Un Pianeta che ha fame: valori e criticità dell’agricoltura moderna

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Il 3% della popolazione mondiale nutre il rimanente 97%. Un miracolo… intensivo

Innovazione tecnologica e richieste di maggiore produttività, ma anche dinamiche commerciali globali e istanze ambientali, fra media generalisti e decisori politici non sempre limpidi ed efficaci: luci e ombre su un Settore Primario che non può mancare le sfide del Terzo Millennio

Anno 2000. Nel suo discorso celebrativo, a trent’anni dal conferimento del Premio Nobel per la Pace, l’agronomo americano Norman Borlaug ricordò come già vi fossero le tecniche e le soluzioni per nutrire un numero ancor maggiore di Esseri Umani. Bastava semplicemente usarle.

Il padre della Rivoluzione Verde, scomparso poco dopo la sua presentazione, lasciò quindi come testamento un semplice grafico in cui erano riportate le rese globali di grano a partire dai primi Anni 50 fino alla fine del XX secolo, a confronto con quelle che si sarebbero ottenute in assenza d’innovazione tecnologica in termini di genetica, chimica e meccanizzazione. Una differenza impressionante, pari a oltre un miliardo e 340 milioni di tonnellate. In altre parole, grazie alle nuove tecnologie, in soli 50 anni le produzioni mondiali di grano erano praticamente triplicate, passando da 680 milioni di tonnellate a due miliardi e 25 milioni.

Se si fosse deliberatamente rinunciato a utilizzare genetiche innovative, macchine e chimica, per compensare le minori rese sarebbe stato necessario coltivare a grano una nuova superficie pari alla somma di Canada e Messico, circa 12 milioni di chilometri quadrati in più rispetto ai 7 milioni attuali. Un impatto ambientale inimmaginabile, sia in termini di riduzione di biodiversità, sia in termini di carburanti fossili necessari a dissodare un’area per giunta disponibile solo in teoria, dato che di fatto non esiste al Mondo la possibilità di coltivare così tante nuove terre. A meno ovviamente di disboscare ulteriormente le foreste e convertire ad agricole superfici attualmente a prati. Ma di Pianeta ne abbiamo uno solo e a naso non esiste una tale superficie, neanche a cercarla da satellite.

Per comprendere gli impatti aggiuntivi per l’atmosfera derivanti da tale folle idea, possono essere utili le tabelle dei consumi di gasolio realizzate dalle associazioni italiane dei contoterzisti. Per questa categoria professionale il costo del gasolio è forse quello più sensibile, quindi ha stilato per ogni coltura e per ogni tipo di lavorazione i relativi consumi medi di gasolio. Ovviamente, sono consumi indicativi, variabili in funzione del terreno, delle condizioni e delle macchine utilizzate. Ciò non di meno restano un dato interessante per fare qualche stima approssimativa.

Solo per lavorare meccanicamente le nuove superfici a grano si può infatti calcolare che oggi sarebbe stato necessario consumare 270 milioni di tonnellate di gasolio, pari a circa 800 milioni di tonnellate di anidride carbonica in più immessa annualmente in atmosfera. In ogni chilogrammo di gasolio, infatti, vi è abbastanza carbonio da generarne tre di gas serra.

E questo solo per il grano. Si provi a immaginare la somma degli impatti derivanti da tutte le colture agrarie se mantenute ai livelli di arretratezza degli Anni 50, in primis riso, mais e soia, le altre tre colture che insieme al grano forniscono circa due terzi delle calorie mondiali.

Un impatto che non avrebbe potuto essere retto da un Pianeta già oggi in seria difficoltà, schiacciato fra le crescenti esigenze di una popolazione in forte aumento e i violenti cambiamenti climatici che hanno portato con sé gravi processi di desertificazione e salificazione in diverse aree del Globo.

In sostanza, il tanto vituperato progresso di intensificazione tecnologica e agronomica ha fatto bene anche all’ambiente, al contrario di quanto si sostiene. Perché l’alternativa sarebbe stata comunque peggiore. L’agricoltura intensiva non è stata infatti una scelta, bensì un obbligo. Un obbligo al quale per fortuna l’agricoltora ha  ottemperato sempre meglio. Basti pensare alla percentuale di persone cronicamente affamate al Mondo, scese dal 40% degli Anni 70 a circa il 10% attuale nonostante la popolazione globale sia più che raddoppiata.

Non è quindi per caso se si sta facendo largo il nuovo concetto di “intensivizzazione sostenibile”, espressione che sposa due concetti fra loro apparentemente incompatibili, come quelli dell’agricoltura intensiva e della sostenibilità. Solo apparentemente, però. In quanto l’agricoltura intensiva è ben lungi dall’essere quella raffigurata da fin troppi media generalisti, i cui reportage risultano spesso schierati ideologicamente e intrisi di allarmismi che ben poco hanno a che vedere con la realtà.

Vittime di ciò, sia i consumatori del Mondo Occidentale, quelli dei Paesi cosiddetti ricchi, sia i popoli delle aree più disagiate e povere, i quali avrebbero invece molto di cui beneficiare dall’adozione di quelle pratiche che hanno reso i Paesi ricchi ciò che oggi appunto sono.

Intensificare ulteriormente le coltivazioni, innalzandone le rese, è peraltro missione possibile, come appunto ricordava il mai abbastanza compianto Norman Borlaug, a patto di rispettare una semplice regola: gli incrementi di rese dovranno essere sempre superiori agli incrementi di input impiegati. Nella migliore delle condizioni, non sempre però raggiungibili, le rese andranno amplificate riducendo in termini assoluti le emissioni e gli input antropici.

Con buona pace dell’approccio vegan, inapplicabile, l’unica alternativa a quanto sopra sarebbe l’eliminazione di un miliardo di bocche da sfamare e impedire che la nuova popolazione mondiale ricominciasse a crescere dopo la falcidia. Soluzione, questa, ancor più inapplicabile.

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Le responsabilità degli irresponsabili

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Si moltiplicano insulti, minacce e atti terroristici ai danni di chi produca o sostenga chimica agraria e biotecnologie. La follia è di pochi, tante invece le responsabilità, dirette e indirette

Ogni cosa per crescere va prima seminata, poi nutrita e infine irrigata. Solo così si possono ottenere i risultati sperati. Ciò vale in agricoltura, ma può valere anche contro di essa. I continui attacchi mediatici a chimica e biotecnologie stanno infatti ottenendo due effetti molto differenti fra loro, ma intimamente interconnessi. Il primo si sviluppa a livello politico e sociale, mostrando come sintomi tangibili le prese di posizione abolizioniste – tendenti a volte al forcaiolo nei toni – assunte da interi schieramenti parlamentari e pure da alcuni Ministri italiani. Perfino da quelli che, come Maurizio Martina, dovrebbero guardare a chimica e genetica agraria con occhi prettamente scientifici, avulsi cioè da opportunismi elettoral populisti. Il secondo effetto, fattosi ancor più bullo grazie al primo, mostra un crescendo di comportamenti folli e delinquenziali, quasi trovasse legittimazione proprio nel clima inquisitorio e perennemente allarmista che asfissia una gran parte delle tecnologie agrarie.

Ultimo della serie, un uomo di 36 anni, Noel Cruz Torres, ha fatto irruzione nella sede Pioneer Hi-Bred di Salinas, a Puerto Rico, lanciando bombe molotov fino a che la polizia non lo ha steso con i taser. Non prima di aver steso lui un lenzuolo con la scritta  “Alzati Boricua è il tempo di difendere il nostro Paese. Viva Puerto Rico libero!“. Un pazzo, si dirà. E in effetti ci sta. Ma le vere domande sono: perché se l’è presa con Pioneer per sfogare i propri disagi? Cosa è scattato nel cervello di Noel Cruz Torres perché si sia alzato, abbia preparato delle molotov e abbia immolato la propria libertà pur di attaccare la multinazionale americana?

