Razza bastarda

Progenitori comuni, discendenze diverse

A seguito delle dichiarazioni di un esponente della Lega Nord sulla difesa della razza, da giorni imperversa una diatriba sul concetto stesso di razza. Il discorso si è cioè spostato dal tema del razzismo a quello della catalogazione razziale fatta per secoli dall’Uomo per distinguere popolazioni fra loro esteriormente diverse, come del resto si usa fare per cavalli, gatti e cani. Peccato che le vie dialettiche intraprese aprano la strada a una serie di sillogismi dalle connotazioni anche più stolte del razzismo stesso

Sono un gran bastardo, lo so. E lo siete anche voi, che credete? Qualche decina di migliaia di anni fa i nostri antenati se ne partirono dall’Africa e colonizzarono piano piano l’Europa, spiazzando e facendo per giunta estinguere quel sempliciotto dell’Uomo di Neanderthal. Di questo, a quanto pare, nel dna dell’Homo sapiens, cioè noi, vi sarebbe pure rimasta una piccola percentuale di geni. Qualche scappatella se la concedevano anche allora, evidentemente. Più bastardi di così, si muore.

Saltando a piè pari un bel 50-60 mila anni, arriviamo all’Impero Romano. Quello mise tutti d’accordo per circa un millennio, realizzando una realtà geopolitica e sociale di immani proporzioni. Popolazioni che fino a quel momento avevano vissuto separate poterono confrontarsi in un unico ambiente. I movimenti interni all’Impero furono imponenti e ciò comporta oggi il fatto che nel mio e nel vostro dna ci sia non solo traccia di Sapiens africani di 50 mila anni fa, e pure di Neanderthal. Bensì vi sia un mischione di genetiche che vanno dall’Egitto alla Britannia, dalla Germania alla Spagna, dalla Turchia alla Francia. Poi arrivarono i barbari dalle steppe dell’Est. Poi le invasioni arabe e bizantine. Senza considerare i flussi migratori spontanei anche in tempo di pace. Insomma, lo ribadisco: siamo tutti dei gran bastardi.

Ma allora perché continua a impazzare la diatriba sulle razze? Siamo tutti uguali, no? Le razze non esistono. Lo avrebbero detto anche illustri genetisti come Luigi Cavalli-Sforza e Alberto Piazza, secondo i quali (brano tratto da un post su Facebook, nda) “Il tentativo di classificare la specie umana in razze è stato in realtà uno sforzo futile (…). L’analisi evolutiva delle popolazioni umane mostra che è totalmente arbitrario fermarsi, nella classificazione, a un livello piuttosto che a un altro. Le spiegazioni sono di natura statistica, geografica e storica. Dal punto di vista statistico la variazione genetica all’interno di uno stesso gruppo è mediamente maggiore di quella tra gruppi diversi. Se consideriamo geni singoli, tutte le popolazioni o i gruppi di popolazioni si sovrappongono, dal momento che tutti i geni sono presenti in quasi tutte le popolazioni, anche se in proporzioni diverse; perciò nessun gene singolo è sufficiente per classificare le popolazioni umane in categorie scientifiche. Il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico, e non è probabilmente destinato ad averne, poiché la variazione esistente nella specie umana è graduale. Si potrebbe obiettare che gli stereotipi più diffusi, tutti basati sul colore della pelle, sul colore e l’aspetto dei capelli e sui tratti facciali, riflettono differenze superficiali che non sono confermate da analisi più appropriate fatte su caratteri genetici”.

Per molti sarebbe comodo chiuderla qui. E invece no, come dice la Motta per le bacche di Goji.

La discussione si potrebbe infatti chiudere se limitassimo il concetto di razza alla sola genetica. Ma è proprio da questo punto che partono alcune domande. Per lo meno nella mia testa. In quelle altrui, non so.

  • Davvero i confini di una razza possono essere disegnati solo con la matita della genetica? Per molti la risposta è sì. Ma fra questi si trovano anche persone che quando si parla di genetica, magari in tema di criminalità, ti dicono che non è che questa conti poi così tanto. Fa molto di più l‘ambiente in cui si vive e si cresce. I Giapponesi vengono catechizzati su puntualità, solerzia e operosità quando ancora non hanno completato la maturazione polmonare nella pancia della mamma. Vogliamo parlare di noi Italiani? Meglio di no. Eppure i due genetisti hanno ragione. Fra Giapponesi e Italiani, in fondo, le comunanze genetiche sono enormi. Molto “più enormi” delle differenze morfologiche e comportamentali che ci separano. E notate bene: ci separano. Perché fra noi e loro c’è davvero un abisso, sia nell’aspetto, sia nel comportamento. Ma allora, seguendo il ragionamento di questa corrente culturale, vuol dire che il dna conta poco e fa tutto l’ambiente esterno (clima, società, famiglia etc.). Non è quindi che aver concluso che siamo praticamente tutti uguali dal punto di vista genetico ha forse poco peso nella discussione? Se una variabile conta poco parlando nei giorni dispari, non può infatti valere molto affrontando temi diversi nei giorni pari. Non è cioè un vestito che si cambia in funzione delle convenienze. Se quindi hanno ragione coloro che sostengono che la genetica conta nulla e fa tutto l’ambiente, il concetto di razza sopravvive alla grande. Del resto, questo concetto è una mera convenzione che l’Uomo usa da sempre per collocare in gruppi omogenei ciò che gli capita sotto gli occhi. Lo fa con gli oggetti, con gli animali, coi fenomeni naturali. Perché urta così tanto se lo fa con se stesso? Riccioli e lisci, occhi azzurri e neri, alti e bassi, grassi e magri, belli e brutti, forti e deboli (bisogna poi vedere a fare cosa), neri, bianchi, gialli e rossi. Sono tutte semplificazioni che l’uomo ha annotato e che lo aiutano nella vita quando deve muoversi nel Mondo e dire la sua e prendere una decisione. Provate a mettere a fianco due belle ragazze, una con le tette grosse e una con le tette piccole, poi chiedete a mille uomini di votare. Credo ne esca un plebiscito. Ora mettetene altre due, sempre bellissime, ma una nera e una bianca. Poi fate votare mille uomini neri e mille uomini bianchi. E forse capirete che il razzismo è una delle poche componenti davvero trasversali nel Genere umano.

 

  • Diamo ora invece per buona la tesi opposta, cioè che la genetica conti un casino e l’ambiente e la società contino pochissimo. In tal caso le razze perdono di qualsivoglia senso. L’aspetto esteriore di un Eschimese non permette cioè di collocarlo in un gruppo razziale diverso dall’abitante degli altipiani del Kenya. Né conta alcunché la differenza fra un cittadino di Goteborg e uno di Calcutta. Sono solo dettagli esteriori di alcun conto, perché quello che davvero conta in modo preponderante è che il loro dna ha una miriade di punti in comune. Come ricordano i due genetisti, se poi si ragiona per singoli geni tutte queste persone sono praticamente i-den-ti-che! E i geni producono proteine ed enzimi. Quindi, per esempio, anche la loro succinato deidreogenasi sarà la stessa. Questo enzima opera all’interno del cosiddetto Ciclo di Krebs, ovvero quel processo che permette la sintesi di un’altra molecola del tutto identica da Calcutta a Goteborg, da Kinshasa a Toronto: l’ATP, l’adenosin trifosfato, la nostra molecola “energetica”. Del resto, anche i mitocondri in cui tale processo avviene fanno parte delle cellule di tutti noi umani, indipendentemente da dove viviamo e dal colore della pelle. Di più: questi organelli sono presenti in ogni cellula eucariota, vegetale e animale. Ce l’hanno i pesci delle Fiji come i gabbiani del Maine, i pescatori di Alonissos e i calamari del Cile, la zanzara e la petunia. E come i mitocondri, nelle cellule ci sono anche i ribosomi, il Golgi, la membrana citoplasmatica e quella che separa il nucleo dal citoplasma. Nel nucleo, poi, c’è il dna, ovvero quella buffa molecola basata sulla sequenza di sole quattro (dico: solo quattro!) molecole, ovvero adenina, guanina, timina e citosina. A seconda di come queste si pongano in fila le une con le altre, viene fuori un gene oppure un altro. Ovvero un enzima oppure un altro. Un siffatto filamento risulta quindi indistinguibile a botta secca, anche agli occhi del più esperto genetista. Sarà di un elefante o di una rosa? Di una cozza o di un orango? Boh? Ma allora che senso ha, se sono così tante le cose che accomunano le diverse forme di vita, dividere uomo, piante e animali? (E ai poveri batteri non pensa mai nessuno). Vi pare domanda bizzarra e demenziale, fuori contesto? Mica tanto: una domanda come questa se la pone per esempio il vegano animalista quando parla di sperimentazione animale. Più che domandarselo, lo afferma proprio. E con molta forza. Peccato venga poi sommerso da comprensibili contestazioni che si basano proprio sulle differenze, minimizzando le uguaglianze. Perché le differenze ci sono, minimizzarle o esaltarle in funzione della discussione non pare quindi cosa utile. Pertanto, che rispondiamo all’animalista estremista che dice che, in fondo, la vita di un topo non è diversa da quella di un uomo? Del resto, condividiamo con lo scimpanzé la quasi totalità del nostro dna. Le chiamiamo infatti “scimmie antropomorfe” solo perché abbiamo imparato a parlare prima noi. Fosse avvenuto il contrario oggi saremmo noi a essere magari chiamati da loro “uomini scimmiomorfi”. Vedete come usando unicamente l’argomento genetica & biologia, cavalcando solo i punti comuni, si rischia di finire molto ma molto lontani da dove speravamo di arrivare? Perché il Mondo è molto vario e le teste ancor di più. Di sillogismo in sillogismo, non importa se corretto o balzano, si possono aprire porte ancor più imbarazzanti di quelle che ci s’illudeva di chiudere.

