Glifosate: la solitudine dello Iarc

Iarc del tutto isolato: tutti gli altri pareri sono opposti al suo

Nel 2015 Iarc produsse una monografia su glifosate e stabilì che andasse collocato in Gruppo 2A, ovvero i “Probabili cancerogeni”. Nei due anni successivi Epa americano, Efsa ed Echa europei, Bfr tedesco, gruppi congiunti di lavoro Oms/Fao e perfino le Autorità australiane dissero no, non è un probabile cancerogeno. Come stanno le cose?

Sono ormai passati due anni da quanto Iarc (International Agency for Research on Cancer) pubblicò la propria monografia su glifosate, l’erbicida al centro di colossali attacchi di media, associazionismo ambientalista e perfino della politica italiana e francese, per lo meno in Europa. Peraltro, il lavoro venne svolto su diverse molecole, come tetrachlorvinphos, parathion, malathion e diazinon, ma di queste non si parla ovviamente mai.

Da allora è successo di tutto, perfino una class action contro Monsanto, portata in tribunale da chiunque si ritenesse colpito da glifosate. Una pratica che in America sta divenendo quasi imbarazzante, grazie all’opera di studi legali che si sono opportunisticamente specializzati in tale settore.

Peccato, o per fortuna, che innumerevoli altre voci si siano aggiunte al tema. Voci che tutte in coro hanno detto no, glifosate non è cancerogeno.

Fra queste figura il più volte confermato parere dell’Epa americano, ovvero l’Environmental Protection Agency, ma anche delle Autorità australiane e di quelle europee, come il parere dell’Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), quello di Echa (European Chemicals Agency) e quello del Bfr tedesco, ovvero l’istituto cui è demandata la valutazione del rischio delle sostanze attive e che ha dato anch’esso luce verde a glifosate nel Vecchio Continente.

A ciò si aggiungano i pareri dei gruppi congiunti di lavoro Fao/Oms, ovvero la Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, di cui Iarc, peraltro è una costola.

Tutti, ma proprio tutti, han detto che no, glifosate non va considerato un “probabile cancerogeno”. Quindi, per quanto si comprenda che in questi casi il riflesso condizionato sia quello di dire che sono tutti al soldo di Monsanto, rinunciateci. Non si può corrompere il Mondo intero, nemmeno volendo. Men che meno se sei un’azienda che fattura a livello globale poco più di Coop in Italia.

Perché allora Iarc continua a insistere sulla propria posizione? Molto vi sarebbe da dire proprio sui processi di valutazione della molecola, viziati per esempio da fastidiosi conflitti di interesse di una persona che ha pesato in modo significativo nel gruppo di lavoro, tal Christopher Pointers, il quale aveva attaccato spesso Monsanto e glifosate.

Secondo un’inchiesta di Agrarian Science, Pointers sarebbe infatti stato un funzionario della ong antifitofarmaci Edf, acronimo di Environmental defense Funa, mentre diveniva addirittura presidente del comitato consultivo di esperti dello Iarc sulla scelta delle priorità da seguire e tra queste vi è stato proprio, casualmente, glifosate.

Così come non sarebbe accettabile che a influire sui gruppi di lavoro Iarc ci fosse un dipendente di Monsanto, non si capisce perché ci potesse essere un attivista ambientalista di cui era manifesto l’odio per la molecola oggetto di valutazione e per la Società che lo ha inventato.

In più si scopre che tal Aaron Blair, epidemiologo del U.S. National Cancer Institute, abbia ammesso in tribunale l’esistenza di studi a favore di glifosate, mai pubblicati, che avrebbero potuto giocare a favore della molecola in sede di valutazione Iarc. Blair non ne fece nemmeno cenno durante il meeting di un paio di settimane che ebbe con i 17 membri dello Iarc che stavano valutando l’erbicida.

Lo Iarc valuta infatti solo studi pubblicati (rischio notevole, visti i crescenti imbarazzi che il mondo editoriale scientifico sta proponendo, tra studi farlocchi o addirittura falsificati), quindi gli studi da tempo in possesso di Blair non potevano essere fatti valere. E la domanda quindi è: perché Blair non ha mai pubblicato quegli studi? E cosa avrebbe fatto se, al contrario, tali studi avessero deposto a danno di glifosate? Forse lo scopriremo solo alla fine della storia.

Infine, Iarc ha preso in esame studi effettuati anche su formulati commerciali, anziché limitarsi alla sostanza attiva. Approccio irrazionale, questo, perché i formulati cambiano nel tempo. Infatti, i prodotti presi in considerazione da Iarc contenevano un co-formulante a base di ammine di sego (tallow ammine), le quali conferivano alla sostanza attiva una maggiore aggressività non solo nei confronti delle cellule vegetali, ma anche di quelle animali. Da anni tali additivi nei formulati non ci sono più, per lo meno nei più moderni, autorizzati nei Paesi civili, come quelli europei. La prima formulazione di glifosate senza ammine di sego in Italia risale infatti al 1998. Ovvero 17 anni prima delle valutazioni fatte da Iarc.

Quindi gli studi su cui si è basata l’Agenzia sono per lo meno obsoleti e non più attendibili essendo cambiato proprio l’oggetto del contendere.

A parte però tutto quanto sopra, ammettendo perfino che Iarc abbia lavorato in modo eccellente e che le sue conclusioni fossero perfettamente attendibili (atto per cui ci vuole in effetti uno sforzo notevole), cosa cambierebbe? Nulla. Perché Iarc valuta la pericolosità intrinseca di un agente fisico o di una molecola, non il rischio reale che tale effetto negativo si verifichi.

Non a caso, in Gruppo 2A (probabili cancerogeni), lo stesso di glifosate, ricade perfino l’acqua calda, per lo meno sopra i 65° centigradi. Quindi, se stessimo alla campagna di odio contro glifosate, dovremmo abolire anche il the e il brodo di carne. Anzi, visto che le carni rosse sono anch’esse in Gruppo 2A, un bel brodo caldo di carne dovrebbe essere quanto di più cancerogeno si possa ingerire…

Ragionando per assurdo, se lo Iarc valutasse la pericolosità di oggetti e tecnologie, forse metterebbe in Gruppo 1 (sicuramente mortali) gli smartphone, perché la cronaca è piena di incoscienti che si sono schiantati facendosi selfie mentre guidavano. E magari metterebbe in Gruppo 2A il modello di macchina guidato e perfino il muro contro cui si sono ammazzati i furbacchioni malati di selfie. Il loro pericolo intrinseco di causare le morte è infatti accertato. E tanto basta allo Iarc: il pericolo intrinseco accertato.

In realtà, l’unica “colpevole” sarebbe da ricercare nel comportamento superficiale e imprudente delle vittime. Se tieni il cellulare in tasca e non ti fai selfie mentre guidi non rischi nulla, pur essendo dimostrato che gli smartphone possono causare incidenti mortali quando usati in modo improprio. Folle quindi chiedere l’abolizione di smatphone, automobili e magari dei muri, perché questi avrebbero causato la morte di persone.

Ecco, il concetto fondamentale su cui ragionare è l’uso proprio oppure improprio di glifosate, come di qualsiasi altra cosa. Se in Argentina irrorano con gli aerei sopra la testa della gente, lo si può considerare un uso consono? Soprattutto, se misceli insieme a glifosate 3-4 altri prodotti fitosanitari tra fungicidi e insetticidi, a dosi da cavallo, perché si parla sempre e solo di glifosate, come se in quell’aereo fosse stato caricato solo lui? La puntata delle Iene dedicata all’Argentina di spunti di analisi ne ha infatti offerti moltissimi.

Forse si parla solo di glifosate, in modo ossessivo, solo perché se si dicesse che quei poveracci vengono bombardati settimanalmente con 5-6 prodotti diversi, di cui glifosate è il meno tossico peraltro, il pubblico rischierebbe di interrogarsi sull’onestà di chi riporta tali notizie, chiedendosi perché a fronte di tali misceloni di prodotti si punti sempre e solo il dito su uno solo.

Perché dopo anni di valutazioni e di letture, non si può concludere altro che quella contro glifosate non è solo una campagna ignorante, bensì spesso disonesta.