Le risposte potrebbero essere molteplici. Di certo, non è stato un embolo improvviso, scaturito per caso mangiando nachos di mais transgenico. Gesti come il suo hanno origini lontane, nascono da minuscoli semi i quali, adeguatamente coltivati, divengono terrorismo. E così, come gli attentatori filo-Isis di Parigi e Bruxelles non sono certo nati dal nulla, bensì da un substrato di odio continuamente fomentato da spregiudicati ideologi, Noel Cruz Torres è nato anch’egli in un maleodorante humus intriso d’odio. Un terreno fertile, questo, reso sapientemente incandescente da altri ideologi, da altri scaltri manipolatori, ovvero dagli Imam delle nuove religioni: quelle ecologiste, animaliste e salutiste.

Quanto ha infatti contato nel gesto di Noel, domando, il continuo bombardamento anti-chimica e anti-biotech che infesta media e social network? Di quanti gradi sono saliti i gradi nel suo cervello grazie ai mantra ossessivi contro le multinazionali padrone del Mondo, affamatrici di poveri, distruttrici di ambiente e salute?

Impossibile stimarlo con precisione, ma sicuramente è possibile attribuire una bella fetta di responsabilità a tutti coloro che fanno attivismo compulsivo, creando allarmi anche dove non ci sono, gettando continuamente benzina sul fuoco, magari infarcendo i propri argomentari con pannocchie iniettate di liquidi colorati o di maschere anti gas indossate per mangiare una mela. Oppure creando vere e proprie bufale, come quella degli olivi ogm del Salento e del glifosate come causa delle morie di ulivi. Senza dimenticare le accuse a piriproxifen, un insetticida, di essere responsabile della microcefalia in Brasile, una patologia causata invece da un virus trasmesso dalle zanzare. Dulcis in fundo, tumori e altri malacci sbattuti là un po’ dovunque, ovviamente, se no il popolino rischia di non ascoltarli più i Cavalieri dell’Apocalisse incipiente. Un’Apocalisse che mai si verifica, ovviamente, per lo meno analizzando gli ultimi duemila anni della storia dell’Umanità.

Se oggi quella povera anima di Noel Cruz Torres viene sdoganato semplicisticamente come pazzo isolato, come sempre accade in tali situazioni, come vanno catalogati i cosiddetti “antagonisti” che hanno messo due volte nel mirino l’Efsa di Parma? La prima invadendone la sede al fine di intimidire l’Agenzia in tema di ogm, sui quali essa ha sempre espresso pareri scientifici favorevoli. La seconda inviando una bomba camuffata da lettera, guarda caso nel bel mezzo della diatriba fra Iarc ed Efsa su glifosate. Perché se non dici ciò che gli ambientalisti vogliono, nel migliore dei casi vieni criticato aspramente, nel peggiore ti becchi una bomba.

Ben lo sanno le quattro vittime di analoghe missive esplosive che nel 2015 vennero inviate ad altrettanti membri della Alianza Protransgénicos, un’associazione messicana di tecnici, professori universitari e agronomi che sostengono gli ogm. Al grido “O l’Umanità ferma Monsanto, o Monsanto fermerà l’Umanità” gli sono state spedite quindi bombe. Così imparano a dire che gli ogm non sono il Male Assoluto, come viene pervicacemente rimbalzato dalle lobby  ambientaliste nonostante le 15 mila pubblicazioni scientifiche che le smentiscono.

Ma poi, suvvia, al di là del deprecabile gesto da minorati mentali e morali di mandare ordigni a padri di famiglia, davvero credete che il Male sia Monsanto? Una multinazionale che fattura a livello globale quanto incassa Coop in Italia? Se proprio volete fare gli eco-terroristi, almeno documentatevi prima sugli ordini di grandezza dei mulini a vento che nel vostro delirio avete deciso di attaccare.

Non ha invece ricevuto bombe Kevin Folta, ma “solo” minacce di aggressioni e di morte. Folta è professore del Dipartimento di Scienze Orticole dell’Università della Florida ed è stato “fortunello”, perché fatto oggetto solo di mail-bombing, stalking, insulti, minacce, per la sua attività divulgativa a favore delle tecnologie agrarie, sia chimiche, sia genetiche. In particolare, Folta è stato messo al centro del mirino dal cosiddetto “Food Babe Army,” uno sparuto ma esaltato esercito composto dai seguaci di Vani Hari, ovvero la Regina americana delle pseudoscience sul cibo. Food Babe, questo il nickname di Vani Hari, è anche maestra del cosiddetto “fear mongering“, cioè la tattica che usa la paura per fomentare odio verso qualcosa, oppure per orientare le scelte del popolo. Al suo confronto, Vandana Shiva è l’amministratore delegato di Syngenta. Come reazione, Folta ha dovuto sospendere le proprie attività di divulgazione “anti-cazzari”, salvo poi tornare, smaltita la paura per sé e per la famiglia.

Analoga sorte è toccata a Jay Cullen, professore presso l’Università della British Columbia. Anch’egli costretto dalle minacce di morte a sospendere la propria attività come divulgatore anti-ecoterroristi. La sua colpa? Aver dimostrato che lungo le coste degli Stati Uniti non vi era traccia delle millantate radiazioni fuoriuscite dalla centrale di Fukushima. Gli ambientalisti stavano infatti terrorizzando da mesi la popolazione nordamericana con bieche falsità inventate di sana pianta. Zero. Non c’erano, le radiazioni. Cullen lo ha misurato e pubblicato ed ha per questo ricevuto minacce di morte, per sé e famiglia. Perché gli eco-terroristi son fatti così: se dimostri coi fatti che sono dei farabutti, dei disonesti, degli ignoranti, dei disadattati sociali e mentali, rispondono con le minacce, anche di morte.

Orbene, care lobby ecologiste che amate presentarvi come la “faccia pulita del Pianeta“, i buoni che combattono il Male: come li definite i soggetti di cui sopra? Sono forse “compagni che sbagliano“, come vennero definiti i Brigatisti Rossi da parte di quel Comunismo parlamentare in cui essi affondavano le proprie radici culturali?

Oppure vi sentite del tutto separati da ciò che fanno e dicono, tanto da non riconoscere più nemmeno le suddette radici comuni su cui le vostre azioni, per quanto distinte, si fondano?

Se ancora non ve lo aveva detto nessuno, ve lo dico io ora: i cervelli dei soggetti di cui sopra sono sì bacati, su questo non ci piove. Ma il virus che anche per tale ragione vi si è installato con facilità ha il medesimo dna di molti vostri attivisti. O magari anche dirigenti, perché no? Gente che forse le bombe non è abbastanza folle per metterle, ma che tutto sommato gongola quando viene a sapere che qualcuno, quelle bombe, pur le ha messe.

Non pensiate quindi di essere intangibili da qualsiasi polemica in tal senso. Perché personalmente non vedo grandi differenze fra un matto che si mette nei guai tirando molotov alla Pioneer e degli attivisti di Greenpeace che calpestano il Colibrì di Nazca, patrimonio dell’Umanità, solo per stendere uno dei soliti striscioni anti-qualcosa.

La musica è la stessa, non ci provate neanche a dire che non è così. Semplicemente, è solo il volume con cui viene suonata ad essere più alto o più basso a seconda dei casi. Ecco perché definirvi non violenti per scavare fossati identitari fra voi e loro, ai miei occhi appare come mettersi il deodorante invece di lavarsi.

Pensate a questo, la prossima volta che sarete tentati di fomentare ulteriore allarmismo gratuito, facendo magari altre “inchieste” sul glifosate nella birra o negli assorbenti intimi. Oppure generando paure sui residui di agrofarmaci nelle mele, sebbene questi fossero tutti regolari per Legge. Perché la gente, là fuori, si spaventa. Ovvio che ciò lo sapete benissimo, come pure sapete altrettanto bene che tale paura viene comoda alle vostre istanze. Ma siamo onesti: non è comportamento condivisibile, né scientificamente, né socialmente, né mediaticamente, né politicamente.