 

  • E a questo punto esageriamo. Tanto abbiamo paragonato i gabbiani del Maine coi pescatori greci: che male potrà mai farci una spintarella in più nello psichedelico mondo della speculazione filosofica? Per esempio, le note musicali sono sempre quelle. Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si. Impreziosite da diesis e bemolle. Quindi perché parlare di rock, country, rap, folk, pop, classica? Ragazzi, suvvia, è tutta musica! Le note son sempre quelle. Staremo mica a sottilizzare fra Bruce Springsteen e Casadei, no? Le lettere dell’alfabeto, poi, sono ancora di più. Le hanno usate Alessandro Manzoni come Fabio Volo, Giacomo Leopardi come il poeta Brunello Robertetti (Corrado Guzzanti). Quindi perché starci a perdere nei mille rivoli del neoclassicismo o del romanticismo? Che differenza ci sarà mai fra una poesia di Montale e una di Marinetti? La sostanza in fondo è quella che giace sotto i nostri occhi: se scorri col dito le parole di qualunque opera letteraria, troverai sempre delle consonanti, delle vocali, delle accentate. In ogni libro ci sarà sempre una certa proporzione di “e”, di “u”, di “t” e via dicendo. Staremo mica lì a perder tempo a valorizzare il senso compiuto che quelle lettere esprimono leggendole e interpretandole, anziché annotarne la semplice sequenza lineare? Se ciò vale per i geni, perché non deve valere con le note musicali o le parole? Lo so: è un’idea folle. Infatti vi è da dubitare che Umberto Eco avrebbe apprezzato tale approccio meramente “alfabetico” alla letteratura. Perché in ogni opera c’è uno spaccato sociale, psicologico, esperienziale che lo rende unico, differente da tutti gli altri. Sempre. Così come c’è una profonda differenza fra un concerto di Capodanno della Filarmonica di Berlino e un brano rap di qualche adolescente in vena di esprimere turpiloquio e violenza. Poi, ragazzi, i gusti sono gusti…

 

Differenza: quanta paura genera questa parola, quando invece dovrebbe essere vissuta come spunto prezioso, come ricchezza. È questo che non capiscono i razzisti. Quelli che si rasano il cranio e vanno a leggere proclami in giro per circoli letterari altrui, senza sapere che dentro al loro sangue ci sono gocce africane, arabe, unne e chi più ne ha più ne metta. Ma nemmeno il fronte opposto, che comunque preferisco dal punto di vista culturale, pare comprendere che la divisione per razze, mera convenzione, è solo una banale identificazione per differenze. Differenze morfologiche che portano Kenioti ed Etiopi a colonizzare i podi delle maratone e del mezzofondo, così come difficilmente si vede un “bianco” sul podio del 100 metri piani. Analogamente, trovatemi un “nero” sul podio dei 200 metri stile libero. Differenze. Meravigliose e preziose differenze. Chi si fa oggi spaventare dalla parola razza, solo perché è usata dai razzisti, e brandisce il dna come una clava, prende quindi una grossa cantonata. Parlando di Esseri umani la razza non è infatti solo differenza genetica, medesimo argomento dei razzisti usato però alla rovescia, bensì è la risultante di espressioni morfologiche e culturali specifiche per ogni area geografica del Globo. Io non mi sento limitato dalla mia catalogazione come “uomo bianco di razza caucasica”, espressione tanto cara all’On. Nullazzo (Aldo, Giovanni e Giacomo). Analogamente, non mi sentirei limitato se fossi un Orientale, un Inuit, un Centroafricano o un Indio amazzonico. Forse perché ho imparato che la Terra è tonda e se cerchi di allontanarti il più possibile da un concetto che non ti piace, come per esempio il razzismo, a suon di camminare fai il giro completo e ti ritrovi di nuovo col razzismo in faccia. Solo raggiunto dalla parte opposta.

Piantatela quindi di pubblicare prove a favore di una tesi o dell’altra. Non ci sono tesi, non ci sono contrapposizioni. Ci sono esseri umani e basta, con tutte le diversità catalogando le quali non si compie alcun peccato originale. Sono semmai le speculazioni sulle presunte superiorità razziali, quelle sì, a essere pericolose. Concentriamoci su quelle, anziché illudersi di combattere la casa che ospita il razzismo negando l’esistenza stessa dei mattoni. E per favore, non nascondiamoci dietro ad altri termini illusoriamente meno imbarazzanti, pur di non usare quello di “razza”. Perché in tal caso si finisce nelle barzellette, come quella del conducente di un autobus di Johannesburg che per dirimere una discussione sul fatto che i neri debbano sedere davanti o dietro trova una soluzione geniale: da oggi siamo tutti blu e basta. Quindi quelli blu chiaro siedono davanti e quelli blu scuro vanno dietro…

 

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Glifosate: troppe omissioni e sterili polemiche

La soia: ovvero la coltura gm resistente a glifosate più osteggiata dal fronte ambientalista

 

A seguito del rinnovo dell’erbicida scoppiano le polemiche contro chiunque stia fuori dal coro abolizionista. È toccato anche alla Senatrice Elena Cattaneo, la quale ha osato esprimere opinioni divergenti dall’allarmismo dominante

Liberate il Kraken!“. Una frase ormai divenuta cult e pronunciata per la prima volta nel film Scontro fra Titani, con Liam Neeson nel ruolo di Zeus. Il Kraken è un mostro marino mitologico di enormi dimensioni, il quale viene evocato nel film affinché riceva in pasto la principessa Andromeda per scongiurare la distruzione della città di Argo. Mitologie cartoonistiche a parte, qualcosa di simile accade a Elena Cattaneo ogni volta che apre bocca in materia di scienza: le viene scatenato contro il Kraken dei molteplici suoi detrattori, tutt’altro che mitologici.

La sua uscita su La Repubblica in tema di glifosate ha infatti generato un’ondata di critiche da più parti. La Senatrice sarebbe infatti rea di aver ricordato che la Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, non è l’Oms, bensì solo una sua branca. Come pure di aver riassunto le sue modalità di classificazione per gruppi delle sostanze indipendentemente dai differenti livelli di rischio. Di certo, le lance da lei spezzate a favore degli ogm e le critiche mosse al biologico sono state ottimi inneschi all’onda di proteste e contumelie nei suoi confronti.

Ultima della serie, almeno per ora, la polemica mossale su Scienzainrete da quattro ricercatori, ovvero Annibale Biggeri, Franco Merletti, Benedetto Terracini e Paolo Vineis, “epidemiologi ed esperti di cancerogenesi ambientale”, come descritti nella pagina web che ha riportato la loro polemica. In tale occasione Elena Cattaneo è stata accusata di aver adombrato “non meglio precisati conflitti di interesse che avrebbero spinto alcuni componenti dell’agenzia OMS a nascondere dati“. Pure hanno affermato gli esperti che Iarc sarebbe “la struttura della Organizzazione Mondiale della Sanità deputata al riconoscimento dei rischi ambientali“, godendo per tale ragione di “grande prestigio su scala mondiale”. Segue una citazione dei famigerati Monsanto Papers, denunciati da un quotidiano francese “del calibro di Le Monde“. Il calibro di un giornale, a quanto pare, viene misurato in funzione di quanto soddisfi i bias di conferma di chi legge, visto che lo stesso Le Monde ha anche pubblicato un successivo articolo dal titolo “Glyphosate: Monsanto tente une dernière manœuvre pour sauver le Roundup” (Glifosate: Monsanto tenta un’ultima manovra per salvare Roundup), nel cui sommario si afferma che “La firme de Saint Louis est impliquée dans une campagne de dénigrement visant le toxicologue américain Christopher Portier” (la Casa di St.Louis è implicata in una campagna denigratoria contro il tossicologo americano Christopher Portier).

Christopher Portier è colui che venne chiamato dall’Agenzia di Lione a coprire il ruolo di Presidente della Commissione Iarc che nel 2014 decise di procedere su glifosate, sebbene fosse attivista dichiarato dell’Environmental Defense Fund, associazione ecologista anti–pesticidi. Un palese conflitto d’interessi, perché risulta del tutto fuori luogo chiamare in causa su un “pesticida” un soggetto che appartiene a un’organizzazione che dagli Anni 60 ha in odio proprio i “pesticidi”. Per giunta, si è poi scoperto che Portier ha pure firmato un contratto di consulenza da 160 mila dollari con Weitz & Luxenberg, lo studio legale che stava elaborando la Class Action contro Monsanto, la medesima settimana in cui venne pubblicata la monografia Iarc. Per ulteriore giunta, per stessa ammissione di Portier, egli avrebbe avuto contatti con quello studio legale addirittura prima che iniziasse il processo di valutazione di glifosate.

Eppure per un quotidiano “del calibro di Le Mondesarebbe Monsanto la cattiva, colei che trama per calunniare l’eroe del popolo e dell’ambiente. Non il contrario. Un comportamento per lo meno bizzarro, il quale vi è da sospettare che non si sarebbe verificato se la consulenza fosse stata firmata con Monsanto anziché con lo studio legale americano. Perché essere “cattivi” o “buoni”, a volte, può dipendere dalla persona che t’inonda di quattrini per farti dire ciò che serve a lui, anche se magari non corrisponda al vero.