E a chi pensasse: “Se ti piace tanto glifosate, allora bevitelo!“, frase che spesso qualche idiota mi rivolge, prendete la candeggina che avete in casa, quella con cui lavate il pavimento e disinfettate il sifone del water, e provate voi a farvene un cicchetto. Ve lo sconsiglio vivamente, ça va sans dire. Perché mentre nessuno in Italia è mai stato spedito all’altro Mondo da glifosate, esiste una copiosa casistica di gente mandata all’ospedale o al cimitero dall’ipoclorito di sodio contenuto nella candeggina. Cioè quel prodotto di libera vendita di cui in Italia se ne usano centinaia di migliaia di tonnellate, trovandosi anche nelle piscine in cui facciamo il bagno e nei rubinetti da cui esce l’acqua che beviamo.

Perché sempre e comunque è il tipo di uso a fare la differenza tra correre rischio zero, o correrne uno mortale. Ed è sempre la dose che fa il veleno.

Un veleno che quando è mediatico, purtroppo, sembra privo di qualsivoglia antidoto.

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Minoranze rumorose e pericoli sottovalutati

Lezioni della storia, ormai dimenticate

Gran parte delle discussioni sui social sono incentrate su argomenti che se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Come affrontarle: ignorando i complottisti e gli anti-scienza in genere, oppure opporsi con numeri e informazione?

C’è chi non crede la Terra sia tonda e spesso va a braccetto con chi sostiene che il nostro pianeta sia stato creato per come dice il Libro del Genesi, che abbia circa settemila anni e che i dinosauri si siano estinti poche migliaia di anni fa a causa del Diluvio universale. Ma questa è già storia vecchia: ultimamente la scena è dominata da chi crede che i vaccini provochino autismo e altre gravi patologie. Altri hanno invece sposato il complottismo delle scie chimiche e c’è chi si mette in testa dei cappellini fatti di fogli da alluminio per impedire che gli venga letta la mente. A tali personaggi vanno sommati i negazionisti dello sbarco sulla Luna, i complottisti delle Torri Gemelle, abbattute secondo loro dalla Cia, oppure quelli che credono alle sirene marine o al controllo del Mondo tramite microchip innestati sottopelle.

Più specifici i movimenti in Puglia che negano che a fare seccare gli ulivi sia la Xylella fastidiosa, batterio patogeno arrivato in Italia dal Costa Rica. Ogni altra ragione del fenomeno sarebbe per loro valida, tranne quella reale. E infatti l’epidemia prosegue alla grande, con grave danno per l’agricoltura e per il paesaggio locale.

Per non parlare dei seguaci di ogni più disparata teoria alimentare che definisce veleno oggi questo, domani quello, promettendo vita pressoché eterna a patto di focalizzare su ben precisi alimenti aborrendone altri. Adorabile in tal senso la pubblicità della Motta, la quale prende per i fondelli proprio tali vaneggiamenti pseudo-salutistici (“E da oggi con le bacche di Goji! … Scherzo!!!”). Uno spot che è andato a segno, vista l’ondata di haters che si è scatenata contro il famoso panettone meneghino.

Messi tutti insieme i vari soggetti di cui sopra sono una ristretta minoranza della popolazione. Su 60 milioni di Italiani quanti saranno mai, l’uno per mille, che fa circa 60 mila? O pochi punti percentuali, considerando solo la popolazione adulta? Insomma, potrebbero essere considerati quattro gatti da lasciar parlare senza curarsi troppo di ciò che dicono.

Ma qui sta l’errore.

Il passato ci insegna che, per esempio, il nazismo è nato dall’aggregazione di un risicato gruppuscolo di invasati i quali, sfruttando il malcontento della Repubblica di Weimar, seguirono gli svagelli di un paranoico come Hitler e si espansero al punto di vincere le elezioni. Ciò grazie soprattutto alla propaganda efficace coordinata da Joseph Göbbels, il quale soleva ripetere che una menzogna ripetuta milioni di volte diviene realtà. E a giudicare dalla presa che hanno avuto miti e leggende religiose nella storia, come dargli torto? L’uomo vuole credere, mica capire e apprendere. E deve fare proseliti a più non posso.

Infatti, se ci fate caso, ogni complottista che si rispetti si mostrerà sempre molto attivo nel condividere a nastro le molte idiozie in cui crede. In tal senso è alquanto azzeccato il personaggio di Maurizio Crozza, Napalm51, il quale passa intere giornate a condividere panzane e insulti su web, attaccando a destra e a manca chiunque provi a contrastare le suddette panzane.

Quattro gatti, si diceva, ma attivissimi. Sembrano milioni e agiscono come guidati da un piano superiore da tanto che operano in accordo gli uni con gli altri. Molto più semplicemente usano tutti i medesimi schemi mentali, bacati, e quindi agiscono e reagiscono come tanti cloni del medesimo organismo capostipite. Una sorta d’intelligenza collettiva, tipo quella delle formiche, anche se di intelligenza nei loro argomenti ve n’è davvero poca.

Bollarli quindi come scemi del villaggio è facile, ma inutile. In fondo lo sono, è vero. Ma a differenza degli scemi del villaggio di 50 anni fa, ben noti ai compaesani e quindi innocui, questi si sono aggregati nel villaggio globale trovandosi in rete e galvanizzandosi all’idea di non essere soli nell’Universo. Da singoli personaggi balzani di nessun peso sono diventati cioè movimenti che esercitano pressioni anche a livello politico.

Basti pensare ai recenti picchettaggi davanti a Montecitorio organizzati da qualche migliaio di antivaccinisti, ottenendo come premio l’introduzione dei vaccini mono-componente. Di fatto una stupidaggine che avrà quale unico effetto la moltiplicazione dei costi a carico del servizio sanitario nazionale e l’incasinamento dei piani vaccinali. Ma tant’è a fare casino e a urlare qualcosina hanno pur ottenuto.

Tutto ciò, però, mica vale solo per i complottisti anti-scientifici. I vegani a suon di moltiplicare siti web, blog e pagine Facebook, sono arrivati a ottenere l’attenzione di alcuni amministratori pubblici, i quali propugnano ormai l’alimentazione vegana in scuole e asili. Del resto, c’era già riuscita la lobby del Bio a farsi aprire la porta dei pasti scolastici, perché non avrebbero dovuto riuscirci i vegani?

Molte delle categorie di cui sopra sono poi rappresentate dalle medesime persone, moltiplicando cioè l’effetto quantitativo del fenomeno. Sembrano cioè un esercito sconfinato, ma alla fine sono spesso gli stessi che si cambiano solo cappello e combattono su fronti diversi facendo il medesimo baccano. Tanto il livello di preparazione scientifica della popolazione italiana è così basso che le loro argomentazioni farlocche sono percepite come tali solo da una minoranza ancor più ristretta di persone, ovvero i razionalisti dalle robuste basi scientifiche. Questi sì che sono quattro gatti e per giunta divisi e litigiosi fra loro. Quando addirittura non sono collusi, dati i guadagni interessanti che si possono fare inventandosi cure farlocche o alimentando e cavalcando allarmi ingiustificati.

Ma quindi, i complottisti anti-scientifici sono innocui o pericolosi? Dobbiamo lasciarli fare che poi tanto passano da soli, oppure dobbiamo osteggiarli per impedir loro di fare danni? L’esempio summenzionato del nazismo direbbe che sì, andrebbero fermati sul nascere, prima che facciano presa su un numero significativo di persone.

Basti pensare ai creazionisti americani stile Sarah Palin e George W. Bush, i quali hanno cercato di inserire l’insegnamento del creazionismo a scuola al pari dell’evoluzionismo. Si è arrivati cioè ad avere degli “scemi del villaggio” posizionati ai più alti livelli della politica della prima potenza mondiale. Se non è un pericolo questo, mi si deve spiegare cos’altro lo può essere. Del resto, pare che un quarto degli Americani creda sia il Sole a girare intorno alla Terra e non viceversa. Terreno fertile quindi per ogni tipo di cazzaro pseudo-religioso.

L’ultima domanda è quindi la più difficile: che fare?

Se li sberleffi trattandoli per gli imbecilli, ignoranti, disonesti e paranoici che sono, non va bene. Perché con gli insulti non si arriva da alcuna parte, si dice. Se provi ad argomentare con prove e numeri, neanche va bene, perché così li polarizzi sulle loro posizioni anziché convincerli ad abbandonarle. Se gli ignori, come visto, questi possono correre senza barriere convincendo un numero sempre più ampio di persone, come appunto avvenuto in Germania a cavallo degli Anni 20 e 30. Poi si è visto cosa è successo.