Diventate finalmente adulti e responsabili, perché è l’ora che la finiate di ficcare continuamente delle mine sotto i pilastri della Civiltà Occidentale, anche quando tali mine non abbiano alcun senso e motivazione reale. Perché non esiste auto promozione associazionista che valga l’impaludamento del progresso, né tanto meno l’incolumità di brave persone.

E, magari, ora scrivetegli due righe a quel povero mentecatto di Noel Cruz Torres. Per scusarvi se per caso ha male interpretato le vostre istanze, come pure per spiegargli che la lotta a favore dell’ambiente non si fa con le molotov. Lui forse non capirà, perso nei suoi deliri scritti sui lenzuoli, ma sarebbe comunque un segnale simbolico di alto valore in un Mondo sempre più in balia di gente come Vani Hari & soci. Soci dai quali non potete più esimervi dal prendere distanze materialmente misurabili, invece di chiudervi in silenzi assordanti in occasione di tali misfatti, o di limitarvi a qualche commento circostanziale di condanna che suona più come il risultato di un compositore automatico di testi, anziché di sentimenti autentici.

 

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KmZero: semplicemente, non esiste

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un'illusione

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un’illusione

Al pari della propaganda sui prodotti biologici e biodinamici, prosegue anche il battage mediatico sui prodotti a chilometro zero. Se però si misurano tali beni con il criterio dei “chilometri-equivalenti” gli scenari appaiono molto diversi

Sedetevi su una poltrona. Fatto? Ora restate immobili e contate fino a tre. Ecco, intanto che v’illudevate di essere più fermi di uno scoglio in fondo al mare, vi siete in realtà spostati di qualche migliaio di chilometri e manco ve ne siete accorti. Questo perché mentre voi bloccavate il moto del corpo, spiattellandovi sulla vostra poltrona, la Terra girava intorno al proprio asse a circa 1.700 km/h. La rotazione intorno al Sole è stata poi ancor maggiore, sfiorando i 30 km/s (al secondo!). Infine, si deve pensare che l’intero sistema solare viaggia nella Via Lattea e ciò avviene a una velocità circa sette volte superiore. Se poi a queste tre velocità su piccola e media scala aggiungiamo anche quella a cui si muove la nostra galassia nell’Universo significa che voi e la vostra poltrona siete in realtà dei proiettili che si muovono a migliaia di chilometri al secondo. Questo perché voi siete sì fermissimi, quasi lapidei, ma lo siete in un sistema tridimensionale che procede di moto complesso. Velocissimo.

Più o meno qualcosa di simile accade col fantomatico KmZero, ovvero quella moda agro-alimentare che spaccia per taumaturgico tutto quanto venga consumato nel luogo di produzione, tirando in ballo biodiversità, eco-compatibilità e sostenibilità agricola, ambientale e socio-culturale. E finché ciò resta a livello di curiosità di nicchia, passi. Peccato che tale modello di agricoltura venga invece spinto come alternativo a quello attuale, intensivo e industriale, nonostante ogni evidenza socio-economica suggerisca il contrario.

Non temete, non ho alcuna intenzione di sviscerare qui le ben note argomentazioni di tipo agronomico, ovvero che le arance maturano in Sicilia e il riso a Vercelli. Quindi, se l’agroalimentare italiano divenisse tutto a chilometro zero, come da molte parti viene irresponsabilmente auspicato, addio ai risotti per i Siciliani e addio alla arance per i Vercellesi. La mia spericolatezza mi spinge oggi a fare considerazioni ancor meno intuitive, dimostrando che di fatto un qualsiasi prodotto che vanti di essere a KmZero lo può fare semplicemente perché vi è tutto il resto del Mondo che fa migliaia di chilometri al posto suo. Non ci credete? Provate a seguirmi e a fare vostro il concetto di “chilometri-equivalenti”* sul quale si basano i paragrafi successivi.

Immaginate di essere in vacanza, che so, a Peschici, sul Gargano. Un paesino meraviglioso, in un’area geografica ove dominano gli uliveti in terra e il pesce fresco in mare. Siete in un trabucco, gustandovi una grigliata di mare insaporita da un olio d’oliva strettamente locale. E cosa c’è di più immobile, territoriale e tipico di un albero di olivo, magari secolare? Più chilometro zero di così… Anzi: è così buono quell’olio a KmZero che ve ne andate a comprare subito un paio di taniche.

Peccato che voi abitiate a 800 chilometri da Peschici e una volta arrivati a casa quel prodotto sarà tutto tranne che ecosostenibile e a impatto zero. Anzi. Ma anche se lo aveste consumato tutto il loco le sorprese non mancherebbero. Il tappo delle tanichette è infatti di plastica, quindi un derivato del petrolio. Petrolio che è stato estratto in Arabia Saudita, spedito con le petroliere in Europa, trasformato anche in materie plastiche e poi spedito come tale alle fabbriche che lo avrebbero trasformato in tappi. Queste ultime lo avrebbero poi venduto alle aziende che producono le taniche, le quali oltre ai tappi aspettavano anche le taniche stesse, fatte di metalli estratti magari in Russia, fusi e lavorati in acciaierie polacche e verniciati con i pigmenti di una multinazionale tedesca con gli stabilimenti in Baviera. Una volta confezionato, quell’olio a KmZero ha perciò intorno a sé un contenitore che di chilometri ne ha percorsi svariate migliaia (o decine di migliaia) solo per essere prodotto. Ma ancora non basta.

Lo Zio Peppino che produce olio mica si limita a raccattare le olive da terra e a portarle al frantoio a groppa di mulo. No, no. Lo Zio Peppino ha un bel trattore specializzato con il quale si muove in azienda. Lo ha comprato da un costruttore che sta in qualche Provincia del Nord Italia (Milano, Modena, Padova…) che glielo ha spedito facendogli fare dai 900 ai mille chilometri. Ma ancora non siamo alla fine del cammino, perché un trattore è fatto da decine di differenti componenti, ognuno dei quali a sua volta è la somma di altri sub-componenti e così via, in una sorta di matrioska che pare senza fine. Gli pneumatici? Vengono da una ditta indiana e ognuno di loro (ne servono quattro, mica puoi fare con tre) ha sul gobbo ottomila chilometri di viaggio solo per arrivare in Italia. Poi si deve calcolare che la mescola è composta da decine di ingredienti, i quali arrivano non solo dalle diverse province dell’India, ma alcuni anche dall’estero. E gli stampi? E i macchinari? Anch’essi sono dei concentrati di materiali e tecnologie che originano talvolta da tutti e cinque i continenti. E senza di essi le gomme non si fanno. Ogni pneumatico del trattore dello Zio Peppino ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che fa impallidire la circonferenza terrestre, la quale ne annovera poco più di 40 mila. Non che siano da meno la batteria, i circuiti idraulici, quelli elettrici, la vernice della carrozzeria o le guarnizioni della cabina: materie prime della più svariata natura sono circolate su e giù per il Globo terracqueo coprendo decine di migliaia di chilometri ciascuna, solo per finire in uno di quei componenti alla base di quel trattore. E poi, una volta divenuti componenti, hanno fatto altri chilometri per diventarlo, quel trattore. Infine, quella macchina ha coperto gli ultimi “miseri” mille chilometri per diventare il trattore dello Zio Peppino.

Ciò vale ovviamente per qualsiasi altro mezzo tecnico di produzione utilizzato nell’uliveto o nel frantoio di Peschici. A meno di rinunciare allo scuotitore meccanico e alle cesoie pneumatiche di fabbricazione francese con cui lo Zio Peppino raccoglie le olive e pota gli alberi, o al fungicida rameico con cui combatte le patologie dell’ulivo, visto che la Manica, primaria azienda che vende rameici, ha lo stabilimento a Rovereto, in Provincia di Trento. E valgono per lei i medesimi ragionamenti fatti per il trattore: materie prime, coformulanti, imballaggi, macchinari, manodopera… Una miriade di chilometri percorsi per far sì che lo Zio Peppino potesse avere un prodotto atto a difendere le sue colture. L’insetticida per eliminare la Mosca delle olive? Se va bene arriva dalla Danimarca, se va male è un generico che contiene sostanze attive e coformulanti di fabbricazione cinese.