Qualche puntualizzazione va poi posta sull’affermazione che vorrebbe la Iarc “la struttura della Organizzazione Mondiale della Sanità deputata al riconoscimento dei rischi ambientali“. Ciò non corrisponde a verità e sconcerta che gli epidemiologi ambientali sottolineino con orgoglio la familiarità con le attività della Iarc, con la quale alcuni di loro avrebbero per giunta avuto “l’opportunità di parteciparvi direttamente“. Con buona pace dei quattro, infatti, la Iarc non produce affatto valutazione dei rischi. Tale lavoro implica il confronto fra evidenze bibliografiche di tossicità o cancerogenicità, con i livelli reali di esposizione umana o ambientale. Senza l’analisi dei livelli di esposizione non è possibile quindi stimare alcun rischio. La Iarc, al contrario, effettua valutazioni di mero pericolo potenziale. Ovvero, se una molecola si è mostrata in grado di produrre cancri, seppur a dosi vertiginose, viene comunque classificata cancerogena anche se stoccata su Saturno.

Ben altro approccio quello di altre Agenzie internazionali, come le europee Efsa, Echa, Bfr, ma anche L’Environmental protection agency americana, i Jmpr, gruppi congiunti di lavoro Oms/Fao, l’Australian pesticides and veterinary medicines authority, la Pest Management Regulatory Agency canadese, l’Environmental Protection Authority neozelandese e perfino l’Ufficio federale dell’agricoltura elvetico. Tutte hanno effettuato la valutazione dei rischi, includendo quindi i livelli di esposizione umana, e per tale ragione hanno concluso che glifosate è sicuro per la salute. Boccone amaro da ingoiare per taluni, ben si comprende, ma che sarà bene ingoiarlo facendo buon viso a cattivo gioco.

L’affermazione dei quattro epidemiologi richiama quindi alla memoria la famosa frase di Gino Bartali, il campione di ciclismo fiorentino che soleva dire “E gli è tutto sbagliato, e gli è tutto da rifare!“. Altrimenti non si spiegherebbe la convivenza nel medesimo gruppo 1, quello dei sicuramente cancerogeni, di raggi Gamma e raggi Uv, visto che per i primi non basta certo evitare di esporsi nelle ore centrali del giorno, né esistono creme protettive che ne mitighino gli effetti. Ancor più emblematico l’accostamento di amianto e carni lavorate, visto che per il primo le dosi nefaste erano così basse da impedire una qualsivoglia stima del rischio. Infatti l’amianto è stato bandito, mentre würstel, costine e salamelle continuano a rosolare sulle griglie di ogni sagra paesana dello Stivale.

Quindi i casi sono due: o si bandisce ogni sagra in quanto spacciatrice di tonnellate di sostanze cancerogene, o si conviene che la Iarc dei rischi proprio non si occupa manco di striscio. Un’evidenza sottolineata perfino da Aaron Blair, Chairman del gruppo di lavoro Iarc che ha posto gifosate nel gruppo 2A, quello dei “probabili cancerogeni”. In occasione della prima polemica sviluppatasi fra Iarc ed Efsa, lo stesso Blair ha infatti ricordato come la valutazione di pericolo (non di rischio) risponda solo a una semplice domanda: “Può una sostanza causare danno in qualche circostanza, a un certo livello di esposizione?“. In altre parole, concluse Blair, la Iarc afferma che glifosate “potrebbe” causare il cancro negli esseri umani, ma non afferma che probabilmente lo fa. Un buon senso espositivo che appare ora comprensibile in tutta la sua prudenza, alla luce di quegli studi rimasti in suo possesso, ma mai pubblicati. Cioè quelli cui alludeva forse la Senatrice Cattaneo.

Già, perché insieme ai Monsanto Papers e ai Portier Papers vanno posti anche i Blair Papers. Nonostante fosse chairman della Iarc, Blair avrebbe infatti omesso di pubblicare uno studio(1) epidemiologico sviluppato su oltre 54 mila operatori professionali americani alla caccia di tumori correlabili con gli agrofarmaci.

A carico di glifosate non sarebbe emersa alcuna correlazione col cancro, nemmeno con i linfomi non-Hodgkin che per la Iarc, invece e inspiegabilmente, ci sarebbero. Forse, se invece di lavorare su ricerche svolte su poche decine di individui, a volte solo sette, la Iarc avesse potuto (o fosse stata obbligata a, chissà?) prendere in considerazione anche tale studio, le sue conclusioni avrebbero dovuto essere necessariamente diverse, dando così l’addio a tutto il clamore politico, mediatico e pure legale che la vicenda glifosate ha assunto a causa di quella opinabile monografia.

Sui perché Blair abbia omesso di pubblicare quello studio prima che glifosate fosse valutato dalla Iarc resta il mistero. Sta di fatto che il lavoro del suo stesso istituto è stato pubblicato solo a dicembre 2017, quando ormai la bomba era scoppiata da due anni e mezzo.

Una bomba che continua nella sua deflagrazione, visto che perfino il CSST (Committee on Science, Space, and Technology del Senato degli Stati uniti), avrebbe spedito due lettere a Chirstopher P. Wild, direttore della Iarc, esigendo nella prima spiegazioni sulle strane manipolazioni dei report finali della Agenzia. In esso, cita il Commitee americano, “Anche gli studi che chiaramente conclusero ‘glifosate non è cancerogeno’ sono stati citati come ‘sufficiente’ prova di glifosate come cancerogeno negli animali. Nel capitolo di dieci pagine sugli studi sugli animali, ci sono dieci cambiamenti significativi quando si confronta la monografia finale Iarc e la versione di progetto. Questo capitolo di studi sugli animali è l’unica parte della valutazione di glifosate che è stata studiata. Il resto delle 92 pagine del report è coperta da un ordine di riservatezza. Il Comitato si chiede quanti cambiamenti significativi ed eliminazioni appaiono nelle altre pagine”. Nella seconda lettera si sollecita invece Wild a rendere disponibili i membri della Iarc per un’audizione sul tema, perché l’Agenzia, a quanto pare, su questo punto ha fatto orecchie da mercante. Per la cronaca, la Iarc ha appena aperto il concorso per il successore di Wild, il quale non porterà a termine il secondo quinquennato da direttore.

Alla luce di ciò, sorge quindi un dubbio: ma se le evidenze più solide sono per l’innocenza di glifosate, qualcuno si accorgerà mai che esse coincidono con le conclusioni degli studi emersi in occasione dei Monsanto Papers? Perché a quanto pare lo scandalo è scoppiato sulle relazioni con Monsanto, onestamente imbarazzanti, fra un vice direttore dell’Epa americana e alcuni scienziati. Ma nessuno si è preso la briga di valutarli quegli stramaledetti studi. Perché, sorpresa delle sorprese, forse bisognerebbe convenire oggi che quelle ricerche erano ben fatte, giungendo infatti alle medesime conclusioni dello studio prodotto proprio dall’istituto in cui lo stesso Blair lavora.

Conclusioni che parrebbero confermate anche dalla comparazione di due semplici dati, uno racchiuso in un rapporto del Jmpr Oms/Fao(2), l’altro derivante da un monitoraggio di 23 anni alla ricerca di glifosate nelle urine di mille cittadini statunitensi(3). In tale lasso di tempo, e su un tale numero di campioni prelevati, si sarebbe ottenuto un picco massimo di 0,547 µg/L di glifosate nelle urine. Glifosate viene infatti escreto per circa un terzo proprio con l’urina, mentre i restanti due terzi con le feci. Meno dell’1% viene metabolizzato, salvo poi essere escreto pure lui con le urine.

Ciò significa che un uomo di 70 chilogrammi che urinasse 0,547 µg/L di glifosate, ingerisce circa 40 nanogrammi di glifosate al giorno per chilo di peso corporeo. Negli studi riportati dal Jmpr la prima soglia a cui si sono ravvisati effetti cancerogeni sarebbe stata alla dose di un grammo al giorno per chilo di peso. Già a 500 milligrammi/chilo/giorno tali effetti non si rilevavano.

Le cavie, roditori, avrebbero cioè ricevuto ogni giorno, per due anni, una dose di 25 milioni di volte superiore a quella assunta dal cittadino americano a maggior escrezione, riportato nello studio su menzionato. E peraltro, l’incidenza tumorale ottenuta in laboratorio sarebbe stata a carico di emangiosarcomi in ragione dell’8% nei maschi e del 2% nelle femmine. Non un’ecatombe. Ecco: questa è una valutazione del rischio. E il rischio, a quanto pare, non c’è.

Per quanto si comprenda bene che lettere come quella della Senatrice Cattaneo creino la voglia di scatenarle contro i molteplici Kraken anti-pesticidi e anti-ogm, una sola conclusione può esser tratta sulla vicenda glifosate. Questo erbicida ha una sola colpa: è simbolo di Monsanto, degli ogm e dell’agricoltura intensiva. Ovvero fumo negli occhi di qualsiasi eco-bio-radical-chic che propugni crociate contro chimica e genetica, magari trovando nel passato soluzioni che non possono certo trovare spazio nel futuro, come per esempio le lavorazioni meccaniche dei terreni per contrastare le malerbe.