Al di là però di certi pipponi mentali sui massimi sistemi, ammirevoli per gli sfoggi di cultura, ma sterili dal punto di vista dei risultati, di proposte concrete atte ad arginare efficacemente il fenomeno non pare ve ne siano. Le minoranze di sbullonati sono comunque più numerose delle minoranze di razionalisti, quindi sul fronte del web vincono loro a mani basse. Aiuterebbe la formazione scolastica, moltiplicando le ore dedicate alle scienze?

Forse, se non fossimo in un Paese che più che a mettere a posto la preparazione degli alunni pensa da decenni a come mettere a posto le chiappe dei milioni di aspiranti insegnanti che ambiscono alle cattedre solo perché non trovano altri posti di lavoro.

Forse, se non fossimo un Paese con il Vaticano in casa, con i preti che colonizzano le suddette scuole elargendo le note favole sull’acqua trasformata in vino, dei pani e dei pesci, dei cadaveri resuscitati e di guarigioni miracolose. Basta avere fede, no? E se uno crede alle passeggiate sull’acqua, perché mai non dovrebbe credere che la farina è cancerogena?

Forse, se non avessimo in Parlamento scagnozzi anti-progresso e anti-scienza, ognuno in base al totem che si è prefissato di abbattere. Basti pensare alle barricate contro l’eutanasia, per esempio. O contro gli ogm, di cui quasi nessuno sa cosa siano, ma che in Italia non possono essere coltivati grazie soprattutto a politici che anziché adoperarsi per aprire tavoli scientifici di dibattito preferiscono cavalcare opportunisticamente le istanze delle suddette minoranze allarmiste, magari dando la benedizione ai convegni sulla biodinamica.

Il destino del mondo occidentale è quindi segnato. La regressione verso una società e una politica a-scientifica è ormai avviata e non la si può fermare. Un po’ come stare su un treno coi freni rotti che marcia verso la fine dei binari: solo l’impatto finale farà capire alle minoranze rumorose quanto fossero idiote. E da lì in poi si potrà finalmente ricominciare. Che so, un’epidemia, una carestia. Cosucce del genere.

Nel frattempo, condividete ogni possibile link e notizia di stampo scientifico. Rendetevi moltiplicatori di dati ed evidenze. Aiutate quei poveracci che, in netta inferiorità numerica, si stanno sbattendo anche per voi. Prendete quindi una posizione e schieratevi. Forse non basterà a vincere la guerra, proprio perché “loro” sono di più. Ma se aveva ragione Göbbels, e ce l’aveva, una verità ripetuta milioni di volte deve per forza valere di più di una menzogna ripetuta milioni di volte.

E se alla fine sbatteremo comunque insieme al treno, una volta usciti dalle lamiere vi potrete togliere la soddisfazione di dire: “Io ve l’avevo detto, manica di deficienti!

Ben piccola soddisfazione, è vero. Ma meglio di niente. Soprattutto, meglio che essere complici col proprio silenzio.

 

 

 

Vaccini, no-vaxxer e blastatori

Troppe polemiche sui vaccini, soprattutto fra i razionalisti pro-vaxx

Le polemiche in materia di vaccini sono andate oltre il semplice sì-no che ha caratterizzato le prime fasi della questione. Mentre il fronte antivaccinista appare però compatto e disciplinato nelle proprie istanze, quello razionalista si è progressivamente diviso in correnti fra loro in perenne zuffa. Urge ritrovare pace e unità

Scoprimmo i vaccini e certe epidemie vennero confinate nel buio, come il vaiolo, estinto a livello mondiale, o la poliomielite, spazzata via per lo meno dall’Europa. Meno vistosi i successi contro rosolia o morbillo, ma sempre meglio di quando i vaccini non c’erano. Certamente le scene apparivano molto più tranquille e sane, per lo meno dal punto di vista della quiete mediatica.

Poi negli Anni 90 arrivò Wakefield, medico inglese poi radiato e processato, con le sue truffe e i millemila gaglioffi che le hanno riesumate di recente per i più disparati motivi. Gaglioffi che non ci hanno messo molto a catturare l’attenzione e la fiducia di una minoranza della popolazione occidentale, ovvero quella ricca e pasciuta che ha scordato i perché di tale benessere. Minoranza molto attiva e rumorosa, però, che non ha trovato abbastanza argini alle proprie attività mediatiche autodistruttive realizzando un clima da guerra perenne anche a livello politico.

La disinformazione allarmistica è quindi dilagata a dispetto delle molteplici fonti scientifiche che sono state condivise da più parti, Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute inclusi, quando cioè il fronte razionalista era ancora focalizzato su quello opposto, cioè gli antivaccinisti e chi li sobillava. Poi arrivò lui: Roberto Burioni, ricercatore e professore Ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Per sua stessa ammissione “un caratteraccio”, Burioni ha iniziato ad adoperarsi sul fronte della divulgazione scientifica in tema di vaccini. All’inizio furono molti i suoi contributi scientifici di peso. Esempi, casi di studio, statistiche e aneddoti. Tutti spiegati in modo semplice e immediato, comprensibili se non proprio da tutti, almeno da una gran parte degli utenti web. Ovviamente, la sua attività su internet ha iniziato a infastidire molti. In primis gli antivaccinisti, ai quali Burioni appare come fumo negli occhi. Dura non sia così, dopo che il ricercatore ha martellato le varie bufale, sull’autismo, sull’epilessia, sui metalli pesanti, il thiomersal (il famigerato mercurio), le nanoparticelle o le panzane sulle epidemie che sarebbero andate via da sole grazie a migliorate condizioni igienico sanitarie. Per tali ragioni è divenuto un personaggio pubblico alquanto gettonato, non solo su web, ma anche in tv e radio.

A causa però del suddetto caratteraccio e di un ego che appare alquanto “esuberante”, Burioni ha iniziato a menar fendenti a destra e a manca ogni volta che si è visto postare commenti a suo avviso non pertinenti o addirittura irriguardosi o falsi. I termini usati non sono stati leggeri, dando spesso degli asini o dei cretini ai suoi detrattori. Ciò ha attivato una seconda ondata di critiche, ovvero quelle degli esperti di comunicazione scientifica, i quali, veri esperti o meno che siano (mica li conosco tutti…), hanno iniziato anche loro a criticare il professore su molteplici fronti. Dove stiano e come siano ripartiti il torto o la ragione poco m’importa ora. È indubbio che l’atteggiamento da “blastatore” (distruttore) di Burioni piace molto a una quota parte di navigatori, motivo per il quale sono nati veri e propri movimenti di fan non solo per Burioni, ma anche per Enrico Mentana, direttore del TG di La7 e anch’egli pro vaccini convinto. “Mentana blasta la gente” è divenuto infatti uno dei tormentoni più comuni su Facebbok.

Studi scientifici hanno dimostrato però che tali atteggiamenti duri e taglienti altro non fanno che allontanare le persone dal dibattito, facendo arroccare ancor di più i complottisti sulle proprie posizioni. Ed è questa fondamentalmente l’accusa mossa sia a Burioni, sia a Mentana, addirittura definiti “bulli” perché se la prendono coi più deboli. Più deboli ora, perché magari i mentecatti che infestano oggi le loro bacheche Facebook (le loro: ci tengo a ricordarlo) con commenti irriverenti, demenziali e molesti, forse erano essi stessi a ricoprir da ragazzini tale ruolo, bullizzando proprio dei “secchioni” come Burioni e Mentana. Oggi sono invece i due personaggi ad avere una posizione affermata, un’alta visibilità sociale, uno stipendio di tutto rispetto. Sono cioè uomini che hanno un potere considerevole. Per tali ragioni possono reagire a tono e prendere metaforicamente a sberle tutti coloro che imprudentemente li provochino. Il tempo del bullo che ti prende a schiaffi e ti ruba la merendina è finito e se ci prova ora gli schiaffi, verbali, li prende lui. Van bene le regole della comunicazione, ma alla fine quando girano girano.

A prescindere però da chi bullizzi chi, resta un fatto inequivocabile. Il conflitto fra diversi pro-vaxxer e Burioni, in parte Mentana, ha prodotto effetti contrari a quelli sperati. Le regole di quelle pubblicazioni scientifiche valgono infatti sempre e se tu continui a criticare, a cercare di convincere, a entrare in contrapposizione, l’unico effetto che ottieni è quello di fare chiudere a riccio l’interlocutore. Espressioni tecniche come “Echo chamber“, “confirmation bias“, “backflame” o “polarizzazione” (grazie a Dio una almeno è in italiano), sono forse incomprensibili ai più, ma in sintesi vogliono dire che se vieni attaccato alzerai muri sempre più alti intorno a te e alla tua “stanza”, stanza nella quale si arroccheranno insieme a te, sempre più compatti e solidali, i tuoi fan. Questi vedranno rafforzare i propri convincimenti, anche se erronei, generando cioè una reazione avversa che produrrà danni anziché benefici.