Tutto, ma proprio tutto, quello che lo Zio Peppino ha adoperato ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che messi in fila sono probabilmente più di quelli che separano la Terra dalla Luna, che per curiosità son circa 370 mila.

In fondo, l’olio dello Zio Peppino è un po’ come voi quando state seduti sulla poltrona illudendovi di essere immobili sul Mondo e nell’Universo. Lo potete pensare solo perché non vi accorgete che intorno a voi, al posto vostro, si stanno muovendo un pianeta, un sistema solare e una galassia.

Lasciate quindi che gli ideologi del KmZero decantino questo modello agroalimentare come soluzione per la domanda di cibo del futuro. Che sparino pure le loro fantasiose affermazioni sulla millantata ecosostenibilità, biodiversità, naturalità, tradizione e cultura dei loro prodotti super tipici e super locali. Godeteveli quando siete in loco, perché onestamente ne vale la pena, ma ricordatevi che quando tornerete dalla vacanza a Peschici sarete solo dei comuni cittadini che per 50 settimane su 52 devono fare la spesa nei supermercati, acquistando prodotti che hanno forse qualche chilometro in più sulle spalle (mica è colpa loro però se abitate a Milano e i pomodori li coltivano a Pachino…), ma che a chilometri-equivalenti sono praticamente identici.

Purtroppo è il Mondo come tale ad essere a “chilometri infiniti”. È la società come tale a costringere le merci a girare come trottole per accontentare una domanda crescente di beni e servizi. Ecco perché nell’olio d’oliva dello Zio Peppino ci sono da calcolare perfino i bulloni del macchinario cinese utilizzato per fare i cerchioni del suo trattore. Se la cosa non vi va, posso capirlo. Ma a questo, altrettanto purtroppo, non c’è soluzione. A meno ovviamente di tornare a mangiare solo polenta come facevano in Provincia di Rovigo all’epoca della pellagra, oppure pasta e pummarola come usavano in Campania quando la statura media della popolazione era 15 centimetri inferiore di quella attuale e il rachitismo e la tubercolosi erano all’ordine del giorno.

In fondo, l’importante è capirsi…

 

* È inutile cercare su web l’espressione “chilometri-equivalenti”: è inedita e l’ho coniata appositamente per esprimere il contenuto intrinseco di chilometri di qualsiasi bene circolante sul Pianeta. Un po’ come accade con le “tonnellate equivalenti” di anidride carbonica, parametro con il quale si esprimono le emissioni, per esempio, di un’autovettura elettrica o un impianto di generazione di elettricità.

 

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Sante carestie

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Si moltiplicano le mozioni contro varie forme di tecnologia, dal referendum contro le piattaforme metanifere dell’Adriatico a quello anti-pesticidi di Malles in Alto Adige. Il tutto mentre i ministri italiani, con le loro posizioni populistiche, assecondano ogni tipo di demagogia schierandosi oggi contro gli Ogm, domani contro i pesticidi, dopodomani chissà. L’esercito degli ipocondriaci intanto s’ingrossa, chiedendo al contempo il bando degli idrocarburi ma impedendo coi propri comitati del No anche la realizzazione di parchi eolici. Oppure tuonando contro le importazioni dall’estero di derrate alimentari, ma reclamando al contempo la proibizione nel Belpaese di concimi e agrofarmaci, cioè i mezzi tecnici alla base della produttività nostrana. Forse, più che tante parole e spiegazioni potrebbe un carestia…

È inutile parlare al muro. Infatti io ci rinuncio presto. Per quanto dare dell’imbecille a un imbecille possa offrire grandi soddisfazioni sul piano umano, queste sono però limitate nel tempo. Inoltre, sfogarsi col mentecatto di turno non cambia certo gli scenari plumbei in cui l’Italia agroalimentare ed energetica si muove.

Per esempio, il 17 aprile si dovrebbe votare (io non andrò per motivi strategici), contro il rinnovo delle concessioni alle piattaforme che in Adriatico estraggono metano entro il limite delle 12 miglia dalla costa. Trattasi di circa 22 chilometri, mica bruscolini. In più non si parla di nuove trivelle, già proibite da tempo, bensì di vecchie piattaforme attive ormai da molti anni senza che alcun disastro o armageddon sia mai avvenuto.

Disonestamente, questo è stato fatto passare come un referendum contro le trivelle e contro il petrolio, come pure a favore dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Spregiudicati e bugiardi i lestofanti che hanno diffuso tali falsità (basta leggere il quesito referendario per capire l’inganno), ma babbei quelli che ci sono cascati, moltiplicando magari su web la disinformazione messa in giro dai soliti ambientalisti improvvisati. Peccato che solo pochi anni fa siano stati bocciati ben cinque progetti di parchi eolici off-shore, da costruirsi fra le 3 e le 5 miglia marine dalle coste delle nostre regioni meridionali. I motivi? Più o meno gli stessi dei No-Triv: l’ambiente, il paesaggio, la tradizione locale, la cultura… Una schizofrenia che da tempo caratterizza i movimenti pseudo-ecologisti italiani. Sempre quelli, per intendersi, che non vogliono l’olio tunisino, ma se gli parli di olivicoltura intensiva per compensare le carenze italiane ti accusano di essere un servo delle multinazionali.

Difficile che tali mentecatti riescano a capire che è anche per colpa loro se in meno di 25 anni siamo passati dal 93% di autosufficienza alimentare a circa il 77-78%. E a livello di energia siamo messi ancora peggio, dipendendo sempre più dall’estero anche per questa. I perché di tali ribassi, purtroppo, non sono alla loro portata, troppo presi come sono a frequentare blog delinquenziali e siti para-biologici. Tanto vale allora sognare un Mondo diverso, un Mondo ove a mettere le cose a posto sia un evento inaspettato: perché, come dicevano gli antichi, gli Dei ci puniscono esaudendo i nostri desideri…

Pensate quindi cosa succederebbe se costruissimo un muro alto alto. Non per tenere fuori gli immigrati, come vorrebbero altri tipi di mentecatti dai languori barricaderi, bensì per tenere dentro gli Italiani.

Dopo averli isolati per bene, come si fa coi tonni prima della mattanza, abolire ogni pesticida, ogni fertilizzante, ogni genetica agraria brevettata dalle odiate multinazionali (dell’energia, se volete, se ne parlerà un’altra volta). E godersi poi lo sgomento nei loro volti di fronte ai banconi semi-vuoti dei supermercati, realizzando che quei limoni sudafricani non erano lì per caso, ma perché a luglio di limoni italiani non ce ne sono proprio. E la stessa cosa dicasi per le pere a maggio e per ogni altro tipo di ortofrutta stagionale che da noi è disponibile solo per una ristretta finestra temporale.

In più, vedrebbero diradarsi anche quei prodotti che in Italia raccogliamo in contemporanea a Spagna e Grecia. Questo perché se esporti e consumi il doppio dell’olio che produci, tanto per dirne una, poi da qualche altro Paese lo devi pur importare, con buona pace dei ciarlatani che blaterano di protezionismo di un Made in Italy che di fatto non c’è o che, anche quando c’è, è ben lungi dal soddisfare pienamente la domanda interna ed estera.