Sarà bene per tutti arrendersi infatti all’evidenza che tali lavorazioni sono quanto di più dannoso vi sia per il suolo in termini di sostanza organica, come pure di stabilità della struttura e di biodiversità. Il futuro guarda cioè in tutt’altra direzione, come per esempio la semina su sodo, grazie alla quale la sostanza organica del terreno può salire in pochi anni fino al 63% rispetto ai campi lavorati(4): una manna contro l’erosione dei suoli e contro il dissesto idrogeologico. Come pure una manna contro i gas serra, visto che tale pratica abbatte drasticamente i consumi di gasolio che le lavorazioni meccaniche implicano invece a fiumi. E in aria ci sono già concentrazioni di anidride carbonica superiori alle 400 parti per milione. Un record che dovrebbe indurre a più miti consigli perfino coloro che siano ossessionati da qualche microgrammo di “pesticidi” nelle acque e nei cibi. Perché la semina su sodo necessita di diserbanti, uno su tutti glifosate da applicare in pre-semina.

Ci se ne faccia quindi una ragione, perché non c’è niente di più sciocco che scatenare a comando il Kraken solo per farlo poi prendere a sberle da numeri ed evidenze scientifiche.

 

1)  Gabriella Andreotti et Al. (2017): “Glyphosate Use and Cancer Incidence in the Agricultural Health Study“. JNCI J Natl Cancer Inst. First published online November 9, 2017

2) Joint Fao/Who Meeting on Pesticide Residues (2004): “Evaluation 2004 – Part II – Toxicological”.

3) Paul J. Mills, Izabela Kania–Korwel, John Fagan et al (2017): “Excretion of the Herbicide Glyphosate in Older Adults Between 1993 and 2016”. JAMA. 2017; 318(16):1610–1611

4) Lodovico Alfieri (2013): “Agricoltura conservativa”. Università degli Studi di Milano – DiSAA

 

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Glifosate: la solitudine dello Iarc

Iarc del tutto isolato: tutti gli altri pareri sono opposti al suo

Nel 2015 Iarc produsse una monografia su glifosate e stabilì che andasse collocato in Gruppo 2A, ovvero i “Probabili cancerogeni”. Nei due anni successivi Epa americano, Efsa ed Echa europei, Bfr tedesco, gruppi congiunti di lavoro Oms/Fao e perfino le Autorità australiane dissero no, non è un probabile cancerogeno. Come stanno le cose?

Sono ormai passati due anni da quanto Iarc (International Agency for Research on Cancer) pubblicò la propria monografia su glifosate, l’erbicida al centro di colossali attacchi di media, associazionismo ambientalista e perfino della politica italiana e francese, per lo meno in Europa. Peraltro, il lavoro venne svolto su diverse molecole, come tetrachlorvinphos, parathion, malathion e diazinon, ma di queste non si parla ovviamente mai.

Da allora è successo di tutto, perfino una class action contro Monsanto, portata in tribunale da chiunque si ritenesse colpito da glifosate. Una pratica che in America sta divenendo quasi imbarazzante, grazie all’opera di studi legali che si sono opportunisticamente specializzati in tale settore.

Peccato, o per fortuna, che innumerevoli altre voci si siano aggiunte al tema. Voci che tutte in coro hanno detto no, glifosate non è cancerogeno.

Fra queste figura il più volte confermato parere dell’Epa americano, ovvero l’Environmental Protection Agency, ma anche delle Autorità australiane e di quelle europee, come il parere dell’Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), quello di Echa (European Chemicals Agency) e quello del Bfr tedesco, ovvero l’istituto cui è demandata la valutazione del rischio delle sostanze attive e che ha dato anch’esso luce verde a glifosate nel Vecchio Continente.

A ciò si aggiungano i pareri dei gruppi congiunti di lavoro Fao/Oms, ovvero la Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, di cui Iarc, peraltro è una costola.

Tutti, ma proprio tutti, han detto che no, glifosate non va considerato un “probabile cancerogeno”. Quindi, per quanto si comprenda che in questi casi il riflesso condizionato sia quello di dire che sono tutti al soldo di Monsanto, rinunciateci. Non si può corrompere il Mondo intero, nemmeno volendo. Men che meno se sei un’azienda che fattura a livello globale poco più di Coop in Italia.

Perché allora Iarc continua a insistere sulla propria posizione? Molto vi sarebbe da dire proprio sui processi di valutazione della molecola, viziati per esempio da fastidiosi conflitti di interesse di una persona che ha pesato in modo significativo nel gruppo di lavoro, tal Christopher Pointers, il quale aveva attaccato spesso Monsanto e glifosate.

Secondo un’inchiesta di Agrarian Science, Pointers sarebbe infatti stato un funzionario della ong antifitofarmaci Edf, acronimo di Environmental defense Funa, mentre diveniva addirittura presidente del comitato consultivo di esperti dello Iarc sulla scelta delle priorità da seguire e tra queste vi è stato proprio, casualmente, glifosate.

Così come non sarebbe accettabile che a influire sui gruppi di lavoro Iarc ci fosse un dipendente di Monsanto, non si capisce perché ci potesse essere un attivista ambientalista di cui era manifesto l’odio per la molecola oggetto di valutazione e per la Società che lo ha inventato.

In più si scopre che tal Aaron Blair, epidemiologo del U.S. National Cancer Institute, abbia ammesso in tribunale l’esistenza di studi a favore di glifosate, mai pubblicati, che avrebbero potuto giocare a favore della molecola in sede di valutazione Iarc. Blair non ne fece nemmeno cenno durante il meeting di un paio di settimane che ebbe con i 17 membri dello Iarc che stavano valutando l’erbicida.

Lo Iarc valuta infatti solo studi pubblicati (rischio notevole, visti i crescenti imbarazzi che il mondo editoriale scientifico sta proponendo, tra studi farlocchi o addirittura falsificati), quindi gli studi da tempo in possesso di Blair non potevano essere fatti valere. E la domanda quindi è: perché Blair non ha mai pubblicato quegli studi? E cosa avrebbe fatto se, al contrario, tali studi avessero deposto a danno di glifosate? Forse lo scopriremo solo alla fine della storia.

Infine, Iarc ha preso in esame studi effettuati anche su formulati commerciali, anziché limitarsi alla sostanza attiva. Approccio irrazionale, questo, perché i formulati cambiano nel tempo. Infatti, i prodotti presi in considerazione da Iarc contenevano un co-formulante a base di ammine di sego (tallow ammine), le quali conferivano alla sostanza attiva una maggiore aggressività non solo nei confronti delle cellule vegetali, ma anche di quelle animali. Da anni tali additivi nei formulati non ci sono più, per lo meno nei più moderni, autorizzati nei Paesi civili, come quelli europei. La prima formulazione di glifosate senza ammine di sego in Italia risale infatti al 1998. Ovvero 17 anni prima delle valutazioni fatte da Iarc.

Quindi gli studi su cui si è basata l’Agenzia sono per lo meno obsoleti e non più attendibili essendo cambiato proprio l’oggetto del contendere.

A parte però tutto quanto sopra, ammettendo perfino che Iarc abbia lavorato in modo eccellente e che le sue conclusioni fossero perfettamente attendibili (atto per cui ci vuole in effetti uno sforzo notevole), cosa cambierebbe? Nulla. Perché Iarc valuta la pericolosità intrinseca di un agente fisico o di una molecola, non il rischio reale che tale effetto negativo si verifichi.

Non a caso, in Gruppo 2A (probabili cancerogeni), lo stesso di glifosate, ricade perfino l’acqua calda, per lo meno sopra i 65° centigradi. Quindi, se stessimo alla campagna di odio contro glifosate, dovremmo abolire anche il the e il brodo di carne. Anzi, visto che le carni rosse sono anch’esse in Gruppo 2A, un bel brodo caldo di carne dovrebbe essere quanto di più cancerogeno si possa ingerire…

Ragionando per assurdo, se lo Iarc valutasse la pericolosità di oggetti e tecnologie, forse metterebbe in Gruppo 1 (sicuramente mortali) gli smartphone, perché la cronaca è piena di incoscienti che si sono schiantati facendosi selfie mentre guidavano. E magari metterebbe in Gruppo 2A il modello di macchina guidato e perfino il muro contro cui si sono ammazzati i furbacchioni malati di selfie. Il loro pericolo intrinseco di causare le morte è infatti accertato. E tanto basta allo Iarc: il pericolo intrinseco accertato.

In realtà, l’unica “colpevole” sarebbe da ricercare nel comportamento superficiale e imprudente delle vittime. Se tieni il cellulare in tasca e non ti fai selfie mentre guidi non rischi nulla, pur essendo dimostrato che gli smartphone possono causare incidenti mortali quando usati in modo improprio. Folle quindi chiedere l’abolizione di smatphone, automobili e magari dei muri, perché questi avrebbero causato la morte di persone.

Ecco, il concetto fondamentale su cui ragionare è l’uso proprio oppure improprio di glifosate, come di qualsiasi altra cosa. Se in Argentina irrorano con gli aerei sopra la testa della gente, lo si può considerare un uso consono? Soprattutto, se misceli insieme a glifosate 3-4 altri prodotti fitosanitari tra fungicidi e insetticidi, a dosi da cavallo, perché si parla sempre e solo di glifosate, come se in quell’aereo fosse stato caricato solo lui? La puntata delle Iene dedicata all’Argentina di spunti di analisi ne ha infatti offerti moltissimi.

Forse si parla solo di glifosate, in modo ossessivo, solo perché se si dicesse che quei poveracci vengono bombardati settimanalmente con 5-6 prodotti diversi, di cui glifosate è il meno tossico peraltro, il pubblico rischierebbe di interrogarsi sull’onestà di chi riporta tali notizie, chiedendosi perché a fronte di tali misceloni di prodotti si punti sempre e solo il dito su uno solo.

Perché dopo anni di valutazioni e di letture, non si può concludere altro che quella contro glifosate non è solo una campagna ignorante, bensì spesso disonesta.