A questo punto non resta che far notare ai comunicatori che criticavano Burioni proprio su questi punti che con lui hanno ottenuto esattamente i medesimi effetti che gli rinfacciavano. Effetti generati su di lui e sui suoi fan. Un successone, direi. Quasi a ricordare che dare lezioni è molto più facile che fornire validi esempi.

E poco valgono anche le altre echo chamber (perché questo sono anche loro), ovvero quelle degli anti-burionisti. Tempo fa mi capitò di visitare una pagina ove era in atto un sondaggio su chi fosse stato insultato o bannato dal Professore. I lamenti erano numerosi, ma per il tono di alcuni di essi e il clima generale che si era realizzato mi fecero pensare a una sorta di “Antiburionisti anonimi” in cerca di terapia di gruppo. Ci mancava solo un tizio che dicesse “Ciao, sono Piero e non mi azzuffo con Burioni da 145 giorni”. Mi rattristò molto tale situazione. Perché alla fine tutti loro, incluso Burioni, sanno cosa significhino i vaccini e quanti danni abbia prodotto l’antivaccinismo. Un tale scempio bellicoso non è stato né piacevole né edificante.

Io, che non sono un comunicatore, bensì un divulgatore che cerca di condividere informazioni, confesso di essere abbastanza deluso. Perché innanzitutto non mi piace essere considerato un comunicatore? Perché quando li seguii io i corsi di comunicazione i docenti partivano sempre col ricordare che il 93% del risultato di un messaggio dipende dalle tecniche di comunicazione e solo il 7% dalla sostanza dei fatti. Agghiacciante. A voler ben guardare, questa è la causa di molti dei mali odierni che affliggono la nostra società a livello politico, sociale e culturale. I fatti pare non contino più: conta la “comunicazione”. Una sorta di pistola che nelle mani sbagliate spara lo stesso e quindi fa vittime innocenti. Tanto, anche se dici bestialità dal punto di vista della sostanza, chi se ne accorge quando il 93% della vittoria di un messaggio dipende dai modi e non dai fatti?

Io invece credo nei numeri, nei fatti, nella sostanza delle cose. Poi, ovviamente, si cerca sempre di condividere queste informazioni in un modo chiaro e comprensibile a tutti. Ma alla fine resto convinto di essere responsabile di ciò che dico e non di ciò che gli altri capiscono, perché ho avuto troppe dimostrazioni che per ottenere il 100% di comprensione bisognerebbe talvolta fare trapianti di cervello, dato che quelli che albergano in certe teste non vogliono proprio capire nemmeno che 2+2=4. Figuriamoci pensieri più complessi.

Penso quindi che sia venuto il momento che si ritorni ai fatti e che qualche “allenatore” prenda i vari giocatori della partita contro le derive antivacciniste, li porti nello spogliatoio e li costringa ad andare d’accordo. In una squadra serve infatti l’elegante concretizzatore, tipo Pinturicchio. Serve il mediano dai grandi polmoni e dalle forti gambe, magari un po’ rozzo ma che corre dall’inizio alla fine a portar palla, tempi supplementari inclusi. Serve il calcolatore a centrocampo, che magari corre poco ma ha una visione di insieme superiore e serve nell’area avversaria una gran mole di cross a favore dei compagni attaccanti. E serve magari un buon portiere, che sappia gestire la difesa in modo oculato, una difesa in cui magari ci sta pure benone un terzino di quelli tosti, che quando ci vuole usa pedate e gomitate pur di fermare l’attaccante che ha bucato l’area. Mena? E che deve fare un terzino, dar d’uncinetto?

Ed ecco che forse, ragionando come una squadra, magari la si finirebbe di dividere il fronte razionalista in infiniti rivoli fra loro in competizione. Perché gli avversari sono là fuori, in campo. Uniti e motivati, affiatati ed efficaci. O li si affronta uniti o ci fanno neri…

 

Un Pianeta che ha fame: valori e criticità dell’agricoltura moderna

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Il 3% della popolazione mondiale nutre il rimanente 97%. Un miracolo… intensivo

Innovazione tecnologica e richieste di maggiore produttività, ma anche dinamiche commerciali globali e istanze ambientali, fra media generalisti e decisori politici non sempre limpidi ed efficaci: luci e ombre su un Settore Primario che non può mancare le sfide del Terzo Millennio

Anno 2000. Nel suo discorso celebrativo, a trent’anni dal conferimento del Premio Nobel per la Pace, l’agronomo americano Norman Borlaug ricordò come già vi fossero le tecniche e le soluzioni per nutrire un numero ancor maggiore di Esseri Umani. Bastava semplicemente usarle.

Il padre della Rivoluzione Verde, scomparso poco dopo la sua presentazione, lasciò quindi come testamento un semplice grafico in cui erano riportate le rese globali di grano a partire dai primi Anni 50 fino alla fine del XX secolo, a confronto con quelle che si sarebbero ottenute in assenza d’innovazione tecnologica in termini di genetica, chimica e meccanizzazione. Una differenza impressionante, pari a oltre un miliardo e 340 milioni di tonnellate. In altre parole, grazie alle nuove tecnologie, in soli 50 anni le produzioni mondiali di grano erano praticamente triplicate, passando da 680 milioni di tonnellate a due miliardi e 25 milioni.

Se si fosse deliberatamente rinunciato a utilizzare genetiche innovative, macchine e chimica, per compensare le minori rese sarebbe stato necessario coltivare a grano una nuova superficie pari alla somma di Canada e Messico, circa 12 milioni di chilometri quadrati in più rispetto ai 7 milioni attuali. Un impatto ambientale inimmaginabile, sia in termini di riduzione di biodiversità, sia in termini di carburanti fossili necessari a dissodare un’area per giunta disponibile solo in teoria, dato che di fatto non esiste al Mondo la possibilità di coltivare così tante nuove terre. A meno ovviamente di disboscare ulteriormente le foreste e convertire ad agricole superfici attualmente a prati. Ma di Pianeta ne abbiamo uno solo e a naso non esiste una tale superficie, neanche a cercarla da satellite.

Per comprendere gli impatti aggiuntivi per l’atmosfera derivanti da tale folle idea, possono essere utili le tabelle dei consumi di gasolio realizzate dalle associazioni italiane dei contoterzisti. Per questa categoria professionale il costo del gasolio è forse quello più sensibile, quindi ha stilato per ogni coltura e per ogni tipo di lavorazione i relativi consumi medi di gasolio. Ovviamente, sono consumi indicativi, variabili in funzione del terreno, delle condizioni e delle macchine utilizzate. Ciò non di meno restano un dato interessante per fare qualche stima approssimativa.

Solo per lavorare meccanicamente le nuove superfici a grano si può infatti calcolare che oggi sarebbe stato necessario consumare 270 milioni di tonnellate di gasolio, pari a circa 800 milioni di tonnellate di anidride carbonica in più immessa annualmente in atmosfera. In ogni chilogrammo di gasolio, infatti, vi è abbastanza carbonio da generarne tre di gas serra.

E questo solo per il grano. Si provi a immaginare la somma degli impatti derivanti da tutte le colture agrarie se mantenute ai livelli di arretratezza degli Anni 50, in primis riso, mais e soia, le altre tre colture che insieme al grano forniscono circa due terzi delle calorie mondiali.

Un impatto che non avrebbe potuto essere retto da un Pianeta già oggi in seria difficoltà, schiacciato fra le crescenti esigenze di una popolazione in forte aumento e i violenti cambiamenti climatici che hanno portato con sé gravi processi di desertificazione e salificazione in diverse aree del Globo.

In sostanza, il tanto vituperato progresso di intensificazione tecnologica e agronomica ha fatto bene anche all’ambiente, al contrario di quanto si sostiene. Perché l’alternativa sarebbe stata comunque peggiore. L’agricoltura intensiva non è stata infatti una scelta, bensì un obbligo. Un obbligo al quale per fortuna l’agricoltora ha  ottemperato sempre meglio. Basti pensare alla percentuale di persone cronicamente affamate al Mondo, scese dal 40% degli Anni 70 a circa il 10% attuale nonostante la popolazione globale sia più che raddoppiata.