Importiamo un terzo del grano per fare la pasta, un terzo dei maiali con cui facciamo bistecche e salumi, e poi latte, mais, soia, riso, zucchero, frutta e verdura. Perché? Perché a suon di erodere terreni agricoli per fare spazio alle vostre case, maledetti cittadini, ci è rimasta la metà delle superfici in nostro possesso solo un secolo fa. Siete poi quasi raddoppiati di numero, passando dai 38 milioni di inizio 900 ai 60 milioni odierni. Per giunta, vi siete concentrati nelle città, lasciando a meno del 3% degli Italiani l’ingrato compito di coltivare la poca terra rimasta, nel disperato tentativo di dare da mangiare a tutti voi per 365 giorni all’anno. Ed è anche per colpa delle vostre ipocondrie su genetica e chimica se gli agricoltori vedono calare le proprie produzioni all’ettaro, le lacune delle quali altro non fanno che aprire spazi per ulteriori importazioni dall’estero. Una giostra perversa dalla quale pare non esservi via d’uscita.

Ora però, grazie a quel muro alto alto e ai bandi dell’odiata chimica, sareste felici: nulla potrebbe più arrivare in Italia dai Paesi stranieri. Nessuna molecola chimica brutta e cattiva potrebbe essere impiegata a protezione delle colture. Perfino i semi non sarebbero più di proprietà delle multinazionali, bensì sarebbero ricavati dalle antiche varietà locali di grano, quelle per intenderci che producono un quinto di quelle moderne. Un quinto se diserbate e trattate con fungicidi. Un decimo se abbandonate a se stesse nell’illusione che la Natura magnanima salvi i raccolti e, di conseguenza, le nostre vite.

Senza più importazioni e senza più chimica e genetica agraria, nell’arco di pochi mesi l’Italia affronterebbe la più spaventosa carestia della propria storia. Con una quantità di cibo a disposizione che non supererebbe un quarto del necessario. Si vedrebbero quindi battute di caccia alla nutria, oppure gente contendersi a sassate qualche radice di campo, perché dopo aver fatto sparire cani e gatti qualcosa da mettere sotto i denti dei propri figli bisogna pur trovarlo. Al termine dell’esperimento di 60 milioni di Italiani ne sarebbero sopravvissuti forse 15. E neanche tanto in salute, direi.

Anche perché sul muro alto alto monterei saggiamente delle mitragliatrici azionate da fotocellule automatiche. Così almeno l’esperimento potrebbe svolgersi nel pieno rispetto del metodo scientifico, senza defezioni capaci di alterare l’analisi statistica.

Pensate che quanto sopra sia solo una fantasia un po’ burlona e autoironica? Uno sfogo di un professionista, di un tecnico, stufo di leggere cretinate sul web? Uno scenario impossibile a verificarsi? No no, cari miei. Quello che ho appena descritto è già successo e sta continuando a succedere proprio ora. Non qui, nell’opulenta e autolesionista Italia, ma in un Paese che di tali sorti ne avrebbe fatto volentieri a meno: la Siria. Là non ci sono ecologisti a premere perché si aboliscano ogm, fertilizzanti e pesticidi. Là non sono gli attivisti di qualche movimento para-eco-sinistrorso a impedire la semina di genetiche evolute, moderne e brevettate. Là c’è stata una cosa che si chiama guerra. E quella mette a posto tutti.

Abdulsalam Hajhamed, direttore del Ministero dell’Agricoltura siriano, lo ha testimoniato a Bari, a dicembre 2015. Nel martoriato Paese mediorientale non arrivano più agrofarmaci, né fertilizzanti, né sementi certificate. Gli agricoltori, quindi, seminano ciò che gli è avanzato dall’anno prima. Sempre che gliene avanzi, ovviamente. E i risultati non sono certo eclatanti. Solo le Ruggini, malattie fungine del grano, causano perdite fino al 50% delle produzioni. A queste si sommano quelle dovute a insetti e malerbe. In totale, in Siria le rese per ettaro sono divenute un decimo di quelle di pochi anni fa. Non meglio se la cavano gli olivicoltori. Prima del conflitto la Siria esportava 25 mila tonnellate di olio. Oggi zero. Il poco olio che si riesce a produrre se lo godono i ricchi, gli Assad. Non certo il popolo. Questo perché fra malattie fungine e insetti gli olivi non producono più nulla e gli agricoltori, disperati, usano il loro legno per scaldarsi. I tanto vituperati agronomi, quelli come me, o sono morti o sono fuggiti all’estero, insieme a quella fiumana di esseri affamati senza più casa, distrutta dalle bombe, ma senza nemmeno cibo, falcidiato proprio dall’assenza dei mezzi tecnici necessari a produrne.
Le parole di Abdulsalam Hajhamed, quel giorno, fecero accapponare la pelle all’intero auditorium. Perché spiegavano molto bene le ragioni per cui oggi i Siriani sono disposti a partire all’avventura verso l’ignoto, a scavalcare reticolati di filo spinato, ad essere presi a randellate da poliziotti e militari simil-nazistoidi. Perché se sai che morirai o di bombe o di fame, ti metti in marcia e non guardi più indietro.

Ecco cosa merita questa Italia degli stolti referendum, l’Italia dei mille comitati del No, delle mozioni contro questo e contro quello. Merita di cadere in disgrazia, di sperimentare sulla propria pelle la miseria, la fame, la disperazione, la morte. Forse, dopo un annetto di tale lezione di vita, quelli come me potrebbero finalmente ricominciare a fare il proprio lavoro senza più zavorre attaccate alla borsa dei coglioni. Ricominciare a produrre, ricominciare a crescere, anziché sprofondare nei sonni fatali di una minoranza di storditi che pensano che un pannello solare e un pomodoro bio salveranno il Paese prima e il Mondo poi.

Le cascate sono là, proprio davanti a noi. Che il timone venga quindi levato in fretta dalle mani improvvide che stanno facendo puntare con decisione verso di esse. E che venga restituito a chi sa cosa fare. E lo sa fare anche bene.

Nel frattempo voi, beceri frequentatori di social, ottusi e mediocri leoni da tastiera, giganteschi buchi neri di ignoranza, prepotenza e presunzione, andatevene poco signorilmente a prendervelo là dove non batte il Sole. State segando il ramo ove tutti noi siamo seduti e quando la maggioranza del popolo finalmente lo capirà, spero che per voi inizino giorni pensierosi.

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Monumento all’articolo ignoto

Giornalismo è stampare ciò che altri non vorrebbero stampato. Tutto il resto si chiama pubbliche relazioni” (George Orwell)

Giornalismo è stampare ciò che altri non vorrebbero stampato. Tutto il resto si chiama pubbliche relazioni” (George Orwell)

 

Fare il giornalista implica l’accettazione degli attacchi ai propri argomenti o alla propria persona. Quando però l’attacco è talmente generico da non capire nemmeno a quale articolo fra i tuoi esso si possa rivolgere, allora realizzi che l’evento in sé merita a sua volta un articolo

 

Dalla redazione di un giornale per cui scrivo ricevo la seguente mail di protesta. Dal momento che l’attacco è personale, lo pubblico nel mio blog, altrettanto personale.

La responsabile della redazione è infatti persona buona, intelligente e sensibile. Non mi va di metterla in imbarazzo con la mia risposta.

Egregio Signore, il Suo articolo lo trovo fazioso e privo di contenuto divulgativo. Dipinge chi si batte contro i FITOSANITARI, come dei poverelli chiamati a fare qualche comparsa in un film tragicomico del neorealismo. Invece no! Non è così. Si informi bene. Siamo persone serie e informate, e la laurea non ce la mettiamo in tasca, ma continuiamo a studiare e a fare ricerca. Gli interessi delle aziende private li facciamo anche noi, ma nel rispetto dell’ambiente, che amiamo e vogliamo preservare”. [segue firma, ovviamente omissis in questa sede]

Letto e riletto più volte, non riesco proprio a capire a quale pezzo fra i miei esso si rivolga. Perché di pezzi sul tema dei “pesticidi kattivoni” ne scrivo parecchi, purtroppo. Dico purtroppo perché le mie sono solo doverose risposte all’infinita sequenza di allarmi ingiustificati, se non addirittura di attacchi sguaiati, su di un settore che sta alla base dei tre pasti al giorno di cui il Mondo Occidentale gode. Un settore, quello degli agrofarmaci, senza il quale tanti cittadini radical chic e new-age sperimenterebbe (finalmente) cosa vuol dire una carestia, non sapendo più come coniugare un pranzo con la cena dopo esser tornati dalla lezione di yoga o di zumba.