E a chi pensasse: “Se ti piace tanto glifosate, allora bevitelo!“, frase che spesso qualche idiota mi rivolge, prendete la candeggina che avete in casa, quella con cui lavate il pavimento e disinfettate il sifone del water, e provate voi a farvene un cicchetto. Ve lo sconsiglio vivamente, ça va sans dire. Perché mentre nessuno in Italia è mai stato spedito all’altro Mondo da glifosate, esiste una copiosa casistica di gente mandata all’ospedale o al cimitero dall’ipoclorito di sodio contenuto nella candeggina. Cioè quel prodotto di libera vendita di cui in Italia se ne usano centinaia di migliaia di tonnellate, trovandosi anche nelle piscine in cui facciamo il bagno e nei rubinetti da cui esce l’acqua che beviamo.

Perché sempre e comunque è il tipo di uso a fare la differenza tra correre rischio zero, o correrne uno mortale. Ed è sempre la dose che fa il veleno.

Un veleno che quando è mediatico, purtroppo, sembra privo di qualsivoglia antidoto.

 

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Minoranze rumorose e pericoli sottovalutati

Lezioni della storia, ormai dimenticate

Gran parte delle discussioni sui social sono incentrate su argomenti che se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Come affrontarle: ignorando i complottisti e gli anti-scienza in genere, oppure opporsi con numeri e informazione?

C’è chi non crede la Terra sia tonda e spesso va a braccetto con chi sostiene che il nostro pianeta sia stato creato per come dice il Libro del Genesi, che abbia circa settemila anni e che i dinosauri si siano estinti poche migliaia di anni fa a causa del Diluvio universale. Ma questa è già storia vecchia: ultimamente la scena è dominata da chi crede che i vaccini provochino autismo e altre gravi patologie. Altri hanno invece sposato il complottismo delle scie chimiche e c’è chi si mette in testa dei cappellini fatti di fogli da alluminio per impedire che gli venga letta la mente. A tali personaggi vanno sommati i negazionisti dello sbarco sulla Luna, i complottisti delle Torri Gemelle, abbattute secondo loro dalla Cia, oppure quelli che credono alle sirene marine o al controllo del Mondo tramite microchip innestati sottopelle.

Più specifici i movimenti in Puglia che negano che a fare seccare gli ulivi sia la Xylella fastidiosa, batterio patogeno arrivato in Italia dal Costa Rica. Ogni altra ragione del fenomeno sarebbe per loro valida, tranne quella reale. E infatti l’epidemia prosegue alla grande, con grave danno per l’agricoltura e per il paesaggio locale.

Per non parlare dei seguaci di ogni più disparata teoria alimentare che definisce veleno oggi questo, domani quello, promettendo vita pressoché eterna a patto di focalizzare su ben precisi alimenti aborrendone altri. Adorabile in tal senso la pubblicità della Motta, la quale prende per i fondelli proprio tali vaneggiamenti pseudo-salutistici (“E da oggi con le bacche di Goji! … Scherzo!!!”). Uno spot che è andato a segno, vista l’ondata di haters che si è scatenata contro il famoso panettone meneghino.

Messi tutti insieme i vari soggetti di cui sopra sono una ristretta minoranza della popolazione. Su 60 milioni di Italiani quanti saranno mai, l’uno per mille, che fa circa 60 mila? O pochi punti percentuali, considerando solo la popolazione adulta? Insomma, potrebbero essere considerati quattro gatti da lasciar parlare senza curarsi troppo di ciò che dicono.

Ma qui sta l’errore.

Il passato ci insegna che, per esempio, il nazismo è nato dall’aggregazione di un risicato gruppuscolo di invasati i quali, sfruttando il malcontento della Repubblica di Weimar, seguirono gli svagelli di un paranoico come Hitler e si espansero al punto di vincere le elezioni. Ciò grazie soprattutto alla propaganda efficace coordinata da Joseph Göbbels, il quale soleva ripetere che una menzogna ripetuta milioni di volte diviene realtà. E a giudicare dalla presa che hanno avuto miti e leggende religiose nella storia, come dargli torto? L’uomo vuole credere, mica capire e apprendere. E deve fare proseliti a più non posso.

Infatti, se ci fate caso, ogni complottista che si rispetti si mostrerà sempre molto attivo nel condividere a nastro le molte idiozie in cui crede. In tal senso è alquanto azzeccato il personaggio di Maurizio Crozza, Napalm51, il quale passa intere giornate a condividere panzane e insulti su web, attaccando a destra e a manca chiunque provi a contrastare le suddette panzane.

Quattro gatti, si diceva, ma attivissimi. Sembrano milioni e agiscono come guidati da un piano superiore da tanto che operano in accordo gli uni con gli altri. Molto più semplicemente usano tutti i medesimi schemi mentali, bacati, e quindi agiscono e reagiscono come tanti cloni del medesimo organismo capostipite. Una sorta d’intelligenza collettiva, tipo quella delle formiche, anche se di intelligenza nei loro argomenti ve n’è davvero poca.

Bollarli quindi come scemi del villaggio è facile, ma inutile. In fondo lo sono, è vero. Ma a differenza degli scemi del villaggio di 50 anni fa, ben noti ai compaesani e quindi innocui, questi si sono aggregati nel villaggio globale trovandosi in rete e galvanizzandosi all’idea di non essere soli nell’Universo. Da singoli personaggi balzani di nessun peso sono diventati cioè movimenti che esercitano pressioni anche a livello politico.

Basti pensare ai recenti picchettaggi davanti a Montecitorio organizzati da qualche migliaio di antivaccinisti, ottenendo come premio l’introduzione dei vaccini mono-componente. Di fatto una stupidaggine che avrà quale unico effetto la moltiplicazione dei costi a carico del servizio sanitario nazionale e l’incasinamento dei piani vaccinali. Ma tant’è a fare casino e a urlare qualcosina hanno pur ottenuto.

Tutto ciò, però, mica vale solo per i complottisti anti-scientifici. I vegani a suon di moltiplicare siti web, blog e pagine Facebook, sono arrivati a ottenere l’attenzione di alcuni amministratori pubblici, i quali propugnano ormai l’alimentazione vegana in scuole e asili. Del resto, c’era già riuscita la lobby del Bio a farsi aprire la porta dei pasti scolastici, perché non avrebbero dovuto riuscirci i vegani?

Molte delle categorie di cui sopra sono poi rappresentate dalle medesime persone, moltiplicando cioè l’effetto quantitativo del fenomeno. Sembrano cioè un esercito sconfinato, ma alla fine sono spesso gli stessi che si cambiano solo cappello e combattono su fronti diversi facendo il medesimo baccano. Tanto il livello di preparazione scientifica della popolazione italiana è così basso che le loro argomentazioni farlocche sono percepite come tali solo da una minoranza ancor più ristretta di persone, ovvero i razionalisti dalle robuste basi scientifiche. Questi sì che sono quattro gatti e per giunta divisi e litigiosi fra loro. Quando addirittura non sono collusi, dati i guadagni interessanti che si possono fare inventandosi cure farlocche o alimentando e cavalcando allarmi ingiustificati.

Ma quindi, i complottisti anti-scientifici sono innocui o pericolosi? Dobbiamo lasciarli fare che poi tanto passano da soli, oppure dobbiamo osteggiarli per impedir loro di fare danni? L’esempio summenzionato del nazismo direbbe che sì, andrebbero fermati sul nascere, prima che facciano presa su un numero significativo di persone.

Basti pensare ai creazionisti americani stile Sarah Palin e George W. Bush, i quali hanno cercato di inserire l’insegnamento del creazionismo a scuola al pari dell’evoluzionismo. Si è arrivati cioè ad avere degli “scemi del villaggio” posizionati ai più alti livelli della politica della prima potenza mondiale. Se non è un pericolo questo, mi si deve spiegare cos’altro lo può essere. Del resto, pare che un quarto degli Americani creda sia il Sole a girare intorno alla Terra e non viceversa. Terreno fertile quindi per ogni tipo di cazzaro pseudo-religioso.

L’ultima domanda è quindi la più difficile: che fare?

Se li sberleffi trattandoli per gli imbecilli, ignoranti, disonesti e paranoici che sono, non va bene. Perché con gli insulti non si arriva da alcuna parte, si dice. Se provi ad argomentare con prove e numeri, neanche va bene, perché così li polarizzi sulle loro posizioni anziché convincerli ad abbandonarle. Se gli ignori, come visto, questi possono correre senza barriere convincendo un numero sempre più ampio di persone, come appunto avvenuto in Germania a cavallo degli Anni 20 e 30. Poi si è visto cosa è successo.

Al di là però di certi pipponi mentali sui massimi sistemi, ammirevoli per gli sfoggi di cultura, ma sterili dal punto di vista dei risultati, di proposte concrete atte ad arginare efficacemente il fenomeno non pare ve ne siano. Le minoranze di sbullonati sono comunque più numerose delle minoranze di razionalisti, quindi sul fronte del web vincono loro a mani basse. Aiuterebbe la formazione scolastica, moltiplicando le ore dedicate alle scienze?

Forse, se non fossimo in un Paese che più che a mettere a posto la preparazione degli alunni pensa da decenni a come mettere a posto le chiappe dei milioni di aspiranti insegnanti che ambiscono alle cattedre solo perché non trovano altri posti di lavoro.

Forse, se non fossimo un Paese con il Vaticano in casa, con i preti che colonizzano le suddette scuole elargendo le note favole sull’acqua trasformata in vino, dei pani e dei pesci, dei cadaveri resuscitati e di guarigioni miracolose. Basta avere fede, no? E se uno crede alle passeggiate sull’acqua, perché mai non dovrebbe credere che la farina è cancerogena?