Non è quindi per caso se si sta facendo largo il nuovo concetto di “intensivizzazione sostenibile”, espressione che sposa due concetti fra loro apparentemente incompatibili, come quelli dell’agricoltura intensiva e della sostenibilità. Solo apparentemente, però. In quanto l’agricoltura intensiva è ben lungi dall’essere quella raffigurata da fin troppi media generalisti, i cui reportage risultano spesso schierati ideologicamente e intrisi di allarmismi che ben poco hanno a che vedere con la realtà.

Vittime di ciò, sia i consumatori del Mondo Occidentale, quelli dei Paesi cosiddetti ricchi, sia i popoli delle aree più disagiate e povere, i quali avrebbero invece molto di cui beneficiare dall’adozione di quelle pratiche che hanno reso i Paesi ricchi ciò che oggi appunto sono.

Intensificare ulteriormente le coltivazioni, innalzandone le rese, è peraltro missione possibile, come appunto ricordava il mai abbastanza compianto Norman Borlaug, a patto di rispettare una semplice regola: gli incrementi di rese dovranno essere sempre superiori agli incrementi di input impiegati. Nella migliore delle condizioni, non sempre però raggiungibili, le rese andranno amplificate riducendo in termini assoluti le emissioni e gli input antropici.

Con buona pace dell’approccio vegan, inapplicabile, l’unica alternativa a quanto sopra sarebbe l’eliminazione di un miliardo di bocche da sfamare e impedire che la nuova popolazione mondiale ricominciasse a crescere dopo la falcidia. Soluzione, questa, ancor più inapplicabile.

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Le responsabilità degli irresponsabili

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Sempre più frequenti gli atti eco-terroristici

Si moltiplicano insulti, minacce e atti terroristici ai danni di chi produca o sostenga chimica agraria e biotecnologie. La follia è di pochi, tante invece le responsabilità, dirette e indirette

Ogni cosa per crescere va prima seminata, poi nutrita e infine irrigata. Solo così si possono ottenere i risultati sperati. Ciò vale in agricoltura, ma può valere anche contro di essa. I continui attacchi mediatici a chimica e biotecnologie stanno infatti ottenendo due effetti molto differenti fra loro, ma intimamente interconnessi. Il primo si sviluppa a livello politico e sociale, mostrando come sintomi tangibili le prese di posizione abolizioniste – tendenti a volte al forcaiolo nei toni – assunte da interi schieramenti parlamentari e pure da alcuni Ministri italiani. Perfino da quelli che, come Maurizio Martina, dovrebbero guardare a chimica e genetica agraria con occhi prettamente scientifici, avulsi cioè da opportunismi elettoral populisti. Il secondo effetto, fattosi ancor più bullo grazie al primo, mostra un crescendo di comportamenti folli e delinquenziali, quasi trovasse legittimazione proprio nel clima inquisitorio e perennemente allarmista che asfissia una gran parte delle tecnologie agrarie.

Ultimo della serie, un uomo di 36 anni, Noel Cruz Torres, ha fatto irruzione nella sede Pioneer Hi-Bred di Salinas, a Puerto Rico, lanciando bombe molotov fino a che la polizia non lo ha steso con i taser. Non prima di aver steso lui un lenzuolo con la scritta  “Alzati Boricua è il tempo di difendere il nostro Paese. Viva Puerto Rico libero!“. Un pazzo, si dirà. E in effetti ci sta. Ma le vere domande sono: perché se l’è presa con Pioneer per sfogare i propri disagi? Cosa è scattato nel cervello di Noel Cruz Torres perché si sia alzato, abbia preparato delle molotov e abbia immolato la propria libertà pur di attaccare la multinazionale americana?

Le risposte potrebbero essere molteplici. Di certo, non è stato un embolo improvviso, scaturito per caso mangiando nachos di mais transgenico. Gesti come il suo hanno origini lontane, nascono da minuscoli semi i quali, adeguatamente coltivati, divengono terrorismo. E così, come gli attentatori filo-Isis di Parigi e Bruxelles non sono certo nati dal nulla, bensì da un substrato di odio continuamente fomentato da spregiudicati ideologi, Noel Cruz Torres è nato anch’egli in un maleodorante humus intriso d’odio. Un terreno fertile, questo, reso sapientemente incandescente da altri ideologi, da altri scaltri manipolatori, ovvero dagli Imam delle nuove religioni: quelle ecologiste, animaliste e salutiste.

Quanto ha infatti contato nel gesto di Noel, domando, il continuo bombardamento anti-chimica e anti-biotech che infesta media e social network? Di quanti gradi sono saliti i gradi nel suo cervello grazie ai mantra ossessivi contro le multinazionali padrone del Mondo, affamatrici di poveri, distruttrici di ambiente e salute?

Impossibile stimarlo con precisione, ma sicuramente è possibile attribuire una bella fetta di responsabilità a tutti coloro che fanno attivismo compulsivo, creando allarmi anche dove non ci sono, gettando continuamente benzina sul fuoco, magari infarcendo i propri argomentari con pannocchie iniettate di liquidi colorati o di maschere anti gas indossate per mangiare una mela. Oppure creando vere e proprie bufale, come quella degli olivi ogm del Salento e del glifosate come causa delle morie di ulivi. Senza dimenticare le accuse a piriproxifen, un insetticida, di essere responsabile della microcefalia in Brasile, una patologia causata invece da un virus trasmesso dalle zanzare. Dulcis in fundo, tumori e altri malacci sbattuti là un po’ dovunque, ovviamente, se no il popolino rischia di non ascoltarli più i Cavalieri dell’Apocalisse incipiente. Un’Apocalisse che mai si verifica, ovviamente, per lo meno analizzando gli ultimi duemila anni della storia dell’Umanità.

Se oggi quella povera anima di Noel Cruz Torres viene sdoganato semplicisticamente come pazzo isolato, come sempre accade in tali situazioni, come vanno catalogati i cosiddetti “antagonisti” che hanno messo due volte nel mirino l’Efsa di Parma? La prima invadendone la sede al fine di intimidire l’Agenzia in tema di ogm, sui quali essa ha sempre espresso pareri scientifici favorevoli. La seconda inviando una bomba camuffata da lettera, guarda caso nel bel mezzo della diatriba fra Iarc ed Efsa su glifosate. Perché se non dici ciò che gli ambientalisti vogliono, nel migliore dei casi vieni criticato aspramente, nel peggiore ti becchi una bomba.

Ben lo sanno le quattro vittime di analoghe missive esplosive che nel 2015 vennero inviate ad altrettanti membri della Alianza Protransgénicos, un’associazione messicana di tecnici, professori universitari e agronomi che sostengono gli ogm. Al grido “O l’Umanità ferma Monsanto, o Monsanto fermerà l’Umanità” gli sono state spedite quindi bombe. Così imparano a dire che gli ogm non sono il Male Assoluto, come viene pervicacemente rimbalzato dalle lobby  ambientaliste nonostante le 15 mila pubblicazioni scientifiche che le smentiscono.

Ma poi, suvvia, al di là del deprecabile gesto da minorati mentali e morali di mandare ordigni a padri di famiglia, davvero credete che il Male sia Monsanto? Una multinazionale che fattura a livello globale quanto incassa Coop in Italia? Se proprio volete fare gli eco-terroristi, almeno documentatevi prima sugli ordini di grandezza dei mulini a vento che nel vostro delirio avete deciso di attaccare.

Non ha invece ricevuto bombe Kevin Folta, ma “solo” minacce di aggressioni e di morte. Folta è professore del Dipartimento di Scienze Orticole dell’Università della Florida ed è stato “fortunello”, perché fatto oggetto solo di mail-bombing, stalking, insulti, minacce, per la sua attività divulgativa a favore delle tecnologie agrarie, sia chimiche, sia genetiche. In particolare, Folta è stato messo al centro del mirino dal cosiddetto “Food Babe Army,” uno sparuto ma esaltato esercito composto dai seguaci di Vani Hari, ovvero la Regina americana delle pseudoscience sul cibo. Food Babe, questo il nickname di Vani Hari, è anche maestra del cosiddetto “fear mongering“, cioè la tattica che usa la paura per fomentare odio verso qualcosa, oppure per orientare le scelte del popolo. Al suo confronto, Vandana Shiva è l’amministratore delegato di Syngenta. Come reazione, Folta ha dovuto sospendere le proprie attività di divulgazione “anti-cazzari”, salvo poi tornare, smaltita la paura per sé e per la famiglia.