Sono forse profumi idilliaci, gli agrofarmaci? No, sono molecole con un loro profilo tossicologico e ambientale da tener da conto e da utilizzare quindi con saggezza e competenza, accettando però che esse si ritrovino poi nell’ambiente esattamente come accettiamo che ci si ritrovi la CO2 emessa dalle nostre automobili (anche di quelle dei summenzionati radical chic new-age), quando consumiamo combustibili fossili per stare dietro a una vita che ci obbliga ormai a spostamenti non più sostenibili con i calessi tirati da cavalli. Magari ora si sta cercando di ridurle, quelle emissioni. E nei campi coltivati pensate forse non si stia facendo altrettanto, obbligando gli agricoltori a fare veri e propri salti mortali per portare a buon termine i raccolti? No, così, tantopeddì…

Se però combatti contro la disinformazione allarmista – e cerchi di ricondurre la questione sul piano della razionalità e dei numeri – il risultato è quello di esser bollato come fazioso, privo di contenuti (quali se non me li dici?) e ovviamente bisognoso di andarsi a informare. Perché nonostante tu ti occupi di questo settore da trent’anni, t’informi, impari e mediti da trent’anni, sono quelli che tu critichi, loro si, a presentarsi come seri, laureati e informati. E disinteressati per giunta: loro si, anche se lavorano per aziende private. Io invece sarei quindi interessato? Siamo cioè al solito “ki ti paga?”. Non approfondiamo, che è meglio.

Quindi, in osservanza di quanto sopra, non devi parlarne come di una colossale marea di pirla, come invece sembreresti uso fare. Strano, perché di solito se uno non è pirla mica si offende se un altro tratta da pirla un pirla. Misteri della psicologia umana…

Su lauree e titoli avrei molto da discutere, perché conosco persone laureate come me che però meriterebbero vedersi la propria laurea stracciata in infiniti coriandoli, come per esempio i medici antivaccinisti, oppure gli agronomi che illudono la gente che si possa fare agricoltura spruzzando qualche estratto di rosmarino sulle piante coltivate. Sulla serietà andrebbe parimenti aperto un ampio dibattito, perché per me serietà è rimanere attaccati alla realtà oggettiva dei fatti, descritti da numeri solidi e verificabili. Numeri ovviamente che per discuterne seriamente (appunto) bisogna essere prima in grado di interpretarli in modo corretto, anziché guardarli attraverso le lenti di una qualche ideologia.

Ma torniamo all’articolo ignoto.

Quando non si riesce a capire un’acca leggendo l’attacco che ti viene mosso, la cosa è molto semplice: non si sta criticando un tuo articolo nel metodo e nel merito, come dovrebbe fare chiunque sia abbastanza preparato e informato per farlo, bensì si sta attaccando la tua persona e il tuo modo di scrivere. E questo è fatto che mi capita spesso, perché gli attacchi argomentati che ho ricevuto in vita mia li conto sulle dita di una mano. Per giunta, ognuno dei miei detrattori ha fatto la fine dei famosi pifferi di montagna, perché se si vuole contrapporre un argomento a un altro, si deve prima verificare che il proprio di argomento sia vincente e non terribilmente gracile fin nelle proprie fondamenta.

Non basta infatti amare l’ambiente e volerlo proteggere, sentimenti e intenti nobili e condivisibili, per evitare di dire inarrivabili minchiate sui “pesticidi” nelle acque oppure sui residui nell’ortofrutta. O magari degli ogm. Ma qui forse è l’unica cosa che mi è chiara della protesta ricevuta: l’articolo in questione non è uno di quelli scritti sulle biotecnologie e sul disonesto oscurantismo ideologizzato, fatto di soli mantra, che ad essi si contrappone.

Allora che sarà mai? Sarà perché tratto i babbei da babbei, o i disonesti da disonesti? Ci sta. Nei miei trent’anni di lavoro nel campo ho potuto esperienziare una sequenza inenarrabile di avvenimenti che mi hanno portato a disprezzare profondamente gli spacciatori di sogni, come quelli del bio o del naturale, ovvero quelli che si sono accaparrati una chimica tutta loro, definita buona a prescindere, lasciando la kimika kattiva agli altri, altrettanto a prescindere. Salvo poi magari usare in privato proprio quella kimika kattiva deprecata in pubblico, perché quando stai per perdere la produzione mica vai tanto per il sottile…

Oppure sarà per quello che scrivo sui piazzisti di poesie, cioè quei guru che vagheggiano ritorni al passato e decrescite felici, narrando di Eden da ritrovare – pieni zeppi di prodotti tipici e a KmZero – a platee di foche ammaestrate perennemente plaudenti a comando?

Altra ipotesi: potrebbero essere gli sberloni che rifilo ai terroristi che ogni anno sbandierano le analisi dei residui sull’ortofrutta come fossero causa di ogni malattia e tumore? Oppure quelli che fanno passare le acque che ci escono dal rubinetto come fiumi di veleni, contando sul fatto che nessuno sa che se un Canadese o un Americano leggessero quei report si metterebbero a ridere, perché loro hanno limiti nelle acque decine, centinaia o anche migliaia di volte superiori? E loro i limiti li calcolano in base alla tossicologia delle singole molecole, mica li fissano a capocchia rasente allo zero per soddisfare le paturnie demagogiche di qualche normatore in vena di restrizioni irrazionali.

Aspetta, magari sono le mie prese per il naso di quelli che chiedono i “Comuni depesticidizzati” o fanno i referendum per abolire i pesticidi non biodegradabili e per convertire tutta l’agricoltura al Bio, cioè quella forma di agricoltura che usa a nastro rame, un metallo pesante virtualmente eterno in quanto del tutto non biodegradabile. Gente così, cos’altro vuoi fare se non prenderla per il chiulo? Son già fin troppo buono, va là…

E quindi anche questo ci sta, perché fra le categorie da me più tartassate c’è proprio quella degli ecologisti che hanno fatto corsi di ecotossicologia su internet, ovvero coloro che personalmente reputo fra i più incompetenti e bugiardi in circolazione.

Già, perché è più forte di me: sebbene io adori i lupi, animali nobili e fieri, li detesto quando si travestono da agnelli e attraggono le proprie vittime belando loro che nel bosco, lì si, ci sarebbero i lupi kattivi che vogliono mangiarsele…

Restando quindi nel dubbio su quale mio articolo mi abbia portato la breve rampogna, concluderò con una mia massima, mediata da un detto alquanto famoso:

Quando il dito indica la Luna, il romantico guarda la Luna, lo stolto il dito, il saggio guarda cosa fa l’altra mano…”. E parafrasando Roberto Vecchioni: “Quella mano son trent’anni che guardo… e che non dormo”.

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L’idiozia egoistica del Nimby

Chi rifiuta le scorie nucleari, rinunci anche a lastre e radioterapia...

Chi rifiuta le scorie nucleari, rinunci anche a lastre e radioterapia…

Tutti vogliono tac, radiografie, radioterapie – e protestano di fronte ai tagli annunciati dal Governo per alcune di queste indagini mediche. Poi però nessuno vuole accogliere le scorie nucleari che da tali macchinari derivano

12 ottobre 2015. Sondaggio on-line su “La Stampa“: solo il 15% i si incondizionati all’idea di accogliere nel proprio territorio l’ormai famigerato centro nazionale di stoccaggio dei rifiuti nucleari, seppur a fronte di chiare  garanzie in termini di sicurezza sia del sito, sia dell’area circostante. Il 28% accetterebbe, ma a fronte di un qualche incentivo (io appartengo a questi). Il 57% no, proprio non sente ragioni e di quelle scorie vorrebbe fossero ovviamente altri a doversene occupare.