Forse, se non avessimo in Parlamento scagnozzi anti-progresso e anti-scienza, ognuno in base al totem che si è prefissato di abbattere. Basti pensare alle barricate contro l’eutanasia, per esempio. O contro gli ogm, di cui quasi nessuno sa cosa siano, ma che in Italia non possono essere coltivati grazie soprattutto a politici che anziché adoperarsi per aprire tavoli scientifici di dibattito preferiscono cavalcare opportunisticamente le istanze delle suddette minoranze allarmiste, magari dando la benedizione ai convegni sulla biodinamica.

Il destino del mondo occidentale è quindi segnato. La regressione verso una società e una politica a-scientifica è ormai avviata e non la si può fermare. Un po’ come stare su un treno coi freni rotti che marcia verso la fine dei binari: solo l’impatto finale farà capire alle minoranze rumorose quanto fossero idiote. E da lì in poi si potrà finalmente ricominciare. Che so, un’epidemia, una carestia. Cosucce del genere.

Nel frattempo, condividete ogni possibile link e notizia di stampo scientifico. Rendetevi moltiplicatori di dati ed evidenze. Aiutate quei poveracci che, in netta inferiorità numerica, si stanno sbattendo anche per voi. Prendete quindi una posizione e schieratevi. Forse non basterà a vincere la guerra, proprio perché “loro” sono di più. Ma se aveva ragione Göbbels, e ce l’aveva, una verità ripetuta milioni di volte deve per forza valere di più di una menzogna ripetuta milioni di volte.

E se alla fine sbatteremo comunque insieme al treno, una volta usciti dalle lamiere vi potrete togliere la soddisfazione di dire: “Io ve l’avevo detto, manica di deficienti!

Ben piccola soddisfazione, è vero. Ma meglio di niente. Soprattutto, meglio che essere complici col proprio silenzio.

 

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Vaccini, no-vaxxer e blastatori

Troppe polemiche sui vaccini, soprattutto fra i razionalisti pro-vaxx

Le polemiche in materia di vaccini sono andate oltre il semplice sì-no che ha caratterizzato le prime fasi della questione. Mentre il fronte antivaccinista appare però compatto e disciplinato nelle proprie istanze, quello razionalista si è progressivamente diviso in correnti fra loro in perenne zuffa. Urge ritrovare pace e unità

Scoprimmo i vaccini e certe epidemie vennero confinate nel buio, come il vaiolo, estinto a livello mondiale, o la poliomielite, spazzata via per lo meno dall’Europa. Meno vistosi i successi contro rosolia o morbillo, ma sempre meglio di quando i vaccini non c’erano. Certamente le scene apparivano molto più tranquille e sane, per lo meno dal punto di vista della quiete mediatica.

Poi negli Anni 90 arrivò Wakefield, medico inglese poi radiato e processato, con le sue truffe e i millemila gaglioffi che le hanno riesumate di recente per i più disparati motivi. Gaglioffi che non ci hanno messo molto a catturare l’attenzione e la fiducia di una minoranza della popolazione occidentale, ovvero quella ricca e pasciuta che ha scordato i perché di tale benessere. Minoranza molto attiva e rumorosa, però, che non ha trovato abbastanza argini alle proprie attività mediatiche autodistruttive realizzando un clima da guerra perenne anche a livello politico.

La disinformazione allarmistica è quindi dilagata a dispetto delle molteplici fonti scientifiche che sono state condivise da più parti, Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute inclusi, quando cioè il fronte razionalista era ancora focalizzato su quello opposto, cioè gli antivaccinisti e chi li sobillava. Poi arrivò lui: Roberto Burioni, ricercatore e professore Ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Per sua stessa ammissione “un caratteraccio”, Burioni ha iniziato ad adoperarsi sul fronte della divulgazione scientifica in tema di vaccini. All’inizio furono molti i suoi contributi scientifici di peso. Esempi, casi di studio, statistiche e aneddoti. Tutti spiegati in modo semplice e immediato, comprensibili se non proprio da tutti, almeno da una gran parte degli utenti web. Ovviamente, la sua attività su internet ha iniziato a infastidire molti. In primis gli antivaccinisti, ai quali Burioni appare come fumo negli occhi. Dura non sia così, dopo che il ricercatore ha martellato le varie bufale, sull’autismo, sull’epilessia, sui metalli pesanti, il thiomersal (il famigerato mercurio), le nanoparticelle o le panzane sulle epidemie che sarebbero andate via da sole grazie a migliorate condizioni igienico sanitarie. Per tali ragioni è divenuto un personaggio pubblico alquanto gettonato, non solo su web, ma anche in tv e radio.

A causa però del suddetto caratteraccio e di un ego che appare alquanto “esuberante”, Burioni ha iniziato a menar fendenti a destra e a manca ogni volta che si è visto postare commenti a suo avviso non pertinenti o addirittura irriguardosi o falsi. I termini usati non sono stati leggeri, dando spesso degli asini o dei cretini ai suoi detrattori. Ciò ha attivato una seconda ondata di critiche, ovvero quelle degli esperti di comunicazione scientifica, i quali, veri esperti o meno che siano (mica li conosco tutti…), hanno iniziato anche loro a criticare il professore su molteplici fronti. Dove stiano e come siano ripartiti il torto o la ragione poco m’importa ora. È indubbio che l’atteggiamento da “blastatore” (distruttore) di Burioni piace molto a una quota parte di navigatori, motivo per il quale sono nati veri e propri movimenti di fan non solo per Burioni, ma anche per Enrico Mentana, direttore del TG di La7 e anch’egli pro vaccini convinto. “Mentana blasta la gente” è divenuto infatti uno dei tormentoni più comuni su Facebbok.

Studi scientifici hanno dimostrato però che tali atteggiamenti duri e taglienti altro non fanno che allontanare le persone dal dibattito, facendo arroccare ancor di più i complottisti sulle proprie posizioni. Ed è questa fondamentalmente l’accusa mossa sia a Burioni, sia a Mentana, addirittura definiti “bulli” perché se la prendono coi più deboli. Più deboli ora, perché magari i mentecatti che infestano oggi le loro bacheche Facebook (le loro: ci tengo a ricordarlo) con commenti irriverenti, demenziali e molesti, forse erano essi stessi a ricoprir da ragazzini tale ruolo, bullizzando proprio dei “secchioni” come Burioni e Mentana. Oggi sono invece i due personaggi ad avere una posizione affermata, un’alta visibilità sociale, uno stipendio di tutto rispetto. Sono cioè uomini che hanno un potere considerevole. Per tali ragioni possono reagire a tono e prendere metaforicamente a sberle tutti coloro che imprudentemente li provochino. Il tempo del bullo che ti prende a schiaffi e ti ruba la merendina è finito e se ci prova ora gli schiaffi, verbali, li prende lui. Van bene le regole della comunicazione, ma alla fine quando girano girano.

A prescindere però da chi bullizzi chi, resta un fatto inequivocabile. Il conflitto fra diversi pro-vaxxer e Burioni, in parte Mentana, ha prodotto effetti contrari a quelli sperati. Le regole di quelle pubblicazioni scientifiche valgono infatti sempre e se tu continui a criticare, a cercare di convincere, a entrare in contrapposizione, l’unico effetto che ottieni è quello di fare chiudere a riccio l’interlocutore. Espressioni tecniche come “Echo chamber“, “confirmation bias“, “backflame” o “polarizzazione” (grazie a Dio una almeno è in italiano), sono forse incomprensibili ai più, ma in sintesi vogliono dire che se vieni attaccato alzerai muri sempre più alti intorno a te e alla tua “stanza”, stanza nella quale si arroccheranno insieme a te, sempre più compatti e solidali, i tuoi fan. Questi vedranno rafforzare i propri convincimenti, anche se erronei, generando cioè una reazione avversa che produrrà danni anziché benefici.

A questo punto non resta che far notare ai comunicatori che criticavano Burioni proprio su questi punti che con lui hanno ottenuto esattamente i medesimi effetti che gli rinfacciavano. Effetti generati su di lui e sui suoi fan. Un successone, direi. Quasi a ricordare che dare lezioni è molto più facile che fornire validi esempi.

E poco valgono anche le altre echo chamber (perché questo sono anche loro), ovvero quelle degli anti-burionisti. Tempo fa mi capitò di visitare una pagina ove era in atto un sondaggio su chi fosse stato insultato o bannato dal Professore. I lamenti erano numerosi, ma per il tono di alcuni di essi e il clima generale che si era realizzato mi fecero pensare a una sorta di “Antiburionisti anonimi” in cerca di terapia di gruppo. Ci mancava solo un tizio che dicesse “Ciao, sono Piero e non mi azzuffo con Burioni da 145 giorni”. Mi rattristò molto tale situazione. Perché alla fine tutti loro, incluso Burioni, sanno cosa significhino i vaccini e quanti danni abbia prodotto l’antivaccinismo. Un tale scempio bellicoso non è stato né piacevole né edificante.

Io, che non sono un comunicatore, bensì un divulgatore che cerca di condividere informazioni, confesso di essere abbastanza deluso. Perché innanzitutto non mi piace essere considerato un comunicatore? Perché quando li seguii io i corsi di comunicazione i docenti partivano sempre col ricordare che il 93% del risultato di un messaggio dipende dalle tecniche di comunicazione e solo il 7% dalla sostanza dei fatti. Agghiacciante. A voler ben guardare, questa è la causa di molti dei mali odierni che affliggono la nostra società a livello politico, sociale e culturale. I fatti pare non contino più: conta la “comunicazione”. Una sorta di pistola che nelle mani sbagliate spara lo stesso e quindi fa vittime innocenti. Tanto, anche se dici bestialità dal punto di vista della sostanza, chi se ne accorge quando il 93% della vittoria di un messaggio dipende dai modi e non dai fatti?

