così si può però essere certi, in quanto il numero dipende molto anche dal target di popolazione che in un particolare giorno ci si è fissati di tamponare. I valori vanno quindi visti in ottica di trend per lo meno sul medio periodo anziché giornalmente.

Detto questo, partiamo dai dati nazionali: il picco dei contagi si sarebbe raggiunto il 21 marzo con 6.557 nuovi contagi su base giornaliera. Poi, da lì, la discesa, seppur in modo altalenante, anche per i motivi citati in premessa. Ma il trend è inequivocabile, mostrando come il calo nei nuovi positivi sia giunto dopo l’ondata di polveri sottili arrivate da Oriente. Anche considerando una latenza di 10-14 giorni, giusto per dare il tempo al virus di manifestarsi, ci si ritrova nella seconda settimana di aprile. Lì, se fosse vero che il particolato esalta le potenzialità del virus di creare nuovi contagi, avremmo dovuto misurare un picco significativo di nuovi infettati. Invece il 7 aprile si era scesi a 3.039, tornando a 4.694 l’11 aprile e ridiscendendo a 2.667 il 15 aprile.

Anche i valori riferiti alla media settimanale, non giornaliera, confermano comunque tale trend, con il valore più alto intorno al 26 marzo (5.643 contagiati), decrescendo poi progressivamente fino al 17 aprile (3.551 contagiati).

Analizziamo ora i trend specifici delle Regioni più colpite dal Coronavirus, ovvero Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto. Tutti i dati sono espressi in percentuale e relativi al periodo 20 marzo – 17 aprile, ovvero dopo i position paper dei ricercatori italiani e della Società Italiana di Aerosol. Si è giunti fino al 17 aprile in quanto sono circa le tre settimane successive al fenomeno atmosferico inquinante venuto dal Mar Caspio. Un lasso temporale sufficiente per consentire al virus di palesarsi in modo completo.

 

Lombardia:

Il valore più alto nel grafico è del 23 marzo. Da lì le positività hanno continuato a scendere, seppur in modo altalenante, fino al 13-14 aprile, quando si è palesato un picco di modeste dimensioni, calando subito dopo. Ciò sarebbe quindi avvenuto a distanza di circa 16-17 giorni dal passaggio del particolato sottile “straniero” e sarebbe durato praticamente due giorni. Difficile vi sia una correlazione fra i due fenomeni. Difficile, ma non del tutto impossibile. Di certo, il fenomeno non è stato affatto elevato come invece ci si sarebbe dovuti attendere se fra polveri e Covid-19 vi fosse davvero una correlazione spiccata.

 

Andamento della percentuale di positivi al coronavirus in Lombardia. La nuvola di particolato di fine marzo non sembra aver indotto riprese delle infezioni

 

Emilia-Romagna:

Valore massimo riscontrato nel periodo considerato: 20 marzo. Praticamente uguali i dati di 23 e 24 marzo. Purtroppo, nei dati emiliano romagnoli mancano proprio i due giorni immediatamente successivi al passaggio della nube di particolato. Comunque, rispetto al valore di positivi del 28 marzo vi sarebbe stato un picco il 2 aprile, cioè a 5-6 giorni di distanza: onestamente davvero troppo poco. Poi, la discesa, sempre molto altalenante. Tanto altalenante da mantenere un sano scetticismo sul leggero picco verificatosi il 13 aprile, cioè sovrapponibile a quello visto in Lombardia. Pare più un’oscillazione che un vero e proprio picco. Ancora, da un macro fenomeno come quello passato sulla Pianura Padana ci si dovrebbe infatti aspettare un’incidenza ben più marcata sui numeri, sia per entità, sia per lunghezza temporale.

 

Andamenti dei contagi in Emilia-Romagna. Anche in questa Regione si stenta a individuare una possibile correlazione fra polveri sottili e coronavirus

 

Piemonte:

Anche in Piemonte, come in Lombardia e in Emilia Romagna, la massima concentrazione rilevata si posiziona all’inizio del periodo considerato, ante “dust” orientale, quindi. L’impennata da circa 20 a poco meno di 50 positivi su 100 si è verificata 7-8 giorni dopo il fenomeno atmosferico ed è immediatamente precipitata poco sopra al 10% nel volgere di tre soli giorni. Un comportamento molto diverso rispetto sia alla Lombardia, sia all’Emilia-Romagna. Anche in questo caso si dubita fortemente che il particolato transitato sulla Pianura padana abbia lasciato traccia di sé in termini di contagi, nonostante il lieve incremento mostrato in Piemonte proprio verso il 14 aprile, vagamente coerente con quelli già visti sopra.

 

Neanche in Piemonte il passaggio della nube di particolato pare aver impennato i contagi, i quali sono progressivamente scesi, per lo meno come trend. Il dato a 7-8 giorni appare infatti troppo anticipato per essere attribuibile alle polveri sottili transitate sulla Regione

 

Veneto:

Prima Regione ad essere investita dalle correnti corpuscolate giunte da Est, ma anche la meno colpita soprattutto in termini di contagi assoluti. I numeri di positivi sono infatti molto più bassi che nelle altre tre Regioni sopra citate. Anche dal punto di vista delle percentuali sul totale dei tamponi il Veneto si stacca nettamente, con un picco il 27 marzo, il cui valore è seguito dappresso da quello rilevato il 21 dello stesso mese, in linea quindi con le altre tre Regioni. Quel dato del 27 marzo è però praticamente coincidente con il transito delle correnti inquinanti, quindi si può escludere sia ad esse dovuto. Poi, il calo fino a dati a una sola cifra percentuale. Pare cioè che il passaggio di una gran copia di particolato sottile non abbia minimamente spostato i contagi in Veneto, a conferma dello scetticismo già palesato per le altre tre Regioni.

 

Andamento completamente differente in Veneto, con i dati che non mostrano alcuna influenza sui contagi dovuti al passaggio di una significativa corrente di polveri sottili

 

Conclusioni

In sostanza, nemmeno un’ondata alquanto inusuale e abbondante di polveri sottili sul Nord Italia, l’area più colpita dal Virus, pare si sia mostrata capace di influire sull’epidemia. Anzi, parrebbe quasi che da quando è arrivata i contagi siano diminuiti. Difficile appare quindi provare sia la tesi “particolato-Covid” in sé, sia la sotto-tesi per la quale gli allevamenti zootecnici avrebbero influito sui contagi tramite la produzione, appunto, di particolato sottile. Semmai, le prove direbbero il contrario.

Peraltro, suini, bovini e avicoli non trasmettono all’Uomo il Covid-19. A giocare in tal senso, oltre alla biologia, è l’alto grado di isolamento del bestiame grazie proprio all’impostazione intensiva degli allevamenti. A dispetto di chi vede in queste modalità produttive dei veri e propri diavoli e bafometti.

Molti sono i soggetti nefasti che non esito infatti a definire ciarlatani. Gente alla perenne ricerca di teorie bislacche, basate su correlazioni prive della necessaria concausalità fra variabili. E quando tali persone fanno per giunta informazione, i danni alla popolazione sono davvero inestimabili.

 

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