Analoga sorte è toccata a Jay Cullen, professore presso l’Università della British Columbia. Anch’egli costretto dalle minacce di morte a sospendere la propria attività come divulgatore anti-ecoterroristi. La sua colpa? Aver dimostrato che lungo le coste degli Stati Uniti non vi era traccia delle millantate radiazioni fuoriuscite dalla centrale di Fukushima. Gli ambientalisti stavano infatti terrorizzando da mesi la popolazione nordamericana con bieche falsità inventate di sana pianta. Zero. Non c’erano, le radiazioni. Cullen lo ha misurato e pubblicato ed ha per questo ricevuto minacce di morte, per sé e famiglia. Perché gli eco-terroristi son fatti così: se dimostri coi fatti che sono dei farabutti, dei disonesti, degli ignoranti, dei disadattati sociali e mentali, rispondono con le minacce, anche di morte.

Orbene, care lobby ecologiste che amate presentarvi come la “faccia pulita del Pianeta“, i buoni che combattono il Male: come li definite i soggetti di cui sopra? Sono forse “compagni che sbagliano“, come vennero definiti i Brigatisti Rossi da parte di quel Comunismo parlamentare in cui essi affondavano le proprie radici culturali?

Oppure vi sentite del tutto separati da ciò che fanno e dicono, tanto da non riconoscere più nemmeno le suddette radici comuni su cui le vostre azioni, per quanto distinte, si fondano?

Se ancora non ve lo aveva detto nessuno, ve lo dico io ora: i cervelli dei soggetti di cui sopra sono sì bacati, su questo non ci piove. Ma il virus che anche per tale ragione vi si è installato con facilità ha il medesimo dna di molti vostri attivisti. O magari anche dirigenti, perché no? Gente che forse le bombe non è abbastanza folle per metterle, ma che tutto sommato gongola quando viene a sapere che qualcuno, quelle bombe, pur le ha messe.

Non pensiate quindi di essere intangibili da qualsiasi polemica in tal senso. Perché personalmente non vedo grandi differenze fra un matto che si mette nei guai tirando molotov alla Pioneer e degli attivisti di Greenpeace che calpestano il Colibrì di Nazca, patrimonio dell’Umanità, solo per stendere uno dei soliti striscioni anti-qualcosa.

La musica è la stessa, non ci provate neanche a dire che non è così. Semplicemente, è solo il volume con cui viene suonata ad essere più alto o più basso a seconda dei casi. Ecco perché definirvi non violenti per scavare fossati identitari fra voi e loro, ai miei occhi appare come mettersi il deodorante invece di lavarsi.

Pensate a questo, la prossima volta che sarete tentati di fomentare ulteriore allarmismo gratuito, facendo magari altre “inchieste” sul glifosate nella birra o negli assorbenti intimi. Oppure generando paure sui residui di agrofarmaci nelle mele, sebbene questi fossero tutti regolari per Legge. Perché la gente, là fuori, si spaventa. Ovvio che ciò lo sapete benissimo, come pure sapete altrettanto bene che tale paura viene comoda alle vostre istanze. Ma siamo onesti: non è comportamento condivisibile, né scientificamente, né socialmente, né mediaticamente, né politicamente.

Diventate finalmente adulti e responsabili, perché è l’ora che la finiate di ficcare continuamente delle mine sotto i pilastri della Civiltà Occidentale, anche quando tali mine non abbiano alcun senso e motivazione reale. Perché non esiste auto promozione associazionista che valga l’impaludamento del progresso, né tanto meno l’incolumità di brave persone.

E, magari, ora scrivetegli due righe a quel povero mentecatto di Noel Cruz Torres. Per scusarvi se per caso ha male interpretato le vostre istanze, come pure per spiegargli che la lotta a favore dell’ambiente non si fa con le molotov. Lui forse non capirà, perso nei suoi deliri scritti sui lenzuoli, ma sarebbe comunque un segnale simbolico di alto valore in un Mondo sempre più in balia di gente come Vani Hari & soci. Soci dai quali non potete più esimervi dal prendere distanze materialmente misurabili, invece di chiudervi in silenzi assordanti in occasione di tali misfatti, o di limitarvi a qualche commento circostanziale di condanna che suona più come il risultato di un compositore automatico di testi, anziché di sentimenti autentici.

 

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KmZero: semplicemente, non esiste

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un'illusione

In un Mondo basato sui chilometri, stare fermi è solo un’illusione

Al pari della propaganda sui prodotti biologici e biodinamici, prosegue anche il battage mediatico sui prodotti a chilometro zero. Se però si misurano tali beni con il criterio dei “chilometri-equivalenti” gli scenari appaiono molto diversi

Sedetevi su una poltrona. Fatto? Ora restate immobili e contate fino a tre. Ecco, intanto che v’illudevate di essere più fermi di uno scoglio in fondo al mare, vi siete in realtà spostati di qualche migliaio di chilometri e manco ve ne siete accorti. Questo perché mentre voi bloccavate il moto del corpo, spiattellandovi sulla vostra poltrona, la Terra girava intorno al proprio asse a circa 1.700 km/h. La rotazione intorno al Sole è stata poi ancor maggiore, sfiorando i 30 km/s (al secondo!). Infine, si deve pensare che l’intero sistema solare viaggia nella Via Lattea e ciò avviene a una velocità circa sette volte superiore. Se poi a queste tre velocità su piccola e media scala aggiungiamo anche quella a cui si muove la nostra galassia nell’Universo significa che voi e la vostra poltrona siete in realtà dei proiettili che si muovono a migliaia di chilometri al secondo. Questo perché voi siete sì fermissimi, quasi lapidei, ma lo siete in un sistema tridimensionale che procede di moto complesso. Velocissimo.

Più o meno qualcosa di simile accade col fantomatico KmZero, ovvero quella moda agro-alimentare che spaccia per taumaturgico tutto quanto venga consumato nel luogo di produzione, tirando in ballo biodiversità, eco-compatibilità e sostenibilità agricola, ambientale e socio-culturale. E finché ciò resta a livello di curiosità di nicchia, passi. Peccato che tale modello di agricoltura venga invece spinto come alternativo a quello attuale, intensivo e industriale, nonostante ogni evidenza socio-economica suggerisca il contrario.

Non temete, non ho alcuna intenzione di sviscerare qui le ben note argomentazioni di tipo agronomico, ovvero che le arance maturano in Sicilia e il riso a Vercelli. Quindi, se l’agroalimentare italiano divenisse tutto a chilometro zero, come da molte parti viene irresponsabilmente auspicato, addio ai risotti per i Siciliani e addio alla arance per i Vercellesi. La mia spericolatezza mi spinge oggi a fare considerazioni ancor meno intuitive, dimostrando che di fatto un qualsiasi prodotto che vanti di essere a KmZero lo può fare semplicemente perché vi è tutto il resto del Mondo che fa migliaia di chilometri al posto suo. Non ci credete? Provate a seguirmi e a fare vostro il concetto di “chilometri-equivalenti”* sul quale si basano i paragrafi successivi.

Immaginate di essere in vacanza, che so, a Peschici, sul Gargano. Un paesino meraviglioso, in un’area geografica ove dominano gli uliveti in terra e il pesce fresco in mare. Siete in un trabucco, gustandovi una grigliata di mare insaporita da un olio d’oliva strettamente locale. E cosa c’è di più immobile, territoriale e tipico di un albero di olivo, magari secolare? Più chilometro zero di così… Anzi: è così buono quell’olio a KmZero che ve ne andate a comprare subito un paio di taniche.

Peccato che voi abitiate a 800 chilometri da Peschici e una volta arrivati a casa quel prodotto sarà tutto tranne che ecosostenibile e a impatto zero. Anzi. Ma anche se lo aveste consumato tutto il loco le sorprese non mancherebbero. Il tappo delle tanichette è infatti di plastica, quindi un derivato del petrolio. Petrolio che è stato estratto in Arabia Saudita, spedito con le petroliere in Europa, trasformato anche in materie plastiche e poi spedito come tale alle fabbriche che lo avrebbero trasformato in tappi. Queste ultime lo avrebbero poi venduto alle aziende che producono le taniche, le quali oltre ai tappi aspettavano anche le taniche stesse, fatte di metalli estratti magari in Russia, fusi e lavorati in acciaierie polacche e verniciati con i pigmenti di una multinazionale tedesca con gli stabilimenti in Baviera. Una volta confezionato, quell’olio a KmZero ha perciò intorno a sé un contenitore che di chilometri ne ha percorsi svariate migliaia (o decine di migliaia) solo per essere prodotto. Ma ancora non basta.