Io invece credo nei numeri, nei fatti, nella sostanza delle cose. Poi, ovviamente, si cerca sempre di condividere queste informazioni in un modo chiaro e comprensibile a tutti. Ma alla fine resto convinto di essere responsabile di ciò che dico e non di ciò che gli altri capiscono, perché ho avuto troppe dimostrazioni che per ottenere il 100% di comprensione bisognerebbe talvolta fare trapianti di cervello, dato che quelli che albergano in certe teste non vogliono proprio capire nemmeno che 2+2=4. Figuriamoci pensieri più complessi.

Penso quindi che sia venuto il momento che si ritorni ai fatti e che qualche “allenatore” prenda i vari giocatori della partita contro le derive antivacciniste, li porti nello spogliatoio e li costringa ad andare d’accordo. In una squadra serve infatti l’elegante concretizzatore, tipo Pinturicchio. Serve il mediano dai grandi polmoni e dalle forti gambe, magari un po’ rozzo ma che corre dall’inizio alla fine a portar palla, tempi supplementari inclusi. Serve il calcolatore a centrocampo, che magari corre poco ma ha una visione di insieme superiore e serve nell’area avversaria una gran mole di cross a favore dei compagni attaccanti. E serve magari un buon portiere, che sappia gestire la difesa in modo oculato, una difesa in cui magari ci sta pure benone un terzino di quelli tosti, che quando ci vuole usa pedate e gomitate pur di fermare l’attaccante che ha bucato l’area. Mena? E che deve fare un terzino, dar d’uncinetto?

Ed ecco che forse, ragionando come una squadra, magari la si finirebbe di dividere il fronte razionalista in infiniti rivoli fra loro in competizione. Perché gli avversari sono là fuori, in campo. Uniti e motivati, affiatati ed efficaci. O li si affronta uniti o ci fanno neri…

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Un Pianeta che ha fame: valori e criticità dell’agricoltura moderna

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Il 3% della popolazione mondiale nutre il rimanente 97%. Un miracolo… intensivo

Innovazione tecnologica e richieste di maggiore produttività, ma anche dinamiche commerciali globali e istanze ambientali, fra media generalisti e decisori politici non sempre limpidi ed efficaci: luci e ombre su un Settore Primario che non può mancare le sfide del Terzo Millennio

Anno 2000. Nel suo discorso celebrativo, a trent’anni dal conferimento del Premio Nobel per la Pace, l’agronomo americano Norman Borlaug ricordò come già vi fossero le tecniche e le soluzioni per nutrire un numero ancor maggiore di Esseri Umani. Bastava semplicemente usarle.

Il padre della Rivoluzione Verde, scomparso poco dopo la sua presentazione, lasciò quindi come testamento un semplice grafico in cui erano riportate le rese globali di grano a partire dai primi Anni 50 fino alla fine del XX secolo, a confronto con quelle che si sarebbero ottenute in assenza d’innovazione tecnologica in termini di genetica, chimica e meccanizzazione. Una differenza impressionante, pari a oltre un miliardo e 340 milioni di tonnellate. In altre parole, grazie alle nuove tecnologie, in soli 50 anni le produzioni mondiali di grano erano praticamente triplicate, passando da 680 milioni di tonnellate a due miliardi e 25 milioni.

Se si fosse deliberatamente rinunciato a utilizzare genetiche innovative, macchine e chimica, per compensare le minori rese sarebbe stato necessario coltivare a grano una nuova superficie pari alla somma di Canada e Messico, circa 12 milioni di chilometri quadrati in più rispetto ai 7 milioni attuali. Un impatto ambientale inimmaginabile, sia in termini di riduzione di biodiversità, sia in termini di carburanti fossili necessari a dissodare un’area per giunta disponibile solo in teoria, dato che di fatto non esiste al Mondo la possibilità di coltivare così tante nuove terre. A meno ovviamente di disboscare ulteriormente le foreste e convertire ad agricole superfici attualmente a prati. Ma di Pianeta ne abbiamo uno solo e a naso non esiste una tale superficie, neanche a cercarla da satellite.

Per comprendere gli impatti aggiuntivi per l’atmosfera derivanti da tale folle idea, possono essere utili le tabelle dei consumi di gasolio realizzate dalle associazioni italiane dei contoterzisti. Per questa categoria professionale il costo del gasolio è forse quello più sensibile, quindi ha stilato per ogni coltura e per ogni tipo di lavorazione i relativi consumi medi di gasolio. Ovviamente, sono consumi indicativi, variabili in funzione del terreno, delle condizioni e delle macchine utilizzate. Ciò non di meno restano un dato interessante per fare qualche stima approssimativa.

Solo per lavorare meccanicamente le nuove superfici a grano si può infatti calcolare che oggi sarebbe stato necessario consumare 270 milioni di tonnellate di gasolio, pari a circa 800 milioni di tonnellate di anidride carbonica in più immessa annualmente in atmosfera. In ogni chilogrammo di gasolio, infatti, vi è abbastanza carbonio da generarne tre di gas serra.

E questo solo per il grano. Si provi a immaginare la somma degli impatti derivanti da tutte le colture agrarie se mantenute ai livelli di arretratezza degli Anni 50, in primis riso, mais e soia, le altre tre colture che insieme al grano forniscono circa due terzi delle calorie mondiali.

Un impatto che non avrebbe potuto essere retto da un Pianeta già oggi in seria difficoltà, schiacciato fra le crescenti esigenze di una popolazione in forte aumento e i violenti cambiamenti climatici che hanno portato con sé gravi processi di desertificazione e salificazione in diverse aree del Globo.

In sostanza, il tanto vituperato progresso di intensificazione tecnologica e agronomica ha fatto bene anche all’ambiente, al contrario di quanto si sostiene. Perché l’alternativa sarebbe stata comunque peggiore. L’agricoltura intensiva non è stata infatti una scelta, bensì un obbligo. Un obbligo al quale per fortuna l’agricoltora ha  ottemperato sempre meglio. Basti pensare alla percentuale di persone cronicamente affamate al Mondo, scese dal 40% degli Anni 70 a circa il 10% attuale nonostante la popolazione globale sia più che raddoppiata.

Non è quindi per caso se si sta facendo largo il nuovo concetto di “intensivizzazione sostenibile”, espressione che sposa due concetti fra loro apparentemente incompatibili, come quelli dell’agricoltura intensiva e della sostenibilità. Solo apparentemente, però. In quanto l’agricoltura intensiva è ben lungi dall’essere quella raffigurata da fin troppi media generalisti, i cui reportage risultano spesso schierati ideologicamente e intrisi di allarmismi che ben poco hanno a che vedere con la realtà.

Vittime di ciò, sia i consumatori del Mondo Occidentale, quelli dei Paesi cosiddetti ricchi, sia i popoli delle aree più disagiate e povere, i quali avrebbero invece molto di cui beneficiare dall’adozione di quelle pratiche che hanno reso i Paesi ricchi ciò che oggi appunto sono.

Intensificare ulteriormente le coltivazioni, innalzandone le rese, è peraltro missione possibile, come appunto ricordava il mai abbastanza compianto Norman Borlaug, a patto di rispettare una semplice regola: gli incrementi di rese dovranno essere sempre superiori agli incrementi di input impiegati. Nella migliore delle condizioni, non sempre però raggiungibili, le rese andranno amplificate riducendo in termini assoluti le emissioni e gli input antropici.

Con buona pace dell’approccio vegan, inapplicabile, l’unica alternativa a quanto sopra sarebbe l’eliminazione di un miliardo di bocche da sfamare e impedire che la nuova popolazione mondiale ricominciasse a crescere dopo la falcidia. Soluzione, questa, ancor più inapplicabile.

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Le responsabilità degli irresponsabili

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Si moltiplicano insulti, minacce e atti terroristici ai danni di chi produca o sostenga chimica agraria e biotecnologie. La follia è di pochi, tante invece le responsabilità, dirette e indirette

Ogni cosa per crescere va prima seminata, poi nutrita e infine irrigata. Solo così si possono ottenere i risultati sperati. Ciò vale in agricoltura, ma può valere anche contro di essa. I continui attacchi mediatici a chimica e biotecnologie stanno infatti ottenendo due effetti molto differenti fra loro, ma intimamente interconnessi. Il primo si sviluppa a livello politico e sociale, mostrando come sintomi tangibili le prese di posizione abolizioniste – tendenti a volte al forcaiolo nei toni – assunte da interi schieramenti parlamentari e pure da alcuni Ministri italiani. Perfino da quelli che, come Maurizio Martina, dovrebbero guardare a chimica e genetica agraria con occhi prettamente scientifici, avulsi cioè da opportunismi elettoral populisti. Il secondo effetto, fattosi ancor più bullo grazie al primo, mostra un crescendo di comportamenti folli e delinquenziali, quasi trovasse legittimazione proprio nel clima inquisitorio e perennemente allarmista che asfissia una gran parte delle tecnologie agrarie.