Si chiama Nimby, not in my backyard, ovvero non nel mio giardino. È quel malcostume che vede i cittadini protestare contro qualcosa non per la cosa in sé, ma per il luogo ove quella cosa verrebbe realizzata. Belle le energie rinnovabili, ma le pale eoliche mettitele nel tuo Comune e non nel mio. Indispensabile il metano, ma il metanodotto fatelo passare sui terreni di altri. E così via.

Grazie alla mentalità Nimby l’Italia usa con disinvoltura l’energia nucleare fornita dalle centrali svizzere e francesi, ma ha bocciato con sdegno l’idea di averne sul proprio territorio nazionale. Usa combustibili fossili, gasolio, benzina e metano, ma poi non vuole i rigasificatori, né le condotte, né i pozzi di trivellazione in caso si scoprisse che di metano o di petrolio ne abbiamo anche nel sottosuolo italico. Non vuole nemmeno che si coltivino ogm, se è per questo, salvo poi importarne a milioni di tonnellate dall’estero, altrimenti la quasi totalità delle filiere zootecniche di pregio andrebbero a catafascio: addio cioè a salumi e formaggi, latori della stragrande maggioranza del Pil agroalimentare rappresentato dai prodotti cosiddetti “tipici”.

L’ignoranza tutta italica – spicciola, provinciale, meschina e campanilista – fa quindi breccia anche quando si parli di scorie nucleari. E  avrebbe stupito il contrario, onestamente. Nell’immaginario collettivo, furbescamente alimentato con incubi e mostri dai soliti ambientalisti gaglioffi, tali scorie divengono infatti sinonimi di Chernobyl o Fukushima. E quindi nessuno le vuole. O meglio, la maggioranza degli Italiani non le vuole. Personalmente non avrei alcun problema ad accoglierle nel territorio in cui vivo, per una serie di motivi. Senso di responsabilità verso il Paese, in primis. Le scorie derivano infatti in buona parte dalle attività diagnostiche o terapeutiche ospedaliere. La cosiddetta Tac, tanto per dire, è una tecnica di medicina nucleare e di diagnostica medica. Quindi lo smaltimento delle scorie prodotte dovrebbe essere considerato come parte integrante del processo virtuoso che permette di diagnosticare il cancro prima e di curarlo poi, con le radiazioni.

In secondo luogo, vi è un folto gruppo di esperti sismologi e geologi che hanno escluso in modo pignolo e puntuale tutti i siti non confacenti, selezionando solo quelli che ben si presterebbero per una sequenza infinita di ragioni. Quindi, sarebbe buon costume far si che tale lavoro certosino e altamente professionale non andasse in vacca per le basse paturnie della signora Clotilde La Qualunque di Trebaseleghe.

Giusto invece, a mio avviso, sarebbe l’incentivo: se una minoranza di Italiani deve farsi carico di una pratica che è stata resa obbligata da tutto il resto del territorio nazionale, è anche giusto che quella minoranza si veda riconoscere qualcosa per il disturbo. Ma tutto qui: una lecita ricompensa, magari poco più che simbolica, per accogliere anche quei materiali che non sono stati prodotti nelle vicinanze.

Invece no: quasi sei Italiani su dieci non sentono ragioni. Picchiano i piedi per terra e fanno i soliti, disgustosi capricci pur di impedire qualsiasi attività resa necessaria dal vivere moderno.
Un vivere moderno che, a quanto pare, va sempre e comunque pagato da altri, mai in prima persona.
Ben venga quindi il Salva Italia, dove il Governo centrale decide cosa fare e dove, bypassando le ubbie spesso strumentali e cialtrone della periferia. Non sarà democratico, è vero, ma visti i risultati di certi sondaggi, confessiamolo, la democrazia ha decisamente fallito e così com’è non pare più una ricchezza sostenibile per gli attuali livelli intellettuali, culturali e psicologici dell’italianetto con la “i” minuscola, il quale fa cadere le braccia ogni volta che gli vien data l’opportunità di esprimersi.

Perché correre a pretendere una Tac per un mal di testa, va bene e guai a chi gli mette un freno. Accogliere invece le scorie di macchinari di medicina nucleare, no. Quelle se le ciucci qualcun altro…

 

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Apocalissi e brutti anatroccoli

Un cigno nero, transgenico, distruggerà il Mondo? No.

Un cigno nero, transgenico, distruggerà il Mondo? No.

Fra le molte tesi contrarie agli ogm una delle più fobiche appare quella del cosiddetto “Cigno nero”, ovvero l’eventualità che un evento genetico rarissimo possa condurre alla completa distruzione del Mondo

Tutti conosciamo i cigni, animali splendidi, maestosi e dal piumaggio candido. Può capitare però che un particolare assetto genetico porti degli individui a diventare neri. Questa eventualità è stata utilizzata per esempio ne “Il lago dei Cigni” di Tchaikovsky, balletto nel quale il principe Siegfrid s’innamora della bellissima Odette, principessa trasformata in cigno bianco dal perfido mago Rothbart. Questi trasforma poi in Odette la propria figlia Odile, il cigno nero, per ingannare il povero Sigfried ed estorcergli la promessa di fedeltà eterna. Il finale consiglio di andarselo a vedere a teatro.

Oggi, il grande inganno del cigno nero abbandona i maghi malvagi e prende le sembianze di uno studio statistico che quanto a livelli di “tragedia” pare non aver nulla da invidiare alle pesanti trame che costellano i balletti classici di amori infranti e morti ammazzati. A lanciare un allarme gravissimo contro gli ogm è infatti un certo Nassim Nicholas Taleb, della School of Engineering della New York University, il quale ha prodotto una pubblicazione in collaborazione con Rupert Read (School of Philosophy, University of East Anglia), Raphael Douady (Institute of Mathematics and Theoretical Physics, C.N.R.S., Paris), Joseph Norman e Yaneer Bar-Yam (New England Complex Systems Institute).

I cinque ricercatori, forse bravi in matematica e statistica, ma a quanto pare digiuni di biotech, hanno infatti ammonito su come sia al momento impossibile reputare sicuri gli ogm proprio a causa della possibilità che un evento imprevisto, come una mutazione per esempio, possa all’improvviso fare uscire di controllo qualcuno di loro fino a portare a una rovina irreversibile e totale, come l’estinzione dell’Umanità e di ogni forma di vita sul Pianeta. In altre parole, potrebbe nascere fra gli ogm il fatidico cigno nero. Anzi, se si prende un lasso di tempo sufficientemente lungo ciò avverrà sicuramente. Per tale ragione, secondo gli autori, si dovrebbero combattere duramente gli ogm per ottenerne un bando totale a livello planetario. Il tutto, ovviamente, in nome dell’ormai più volte stuprato principio di precauzione.

Dalle tragedie previste dalle trame dei balletti a quelle sugli ogm, il passo pare alquanto breve

Dalle tragedie previste dalle trame dei balletti a quelle sugli ogm, il passo pare alquanto breve

Come scenario non è niente male quanto a suggestione: quello dei cinque ricercatori anti-ogm appare infatti un Armageddon finanche peggiore di quello causato dal famoso meteorite che estinse i dinosauri 60 milioni di anni fa. Cosa che però non ha impedito a noi di essere presenti oggi qui, sul medesimo Pianeta, usando computer e facendo vacanze ai Tropici oppure a Riccione.