Lo Zio Peppino che produce olio mica si limita a raccattare le olive da terra e a portarle al frantoio a groppa di mulo. No, no. Lo Zio Peppino ha un bel trattore specializzato con il quale si muove in azienda. Lo ha comprato da un costruttore che sta in qualche Provincia del Nord Italia (Milano, Modena, Padova…) che glielo ha spedito facendogli fare dai 900 ai mille chilometri. Ma ancora non siamo alla fine del cammino, perché un trattore è fatto da decine di differenti componenti, ognuno dei quali a sua volta è la somma di altri sub-componenti e così via, in una sorta di matrioska che pare senza fine. Gli pneumatici? Vengono da una ditta indiana e ognuno di loro (ne servono quattro, mica puoi fare con tre) ha sul gobbo ottomila chilometri di viaggio solo per arrivare in Italia. Poi si deve calcolare che la mescola è composta da decine di ingredienti, i quali arrivano non solo dalle diverse province dell’India, ma alcuni anche dall’estero. E gli stampi? E i macchinari? Anch’essi sono dei concentrati di materiali e tecnologie che originano talvolta da tutti e cinque i continenti. E senza di essi le gomme non si fanno. Ogni pneumatico del trattore dello Zio Peppino ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che fa impallidire la circonferenza terrestre, la quale ne annovera poco più di 40 mila. Non che siano da meno la batteria, i circuiti idraulici, quelli elettrici, la vernice della carrozzeria o le guarnizioni della cabina: materie prime della più svariata natura sono circolate su e giù per il Globo terracqueo coprendo decine di migliaia di chilometri ciascuna, solo per finire in uno di quei componenti alla base di quel trattore. E poi, una volta divenuti componenti, hanno fatto altri chilometri per diventarlo, quel trattore. Infine, quella macchina ha coperto gli ultimi “miseri” mille chilometri per diventare il trattore dello Zio Peppino.

Ciò vale ovviamente per qualsiasi altro mezzo tecnico di produzione utilizzato nell’uliveto o nel frantoio di Peschici. A meno di rinunciare allo scuotitore meccanico e alle cesoie pneumatiche di fabbricazione francese con cui lo Zio Peppino raccoglie le olive e pota gli alberi, o al fungicida rameico con cui combatte le patologie dell’ulivo, visto che la Manica, primaria azienda che vende rameici, ha lo stabilimento a Rovereto, in Provincia di Trento. E valgono per lei i medesimi ragionamenti fatti per il trattore: materie prime, coformulanti, imballaggi, macchinari, manodopera… Una miriade di chilometri percorsi per far sì che lo Zio Peppino potesse avere un prodotto atto a difendere le sue colture. L’insetticida per eliminare la Mosca delle olive? Se va bene arriva dalla Danimarca, se va male è un generico che contiene sostanze attive e coformulanti di fabbricazione cinese.

Tutto, ma proprio tutto, quello che lo Zio Peppino ha adoperato ha perciò in sé un numero di chilometri-equivalenti che messi in fila sono probabilmente più di quelli che separano la Terra dalla Luna, che per curiosità son circa 370 mila.

In fondo, l’olio dello Zio Peppino è un po’ come voi quando state seduti sulla poltrona illudendovi di essere immobili sul Mondo e nell’Universo. Lo potete pensare solo perché non vi accorgete che intorno a voi, al posto vostro, si stanno muovendo un pianeta, un sistema solare e una galassia.

Lasciate quindi che gli ideologi del KmZero decantino questo modello agroalimentare come soluzione per la domanda di cibo del futuro. Che sparino pure le loro fantasiose affermazioni sulla millantata ecosostenibilità, biodiversità, naturalità, tradizione e cultura dei loro prodotti super tipici e super locali. Godeteveli quando siete in loco, perché onestamente ne vale la pena, ma ricordatevi che quando tornerete dalla vacanza a Peschici sarete solo dei comuni cittadini che per 50 settimane su 52 devono fare la spesa nei supermercati, acquistando prodotti che hanno forse qualche chilometro in più sulle spalle (mica è colpa loro però se abitate a Milano e i pomodori li coltivano a Pachino…), ma che a chilometri-equivalenti sono praticamente identici.

Purtroppo è il Mondo come tale ad essere a “chilometri infiniti”. È la società come tale a costringere le merci a girare come trottole per accontentare una domanda crescente di beni e servizi. Ecco perché nell’olio d’oliva dello Zio Peppino ci sono da calcolare perfino i bulloni del macchinario cinese utilizzato per fare i cerchioni del suo trattore. Se la cosa non vi va, posso capirlo. Ma a questo, altrettanto purtroppo, non c’è soluzione. A meno ovviamente di tornare a mangiare solo polenta come facevano in Provincia di Rovigo all’epoca della pellagra, oppure pasta e pummarola come usavano in Campania quando la statura media della popolazione era 15 centimetri inferiore di quella attuale e il rachitismo e la tubercolosi erano all’ordine del giorno.

In fondo, l’importante è capirsi…

 

* È inutile cercare su web l’espressione “chilometri-equivalenti”: è inedita e l’ho coniata appositamente per esprimere il contenuto intrinseco di chilometri di qualsiasi bene circolante sul Pianeta. Un po’ come accade con le “tonnellate equivalenti” di anidride carbonica, parametro con il quale si esprimono le emissioni, per esempio, di un’autovettura elettrica o un impianto di generazione di elettricità.

 

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Sante carestie

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Tanti cialtroni a sparlare di agricoltura su internet, ma pochi nei campi a produrre cibo

Si moltiplicano le mozioni contro varie forme di tecnologia, dal referendum contro le piattaforme metanifere dell’Adriatico a quello anti-pesticidi di Malles in Alto Adige. Il tutto mentre i ministri italiani, con le loro posizioni populistiche, assecondano ogni tipo di demagogia schierandosi oggi contro gli Ogm, domani contro i pesticidi, dopodomani chissà. L’esercito degli ipocondriaci intanto s’ingrossa, chiedendo al contempo il bando degli idrocarburi ma impedendo coi propri comitati del No anche la realizzazione di parchi eolici. Oppure tuonando contro le importazioni dall’estero di derrate alimentari, ma reclamando al contempo la proibizione nel Belpaese di concimi e agrofarmaci, cioè i mezzi tecnici alla base della produttività nostrana. Forse, più che tante parole e spiegazioni potrebbe un carestia…

È inutile parlare al muro. Infatti io ci rinuncio presto. Per quanto dare dell’imbecille a un imbecille possa offrire grandi soddisfazioni sul piano umano, queste sono però limitate nel tempo. Inoltre, sfogarsi col mentecatto di turno non cambia certo gli scenari plumbei in cui l’Italia agroalimentare ed energetica si muove.

Per esempio, il 17 aprile si dovrebbe votare (io non andrò per motivi strategici), contro il rinnovo delle concessioni alle piattaforme che in Adriatico estraggono metano entro il limite delle 12 miglia dalla costa. Trattasi di circa 22 chilometri, mica bruscolini. In più non si parla di nuove trivelle, già proibite da tempo, bensì di vecchie piattaforme attive ormai da molti anni senza che alcun disastro o armageddon sia mai avvenuto.

Disonestamente, questo è stato fatto passare come un referendum contro le trivelle e contro il petrolio, come pure a favore dell’ambiente e delle energie rinnovabili. Spregiudicati e bugiardi i lestofanti che hanno diffuso tali falsità (basta leggere il quesito referendario per capire l’inganno), ma babbei quelli che ci sono cascati, moltiplicando magari su web la disinformazione messa in giro dai soliti ambientalisti improvvisati. Peccato che solo pochi anni fa siano stati bocciati ben cinque progetti di parchi eolici off-shore, da costruirsi fra le 3 e le 5 miglia marine dalle coste delle nostre regioni meridionali. I motivi? Più o meno gli stessi dei No-Triv: l’ambiente, il paesaggio, la tradizione locale, la cultura… Una schizofrenia che da tempo caratterizza i movimenti pseudo-ecologisti italiani. Sempre quelli, per intendersi, che non vogliono l’olio tunisino, ma se gli parli di olivicoltura intensiva per compensare le carenze italiane ti accusano di essere un servo delle multinazionali.