Ultimo della serie, un uomo di 36 anni, Noel Cruz Torres, ha fatto irruzione nella sede Pioneer Hi-Bred di Salinas, a Puerto Rico, lanciando bombe molotov fino a che la polizia non lo ha steso con i taser. Non prima di aver steso lui un lenzuolo con la scritta  “Alzati Boricua è il tempo di difendere il nostro Paese. Viva Puerto Rico libero!“. Un pazzo, si dirà. E in effetti ci sta. Ma le vere domande sono: perché se l’è presa con Pioneer per sfogare i propri disagi? Cosa è scattato nel cervello di Noel Cruz Torres perché si sia alzato, abbia preparato delle molotov e abbia immolato la propria libertà pur di attaccare la multinazionale americana?

Le risposte potrebbero essere molteplici. Di certo, non è stato un embolo improvviso, scaturito per caso mangiando nachos di mais transgenico. Gesti come il suo hanno origini lontane, nascono da minuscoli semi i quali, adeguatamente coltivati, divengono terrorismo. E così, come gli attentatori filo-Isis di Parigi e Bruxelles non sono certo nati dal nulla, bensì da un substrato di odio continuamente fomentato da spregiudicati ideologi, Noel Cruz Torres è nato anch’egli in un maleodorante humus intriso d’odio. Un terreno fertile, questo, reso sapientemente incandescente da altri ideologi, da altri scaltri manipolatori, ovvero dagli Imam delle nuove religioni: quelle ecologiste, animaliste e salutiste.

Quanto ha infatti contato nel gesto di Noel, domando, il continuo bombardamento anti-chimica e anti-biotech che infesta media e social network? Di quanti gradi sono saliti i gradi nel suo cervello grazie ai mantra ossessivi contro le multinazionali padrone del Mondo, affamatrici di poveri, distruttrici di ambiente e salute?

Impossibile stimarlo con precisione, ma sicuramente è possibile attribuire una bella fetta di responsabilità a tutti coloro che fanno attivismo compulsivo, creando allarmi anche dove non ci sono, gettando continuamente benzina sul fuoco, magari infarcendo i propri argomentari con pannocchie iniettate di liquidi colorati o di maschere anti gas indossate per mangiare una mela. Oppure creando vere e proprie bufale, come quella degli olivi ogm del Salento e del glifosate come causa delle morie di ulivi. Senza dimenticare le accuse a piriproxifen, un insetticida, di essere responsabile della microcefalia in Brasile, una patologia causata invece da un virus trasmesso dalle zanzare. Dulcis in fundo, tumori e altri malacci sbattuti là un po’ dovunque, ovviamente, se no il popolino rischia di non ascoltarli più i Cavalieri dell’Apocalisse incipiente. Un’Apocalisse che mai si verifica, ovviamente, per lo meno analizzando gli ultimi duemila anni della storia dell’Umanità.

Se oggi quella povera anima di Noel Cruz Torres viene sdoganato semplicisticamente come pazzo isolato, come sempre accade in tali situazioni, come vanno catalogati i cosiddetti “antagonisti” che hanno messo due volte nel mirino l’Efsa di Parma? La prima invadendone la sede al fine di intimidire l’Agenzia in tema di ogm, sui quali essa ha sempre espresso pareri scientifici favorevoli. La seconda inviando una bomba camuffata da lettera, guarda caso nel bel mezzo della diatriba fra Iarc ed Efsa su glifosate. Perché se non dici ciò che gli ambientalisti vogliono, nel migliore dei casi vieni criticato aspramente, nel peggiore ti becchi una bomba.

Ben lo sanno le quattro vittime di analoghe missive esplosive che nel 2015 vennero inviate ad altrettanti membri della Alianza Protransgénicos, un’associazione messicana di tecnici, professori universitari e agronomi che sostengono gli ogm. Al grido “O l’Umanità ferma Monsanto, o Monsanto fermerà l’Umanità” gli sono state spedite quindi bombe. Così imparano a dire che gli ogm non sono il Male Assoluto, come viene pervicacemente rimbalzato dalle lobby  ambientaliste nonostante le 15 mila pubblicazioni scientifiche che le smentiscono.

Ma poi, suvvia, al di là del deprecabile gesto da minorati mentali e morali di mandare ordigni a padri di famiglia, davvero credete che il Male sia Monsanto? Una multinazionale che fattura a livello globale quanto incassa Coop in Italia? Se proprio volete fare gli eco-terroristi, almeno documentatevi prima sugli ordini di grandezza dei mulini a vento che nel vostro delirio avete deciso di attaccare.

Non ha invece ricevuto bombe Kevin Folta, ma “solo” minacce di aggressioni e di morte. Folta è professore del Dipartimento di Scienze Orticole dell’Università della Florida ed è stato “fortunello”, perché fatto oggetto solo di mail-bombing, stalking, insulti, minacce, per la sua attività divulgativa a favore delle tecnologie agrarie, sia chimiche, sia genetiche. In particolare, Folta è stato messo al centro del mirino dal cosiddetto “Food Babe Army,” uno sparuto ma esaltato esercito composto dai seguaci di Vani Hari, ovvero la Regina americana delle pseudoscience sul cibo. Food Babe, questo il nickname di Vani Hari, è anche maestra del cosiddetto “fear mongering“, cioè la tattica che usa la paura per fomentare odio verso qualcosa, oppure per orientare le scelte del popolo. Al suo confronto, Vandana Shiva è l’amministratore delegato di Syngenta. Come reazione, Folta ha dovuto sospendere le proprie attività di divulgazione “anti-cazzari”, salvo poi tornare, smaltita la paura per sé e per la famiglia.

Analoga sorte è toccata a Jay Cullen, professore presso l’Università della British Columbia. Anch’egli costretto dalle minacce di morte a sospendere la propria attività come divulgatore anti-ecoterroristi. La sua colpa? Aver dimostrato che lungo le coste degli Stati Uniti non vi era traccia delle millantate radiazioni fuoriuscite dalla centrale di Fukushima. Gli ambientalisti stavano infatti terrorizzando da mesi la popolazione nordamericana con bieche falsità inventate di sana pianta. Zero. Non c’erano, le radiazioni. Cullen lo ha misurato e pubblicato ed ha per questo ricevuto minacce di morte, per sé e famiglia. Perché gli eco-terroristi son fatti così: se dimostri coi fatti che sono dei farabutti, dei disonesti, degli ignoranti, dei disadattati sociali e mentali, rispondono con le minacce, anche di morte.

Orbene, care lobby ecologiste che amate presentarvi come la “faccia pulita del Pianeta“, i buoni che combattono il Male: come li definite i soggetti di cui sopra? Sono forse “compagni che sbagliano“, come vennero definiti i Brigatisti Rossi da parte di quel Comunismo parlamentare in cui essi affondavano le proprie radici culturali?

Oppure vi sentite del tutto separati da ciò che fanno e dicono, tanto da non riconoscere più nemmeno le suddette radici comuni su cui le vostre azioni, per quanto distinte, si fondano?

Se ancora non ve lo aveva detto nessuno, ve lo dico io ora: i cervelli dei soggetti di cui sopra sono sì bacati, su questo non ci piove. Ma il virus che anche per tale ragione vi si è installato con facilità ha il medesimo dna di molti vostri attivisti. O magari anche dirigenti, perché no? Gente che forse le bombe non è abbastanza folle per metterle, ma che tutto sommato gongola quando viene a sapere che qualcuno, quelle bombe, pur le ha messe.

Non pensiate quindi di essere intangibili da qualsiasi polemica in tal senso. Perché personalmente non vedo grandi differenze fra un matto che si mette nei guai tirando molotov alla Pioneer e degli attivisti di Greenpeace che calpestano il Colibrì di Nazca, patrimonio dell’Umanità, solo per stendere uno dei soliti striscioni anti-qualcosa.

La musica è la stessa, non ci provate neanche a dire che non è così. Semplicemente, è solo il volume con cui viene suonata ad essere più alto o più basso a seconda dei casi. Ecco perché definirvi non violenti per scavare fossati identitari fra voi e loro, ai miei occhi appare come mettersi il deodorante invece di lavarsi.

Pensate a questo, la prossima volta che sarete tentati di fomentare ulteriore allarmismo gratuito, facendo magari altre “inchieste” sul glifosate nella birra o negli assorbenti intimi. Oppure generando paure sui residui di agrofarmaci nelle mele, sebbene questi fossero tutti regolari per Legge. Perché la gente, là fuori, si spaventa. Ovvio che ciò lo sapete benissimo, come pure sapete altrettanto bene che tale paura viene comoda alle vostre istanze. Ma siamo onesti: non è comportamento condivisibile, né scientificamente, né socialmente, né mediaticamente, né politicamente.

Diventate finalmente adulti e responsabili, perché è l’ora che la finiate di ficcare continuamente delle mine sotto i pilastri della Civiltà Occidentale, anche quando tali mine non abbiano alcun senso e motivazione reale. Perché non esiste auto promozione associazionista che valga l’impaludamento del progresso, né tanto meno l’incolumità di brave persone.

E, magari, ora scrivetegli due righe a quel povero mentecatto di Noel Cruz Torres. Per scusarvi se per caso ha male interpretato le vostre istanze, come pure per spiegargli che la lotta a favore dell’ambiente non si fa con le molotov. Lui forse non capirà, perso nei suoi deliri scritti sui lenzuoli, ma sarebbe comunque un segnale simbolico di alto valore in un Mondo sempre più in balia di gente come Vani Hari & soci. Soci dai quali non potete più esimervi dal prendere distanze materialmente misurabili, invece di chiudervi in silenzi assordanti in occasione di tali misfatti, o di limitarvi a qualche commento circostanziale di condanna che suona più come il risultato di un compositore automatico di testi, anziché di sentimenti autentici.

 

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