Ma davvero gli ogm potrebbero essere così devastanti come paventato? La risposta è no e per una serie di motivi fra loro differenti. In primo luogo, per miliardi di anni mutazioni casuali sono già avvenute in tutti gli organismi, creando nuove specie o modificandone profondamente altre. Virus, batteri, funghi, piante e animali non sfuggono a questa continua evoluzione. Basti pensare che nel dna degli afidi si è andato a inserire un gene che normalmente si trova in alcuni batteri simbionti che vivono all’interno dei loro corpi. In pratica, l’ospite ha acquisito dei geni che prima non possedeva ed è diventato a tutti gli effetti un organismo transgenico per via naturale. Il che non vuol dire affatto che ciò sia buona cosa: la Natura va a caso, mica pianifica e seleziona le mutazioni permettendo solo quelle positive. Chi conosce infatti l’Hiv, il virus dell’immunodeficienza acquisita, sa bene quanto sia stato difficile studiarlo a causa delle continue mutazioni che lo portavano a sviluppare forme sempre diverse, impedendo di fatto la creazione di un vaccino efficace. E casi come i summenzionati afidi e virus avvengono ogni giorno, in un numero impossibile da calcolare da tanto che è vasto e imperscrutabile per modalità ed effetti. Nonostante ciò, la vita sul Pianeta non si è affatto estinta e anche quando c’è andata vicina non è stato certo a causa di qualche orrorifico mostro mutante.

Un numero incalcolabile di mutazioni è avvenuto dalla prima comparsa della vita a oggi. Senza bisogno di manipolazioni genetiche di origine umana. Eppure siamo ancora tutti qui...

Un numero incalcolabile di mutazioni è avvenuto dalla prima comparsa della vita a oggi. Senza bisogno di manipolazioni genetiche di origine umana. Eppure siamo ancora tutti qui…

Ma torniamo all’affascinante tesi del cigno nero e della paventata catastrofe transgenica. Innanzitutto, questo tipo di cigno non è poi così raro come si vorrebbe far credere. Una volta era una specie molto diffusa nell’emisfero australe ove poi decadde quanto a popolazione, fino a estinguersi come avvenne in Nuova Zelanda. Quindi, poveretto, a quanto pare è stato lui a sparire, più che far sparire altre forme di vita. Di certo, l’eventualità che fra gli ogm nasca un cigno nero, ovvero un deviante, non è di per sé impossibile, come visto per gli afidi o per l’Hiv. Ma la cosa non implica necessariamente che tale mutazione sia foriera di un disastro biblico come paventato. Anzi, per assurdo, potremmo anche ipotizzare che il nuovo ogm sia per noi e per il Pianeta un’opportunità imperdibile, un po’ come quando una pianta di patate di 10mila anni fa si ritrovò nel genoma quattro geni batterici che la fecero diventare dolce e commestibile.

Appurato quindi che una mutazione imprevista, che avvenga in un organismo manipolato o meno, tutto vuol dire tranne che si estinguerà la vita sulla Terra, divertiamoci ora a vedere quanti sono gli ogm a livello mondiale e proviamo a calcolare quanti miliardi d’individui sono finora passati sulla faccia del Pianeta senza che nulla di nulla avvenisse, tranne la produzione di cibo per miliardi di persone.

Numeri & Numeri

Dal 1996 a oggi sono stati seminati circa un miliardo e 970 milioni di ettari a ogm. Ovvero 19,7 milioni di chilometri quadrati. Praticamente, più della superficie della Russia, che è pari a poco più di 17 milioni di chilometri quadrati, e il doppio di quella del Canada, il quale sfiora i dieci milioni di chilometri quadrati. Una superficie quindi enorme, tutta a ogm. Impressionati? Tranquilli, siamo solo all’inizio.

Sono partiti subito bene, gli ogm, con 1,7 milioni di ettari seminati nel 1996. Praticamente, poco meno della superficie a frumento che viene coltivata in Italia. L’escalation è stata poi rapidissima, con aumenti a due cifre percentuali che hanno portato gli ogm a superare i cento milioni di ettari in soli dieci anni di coltivazione. Oggi, nel 2015, le semine di colture biotech hanno toccato i 185 milioni circa di ettari. Più di cento volte quelli del 1996. L’82% della soia, il 68% del cotone, il 30 e il 25% rispettivamente per mais e colza, sono le percentuali fatte registrare dagli ogm rispetto al totale seminato (dati 2014 – Isaaa).

Solo nel 2014 sono stati seminati 90,7 milioni di ettari di soia, ai quali vanno sommati i 55,2 di mais, i 25,1 del cotone e i 9 milioni del colza. Totale, 180 milioni di ettari con sole quattro colture. Proviamo a pensare ora a quanti miliardi d’individui transgenici sono stati seminati, sono cresciuti, sono fioriti e hanno prodotto semi, solo nel 2014.

La densità di semina per la soia spazia dai 30 ai 40 semi per metro quadro, cioè si seminano mediamente 350mila semi per ettaro. Il mais viaggia intorno ai sette semi per metro quadro, quindi 70mila semi per ettaro. Per il colza la densità aumenta parecchio, dato che si spazia dai 60 ai 90 semi per metro quadro: scegliendo un valore medio indicativo di 75, significa che per ogni ettaro di colza vengono seminati circa 750mila individui. Infine il cotone. Un ibrido come il Bolgard II di Monsanto si semina fra i 10 e i 15 semi per metro quadro, pari a 100-150mila semi per ettaro. Anche assumendo un valore intermedio, si arriva a 125mila individui.

Tradotti in una tabella, quanto emerge è il quadro seguente:

semi/ettaro Milioni di ettari Totale semi a livello mondiale
Soia 350.000 90.700.000 31.745.000.000.000
Mais 70.000 55.200.000 3.864.000.000.000
Colza 750.000 9.000.000 6.750.000.000.000
Cotone 125.000 25.100.000 3.137.500.000.000
Totale semi: 45.496.500.000.000

Tab.1: solo nel 2014 sono stati seminati 45.496 miliardi d’individui gm. Dal 1996 a oggi sono quindi circa 490 mila miliardi le piante gm seminate e poi raccolte per alimentare uomini e animali

Conclusioni

Sono passati 19 anni dalla loro prima semina, hanno occupato nel tempo una superficie pari al doppio del Canada e hanno immesso nell’ambiente 490 mila miliardi di individui. E cosa è successo? Nulla. Ci sono oltre 15mila studi, come più volte ribadito, che dimostrano che gli ogm non hanno alcuna influenza negativa su salute e ambiente. Centinaia d’istituti, Enti e università, migliaia di gruppi di ricerca, decine di migliaia di scienziati: tutti concordi sull’innocuità degli ogm. Solo una ristretta minoranza si mostra ancora avversa e spesso appartiene a sfere del sapere lontane dalle biotecnologie. Come nel caso del Cigno nero, appunto.

I numeri citati poco sopra sono infatti talmente elevati da togliere qualsivoglia dubbio sulla portata del fenomeno su scala planetaria. In altre parole, non è affatto vero che non ne sappiamo abbastanza e che gli ogm sono materia oscura e ignota. Forse non si ha semplicemente voglia di ammettere che c’è troppa bibliografia da leggere per mettersi l’anima in pace e abbandonare paturnie psicologiche di variabile entità.

Un'altra Apocalissi forse giungerà a spazzar via la vita dal Pianeta. Ma di certo non sarà qualche ogm impazzito

Un’altra Apocalissi forse giungerà a spazzar via la vita dal Pianeta. Ma di certo non sarà qualche ogm impazzito

Quindi, lasciamo pure i cigni neri ai balletti e agli stagni dell’Australia. La Fine del Mondo non ci sarà, né ora, né fra un numero indeterminato di anni. Per lo meno, non ci sarà per mano delle colture biotech. Poi ci penserà un altro meteorite, oppure sarà la nostra Stella a fagocitarci e a bruciare il nostro Pianeta come una pallina da ping pong messa sul fuoco. Ma fino ad allora, che si viva senza fobie paranoiche le opportunità che la scienza offre. Sarà infatti imperfetta, la scienza, ma è pur sempre meglio l’esistenza di una scienza imperfetta rispetto alla sua perfetta assenza.

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