Difficile che tali mentecatti riescano a capire che è anche per colpa loro se in meno di 25 anni siamo passati dal 93% di autosufficienza alimentare a circa il 77-78%. E a livello di energia siamo messi ancora peggio, dipendendo sempre più dall’estero anche per questa. I perché di tali ribassi, purtroppo, non sono alla loro portata, troppo presi come sono a frequentare blog delinquenziali e siti para-biologici. Tanto vale allora sognare un Mondo diverso, un Mondo ove a mettere le cose a posto sia un evento inaspettato: perché, come dicevano gli antichi, gli Dei ci puniscono esaudendo i nostri desideri…

Pensate quindi cosa succederebbe se costruissimo un muro alto alto. Non per tenere fuori gli immigrati, come vorrebbero altri tipi di mentecatti dai languori barricaderi, bensì per tenere dentro gli Italiani.

Dopo averli isolati per bene, come si fa coi tonni prima della mattanza, abolire ogni pesticida, ogni fertilizzante, ogni genetica agraria brevettata dalle odiate multinazionali (dell’energia, se volete, se ne parlerà un’altra volta). E godersi poi lo sgomento nei loro volti di fronte ai banconi semi-vuoti dei supermercati, realizzando che quei limoni sudafricani non erano lì per caso, ma perché a luglio di limoni italiani non ce ne sono proprio. E la stessa cosa dicasi per le pere a maggio e per ogni altro tipo di ortofrutta stagionale che da noi è disponibile solo per una ristretta finestra temporale.

In più, vedrebbero diradarsi anche quei prodotti che in Italia raccogliamo in contemporanea a Spagna e Grecia. Questo perché se esporti e consumi il doppio dell’olio che produci, tanto per dirne una, poi da qualche altro Paese lo devi pur importare, con buona pace dei ciarlatani che blaterano di protezionismo di un Made in Italy che di fatto non c’è o che, anche quando c’è, è ben lungi dal soddisfare pienamente la domanda interna ed estera.

Importiamo un terzo del grano per fare la pasta, un terzo dei maiali con cui facciamo bistecche e salumi, e poi latte, mais, soia, riso, zucchero, frutta e verdura. Perché? Perché a suon di erodere terreni agricoli per fare spazio alle vostre case, maledetti cittadini, ci è rimasta la metà delle superfici in nostro possesso solo un secolo fa. Siete poi quasi raddoppiati di numero, passando dai 38 milioni di inizio 900 ai 60 milioni odierni. Per giunta, vi siete concentrati nelle città, lasciando a meno del 3% degli Italiani l’ingrato compito di coltivare la poca terra rimasta, nel disperato tentativo di dare da mangiare a tutti voi per 365 giorni all’anno. Ed è anche per colpa delle vostre ipocondrie su genetica e chimica se gli agricoltori vedono calare le proprie produzioni all’ettaro, le lacune delle quali altro non fanno che aprire spazi per ulteriori importazioni dall’estero. Una giostra perversa dalla quale pare non esservi via d’uscita.

Ora però, grazie a quel muro alto alto e ai bandi dell’odiata chimica, sareste felici: nulla potrebbe più arrivare in Italia dai Paesi stranieri. Nessuna molecola chimica brutta e cattiva potrebbe essere impiegata a protezione delle colture. Perfino i semi non sarebbero più di proprietà delle multinazionali, bensì sarebbero ricavati dalle antiche varietà locali di grano, quelle per intenderci che producono un quinto di quelle moderne. Un quinto se diserbate e trattate con fungicidi. Un decimo se abbandonate a se stesse nell’illusione che la Natura magnanima salvi i raccolti e, di conseguenza, le nostre vite.

Senza più importazioni e senza più chimica e genetica agraria, nell’arco di pochi mesi l’Italia affronterebbe la più spaventosa carestia della propria storia. Con una quantità di cibo a disposizione che non supererebbe un quarto del necessario. Si vedrebbero quindi battute di caccia alla nutria, oppure gente contendersi a sassate qualche radice di campo, perché dopo aver fatto sparire cani e gatti qualcosa da mettere sotto i denti dei propri figli bisogna pur trovarlo. Al termine dell’esperimento di 60 milioni di Italiani ne sarebbero sopravvissuti forse 15. E neanche tanto in salute, direi.

Anche perché sul muro alto alto monterei saggiamente delle mitragliatrici azionate da fotocellule automatiche. Così almeno l’esperimento potrebbe svolgersi nel pieno rispetto del metodo scientifico, senza defezioni capaci di alterare l’analisi statistica.

Pensate che quanto sopra sia solo una fantasia un po’ burlona e autoironica? Uno sfogo di un professionista, di un tecnico, stufo di leggere cretinate sul web? Uno scenario impossibile a verificarsi? No no, cari miei. Quello che ho appena descritto è già successo e sta continuando a succedere proprio ora. Non qui, nell’opulenta e autolesionista Italia, ma in un Paese che di tali sorti ne avrebbe fatto volentieri a meno: la Siria. Là non ci sono ecologisti a premere perché si aboliscano ogm, fertilizzanti e pesticidi. Là non sono gli attivisti di qualche movimento para-eco-sinistrorso a impedire la semina di genetiche evolute, moderne e brevettate. Là c’è stata una cosa che si chiama guerra. E quella mette a posto tutti.

Abdulsalam Hajhamed, direttore del Ministero dell’Agricoltura siriano, lo ha testimoniato a Bari, a dicembre 2015. Nel martoriato Paese mediorientale non arrivano più agrofarmaci, né fertilizzanti, né sementi certificate. Gli agricoltori, quindi, seminano ciò che gli è avanzato dall’anno prima. Sempre che gliene avanzi, ovviamente. E i risultati non sono certo eclatanti. Solo le Ruggini, malattie fungine del grano, causano perdite fino al 50% delle produzioni. A queste si sommano quelle dovute a insetti e malerbe. In totale, in Siria le rese per ettaro sono divenute un decimo di quelle di pochi anni fa. Non meglio se la cavano gli olivicoltori. Prima del conflitto la Siria esportava 25 mila tonnellate di olio. Oggi zero. Il poco olio che si riesce a produrre se lo godono i ricchi, gli Assad. Non certo il popolo. Questo perché fra malattie fungine e insetti gli olivi non producono più nulla e gli agricoltori, disperati, usano il loro legno per scaldarsi. I tanto vituperati agronomi, quelli come me, o sono morti o sono fuggiti all’estero, insieme a quella fiumana di esseri affamati senza più casa, distrutta dalle bombe, ma senza nemmeno cibo, falcidiato proprio dall’assenza dei mezzi tecnici necessari a produrne.
Le parole di Abdulsalam Hajhamed, quel giorno, fecero accapponare la pelle all’intero auditorium. Perché spiegavano molto bene le ragioni per cui oggi i Siriani sono disposti a partire all’avventura verso l’ignoto, a scavalcare reticolati di filo spinato, ad essere presi a randellate da poliziotti e militari simil-nazistoidi. Perché se sai che morirai o di bombe o di fame, ti metti in marcia e non guardi più indietro.

Ecco cosa merita questa Italia degli stolti referendum, l’Italia dei mille comitati del No, delle mozioni contro questo e contro quello. Merita di cadere in disgrazia, di sperimentare sulla propria pelle la miseria, la fame, la disperazione, la morte. Forse, dopo un annetto di tale lezione di vita, quelli come me potrebbero finalmente ricominciare a fare il proprio lavoro senza più zavorre attaccate alla borsa dei coglioni. Ricominciare a produrre, ricominciare a crescere, anziché sprofondare nei sonni fatali di una minoranza di storditi che pensano che un pannello solare e un pomodoro bio salveranno il Paese prima e il Mondo poi.

Le cascate sono là, proprio davanti a noi. Che il timone venga quindi levato in fretta dalle mani improvvide che stanno facendo puntare con decisione verso di esse. E che venga restituito a chi sa cosa fare. E lo sa fare anche bene.

Nel frattempo voi, beceri frequentatori di social, ottusi e mediocri leoni da tastiera, giganteschi buchi neri di ignoranza, prepotenza e presunzione, andatevene poco signorilmente a prendervelo là dove non batte il Sole. State segando il ramo ove tutti noi siamo seduti e quando la maggioranza del popolo finalmente lo capirà, spero che per voi inizino giorni pensierosi.

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